Presta Diretta, pene sempre più corto, sterilità in aumento: maschio in via d’estinzione ecco perchè

A far luce sui rischi derivanti dall’abuso di alcune sostanze chimica nella produzione di oggetti di uso quotidiano c’ha pensato l’ultima puntata del programma di RaiTre, con una lunga e approfondita inchiesta proprio sulle modificazioni a livello genetico e ormonale

pene più corto di quasi un centimetro rispetto al passato. “Il testosterone è fondamentale per un uomo“, spiega Richard Sharpe, professore del Centro per la salute riproduttiva dell’Università di Edimburgo, membro del Consiglio della Società Europea di Endocrinologia e vicedirettore della rivista scientifica Human Reproduction a Presa Diretta. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca il link. “Stiamo vedendo che il programma di sviluppo attivato dal testosterone non sta più funzionando correttamente“.

E cosa ben peggiore, nello stesso periodo di tempo i tassi di infertilità maschile sono cresciuti costantemente come, pur rimanendo rari, non mancano casi di maschi con caratteristiche fisiche femminili: dalla scarsa presenza di peli e barba sino alla comparsa del seno. Diventare maschio – sottolinea Sharpe – significa modificare questo programma. “E gli uomini sono più vulnerabili rispetto alle donne, perché i feti maschili sono più sensibili alle sostanze chimiche dell’ambiente, rispetto a quelli femminili”. E la sterilità maschile nel nostro Paese è raddoppiata in 20 anni, come dimostrano i tanti casi di coppie che faticano ad avere figli. La Priori, uno tra i più importanti ricercatori italiani nel campo della bio-medicina, ha ancora un sogno da realizzare, ovvero sconfiggere la morte improvvisa nei giovani dovuta a malfunzionamenti del cuore. Insomma in Italia in 50 anni abbiamo perso il 50% delle nascite. Non stupisce dunque se il Belpaese sia in netto calo demografico. Con una media di 1,3 figli per donna si è stimato che nel giro di tre generazioni sparirà il 60% dei giovani. “I casi al limite della fertilità sono veramente aumentati, una volta un uomo produceva 300, 400 milioni spermatozoi per eiaculato ora circa il 30% in meno”, spiega a Presadiretta Carlo Foresta, direttore dell’Unità di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera di Padova.

Si chiama femminilizzazione e non è un processo frutto delle degenerazione dei costumi sessuali come vorrebbero integralisti religiosi e fan del machismo, ma dell’inquinamento. Innanzitutto alle sostanze chimiche con cui, mangiando o nelle attività quotidiane, arriviamo a contatto ogni giorno.

“Noi siamo tutti programmati per essere di sesso femminile”. Tra queste soprattutto i ftalati, presenti nei saponi, nei profumi e in molt altri oggetti di uso quotidiano. In sostanza si starebbero femminilizzando perdendo la loro capacità riproduttiva. Oppure il bisfenolo A: “Nei cibi in scatola all’interno c’è – spiega a PresaDiretta Nicolas Olea, esperto di bisfenolo A dell’Università di Granada – una pellicola che sembra plastica…anche quella è fatta di bisfenolo A, e una parte può migrare nel cibo che mangiamo”. È il programma di base. Alcuni studiosi parlano di femminilizzazione del maschio, ma io trovo più preciso definirlo: “un fallimento della mascolinizzazione“.

“Il numero degli spermatozoi è crollato, il testosterone di un uomo di 60 anni oggi è molto più basso rispetto a quello di suo padre quando aveva la stessa età, in Italia un ragazzo su 3 è a rischio infertilità e la sterilità maschile è raddoppiata in 20 anni. Nel nostro Paese ormai una coppia su 5 non riesce ad avere figli e ricorre alla fecondazione in vitro”, è questo quanto si legge sul portale della Rai dove si legge ancora che stanno saltando le proporzioni delle misure antropometriche dei giovani di oggi, lunghezza del pene compresa, mentre assistiamo in natura a cambiamenti fisici sconcertanti con alligatori e pesci che cambiano sesso.

Fertilità ridotta

La questione più importante è quella della riduzione della fertilità. In Italia, per dire, è più che raddoppiata in venti anni. Non stupisce dunque se il Belpaese sia in netto calo demografico. Secondo quanto scrive il quotidiano torinese, infatti, “se continuiamo cosi, con 1,3 figli in media a donna, siamo destinati a veder sparire il 60% dei giovani nel giro di tre generazioni”. Carlo Foresta, direttore dell’Unità di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera di Padova, ha infatti spiegato a PresaDiretta che “i casi al limite della fertilità sono veramente aumentati, una volta un uomo produceva 300, 400 milioni spermatozoi per eiaculato ora circa il 30% in meno”. Non poco.

