Dimagrire con la dieta militare senza sforzi, le migliori diete del momento

L’opinione degli esperti della Società Italiana di Diabetologia Sid sull’efficacia e la sicurezza di alcuni regimi alimentari

Hotdog, gelato e banane con la Military Diet che promette – 4,5 chili in una settimana. Eppure la dieta militare, che arriva da Oltreoceano e continua a illudere, è una delle tante diete lampo di successo. Secondo quanto riferito, la dieta militare sarebbe la dieta dei tre giorni dimagrante studiata sulla combinazione chimica tra alcuni alimenti che aiuterebbero ad attivare il metabolismo favorendo la termogenesi e di conseguenza aiuterebbe a bruciare i grassi.

I nomi che l’associano all’ambito militare derivano da una logica di severità del regime alimentare da rispettare, regime di dieta che va seguito per soli tre giorni.

Nessuna istituzione sembra l’abbia riconosciuta, nonostante negli Usa sembra funzionare molto bene. Esistono anche altri modi per poter dimagrire in tempi rapidi e senza effettuare alcuno sforzo fisico, come mangiare alimenti che contengono magnesio, aggiungere qualche fiore commestibile all’alimentazione, come nasturzi, violette e fiori di zucca, assumere compresse di carbone vegetale per eliminare i gas intestinali, consumate calcio e scegliete alimenti che eliminano il gonfiore come asparagi, sedano, cipolla, ananas, finocchio, cetriolo o porro. Il risultato: perdita di peso veloce, anche se dovrebbe essere la massa muscolare a calare. Inoltre con questo tipo di dimagrimento non sono da escludere delle conseguenze negative sul benessere della persona. Altra domanda, dopo la dieta dei tre giorni, quale regime alimentare seguire, dato che non è prevista una rieducazione al cibo? La dieta dei tre giorni assicura tra 1100 e 1400 calorie. Ma di cosa si tratta nello specifico?

La Dieta Militare si struttura su tre giorni e su tre pasti e prevede, giustamente, l’assunzione di molta acqua.

Prima colazione: 1 fetta di pane tostato con 2 cucchiai di burro di arachidi, 1/2 pompelmo, 1 tazza di caffè o tè. Giorno 3: Colazione: 5 quadratini di cracker, 30g di cheddar/emmenthal, 1 mela piccola; Pranzo: 1 uovo, 1 fetta di pane tostato; Cena: 2 scatolette piccole di tonno al naturale (o 1 una scatoletta grande), mezza banana, due palline di gelato alla vaniglia. Giorno 2: Colazione: 1 uovo, 1 fetta di pane tostato, mezza banana; Pranzo: 1 confezione di fiocchi di latte (170 g), 1 uovo, 5 quadratini di cracker; Cena: 2 wurstel grandi, 100g di broccoli, 100g di carote, mezza banana, 1 pallina di gelato alla vaniglia.

ATTENZIONE ALLA DIETA PALEOLITICA E CHETOGENICA

E’ la dieta degli uomini primitivi che si nutrivano di quello che riuscivano a raccogliere e a cacciare. In questa dieta, la quota proteica è decisamente elevata, anche in assenza dell’apporto proteico dei derivati del latte (che mancano completamente). La quota di carboidrati invece non differisce nella quantità ma nella qualità, non prevedendo il consumo di prodotti provenienti dal grano.

Una recente metanalisi ha analizzato l’efficacia della dieta paleolitica sui fattori di rischio per le malattie croniche, confrontandola con altri regimi nutrizionali. I soggetti nutriti con la dieta paleolitica rispetto ai controlli presentavano una riduzione della circonferenza vita, dei trigliceridi, della pressione arteriosa e della glicemia a digiuno, fattori che caratterizzano la sindrome metabolica.

Da altri studi emerge che la dieta paleolitica aumenta il senso di sazietà e migliora la sensibilità insulinica. In generale questi effetti benefici ottenuti nel breve termine, non si mantengono nel lungo periodo. Questa dieta potrebbe dare inoltre problemi sul metabolismo del calcio perché mancano completamente latte e derivati.

Gli esperti della Sid concludono dunque che «sono necessari studi su più larga scala e di durata maggiore per trarre conclusioni definitive sia sull’efficacia della dieta paleolitica nella prevenzione di malattie croniche ed eventi cardiovascolari, sia sui suoi possibili effetti avversi».

La dieta chetogenica è un regime alimentare che prevede un basso consumo di carboidrati (pari circa al 5 per cento del fabbisogno calorico giornaliero), un alto contenuto di grassi (superiore al 60 per cento del fabbisogno giornaliero) e da quantità equilibrate di proteine, senza alcuna limitazione dal punto di vista calorico. Questo regime alimentare induce una condizione metabolica definita «chetosi fisiologica» che potrebbe causare in pazienti predisposti episodi gravi di cheto-acidosi, soprattutto se protratte per lunghi periodi. Pur riducendo l’appetito e promuovendo una perdita di peso, secondo alcuni studi ridurrebbe il colesterolo buono in favore di quello cattivo.

