Pensioni, l’Ape volontaria va chiesta online: Boeri vuole eliminare le quattordicesima

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I tempi ad oggi sembrano essere molto ristetti per il Governo, per far partire l‘Ape ovvero l’Anticipo pensionistico tanto discusso che permetterà di andare in pensione prima del previsto e pare proprio che il Governo abbia tempo fino al 1 marzo. Ebbene si, entro quella data, tutti i lavoratori che avranno compiuto 63 anni ed avranno accumulato almeno 20 anni di contributi previdenziali potranno richiedere di andare in pensione prima di quanto previsto dalla legge, con l’Anticipo pensionistico.

Proprio nei giorni scorsi, Marco Leonardi ovvero l’economista dell‘Università Statale di Milano e consigliere economico della presidenza del Consiglio ha assicurato che l’Ape, ovvero l’uscita anticipata per i lavoratori precoci con 41 anni di contributi alle spalle e la sperimentazione del prestito pensionistico prenderanno il via a maggio 2017. Ovviamente sarà importante che il Governo presenti i decreti attuativi entro il 1° marzo. Esistono diversi tipi di Ape, ovvero: volontaria social ed aziendale. Per quanto riguarda la prima ovvero l‘Ape volontaria questa riguarderà tutti coloro i quali decideranno di lasciare il lavoro volontariamente avendo compiuto 63 anni di età ed aver versato 20 anni di contributi, sia che si tratti di uomini che di donne.

In questo caso il lavoratore dovrà chiedere un prestito presso una tra le aziende di credito indicate, che verrà rimborsato dal titolare nel giro di 20 anni a partire dal pensionamento. Per quanto riguarda l’Ape social questa potrà essere richiesta da coloro i quali abbiano compiuto 63 anni di età e 30 anni di contributi ma in questo caso il costo dell’operazione non sarà a carico del pensionato. Questo tipo di pensionamento anticipato è consentito tramite un prestito bancario o da parte di compagnie finanziari ed è rivolto ai lavoratori che si trovino in particolare stato di gravità familiare o di precarietà fisica. L’Ape social può essere richiesta da tutti quei lavoratori disoccupati che abbiano usufruito di tutti gli ammortizzatori e li abbiano esauriti, ed ancora da tutti i lavoratori la cui capacità fisica lavorativa sia ridotta almeno del 74%, dai familiari di disabili con una capacità lavorativa ridotta del 74%.

I soggetti sopra indicati potranno richiedere l’Ape social a patto che questi abbiano compiuto 63 anni ed abbiano anche un’anzianità contributiva di almeno 30 anni. L’Ape aziendale, invece, può essere richiesta dal lavoratore che abbia compiuto 63 anni entro il mese di maggio e che abbia almeno 20 anni di contributi e la pensione non superi i 703 euro; per poter usufruire dell’Ape dovrà esserci un accordo tra il datore di lavoro ed il dipendente. L’Ape social potrà essere richiesto esclusivamente on-line, tramite lo SPID, ovvero il sistema di identità digitale. Bene presto l’Inps emetterà circolari informatrici relative a questo tipo di pensionamento, circolari che sono in fase di ultimazione e verranno messe a disposizione dell’utenza.

Questa è una manovra che fa aumentare il debito implicito, e ogni manovra che lo fa scarica oneri sulle generazioni future». Tito Boeri, vulcanico presidente dell’Inps, non usava mezze misure quando c’era Matteo Renzi. Non sembra cambiato con la gestione di Stefano Gentiloni.

Le innovazioni introdotte dal governo (dall’Ape, l’anticipo pensionistico alla 14esima per chi ha una pensione sotto i 1.000 euro), a Boeri proprio non vanno giù. Ieri – partecipando al convegno “Tuttopensioni”, organizzato da Il Sole 24 Ore – Boeri, ha ribadito la sua contrarietà al nuovo pacchetto pensioni introdotto dalla legge di Stabilità. Il presidente dell’Istituto non sembra aver maturato doti diplomatiche: attacca a testa bassa e scandisce: «La manovra aumenta la generosità di trattamenti su categorie che hanno già fruito di trattamenti più vantaggiosi di chi li fruirà in futuro», salvo poi – nel corso del dibattito con il consigliere economico della presidenza del Consiglio, Stefano Patriarca – correggere il tiro e assicurare di non essersi riferito al cosiddetto Anticipo pensionistico. Per quest’ultimo, invece, nella legge di bilancio «ci sono forti elementi di equità, visto che si è deciso di fare un’operazione selettiva di sostegno alle situazioni di maggiori difficoltà sul lavoro».

In effetti – stando ai conti – chi accede all’Ape volontaria si paga l’anticipo pensionistico con una sorta di mutuo previdenziale e poi accettando una riduzione dell’assegno a vita.
Nel mirino di Boeri c’è, piuttosto, l’allargamento della platea dei pensionati che riceveranno dal 2017 la quattordicesima, che, dice, è tra le «operazioni che non vanno a tenere conto della situazione economica complessiva delle famiglie». Ad esempio, ha spiegato, i soldi stanziati potrebbero andare «al marito della ricca manager», mentre quello che andrebbe fatto è «concentrare l’aiuto su persone che sono in situazioni reddituali e patrimoniali di difficoltà», individuabili attraverso lo strumento del nuovo Isee (l’Indicatore della situazione economica che tiene conto di redditi personali e familiari, patrimonio e ricchezze ereditate).

L’ipotesi di selezionare la platea di chi riceverà la 14 esima ovviamente fa infuriare i sindacati che ormai anno verno più iscritti a riposo che lavoratori attivi.
Corretto, in parte, il giudizio sull’Ape dell’economista bocconiano, è chiaro che permangano «forti iniquità, differenze di trattamento macroscopiche, anche nell’ambito della stessa generazione», evidenziano le ricadute che la riforma avrà in termini di debito pensionistico implicito, quello cioè «che non vediamo nelle statistiche, ma è implicito negli impegni che Stato prende verso i contribuenti».

Un conflitto generazionale che Boeri attenuerebbe – se ne avesse la facoltà politica, che non ha – introducendo altri mattoncini previdenziali. E assistenziali. Già dai tempi del lavoce.info (il sito di economisti lanciato proprio da Boeri), si teorizzava un intervento per le classi più disagiate. La crisi, in effetti, ha quasi raddoppiato gli italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Boeri non ha mai nascosto la propria simpatia per l’introduzione del “reddito di cittadinanza”. Peccato che i costi – stimati dall’Istat in 14,9 miliardi presentati alla Commissione Lavoro – siano insostenibili. E così le 2 milioni e 759mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà (10,6% delle famiglie residenti in Italia), restano appese alla carità e al volontariato.

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