Il pericolo viene dalla chimica

Ma a cosa è dovuta questa trasformazione dell’uomo? Innanzitutto alle sostanze chimiche con cui, mangiando o nelle attività quotidiane, arriviamo a contatto ogni giorno. Tra queste soprattutto i ftalati, presenti nei saponi, nei profumi e in molt altri oggetti di uso quotidiano. Oppure il bisfenolo A: “Nei cibi in scatola all’interno c’è – spiega a PresaDiretta Nicolas Olea, esperto di bisfenolo A dell’Università di Granada – una pellicola che sembra plastica…anche quella è fatta di bisfenolo A, e una parte può migrare nel cibo che mangiamo. La maggiore fonte di esposizione a questa sostanza per noi pensiamo sia proprio il cibo in scatola”.

Fallimento del maschio

Ed ecco dunque che con l’esposizione a questi elementi chimici sin dal momento in cui siamo nella pancia della mamma genera la femminizzazione del maschio. “Noi siamo tutti programmati per essere di sesso femminile – spiega Richard Sharpe, professore del Centro per la salute riproduttiva dell’Università di Edimburgo – Se non succedesse qualcosa durante lo sviluppo del feto saremmo tutte femmine. È il programma di base. Diventare maschio, significa modificare questo programma. Il testosterone è fondamentale per un uomo. Quello che noi stiamo vedendo, è che il programma di sviluppo attivato dal testosterone non sta più funzionando correttamente. Alcuni studiosi parlano di femminilizzazione del maschio, ma io trovo più preciso definirlo: un fallimento della mascolinizzazione”.