Una delle problematiche emergenti dei nostri tempi è l’alta prevalenza di sovrappeso ed obesità. In particolare l’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di numerose patologie croniche quali il diabete mellito tipo 2, l’ipertensione arteriosa, la cardiopatia ischemica, l’ictus e alcuni tipi di neoplasie maligne.

L’obesità può essere definita come un accumulo eccessivo di grasso corporeo nel tessuto adiposo con conseguente rischio per la salute e possibile riduzione dell’aspettativa di vita.

Tale situazione patologica deriva da uno squilibrio tra calorie introdotte nell’organismo e calorie consumate.

Per calcolare il grado di sovrappeso/obesità si può usare una semplice misurazione del rapporto tra il peso e l’altezza chiamata Indice di Massa Corporea (IMC). L’IMC si calcola dividendo il peso in chilogrammi per l’altezza in metri al quadrato (kg/m2). Per fare un semplice esempio, un adulto che pesa 75 kg ed è alto 1,78 m avrà un IMC di 23,6.

Un IMC tra 18,5 e 24,9 indica un soggetto “sano” mentre un IMC tra 25 e 29,9 indica sovrappeso e pertanto “lieve rischio” di sviluppare le patologie croniche descritte; infine un IMG uguale o superiore a 30 costituisce un “rischio medio-alto”.

OBESITÀ E MALATTIE CARDIOVASCOLARI
Le malattie cardiovascolari associate all’obesità comprendono la cardiopatia ischemica, l’insufficienza cardiaca, l’ictus e la malattia vascolare periferica.
Come noto queste patologie sono responsabili di un’elevata morbilità e mortalità nei Paesi occidentali e sono purtroppo in aumento nei Paesi in via di sviluppo.
L’obesità predispone anche allo sviluppo di due importanti fattori di rischio cardiovascolare quali l’ipertensione arteriosa e la dislipidemia (elevati livelli di trigliceridi e coleste- rolo-LDL o “colesterolo cattivo” e ridotti livelli di colesterolo-HDL o “colesterolo buono”).
Con il calo ponderale è possibile modificare in senso migliorativo tali fattori di rischio. Una riduzione ponderale di peso di circa 10 kg può determinare un calo del 15% dei livelli di colesterolo-LDL e un aumento dell’ 8% dei livelli di cole- sterolo-HDL.
Per quanto concerne l’ipertensione arteriosa si è visto che per una riduzione del peso corporeo di 5 kg la pressione arteriosa scende di 3,6-4,4 mm Hg.

Numerosi sono i fattori che concorrono all’instaurarsi dell’obesità, alcuni modificabili altri non quali la genetica individuale.

Tuttavia i fattori più importanti, soprattutto in quanto modificabili, sono l’alimentazione e l’attività fisica. Infatti, una dieta ricca di grassi, ad elevato contenuto calorico, e uno stile di vita sedentario sono fattori strettamente correlati alla diffusione dell’obesità in tutto il mondo. Pertanto è molto importante instaurare una  dieta ipocalorica in associazione a un incremento dell’attività fisica allo scopo di ottenere un graduale calo ponderale duraturo, con tutti i benefici che ne conseguono sullo stato di salute.

Sono sicuramente da proscrivere le diete eccessivamente restrittive in termini di calorie salvo casi eccezionali e quelle con esclusione di sostanze nutritive indispensabili all’organismo. Infatti tali diete, oltre che potenzialmente dannose, vengono raramente seguite nel lungo periodo. Pertanto un soggetto non dovrebbe porsi obiettivi eccessivamente ambiziosi soprattutto all’inizio. Ad esempio un calo ponderale del 10% del peso iniziale è un buon obiettivo in grado di ottenere sicuri vantaggi sullo stato di salute.

LA DIETA IPOCALORICA EQUILIBRATA

Per dieta ipocalorica equilibrata si intende una dieta con ridotto apporto di calorie rispetto al fabbisogno energetico “bilanciata” sia in termini quantitativi che qualitativi, capace di apportare una giusta quantità di nutrienti e di energia evitando carenze nutrizionali. Altra caratteristica della dieta equilibrata è la varietà dei nutrienti che saranno assunti nella giusta quantità da garantire un adeguato benessere fisico e psichico. È corretto non scendere mai (se non in ambito ospedaliero) al di sotto delle 1.000 calorie al giorno, altrimenti possono subentrare effetti collaterali quali un senso di affaticamento e di malessere, che inevitabilmente conducono alla sospensione della dieta prima ancora di aver ottenuto i risultati prefissati. Anche la varietà dei nutrienti è un importante fattore che rinforza l’aderenza alla dieta stessa che pertanto potrà essere seguita più facilmente per lunghi periodi.

Una dieta ipocalorica ottimale fornirà circa 1.000 calorie giornaliere in meno rispetto alla spesa energetica prevista per quella persona e sarà una dieta equilibrata a ridotto apporto calorico, non eccessivamente impegnativa e proponibile anche per lunghi periodi.

