Aborto, donna respinta da 23 ospedali

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Il racconto della donna respinta da decine di ospedali pubblici prima di poter abortire: “Non dimenticherò mai la mancanza di professionalità e di umanità”

Già madre di due figli, la 41enne, nonostante tutte le precauzioni per non rimanere incinta, si è accorta lo scorso dicembre di aspettarne un terzo. Com’è finita? Solo dopo essersi rivolta in extremis alla Cgil, a gennaio – poco prima dello scadere dei fatidici novanta giorni – la donna ha potuto sottoporsi all’interruzione di gravidanza. L’ospedale di Padova, la sua città, è stato il primo ad essere interpellato. Gira 23 ospedali in Veneto, ma anche in Friuli e Trentino, per poter riuscire ad abortire. Una storia limite, certo, ma che stupisce fino ad un certo punto in un Paese dove sette ginecologi su dieci sono obiettori di coscienza. Poi ha allertato la Cgil che ha risolto il caso ma l’amarezza resta: “Lo trovo offensivo e inutilmente doloroso”, ha detto la donna al termine della sua disavventura.

Una storia che ha portato la Cgil del Veneto a chiedere che siano create le condizioni per il rispetto della legge 194, con l’assunzione di personale sanitario non obiettore. Posto che anche essere obiettori di coscienza è un diritto, “non è concepibile costringere le donne a intraprendere vere odissee per vedersi garantire il rispetto di una legge dello Stato”, conclude il sindacato. Secondo la Cgil, in Veneto risulterebbe obiettore l’80% dei ginecologi, con situazioni particolarmente gravi a Padova e Belluno. “Una struttura pubblica doveva darmi garanzia dell’applicazione della normativa”. La novità è stata annunciata da Domenica Scibetta, direttore dell’Ulss 6 Euganea, che ha la giurisdizione sugli ospedali di Piove di Sacco, Cittadella, Camposampiero e Schiavonia, dove lo scorso anno sono stati effettuati 529 aborti grazie alla presenza di quegli otto non obiettori, su un totale di 41 medici (con un tasso di obiezione di coscienza quindi all’80%). Da parte sua l’assessore regionale alla Sanità del Veneto, Luca Coletto ha annunciato un’indagine interna, approfondendo la vicenda e sentendo anche la donna. “Ritengo Zaia personalmente responsabile della sofferenza inflitta a questa donna e a tutte quelle che in questi anni sono rimaste in silenzio, senza denunciare la mancata assistenza”.

La denuncia di Giulia, nome fittizio per proteggere l’identità di questa donna, ieri ha agitato il mondo politico e sindacale. «L’aborto in Veneto è un diritto negato», ha tuonato il consigliere regionale Piero Ruzzante, fresco di passaggio dal Pd ai Dp, che già un anno aveva presentato un’interrogazione in cui, evidenziando il fatto che il Veneto tra le regioni del Nord aveva la percentuale più alta di ginecologi obiettori (il 76,7 per cento), chiedeva al governatore Luca Zaia come intendeva garantire l’applicazione della legge 194, quella appunto sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). «Ritengo Zaia personalmente responsabile della sofferenza inflitta a questa donna e a tutte quelle che in questi anni sono rimaste in silenzio, senza denunciare la mancata assistenza», ha rincarato la consigliera regionale del Pd, Alessandra Moretti.

È intervenuto anche il sindacato: «Non è concepibile costringere le donne ad intraprendere vere e proprie odissee per vedersi garantire il rispetto di una legge dello Stato», ha scritto la Cgil regionale, chiedendo all’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto, «di farsi garante del rispetto della legge in tutte le strutture pubbliche del Veneto, affinché situazioni come quella di “Giulia”, non abbiano più a verificarsi».

Soluzioni? Alessandra Moretti ne ha suggerito una: «Zaia dovrebbe prendere esempio dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ha indetto un concorso per assumere medici non obiettori in un ospedale romano». Bandi per soli ginecologi non obiettori esattamente come è stato fatto in Polesine, a Trecenta, per i biologi della procreazione medicalmente assistita? Coletto scuote la testa: «Un bando ad hoc mi pare difficile – dice l’assessore – teniamo presente che la legge tutela sia chi vuole abortire sia chi è obiettore di coscienza. Un bando riservato esclusivamente a non obiettori potrebbe essere impugnato».