La sterilità tanto temuta nel mondo antico, come testimonia la Bibbia, punizione che si poteva risolvere in un miracolo divino – come il concepimento miracoloso di Isacco e quello di Giovanni Battista, o la manna nel deserto – non esiste più. Un profondo cambiamento nel modo di concepire la riproduzione umana ha fatto sì che la sterilità – quella che veniva considerata nelle società tradizionali una delle peggiori maledizioni per un essere umano – sia in un certo senso scomparsa. Non solo perché ormai la definizione di questa condizione, che è in mano ai medici, viene rivestita da eufemismi, come “infertilità” o “problemi di fertilità”. Ma soprattutto perché l’uso degli anticoncezionali fin dalla prima gioventù fa sì che nessuno sappia più se è sterile o no. Se, e quando, a una età più avanzata, una persona decide di avere un figlio e incontra dei problemi a concepirlo, è sempre più difficile capire se si tratti di una sterilità originaria o dell’effetto che tanti anni di contraccettivi hanno avuto sul suo complicato meccanismo riproduttivo. E questo capita anche, se non soprattutto, agli uomini, nonostante essi non siano oggetto d’interventi diretti con contraccettivi chimici. La fertilità è anche, e sta diventando sempre di più, un fatto psicologico, non solo chimico, perché, quando la si scopre, si prova una acuta sofferenza. Ma questa difficoltà a concepire non viene considerata – e probabilmente a ragione – come una volta, sterilità: sembra essere piuttosto una protesta del corpo, al quale per anni è stato mandato il messaggio “niente figli” e che poi non è più disposto a fare figli a comando. Certo, abbiamo salutato con gioia la fine della concezione antica di sterilità, vissuta come una tragedia che condizionava la vita e, fino a tempi abbastanza recenti, attribuita dalla scienza medica tradizionale solo alla donna, cioè a colei che portava nel suo corpo il segno della fertilità. La donna sterile, disprezzata perché incapace di adempiere alla sua funzione, non è più una condizione umana moderna, almeno nel mondo occidentale. La prima ragione di questa scomparsa va ricercata nelle trasformazioni demografiche che hanno segnato l’Occidente dopo la rivoluzione industriale: con il miglioramento delle condizioni di vita e grazie alle scoperte mediche,infatti, è sembrata assicurata la continuità del gruppo umano di appartenenza e ha avuto fine il timore ancestrale dell’estinzione che aveva tormentato l’umanità. Inoltre, la disgregazione di ogni senso di appartenenza a forme di vita comunitarie, compresa la famiglia, e l’affermarsi di un esasperato individualismo hanno cancellato un altro tipo di timore, quello che la famiglia – senza arrivare a parlare di lignaggio – si estinguesse. Oggi siamo delle monadi, preoccupate solo di vivere meglio possibile questa vita: il futuro non ci interessa. L’immanenza che ci caratterizza, l’assenza di interesse per l’avvenire, rendono infatti indifferente, per un numero sempre crescente di persone, il problema della riproduzione. E dei figli sono sempre più sentiti i lati negativi – la fatica, le preoccupazioni, le spese, i limiti alla libertà – che non quelli positivi. Se i figli non sono più considerati una benedizione, la sterilità non è più una maledizione. È una scelta, prima voluta e poi subita, vista sempre più positivamente perché sembra garantire quella che è considerata la condizione ottimale, cioè la libertà individuale. Se della sterilità si parla poco, quasi niente si parla della sterilità maschile, per molto tempo ignorata e nascosta perché, nelle culture occidentali, veniva confusa con l’impotenza, e quindi considerata una ferita vergognosa, lesiva dell’identità maschile. Nelle culture diverse dalla nostra, invece, (vedi articolo di Girola) non ha costituito un problema perché molto spesso era ignorato l’apporto maschile alla riproduzione. Invece, oggi, la gravità del problema impone che venga affrontato: la sterilità maschile è in costante aumento, ed è superiore a quella femminile arrivando a prendere le dimensioni di una malattia sociale. Le cause, come indicano gli articoli (Foresta, Lenzi e Mancini) possono essere genetiche o mediche e, nell’ultimo caso, possono essere curabili, ma molto spesso sono difficili da individuare perché si tratta di cause ambientali – dall’inquinamento alle posizioni tenute durante il lavoro, ma anche tensioni psicologiche che derivano da nuove situazioni sociali – che il singolo non ha potere di mutare (Lombardo, Nava). Tant’è vero che la sterilità da cause ambientali colpisce anche alcuni tipi di animali. Oggi, invece di studiare la sterilità, e di cercare di curarla, la medicina sembra avere privilegiato la soluzione tecnica, cioè la fecondazione artificiale, nonostante il suo basso tasso di riuscita. Abbastanza recente è la nascita dell’andrologia, cioè della branca medica che affronta l’uomo dal punto di vista dell’apparato sessuale (Isidori), a differenza della ginecologia, che ha radici addirittura nell’antichità greca: “Quello della donna è un corpo instabile e soggetto a malattie specifiche: l’andrologia è invenzione molto recente, perché solo da poco si sono create anche nella medicina le premesse teoriche per pensare a malattie dell’uomo”. Nell’antichità greca, il corpo della donna veniva studiato “come inquietante e minaccioso” mentre quello dell’uomo – temprato dalla fatica dell’esercizio ginnico o del lavoro dei campi, nonché della sua ideologia, in vista della fatica suprema della guerra – “perde ogni paticità, per divenire simbolo apatico” . Ai recenti studi sulla sterilità maschile di ordine medico, e alle cause ambientali come l’inquinamento, bisogna aggiungere una novità, cioè l’apporto della psicanalisi, che aiuta a identificare e ad affrontare le ragioni e gli effetti psicologici di una situazione apportatrice di sofferenza (Risé) che oggi, insieme con quelle sociali, cominciano ad essere riconosciute come cause primarie e importanti . Ad esempio, è stata identificata come una delle cause sociali la confusione fra i sessi che caratterizza la nostra società: non ci preoccupiamo più, infatti, di mantenere ben separati i ruoli femminili e maschili, come è stato sempre fatto da tutte le società tradizionali che vedevano in questa separatezza la garanzia simbolica della riproduzione del gruppo umano di appartenenza. In tutte le culture, infatti, è sempre stata considerata condizione necessaria per garantire la fertilità di un gruppo umano la differenziazione accentuata fra donne e uomini, perché è stata sempre forte la consapevolezza che solo dai diversi poteva germogliare un nuovo essere. Nella tradizione greca classica, fra i due modelli virili opposti, Eracle e Adone, solo il primo, maschio violento e combattente, è padre di numerosi figli, mentre il secondo, amante degli aromi e dei profumi che ne fanno un gigolo effeminato, è sterile. Senza dubbio le trasformazioni della nostra società, che tende a penalizzare i ruoli sessuali tradizionali, creando identità sempre meno distinte e complementari, ma sostituibili l’una all’altra, possono essere la causa, o meglio una delle cause, del calo della fertilità maschile. Fra le cause ambientali, si deve porre anche l’effetto della cannabis (Risé, Lombardo) che ormai è talmente diffuso fra i giovani da essere considerato un fenomeno sociale di massa. Affrontando il tema della sterilità maschile vogliamo mettere in luce un problema grave e nascosto, offrire un continente sommerso di informazioni, e lanciare un allarme sociale, che si deve trasformare in una maggiore attenzione alle cause ambientali della sterilità, ma anche in un invito alla ricerca medica di occuparsi di più degli esseri umani curando la sterilità invece di privilegiare la fecondazione artificiale.