Considerando che per ogni 100 calorie assunte in meno si perdono 13 grammi di peso corporeo, una dieta del genere permetterà un calo ponderale di circa 130 grammi al giorno e quindi 3,9 Kg al mese (130 g x 30 giorni). Una dieta del genere, non eccessivamente stressante, può essere seguita per lungo tempo in quanto in grado di modificare le abitudini alimentari rispettando i gusti del soggetto senza esagerate restrizioni. È così possibile mantenere tre pasti sostanziosi (la prima colazione deve apportare il 20% dell’energia giornaliera, il pranzo il 40 %, la cena il 30% e i due spuntini il restante 10%).

Una volta raggiunto il peso ideale può diventare con qualche arricchimento la dieta di mantenimento.

ATTIVITA FISICA REGOLARE
È oramai ampiamente dimostrato che una moderata attività fisica ha importanti effetti positivi sul metabolismo e sullo stato di salute psico-fisica in generale. L’esercizio fisico deve essere preferibilmente di tipo aerobico (attività muscolare generalizzata con carico di lavoro non eccessivo e protratto nel tempo, capace di utilizzare ossigeno con scarsa produzione di acido lattico) Sono sufficienti 30 minuti di movimento (cammino, nuoto, bicicletta, ecc.) al giorno, per almeno cinque volte a settimana, per godere di molti benefici.
L’attività fisica svolta in maniera regolare ha numerosi effetti positivi:
• riduce i livelli di colesterolo nel sangue;
• migliora la tolleranza al glucosio (minor rischio di sviluppare un diabete);
• riduce i livelli della pressione arteriosa;
• diminuisce il rischio di sviluppo di malattie cardiache (infarto, insufficienza cardiaca);
• riduce il rischio di morte prematura;
• previene o riduce l’osteoporosi e il rischio di fratture;
• previene, soprattutto tra i giovani, comportamenti a rischio e dipendenze come l’uso di tabacco, alcol, droghe;
• riduce sintomi quali ansia, depressione e stress;
• diminuisce il rischio di obesità;
• favorisce l’autostima e in generale il benessere psichico;
• riduce disturbi muscolo-scheletrici quali il mal di schiena;
• diminuisce il rischio di tumori del colon.
Si è visto che l’attività fisica regolare svolta in concomitanza con la dieta non migliora il calo ponderale nel breve periodo. Ciò nonostante aiuta a mantenere nel lungo periodo i risultati ottenuti con la dieta. Infatti coloro che svolgono un’attività fisica regolare nel tempo hanno maggiore probabilità di conservare il calo ponderale ottenuto. Secondo
molti, tale effetto positivo non sarebbe legato tanto all’aumento del dispendio energetico, quanto alla maggiore aderenza ai cambiamenti dello stile di vita.
Tutte le Associazioni scientifiche pertanto suggeriscono un’attività fisica regolare, preferibilmente aerobica, per almeno 30 minuti al giorno o, in alternativa, un’ora per tre volte a settimana.
Tale attività ovviamente va individualizzata in base all’età, stato di salute e possibilità della persona al fine di ottenere i migliori risultati realizzabili.
OBESITÀ E SISTEMA MUSCOLOSCHELETRICO
Dagli studi scientifici effettuati risulta in maniera inequivocabile che il soggetto obeso presenta limitazioni nella forza muscolare, nella deambulazione
e nel mantenimento della corretta postura soprattutto per l’aumentato carico su muscoli e articolazioni, in particolare anche, ginocchia e caviglie. Tutto ciò con notevoli ripercussioni sull’efficienza dell’apparato locomotore che viene a ridursi in maniera significativa.
Altro fattore peggiorativo sulla performance muscolo-scheletrica è la sedentarietà, fenomeno molto frequente tra i soggetti obesi, con conseguente ridotta attività del sistema muscolare, articolare e scheletrico. Pertanto gli obesi hanno performance fisiche ridotte rispetto alla popolazione generale, essendo goffi e impacciati nei movimenti.