Con il 76,2% di obiettori, il Veneto è la nona regione in Italia (e l’unica del Nord nella top ten del ministero della Sanità) per numero di ginecologi che lavorano in ospedali pubblici e rifiutano di applicare una legge dello Stato, la 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono presidi praticamente “off li-mits” per le donne: è il caso dell’Azienda di Verona, Borgo Trento, con il 92,86% di obiettori (dati 2016); o di Camposampiero (Padova)che l’anno prima raggiungeva addirittura il 100%. Ancora, con riferimento al 2015: in Azienda Ospedaliera a Padova, centro di eccellenza per la salute della donna e del bambino, la percentuale è dell’80%, del 93,8% all’Angelo di Venezia, del 69,2% a Belluno; nel 2016 del 90% a Castelfranco e dell’80% al Ca’Foncello diTreviso.

Una “mappa” dell’obiezione che ben fa capire come una padovana di 41 anni, già madre di due figli e in attesa del terzo, abbia dovuto bussare inutilmente alla porta di 23 diversi ospedali del Triveneto prima di essere presa in carico proprio da Padova, da cui era partita. Ma solo dopo essersi rivolta alla Cgil. Non c’è posto, ci sono le vacanze, sono tutti obiettori: queste le risposte che si era sentita dare. E il problema non era solo quello di trovare un medico, ma anche un anestesista non obiettore di coscienza. Il fatto risale al dicembre 2015, un altro simile è accaduto lo scorso febbraio.

«Sulla vicenda andremo a fondo, verificando una per una le situazioni che si sono determinate negli ospedali veneti ai quali la signora si è rivolta contattando direttamente la paziente per avere informazioni dirette e particolari utili a chiarire il tutto», ha detto l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, «Una legge c’è, la 194, e in quanto tale va rispettata, trovando il giusto equilibrio tra i diritti che la norma sancisce e quelli, purinnega-bili, dei sanitari che fanno obiezione di coscienza. Lo facciamo da quando la 194 è entrata in vigore. Il caso della signora di Padova non avrebbe dovuto verificarsi, ma credo di poter dire che siamo di fronte all’eccezione che conferma la regola e cioè che in Veneto si lavora sempre nel rispetto delle norme».

Intanto il direttore generale dell’Usl Euganea di Padova Domenico Scibetta ha presentato qualche settimana fa in Regione un progetto di riorganizzazione per far fronte al problema; progetto che potrebbe diventare presto un modello per tutte le aziende sanitarie venete. «Stiamo lavorando per la creazione di un unico polo nell’ambito dell’Euganea dove si possa fare l’interruzione volontaria di gravidanza in spazi dedicati, ricevendo il necessario supporto psicologico, con la tutela della privacy garantita», spiega Scibetta, «Contiamo di mettere a punto il tutto entro la fine  dell’anno. Operazione, questa, che verrà realizzata mettendo insieme i medici non obiettori e che è stata resa possibile grazie alla riforma regionale di accorpamento delle Usl». Altre aziende sanitarie venete assicurano che l’applicazione della 194 è regolarmente garantita. Come a Belluno dove le percentuali di obiezione sono tra le più basse del Veneto. Spiega il direttore sanitario Giovanni Maria Pittoni: «Abbiamo ostretrici e anestesisti non obiettori in entrambe le struttura ospedaliere. Quanto ai medici, i non obiettori sono quasi in prevalenza rispetto a chi si oppone».

Preoccupazione viene espressa invece dalla Cgil che chiede l’assunzione di medici non obiettori. E poi: «C’è un’ipotesi di ospedalizzazione dei consultori», afferma Alessandra Stivali esponente Cgil, «Chiediamo che restino invece nel territorio e che vengano messi in rete da parte della Regione gli ospedali dove le donne possono trovare assistenza per praticare l’interruzione di gravidanza». (s. t.)