CHE COSA S’INTENDE PER “INFERTILITÀ MASCHILE”? COME INTERVIENE LO SPECIALISTA?
Grazie alle recenti ricerche sui meccanismi della fecondazione conseguenti all’evoluzione continua della tecnica di procreazione assistita, l’infertilità maschile negli ultimi anni è diventata sempre più un tema attuale, oggetto di studi complessi da parte del mondo scientifico. Cosa significa infertilità maschile? Quando diventa patologia?
Ecco alcune autorevoli definizioni
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’infertilità di una coppia sessualmente attiva è l’incapacità di ottenere una gravidanza nonostante un periodo superiore a un anno di rapporti non protetti.
Secondo la European Society for Human Reproduction and Embryology (ESHRE) l’infertilità è definita come l’assenza di gravidanza dopo due anni di regolare esposizione a rapporti potenzialmente fertili.
Si può distinguere tra infertilità maschile primaria, quando l’uomo non ha mai indotto una gravidanza e secondaria, quando l’uomo ha già indotto una gravidanza in una partner (attuale o precedente). In questo secondo caso, normalmente le possibilità di recuperare la fertilità sono maggiori rispetto all’infertilità primaria.
In passato si riteneva che la difficoltà di concepimento dipendesse quasi esclusivamente dalla donna: in verità, ormai è dimostrato che in oltre il 50% dei casi è l’uomo ad avere una ridotta capacità riproduttiva.
Negli ultimi decenni, infatti, la qualità del liquido seminale maschile appare peggiorata e nella nuova classificazione WHO (World Health Organization) del 2010 sono stati abbassati i limiti di riferimento di molti parametri dello spermiogramma (analisi al microscopio del liquido seminale) per evitare di dover formulare diagnosi d’infertilità in un numero ancora piu elevato di giovani Secondo uno studio epidemiologico condotto negli USA, ogni anno si verifica un decremento della qualità del liquido seminale pari all’1,5%.
Cosa fare, quindi? Prima di tutto è bene rivolgersi al proprio medico di fiducia che si occuperà di indirizzare la coppia allo specialista, per iniziare le indagini di base.
Queste, solitamente, vengono eseguite dopo un anno d’infertilità, partendo dal presupposto che il problema può essere causato da fattori di entrambi i componenti della coppia: per questo la valutazione medica viene eseguita contemporaneamente.

Infertilità maschile: quale iter? I primi passi: anamnesi ed esame obbiettivo.
Da parte maschile, le indagini cominciano con un’anamnesi generale dell’uomo, cioè la raccolta di dati importanti per il medico specialista, che deve conoscere età, razza, infertilità
primaria o secondaria, peso, altezza, frequenza dei rapporti sessuali, etc.
Dovrà anche valutare la storia di famiglia del paziente, ovvero casi d’infertilità, aborti, patologie genetiche, metaboliche, endocrinologìche; l’anamnesi si conclude con la ricerca di eventuali malattie dell’apparato urogenitale (criptorchidismo, traumi testicolari, orchite, epididimiti, prostatiti, varicocele), malattie sessualmente trasmesse e patologie ostruttive, interventi chirurgici pregressi alle vie genitali, uso di chemioterapie e radioterapie per patologie oncologiche, uso di alcune tipologie di farmaci
Successiva all’anamnesi, il medico effettua un esame obbiettivo dell’apparato urogenitale per poi proseguire con le indagini di laboratorio e, in ultimo, la diagnostica strumentale
Alcuni tra i fattori di rischio più comuni
Nella tabella che segue sono evidenziati i fattori di rischio più comuni in grado d’influenzare in modo rilevante la fertilità maschile. Alcuni di questi sono apparentemente innocui, come la febbre o le infezioni alle vie urinane, invece sono responsabili di deficit talvolta difficili da superare:

Non tutti sanno che un episodio febbrile di oltre 38,5° può alterare la capacità riproduttiva per 60-180 giorni. Terapie farmacologiche Ad esempio antitumorali
Dopo un intervento è facile che la capacità riproduttiva subisca una diminuzione temporanea.
In caso d’interventi dell’apparato genito-urinario è possibile persino la perdita definitiva della fertilità. Trattamenti chirurgici Infezioni urinarie Possono provocare persino danni ai testicoli
Tra queste le più frequenti sono le infezioni da Clamidia, la sifilide, la gonorrea e il virus HPV
Malattie trasmesse sessualmente Orchite Solitamente è associata alla parotite Che possono essere sottovalutati dal paziente.

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