Di conseguenza è quanto mai utile per i soggetti obesi un programma dietetico con calo ponderale e un’adeguata attività fisica in grado di ottenere un miglioramento della performance fisica oltre che per mantenere nel tempo il calo ponderale ottenuto.
REGIME DIETETICO IPOCALORICO IN AMBITO MILITARE
Come noto la condizione di sovrap- peso/obesità è attualmente presente in molte fasce della popolazione. L’eccesso ponderale riguarda circa 1/3 della popolazione generale italiana sia in termini di sovrappeso (IMC tra 25 e 30 ) che di obesità (IMC > 30 ).
Anche nella popolazione militare la prevalenza del sovrappeso/obesità è una problematica emergente e ciò determina, oltre a una maggiore su scettibilità a determinate patologie, una ridotta capacità operativa in Patria e all’Estero.
Pertanto è quanto mai utile fornire uno schema dietetico di facile esecuzione capace di ridurre l’eccesso ponderale.
Il Dirigente del Servizio Sanitario (DSS), attraverso le visite periodiche, deve individuare il personale militare in sovrappeso e fornire un’adeguata educazione sanitaria riguardo il giusto stile di vita da seguire sia in termini di attività fisica che di alimentazione anche al di fuori dell’orario di servizio.
Un metodo efficace è fornire a tali militari una dieta ipocalorica semplice al fine di ridurre progressivamente l’eccesso ponderale.
Una simile dieta potrebbe portare risultati concreti facendo ricorso alla costanza e alla forza di volontà da parte del singolo.
La dieta ipocalorica ottimale giornaliera fornirà circa 1.000 calorie in meno rispetto alla spesa energetica prevista per quella persona e sarà una dieta equilibrata a ridotto apporto calorico.
Tale tipo di dieta è la più fisiologica e non presenta effetti collaterali per la salute di chi la segue.
Tale obiettivo può essere raggiunto in maniera semplice fornendo a pranzo (e a cena quando prevista) uno dei seguenti schemi dietetici.
Schema dietetico A (circa 600 cal. totali):
• secondo piatto ( circa 150 cal ) composto da: carne bianca (125 gr) max 2 volte/settimana o pesce (150 gr) almeno 3 volte settimana o formaggio fresco (70 gr) max 2 volte/settimana o 2 uova (max i volta /settimana) o prosciutto crudo magro (60 gr) o carne rossa magra (125 gr) max 1 volta/settimana;
• contorno (circa 50 cal) composto da: verdure crude o cotte od ortaggi. Sono escluse le patate per l’alto contenuto calorico. La quantità è libera e può essere assunta all’inizio del pasto per ridurre l’appetito e rallentare l’assorbimento dei nutrienti;
• pane (circa 200 cal). La quantità consentita è di 80 gr (60 gr nelle donne) ed è composta da 1 panino o 2 fette di pane;
• 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva (circa 130 cal) che può essere suddiviso in due cucchiaini da tè per condire il pasto;
• frutta di stagione (circa 70 cal). La quantità da assumere è una porzione. La frutta deve essere fresca.
Sono esclusi il primo piatto, la bevanda calorica (consentita solo acqua) ed eventuali dolci e gelati.
Schema dietetico B (circa 600 cal. totali):
• contorno (circa 50 cal) composto da: verdure crude o cotte od ortaggi. Sono escluse le patate per l’alto contenuto calorico. La quantità è libera e va assunta all’inizio del pasto per ridurre l’appetito e rallentare l’assorbimento dei nutrienti. primo piatto (circa 200 cal) che comprende una porzione di circa 80 gr nell’uomo e 60 gr nella donna composta da pasta in bianco o macchiata di pomodoro; secondo piatto (circa 150 cal) composto da: carne bianca (125 gr) max 2 volte/settimana o pesce (150 gr) almeno 3 volte settimana
0 formaggio fresco (70 gr) max 2 volte/settimana o 2 uova (max 1 volta/settimana) o prosciutto crudo magro (60 gr) o carne rossa magra (125 gr) max 1 volta/settimana;
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva (circa 130 cal) che può essere suddiviso in due cucchiaini da tè per condire il pasto;frutta di stagione (circa 70 cal). La quantità da assumere è una porzione. La frutta deve essere fresca.
Sono esclusi il pane, la bevanda calorica (solo acqua) ed eventuali dolci e gelati.
L’osservanza scrupolosa di questi schemi dietetici consentirà un calo ponderale di circa 3-4 Kg/mese.
Al ripristino del peso ideale (valutato dal DSS) il militare potrà fruire nuovamente della razione viveri prevista in base al tipo di attività svolta.

Dieta mediterranea per noi italiane è l’elisir di lunga vita

Ebbene, nonostante la crisi e nonostante il quarantottesimo posto di felicità della vita, in tale classifica, l’Italia risulta essere prima. Lo sostiene l’ultima classifica “Bloomberg Global Health Index”, che ci colloca al primo posto su 163 Paesi, seguiti da Islanda, Svizzera, Singapore e Australia. Il segreto? La dieta mediterranea. Per una volta, a dispetto delle condizioni della nostra economia che cresce poco e niente, della disoccupazione giovanile a livelli di guardia (picchi superiori al 40%) e delle altre variabili che spingono ogni anni migliaia di connazionali (anche non più giovani) a fare la valigia, l’Italia è il “place to go”, il posto dove vivere.

Israele è invece il Paese al posto più alto in classifica (9/o) per il Medio Oriente, il Cile (29/mo) per l’America Latina e la Slovenia (27/mo) per l’Europa dell’Est. Il merito della buona forma degli italiani, sentenzia Bloomberg, è però innanzitutto da ascrivere alla Dieta Mediterranea, a base di frutta e verdura, olio di oliva e pesce. “Proteggere il nostro Servizio sanitario nazionale, implementarlo e migliorarlo – ha concluso – è un dovere”. Ma non solo: “Dieta mediterranea, vita all’aria aperta e corretti stili di vita, un Servizio sanitario pubblico e universalistico, sono i segreti della longevità italiana”, commenta Lorenzin, sottolineando però come questi “sono obiettivi da consolidare e non dare per scontati”. E’ un valore, ha aggiunto, a cui “vanno educati nelle scuole i nuovi cittadini”. Il nostro Paese, secondo la classifica, è quello con la miglior salute del pianeta – all’Italia

sono stati assegnati 93,11 punti su una scala di 100 – secondo un indicatore che tiene conto di una serie di fattori come durata media della vita, nutrizione, salute mentale e fattori di rischio come tabagismo o pressione sanguigna. L’Italia, sottolinea inoltre Bloomberg sul suo sito, è anche caratterizzata da un “eccesso di medici”, ed a questo proposito si fa riferimento al fatto che uno dei programmi televisivi più longevi e di maggior successo sia la fiction ‘Un medico in famiglia’, che vede come protagonista appunto un medico. Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google.