Nel Padovano nascerà un polo ospedaliero ad hoc per l’interruzione volontaria della gravidanza. Entro la fine dell’anno gli otto ginecologici della provincia non obiettori di coscienza saranno riuniti in un’unica struttura. Il progetto, di cui al momento non fanno parte i camici bianchi che prestano servizio in città, è stato annunciato dal direttore dell’Ulss 6 euganea Domenico Scibetta, all’indomani di quanto denunciato da una 41 enne di Padova costretta – secondo il proprio racconto – a per egrinare per 23 ospedali tra Veneto, Trentino e Friuli, prima di poter abortire.

All’Ulss 6 fanno capo gli ospedali di Cittadella, Piove di Sacco, Camposampiero e Schiavonia dove, l’anno scorso, sono stati effettuati 529 aborti.N ella provincia di Padova, come dicevamo, ime- dici favorevoli all’interruzione volontaria di gravidanza sono soltanto 8 su 41: gli obiettori di coscienza, dunque, sono l’80%. In città il dato raggiunge il 95%.
«L’aggregazione dei medici in un unico centro», dice il direttore dell’Ulss 6 «è una grande opportunità che ci viene offerta dalla legge regionale 19 sui nuovi ambiti territoriali». Scibetta si sofferma poi sulla denuncia della 41 enne padovana: «Non abbiamo motivo di dubitare della signora, tuttavia non c’è alcun riscontro oggettivo di dinieghi da parte delle nostre strutture».

Del caso si occuperanno i Nas, che cercheranno di capire i motivi per cui nei 23 ospedali del Nordest non sarebbe stata rispettata la legge 194, quella che regola l’aborto. Nel frattempo però anche il direttore della clinica ginecologica e ostetrica dell’Università di Padova, il professor Giovanni Battista Nardelli, nega che qualcuno del suo staff si sia opposto alla richiesta della signora. In Veneto, dal 2006a l 2016,il numero degli aborti è sceso da 7090 a 5023. È calata anche la percentuale dei camici bianchi disposti a praticarlo. Gli ultimi dati disponibili, in questo caso, risalgono al 2015 ed attestano che tra le regioni del Nord il Veneto è quella con la percentuale di medici obiettori più alta, il 76.7 per cento. Negli ospedali di Adria (in provincia di Rovigo), a Camposampiero e nel polo dell’Est Veronese è del 100 per cento. All’ospedale scaligero di Borgo Trento su 14 ginecologi in organico soltanto uno non è contrario all’aborto. All’ospedale dell’Angelo di Mestre e a Mirano (in provincia di Venezia) gli obiettori sono quasi il 93% A Treviso l’83.3 e a Vicenzal’81. Una mosca bianca è l’ospedale di Bassano, in cui il dato scende al 33.3%.

Che fine fa un feto abortito? Come muore e come avviene il feticidio? In una settimana nella quale abbiamo molto parlato di eutanasia e scritto soprattutto di dolce morte, desidero ricordare a tutti coloro che si sono scandalizzati e si sono espressi in modo critico per il trattamento di fine vita che si pratica presso la clinica elvetica Dignitas, ed in molte altre simili in Svizzera e nel mondo, che in Italia esiste dal 1978 la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza (IDV) che permette di abortire,cioè di sopprimere la vita nascente, cioè di eliminare un feto vivo di alcuni mesi, ovvero di ucciderlo, sano o malato che sia.

Se è vero infatti che la legge si applica di norma nel caso in cui il feto presenti malattie o malformazioni, anche compatibili con la vita, se la madre lo richiede, è pur vero che la stessa é valida anche nel caso in cui questo sia perfettamente sano, ma percepito dalla donna come causa di una gravidanza che mette a rischio il suo stato psico-fisico,condizione questa che avviene in oltre il 90% di tutti i circa 200mila casi di aborto che vengono eseguiti ogni anno nel nostro Paese.

