Pd, Renzi trema: via dal partito dopo l’addio di Grasso. I nomi

Pietro Grasso ha sbattuto la porta ed è uscito. Solo dalla casa più piccola, però: il gruppo parlamentare del Pd a Palazzo Madama. Dalla casa più grande, la presidenza del Senato, l’ex magistrato si è guardato bene dall’uscire. Nonostante all’inizio della legislatura sia stato proprio il Pd, quel partito in cui oggi Grasso non si riconosce più «né sul merito né sul metodo» dell’azione politica, ad eleggerlo nel 2013 alla seconda carica dello Stato su proposta dell’allora segretario Pier Luigi Bersani. Grasso che era alla sua prima esperienza in Parlamento.


D’ora in poi il numero uno di Palazzo Madama, in avvicinamento aMdp, la formazione dei fuoriusciti dem, sarà un esponente del gruppo misto, del quale già fanno parte 33 senatori. L’ennesimo cambio di gruppo non deve stupire. Dall’inizio della legislatura, sono ben 232 i senatori che hanno cambiato casacca. Alla Camera il numero è più alto: 298. Mai, prima d’ora, si erano registrati tanti ribaltoni tra i seggi. E ora, per chiudere in bellezza, arriva Grasso.

Ieri il presidente del Senato ha ribadito i motivi che l’hanno spinto allo strappo: la fiducia posta dal governo sul Rosatellum, soprattutto, definita una «violenza» inaccettabile. E se Mdp aspetta Grasso a braccia aperte – «è un uomo che stimo profondamente», spalanca le porte Massimo D’Alema – il Pd reagisce con freddezza all’addio del presidente del Senato. «Un’operazione condotta per farci male», dicono dal Nazareno. Matteo Renzi si limita a esprimere «rispetto» per la scelta di Grasso, salvo ribadire che sulla fiducia sul Rosatellum lui la pensa come i big del suo partito. Velenosa e allusiva, invece, Patrizia Prestipino, componente della direzione Pd, che su Twitter scrive: «Il grosso Grasso divorzio dal Pd. Un film già visto. Come prendi i soldi e scappa». Un riferimento, evidentemente, agli emolumenti che siporta dietro la carica di presidente del Senato (9mila euro netti al mese, dopo il dimezzamento disposto dallo stesso Grasso). Un tweet condannato con decisione dallo stesso Pd.

“La fiducia è stata violata”. Con queste parole il presidente del Senato Pietro Grasso ha motivato la sua decisione di lasciare il Partito Democratico in polemica con Matteo Renzi per l’approvazione a colpi di fiducia della nuova legge elettorale. Alla seconda carica dello Stato era stata offerta prima la candidatura alla guida della Sicilia, rifiutata, e poi in Zona Cesarini un seggio nel prossimo Parlamento, rifiutato. E lo strappo è molto doloroso soprattutto perché – dicono fonti qualificate – potrebbe non essere un caso isolato.

Il tam tam del Palazzo segnala che ci sarebbero almeno cinque senatori pronti a seguire Grasso e a lasciare i Dem e sono Vannino Chiti, Claudio Micheloni, Luigi Manconi, Walter Tocci e Massimo Mucchetti. Ma la vera slavina che potrebbe terremotare il Pd potrebbe arrivare dal 6 novembre in poi, ovvero dopo le elezioni regionali siciliani. Se davvero, come pare, Fabrizio Micari dovesse risultare solo terzo, se non quarto, e sotto il 20% le conseguenze nel Partito Democratico potrebbero essere devastanti e deleterie a pochi mesi dalle elezioni politiche.

Perfino il pacato Franco Monaco, prodiano della prima ora, usa parole durissime: “Essendo Grasso uomo delle istituzioni, lo capisco perfettamente: il Pd è irriconoscibile soprattutto per la sua deriva, già vistosa nel referendum costituzionale, verso l’antipolitica: da ‘partito della Costituzione’ (come sta scritto nella sua Carta fondativa) a partito che destabilizza le istituzioni”. Praticamente un annuncio di addio e infatti i rumor dicono che anche i fedelissimi di Romano Prodi avrebbero ormai le valigie in mano. Così come i pochi parlamentari vicini a Enrico Letta. Occhi puntati anche sulle mosse di Gianni Cuperlo che aveva deciso di non seguire Bersani in Mdp che è sempre stato lontano dalla linea del segretario.

Anche nelle due minoranze ufficiali, quella di Andrea Orlando e quella di Michele Emiliano, ci sarebbero deputati e senatori che stanno pensando seriamente allo strappo. E perfino il Guardasigilli pare che non metterebbe la mano sul fuoco sulla sua permanenza nel Pd. In totale, da qui ai prossimi mesi e fino al voto, potrebbero perfino essere 30 o 40 i parlamentari in uscita. Se non di più. Ma anche diversi consiglieri regionali e comunali, da Nord a Sud, stanno valutando in questi giorni il da farsi senza escludere di seguire l’esempio di Grasso.

Per andare dove? L’idea potrebbe essere quella di aderire direttamente ad Articolo 1 – Mdp oppure di dar vita ad un movimento nuovo, che poi in vista delle elezioni confluisca in un cartello elettorale con i bersaniani, Sinistra Italiana e Possibile di Pippo Civati. Da valutare la posizione di Giuliano Pisapia che si era riavvicinato al Pd in polemica con Speranza ma che dopo il passaggio parlamentare sulla legge elettorale è stato molto duro con Renzi.

Il ragionamento di alcuni deputati è che è meglio cercare casa altrove, in una formazione che potenzialmente potrebbe fare il 10%, ovvero 45-50 deputati, che restare in un Partito Democratico egemonizzato dai renziani, con un affollamento di candidati e con sempre meno voti. E c’è chi già preferigura Grasso come leader e candidato premier del rassemblement di sinistra. Ma il percorso è ancora lungo…

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