Coldiretti – ha contribuito la svolta salutista degli italiani a tavola del 2016 che ha premiato i prodotti base della dieta mediterranea dal +5% del pesce fresco al +2% per la frutta, con una netta inversione di tendenza nei consumi domestici rispetto al passato. “In Calabria abbiamo tutto – spiega Coldiretti – infatti la dieta mediterranea fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari ha consentito agli italiani – sottolinea la Coldiretti – di conquistare valori record nella longevità con 80,3 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne”.

Sul podio del consumo della frutta secondo l’Osservatorio Macfrut al secondo posto ci sono le arance con poco più di 550 mila tonnellate circa il +2% sullo scorso anno, che evidenzia come l’ortaggio più acquistato siano le patate che chiudono il 2016 con un +3% sul 2015. “Arance e patate sono due produzioni principe della Calabria – commenta Molinaro – con cultivar di pregio le prime e con le patate della sila che hanno il riconoscimento comunitario igp. Se finalmente venisse sbloccato l’aumento del contenuto di succo di arance nelle bibite al 20% come previsto dalla legge 30 ottobre 2014, n.161 (legge europea 2013-bis) – prosegue – avremmo tutto da guadagnarci sia per l’economia agricola e agroalimentare che per la salute”. La dieta mediterranea riconosciuta dall’Unesco non è solo alimentazione ma – sostiene la Coldiretti – un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, tra cui la coltivazione, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e, in particolare, il consumo di cibo. Valori materiali e immateriali che, non ci stancheremo mai di dirlo, nella nostra Regione riscontriamo e che sono punti di forza notevoli sui quali investire. La dieta mediterranea (da greco diaita, o stile di vita) promuove anche – conclude la Coldiretti – l’interazione sociale, dal momento che i pasti collettivi rappresentano il fondamento di consuetudini sociali ed occasioni di festa”.

La Dieta Mediterranea è una risorsa culturale per lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo, una parte integrante del patrimonio sociale, storico, economico, artistico e paesaggistico dei popoli della Regione. Rappresenta uno stile di vita importante, sia come patrimonio comune a tutta l’area, sia quale espressione delle singole comunità che la compongono. Essa è parte integrante dell’identità storica e culturale del Mediterraneo e rappresenta un’opportunità di crescita economica dei Paesi che ne fanno parte. Nel nostro Paese più della metà della produzione agricola è costituita da cereali, ortofrutta, olio d’oliva, prodotti della pesca e vino: prodotti apprezzati in tutto il mondo e che rappresentano il 40 per cento del totale delle esportazioni agroalimentari italiane. Questo modello di alimentazione, grazie alla varietà di prodotti ed alla possibilità di abbinare un’infinità di sapori che incontrano il gusto di milioni di consumatori, non è solo un modo di cibarsi, ma l’espressione di un intero sistema culturale improntato alla salubrità, alla qualità degli alimenti ed alla specificità territoriale.

Un modo di nutrirsi apprezzato in gran parte del mondo e che va assolutamente salvaguardato.

La maggior parte dei valori espressi dalla Dieta Mediterranea rientrano nella definizione di Diete Sostenibili ed è per questo che il CIHEAM di Bari ha pensato di promuoverla come modello di studio per verificare la sostenibilità delle diete in quella parte del nostro pianeta, ossia la regione mediterranea, dove si concentrano le maggiori criticità ambientali, alimentari, culturali e socio-economiche che fanno di quest’area un laboratorio di“insostenibilità”. L’importanza della Dieta Mediterranea per il resto del mondo non è rappresentata tanto dalla specificità dei cibi e delle sostanze nutritive in essa contenuti, quanto nei metodi utilizzati per caratterizzarla ed analizzarla e nella filosofia di sostenibilità che ne costituisce l’essenza. Questi stessi metodi possono essere riproposti per caratterizzare le diete sostenibili in altri ecosistemi e sistemi alimentari, allo scopo di identificare i nuovi paradigmi di riferimento volti ad affrontare le numerose sfide che l’umanità ha davanti nel terzo millennio appena iniziato, con oltre un miliardo di persone nel mondo che soffrono la fame.