L’intervento chirurgico praticato sui feti da eliminare viene effettuato su di loro senza alcuna terapia di “dolce morte”, senza alcun farmaco per anestetizzarli, senza un antidolorifico e nemmeno una goccia di pento- barbital, poiché essi vengono soppressi da vivi e da svegli, mentre sono inconsapevoli ma reattivi, cioè già capaci di tentare di difendersi e di muoversi e quindi con muscoli, cervello e nervi in maturazione ma già formati, come anche la testa, le braccia, le gambe e il loro cuore che batte a ritmo regolare. Come la chiamate questa procedura? Non è forse una forma di eutanasia legalizzata?

LA LEGGE
È doveroso precisare che la 194 è una legge sacrosanta, un diritto fondamentale delle donne che permette loro di decidere cosa fare del loro corpo e della vita che cresce nel loro utero, un libero arbitrio che ha salvato milioni di mancate madri dalle complicanze e dalle morti degli aborti clandestini, e prima che venisse varata molte ragazze erano costrette ad usare canali illegali o a recarsi all’estero per interrompere la gravidanza, a varcare i confini, esattamente come accade oggi a chi decide di porre fine alla propria esistenza e di morire assistito con dignità, anche senza ricorrere all’eutanasia. Secondo la legge italiana l’aborto “volontario” (IDV) può essere praticato entro e non oltre il primo trimestre, cioè entro i primi novanta giorni di gravidanza.

Se però si riscontrano complicazioni o problemi per il feto o la madre, la legge permette di abortire anche dopo il termine consueto, ovvero lino al 180mo giorno, cioè entro il sesto mese di gestazione. In questo caso si parla di aborto “terapeutico” (ITG) che oggi può essere esteso fino alla 22ma settimana, considerata il periodo limite prima che il feto possa vivere autonomamente fuori dall’utero materno. Le procedure mediche e chirurgiche per l’interruzione di gravidanza sono diverse a secondo delle settimane di gestazione. Attualmente entro la settima settimana si usa somministrare alla gestante la pillola RU486 (mifepristone) da assumere per via orale, un farmaco che “blocca” la gravidanza, che la interrompe con il successivo apporto di progesterone per via locale, producendo entro 48ore un aborto “medico” per cui il feto muore e viene espulso per via vaginale, come avviene in un normale aborto spontaneo.

Dal 60mo giorno di gravidanza in poi l’aborto può essere solo chirurgico, per le aumentate dimensioni del feto che cresce e dei suoi annessi, ed il convincimento comune è che esso venga eseguito in modo indolore, con una semplice procedura di aspirazione del “contenuto” uterino (metodo Kar- mal) e con un successivo raschiamento delle pareti interne dell’organo, allo scopo di eliminare i residui fetali e la placenta.

Un feto di 60/90giorni però, per le sue dimensioni, non passa attraverso il calibro ridotto della cannula dell’aspiratore e quindi va necessariamente smembrato (da vivo) usando sul suo fragile corpo la pressione negativa del risucchio del tubo aspirante od utilizzando apposite pinze sul suo corpicino (sempre da vivo) per estrarlo a pezzi, nel caso in cui le sue dimensioni fossero maggiori. Il successivo curettage della cavità uterina, un grattamento delle pareti interne eseguito con un apposito cucchiaio metallico, serve infatti, oltre che a staccare, frantumare ed aspirare il cordone ombelicale e la placenta ancora adesa alla parete dell’organo, anche ad eliminare i residui fetali che eventualmente fossero caduti sul fondo dell’utero e sfuggiti quindi alla forza dell’isterosuzione.

LA PRATICA Chiunque di voi assista personalmente ad una pratica abortiva attraverso lo schermo di un semplice ecografo smetterebbe immediatamente di criticare e di giudicare le migliaia di ginecologi obiettori che esistono nel nostro Paese, come avvenuto in questi giorni, poiché questi medici sono diventati tali per una loro privata crisi di coscienza, dopo aver praticato molti aborti ed aver visto con i loro occhi e provocato con il loro operato quella morte che di dolce non ha proprio nulla, con lo smembramento da vivo di un essere indifeso, non ancora venuto alla luce, e che non ha chiesto né di essere concepito, né di nascere, né tantomeno di morire. Durante l’intervento abortivo infatti si vede chiaramente il feto già formato e vivo, ben riconoscibile nella sua sagoma ridotta di bambino che, pur nella sua immaturità fisica, si difende in maniera esplicita, si allarma, si spaventa, spalanca la bocca in un grido silenzioso, il suo cuore accelera i battiti diventando molto tachicardico, e lui si agita e cerca di opporsi in ogni modo, allontanandosi e cercando di sfuggire a quel corpo estraneo entrato nel suo alveo, a quel tubo intruso che, dopo aver lacerato il sacco amniotico ed aver succhiato tutto il liquido che lo avvolge e lo protegge,ha il solo scopo di frantumarlo, di inghiottirlo e di eliminarlo.