Con l’avvento della moderna agricoltura e della globalizzazione alimentare, i sistemi alimentari hanno subito un processo di intensificazione ed industrializzazione. Ciò ha comportato un eccessivo aumento della produzione globalizzata di alimenti senza, tuttavia, portare miglioramenti in campo nutrizionale. Infatti è sconcertante constatare che la denutrizione interessa ancora oltre 900 milioni di uomini, donne e bambini nel mondo. D’altro canto, le statistiche della FAO, dell’OMS e della Banca Mondiale ci rivelano anche una dinamica parallela, collegata sempre all’alimentazione che, peraltro, avanza in maniera inesorabile e subdola, che è quella legata all’aumento di persone che soffrono di sovrappeso ed obesità. Secondo le ultime stime dell’OMS, entro il 2015 solo l’obesità potrebbe attestarsi intorno ai 700 milioni di individui. Obesità e sovrappeso, prima considerati problemi solo dei Paesi ricchi, sono ora drammaticamente in crescita anche nei Paesi del sud del Mediterraneo a basso e medio reddito, specialmente negli insediamenti urbani e sono ormai riconosciuti come veri e propri problemi di salute pubblica.

Da una parte, quindi, si muore per fame; dall’altra, per eccessi e squilibri alimentari. Le ultime tendenze su questi fenomeni sono preoccupanti e fanno emergere l’inadeguatezza degli attuali modelli dietetici/nutrizionali e di quelli riguardanti l’offerta del cibo. Il sistema di produzione, offerta e consumo alimentare, così com’è attualmente, non sembra in grado, in linea generale, di rispondere ai fabbisogni umani attuali e futuri, perché fortemente dipendente dall’uso dell’energia fossile, dei prodotti chimici, dagli input energetici, dal trasporto su lunga distanza e da mano d’opera a basso costo.

Tale sistema, inoltre, genera notevoli quantità di gas serra e favorisce profonde alterazioni degli ecosistemi (biodiversità, erosione, deforestazione, contaminazione chimica, carenza idrica). Esso, in particolare, si basa prevalentemente su una limitata diversità di colture e su una varietà di alimenti che devono essere trasformati prima di essere consumati. Tutto ciò ha provocato una rapida perdita di biodiversità ed un sempre maggiore degrado degli ecosistemi, causando non pochi problemi per la salute umana. L’utilizzo sempre maggiore di mezzi di produzione industriali in agricoltura, i trasporti su lunghe distanze hanno fatto sì che i carboidrati raffinati ed i grassi fossero facilmente raggiungibili dal punto di vista economico e disponibili in tutto il mondo.

Ciò ha comportato un impoverimento delle diete ed un aumento di consumo di risorse naturali. Stiamo assistendo, infatti, ad un vero e proprio allineamento mondiale delle diete ricche di carne, prodotti caseari, grassi e zuccheri. Il contributo più importante a tale allineamento è determinato dalla crescita del reddito individuale nelle aree emergenti del pianeta. Gli effetti che questa nuova ricchezza sta producendo sulla domanda di cibo sono spiegati chiaramente dalla nota legge di Engel. Essa, infatti, spiega che col crescere dei redditi la quota di bilancio familiare destinata ai consumi alimentari (o bisogni primari) diminuisce a vantaggio di beni che vanno oltre la prima necessità, come il trasporto e il tempo libero. Inoltre, man mano che le popolazioni diventano più ricche, i prodotti non trasformati e quelli amidacei contenuti nelle loro diete vengono sostituiti da alimenti a maggior contenuto proteico, trasformati e funzionali. Questo è quello che sta accadendo soprattutto nei Paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

Inoltre, produrre una fettina di manzo ha un impatto ambientale molto più alto che coltivare una zucchina e, dunque, il regime alimentare che noi tutti seguiamo ha inevitabili conseguenze sulle risorse naturali in termini di consumi idrici, emissioni di gas serra, perdita di biodiversità. Di fronte all’atteso esaurimento dell’energia fossile, alla limitata capacità del suolo, al degrado degli ecosistemi, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, alle diete squilibrate e all’aumento demografico, l’attuale sistema alimentare non ha i presupposti per essere sostenibile. Risulta, pertanto, necessario intervenire con urgenza per mettere in atto una strategia che promuova e diffonda il concetto e l’uso di diete sostenibili nei vari contesti in tutto il mondo, sia nei Paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo.

La definizione univoca di dieta sostenibile è una conquista del 2010, coniata durante il Simposio Scientifico Internazionale su Biodiversità e Diete Sostenibili, tenutosi nella sede della FAO a Roma, dal 3 al 5 novembre 2010: “Le diete sostenibili sono diete a basso impatto ambientale che contribuiscono alla sicurezza alimentare e nutrizionale, nonché ad una vita sana per le generazioni presenti e future. Concorrono alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, sono accettabili culturalmente, economicamente eque e accessibili, adeguate, sicure e sane sotto il profilo nutrizionale e, contemporaneamente, ottimizzano le risorse naturali e umane”.