Sul sito di questo giornale, abbiamo postato due filmati, girati e montati da due medici abortisti, che illustrano, uno in modo tecnico e l’altro con l’ausilio delle immagini ecografiche registrate in diretta durante la procedura di un comune aborto chirurgico, per rendere noto visivamente quanto su descritto, per sottolineare come l’interruzione di gravidanza non sia così indolore per la madre e per il figlio, ma soprattutto per spazzare via l’ipocrisia di quanti oggi gridano allo scandalo per i noti casi di eutanasia avvenuti la scorsa settimana. Quale è la differenza tra il sopprimere volontariamente un essere non ancora nato,ancora “incosciente” ma vivo, sano ed esente da patologie ed una persona malata e incurabile, paralizzata e cieca, o comunque già condannata a morire e che invece lo chiede con forza e coscientemente?

Senza nulla togliere ai medici non obiettori, che con il loro faticoso operato permettono l’applicazione di una legge dello Stato che va rispettata, e che soprattutto rispettano la libertà di coscienza di migliaia di donne, le quali oggi sono appunto libere di decidere per la propria vita e per quella che nasce dentro di loro, così il nostro Parlamento dovrebbe partorire una normativa sul nostro fine vita, per legalizzare le nostre ultime volontà su come e quando morire, senza sconfinare in quel limbo di illegalità che oggi purtroppo esiste. Questo non significa invocare una legge sull’eutanasia che nel nostro Paese non riuscirebbe ad essere varata, che non troverebbe mai una maggioranza coesa disposta a votarla, e che non potrebbe nemmeno essere scritta da un collegio di super scienziati, perché indurre la morte volontariamente è un atto contro natura che i medici non sono abilitati e disposti a fare, dal momento che i casi clinici sono molteplici, differenti tra loro, complicati e con diverse eccezioni, e variano nel tempo uno dall’altro, ragione per cui sarebbe impossibile elencarli e normarli in sterili ed inutili emendamenti di un qualunque disegno di legge a scopo eutanasico.

IN AULA La discussione che inizierà in Aula alla Camera il prossimo 13 marzo è una normativa sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) e sul fine vita, una legge che oggi è necessaria, anzi si impone per regolare le nostre volontà, per legalizzare e rispettare le nostre dichiarazioni di sospensione delle cure quando non più utili a curare, per evitare l’accanimento terapeutico, per permettere di essere accompagnati dignitosamente, anche con una sedazione se richiesta, nel momento più fragile della nostra esistenza, quello dei nostri ultimi giorni di vita, quando abbiamo paura, quando siamo inermi e sofferenti, quando siamo incoscienti e indifesi, quando chiediamo aiuto e sentiamo avvicinarsi la morte incombente, o addirittura quando la desideriamo per smettere per sempre di soffrire.
Come oggi possiamo decidere sul destino di un figlio che cresce dentro di noi e sulla sua vita nascente, anche per la nostra vita terminale dobbiamo e vogliamo essere liberi di scegliere, per morire senza traumi e senza disperazione, senza invocare pietà, ma assistiti ed accompagnati da quella medicina che per fortuna oggi offre metodi meno dolorosi e meno cruenti di quelli dell’aborto.