Le Diete Sostenibili ruotano intorno ad un approccio multisettoriale che interessa la nutrizione, la salute umana, lo sviluppo economico e gli aspetti socio-culturali, gli stili di vita e, soprattutto, la biodiversità e gli ecosistemi. La biodiversità risulta essere rilevante per garantire a tutte le popolazioni l’accesso ad alimenti di buona qualità ed in quantità sufficiente che consentano di condurre una vita sana e attiva. Ed il Mediterraneo rappresenta, da questo punto di vista, una sorta di “santuario” della biodiversità. La biodiversità agricola si basa, infatti, su una ricca varietà di piante coltivate e di animali. Purtroppo, però, il 90% del nostro fabbisogno nutritivo d’origine animale dipende solamente da quattordici specie di uccelli e mammiferi e solo quattro varietà (grano, mais, riso e patata) forniscono all’organismo metà della sua energia di origine vegetale. Gli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo avrebbero, molto probabilmente, maggiore necessità di prodotti che crescono senza difficoltà in condizioni climatiche ostili o di animali resistenti alle malattie, piuttosto che coltivare un’unica varietà di prodotto ad alte rese. Per talune popolazioni, infatti, la diversità di “vita” può rappresentare lo strumento migliore per proteggersi dalla fame per la sopravvivenza. Tutti i consumatori trarrebbero beneficio dalla diversità che si manifesta con un’ampia scelta di vegetali e animali. E ciò garantirebbe, altresì, una dieta nutritiva equilibrata, particolarmente importante per quelle comunità rurali che hanno un accesso limitato ai mercati. In tale contesto, anche i prodotti tipici e gli ecotipi agricoli possono essere considerati un valido strumento per migliorare la qualità degli alimenti e la biodiversità agricola. La diversità genetica, infatti, può fornire un notevole contributo alla sussistenza delle popolazioni in termini di nutrizione e salute, di responsabilizzazione delle fasce di popolazione marginali, di salute dell’ecosistema e di cultura. Le diete sostenibili devono garantire la sicurezza alimentare nel tempo e devono, perciò, derivare dalla biodiversità propria dei luoghi: solo in questo modo saranno connaturate al territorio da cui nascono e perciò in grado di resistere all’emergenza alimentare che deriva sia dai cambiamenti climatici, sia dallo scenario economico e finanziario mondiale. Prodotti alimentari legati ai luoghi di appartenenza recuperano le tradizioni e l’identità colturale e culturale delle popolazioni locali, amplificando la valenza del territorio a livello globale.

La Dieta Mediterranea ha in sé caratteristiche nutrizionali, economiche, ambientali e socio-culturali che la rendono particolarmente rilevante come caso studio per la caratterizzazione di diete sostenibili in diverse zone agroecologiche, contesti regionali e culturali. In particolare: • essa è l’espressione del modello culturale Mediterraneo che media tra i fabbisogni nutritivi dell’uomo e gli ecosistemi naturali • la DM è stata riconosciuta dall’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) come Patrimonio Intangibile dell’Umanità allo scopo di salvaguardarla dal pericolo di erosione in atto in tutta l’area mediterranea.

L’idea della candidatura della Dieta Mediterranea nasce durante il vertice Italia-Spagna tenutosi ad Ibiza il 20 febbraio del 2007. Intalecontesto i Ministridell’Agricolturadeidue Paesi, Paolo De Castro per l’Italia e Elena Espinosa per la Spagna, sottoscrivono una dichiarazione con la quale stabiliscono un’intesa operativa per avviare iniziative congiunte aventi il duplice obiettivo di: • difendere efficacemente la Dieta Mediterranea e la qualità delle sue produzioni • rendere l’agricoltura mediterranea più forte e concorrenziale in sede di contrattazione negoziale dell’Organizzazione Comune di Mercato dell’Ortofrutta. Tra le diverse azioni identificate per la valorizzazione della DM viene considerata anche quella relativa all’avvio dell’iter per l’iscrizione nella lista del patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO. Nello stesso periodo viene ratificata dal Governo Italiano laConvenzione perla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, adottata a Parigi il 17 ottobre 2003 dalla XXXII sessione della Conferenza generale dell’Organizzazione delle NazioniUnite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO).

A seguito dell’accordo sottoscritto tra i ministri dell’Agricoltura italiano e spagnolo, il 16/07/2007 viene proposto, al Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea, di sostenere l’iscrizione della Dieta Mediterranea nella lista rappresentativa dell’UNESCO. Tale proposta, presentata oltre che da Italia e Spagna, anche da Marocco e Grecia, approvata in seduta plenaria, al di là del contesto “agricolo” in cui matura, deve essere vista nell’ottica della salvaguardia dal pericolo di erosione del patrimonio culturale e alimentare dei popoli mediterranei. Infatti la candidatura transnazionale si prefigge di identificare e avviare un insieme di azioni ed attività per la salvaguardia della diversità del patrimonio culturale alimentare Mediterraneo dalla crescente erosione in atto aumentando, congiuntamente, la consapevolezza del pubblico sui molteplici benefici della Dieta Mediterranea intesa come espressione universale dei differenti sistemi culturali presenti nel Mediterraneo.

Il CIHEAM, Centro di Alti Studi Agronomici Mediterranei, opera da oltre cinquant’anni nell’area mediterranea, dei Balcani e del Vicino Oriente attraverso attività di formazione, ricerca e cooperazione su tematiche relative alla sostenibilità dei sistemi alimentari e dello sviluppo rurale, gestione del suolo e delle risorse idriche, protezione integrata delle colture frutticole mediterranee, agricoltura biologica mediterranea, economia agroalimentare, acquacoltura, etc. Negli ultimi dieci anni il CIHEAM ha, inoltre, focalizzato l’attenzione sulla Dieta Mediterranea non solo per la specificità dei prodotti alimentari di cui è composta, ma soprattutto quale espressione delle culture alimentari dei popoli mediterranei. In virtù delle specifiche competenze del Centro Internazionale, il ministro italiano dell’Agricoltura ritiene di nominare un rappresentante del CIHEAM di Bari coordinatore nazionale, allo scopo di seguire l’iter internazionale della candidatura all’UNESCO della Dieta Mediterranea. Pertanto, il dott. Roberto Capone, Amministratore Principale del CIHEAM di Bari, nonché Segretario Generale del Comitato Nazionale per il collegamento tra il Governo Italiano e l’Organizzazione della Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, viene designato “coordinatore nazionale, con il compito di sovrintendere alla selezione del materiale a supporto della candidatura e a tenere i contatti per conto del MIPAAF con enti ed istituzioni nazionali coinvolte e con le amministrazioni dei Paesi partners di questa iniziativa” (cfr. Appendice pag. 92). Allo scopo di preparare un dossier di candidatura, viene avviata una intensa attività negoziale tra i rappresentanti dei ministeri italiani ed i delegati dei quattro Paesi proponenti (Italia, Spagna, Marocco e Grecia). Pertanto, il 24 gennaio 2008 i rappresentanti di Italia, Spagna, Marocco e Grecia si incontrano nella Sala Verde del MIPAAF per dare l’avvio ufficiale alle attività. Nel marzo del 2008, per la complessità dell’argomento e nell’ottica di un approccio multidisciplinare, viene costituito, all’interno del MIPAAF, un Comitato Tecnico (cfr. Appendice pagg. 96-97).

Dieta Plank: come perdere 9 Kg in 2 settimane

Una delle diete più efficaci degli ultimi anni è senza dubbio la dieta Plank, un regime alimentare iperproteico e ipocalorico molto restrittivo che permette di perdere i chili di troppo in pochissimo tempo. Dieta Plank o dieta iperproteica possono sembrare la stessa cosa, ma la differenza fondamentale è che questo regime alimentare è super restrittivo ed ipocalorico, tanto da permettere a chiunque di perdere 9 chili in 2 settimane.

In questa dieta sono consentiti solamente cibi proteici come carne, uova e pesce ed è praticamente del tutto abolito tutto quello che è carboidrato e ogni genere di zucchero complesso, elementi che, in una dieta bilanciata, dovrebbero raggiungere il 45% degli alimenti ingeriti in una giornata. Tutto quello di non proteico che si può consumare in una giornata sono un piccolo panino e una porzione di frutta.Quello che più caratterizza questa dieta è il consumo di uova, superiore rispetto a qualsiasi altro regime alimentare. Anche nella dieta chetogenetica e nella dukan le uova sono tenute in grande considerazione ai fini della perdita di peso perché in grado di stimolare il metabolismo, ma solo nella dieta Plank possono essere consumate diverse volte a settimana.

Certamente le opinioni discordanti a tal riguardo sono molte perché, se è vero che le uova apportano proteine nobili e offrono un apporto di energia consistente, è anche vero che sono ricche di colesterolo. Proprio per questo, infatti, la dieta mediterranea consiglia di non consumare più di due uova a settimana. Indubbiamente, la dieta Plank funziona e contribuisce ad accelerare il metabolismo dei grassi perché non essendo prevista l’assunzione di nessun genere di grasso, se non quello contenuto per natura negli alimenti proteici, si costringe l’organismo ad intaccare le riserve di grasso esistenti per produrre energia. In pratica l’assunzione di cibi proteici costringe il corpo alla chetogenesi, ovvero alla scissione delle cellule adipose in grassi che, attraverso specifici processi enzimatici, vengono convertiti in energia fruibile.

Ma viene da chiedersi quanto faccia bene alla salute una dieta fatta solo di proteine. Esistono ormai da decenni due versioni della dieta Plank: quella originale, che prevede un regime alimentare ferreo, e quella modificata che permette delle piccole concessioni durante le due settimane di terapia d’urto. Molti sostengono che la dieta Plank originale sia molto più efficace, e infatti seguendola alla lettera i risultati sono assolutamente sorprendenti.Il menù tipo di una giornata di dieta plank prevede un caffè non zuccherato a colazione e volte anche un piccolo panino, una bistecca con verdure a pranzo o due uova sode e del pesce o del prosciutto sempre con verdure a cena.Le verdure non devono essere pesate, ma l’importante è non condirle eccessivamente. Una sera a settimana si può mangiare quello che si desidera.Esistono ovviamente molte controindicazioni a questa dieta così restrittiva. Per seguire una dieta rigida come quella di Plank, si deve necessariamente avere una salute di ferro. Un regime alimentare così tanto sbilanciato potrebbe, infatti, interferire anche pesantemente con disturbi metabolici, anemie, disturbi renali, cardiopatie e con la gravidanza.

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