::: I NUMERI 87.639 È il numero delle interruzioni di gravidanza praticate in Italia nel 2015. Il calo registrato rispetto all’anno precedente è del 9,3%. 230.00

È il numero degli aborti praticati nel 1983 in Italia. La legge 194, che permette l’interruzione volontaria della gravidanza viene approvata il 22 maggio del 1978. Prima della legge si registravano tra le 350mila e le 450mila interruzioni, registrate negli ospedali come aborti “spontanei”. 83.346

Se negli anni gli aborti sono diminuiti, soprattutto negli ultimi due anni, è grazie anche alla possibilità di acquistare senza obbligo di ricetta medica (per chi ha compiuto 18 anni) della cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Si tratta di un farmaco da assumere per via orale che blocca la gravidanza. Nel 2015 ne sono state vendute poco più di 83mila.

31,3%È la percentuale delle donne straniere che in Italia, nel 2015, ha fatto ricorso all’interruzione volontariadi gravidanza. Anche in questo caso, però, il numero è in diminuzione, nel 2014 era del 33%.

La Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge sulla responsabilità medica. Si tratta di un provvedimento tanto atteso e lungamente invocato per mettere ordine in una situazione molto complicata. Da un lato, i cittadini dovrebbero vedersi garantiti i loro diritti fondamentali e, se possibile, semplificate le procedure; dall’altro, occorre arginare il fenomeno della cosiddetta medicina difensiva, vale a dire le pratiche utilizzate dai medici stessi per prevenire eventuali azioni legali. La medicina difensiva aumenta i costi e causa danni alla salute dei pazienti. Se un medico non lavora sereno e la sua preoccupazione principale diventa quella di pararsi dalle azioni giudiziarie, è ovvio che la qualità del
suo lavoro ne risente ed i costi per la collettività aumentano.

Oggi la medicina difensiva costa circa dieci miliardi, secondo le stime della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari. Per costo si intende il surplus di spese sanitarie non legate a finalità terapeutiche, ma alla riduzione del rischio di contenzioso (in buona parte prescrizioni inutili). È una cifra enorme, se consideriamo che il fondo sanitario nazionale ammonta a circa 109 miliardi: siamo quasi al 10%. Questi costi inutili tolgono la possibilità di finanziare cose utili.

Resta da capire se questi nobili obiettivi verranno raggiunti dalla legge. Ho qualche dubbio per due motivi. Il primo è legato al dibattito parlamentare, lungo e pasticciato, che ha portato ad introdurre cose un po’ strane dal punto di vista giuridico, tipo la coabitazione tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale e la possibile confusione tra i profili
penali, civili ed amministrativi. Il secondo è legato al margine eccessivo lasciato a pubblici ministeri e giudici nel valutare l’adeguatezza delle linee guida per escludere o configurare la responsabilità dei medici.
Ogni volta sembra sempre emergere una sudditanza della politica di fronte alla magistratura, che non giova. Purtroppo, in un sistema dove manca il buon senso, questa legge rischia di essere la classica montagna che ha partorito il topolino.

4 COMMENTS

  1. Buongiorno, sto riflettendo sul fatto che la stragrande maggioranza dei medici è contraria all’aborto. Forse loro si stanno rendendo sempre più conto che abortire è una cosa molto brutta.
    L’altro giorno ascoltavo una trasmissione che parlava di come diamo il nome a ciò che ci circonda. Diceva la trasmissione che appena una donna rimane incinta dice che aspetta un figlio; quando invece abortisce elimina un feto. NO ELIMINA UN FIGLIO

  2. E’ sciocco alzare la voce: se si vuole un lavoro ( quello ben pagato di ginecologo in una struttura pubblica ) si deve sapere che il servizio di interruzione id gravidanza è garantito alle donne in difficoltà, o comunque in stato di diritto d’interruzione della gravidanza. Punto: Chi vuol fare obiezione di coscienza si apra uno studio privato, all’interno del quale potrà obbiettare quel che meglio crederà. Però con i soldi di quella signora ( che paga le tasse per mantenere anche quei medici che non l’hanno servita ) non credo che sia giusto mantenere chi fa il proprio dovere in modo incompleto. Non credo nemmeno sia un problema di coscienza, al punto in cui un medico si è fatto assumere, ma un problema di onestà.

  3. l’odissea la fanno quelle madri del sud che vogliono curare i figli, della signora che vuole ammazzare suo figlio me ne sbatto i coglioni!

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