Peste nera shock: torna la paura in Arizona tre casi verificati trasmessa dalle pulci

In Arizona i dipartimenti della Salute del distretto Navajo e di Coconino hanno confermato di aver trovato le pulci infette su alcuni cani della città di Taylor e hanno invitato la popolazione locale a prendere precauzioni “per ridurre il rischio di contrarre una malattia grave, trasmessa da pulci, roditori, conigli e i loro predatori”.

Il personale del dipartimento della Salute di due distretti dell’Arizona (quello di Coconino e di Navajo) hanno reso noto di aver scoperto pulci infette su un cane di Taylor, piccola cittadina dello Stato, esortando gli abitanti a non abbassare la guardia e stare sempre attenti.

La peste è una patologia ‘grave, trasmessa da pulci, roditori, conigli e i loro predatori’. La malattia si può trasmettere all’uomo mediante il morso della pulce ammorbata o la vicinanza all’animale malato. La notizia arriva dopo i 3 contagi che si sono registrati, lo scorso giugno nel Nuovo Messico. I pazienti, di 52, 62 e 63 anni, sono fortunatamente guariti dopo terapie specifiche.

 Peste uccise oltre il 60% degli europei nel Medioevo
Secondo molti la peste è qualcosa di ancestrale, qualcosa di sorpassato da secoli. Non è così. In base ad alcuni stime, tale malattia uccise il 60% degli europei nel quattordicesimo secolo. A trasmetterla sono le pulci dei roditori, come topi e scoiattoli. La scienza ha fatto passi da gigante, sono stati inventati molti antibiotici e terapie efficaci per contrastare ma non eliminare la peste che, ancora oggi, rappresenta una ‘spina’ in molte zone del mondo. Secondo dati diffusi dall’Oms, ogni anno si registrano, nel mondo, dai mille ai tremila casi di peste specialmente in nazioni come Perù, India, Madagascar e Congo.

Nelle nazioni sviluppate sono rarissimi i casi di peste. In Australia e in Europa è ormai assente, negli Usa, invece, si sono presentati nuovi casi. La ragione per cui la malattia è tornata a diffondersi negli Stati Uniti è rappresentata dalle pulci infette sui cani che vivono in Stati come Arizona e Nuovo Messico. Molte persone, poi, confondono i sintomi. Chi ha l’influenza, generalmente, non pensa oggi di avere la peste; invece non bisogna mai sottovalutare le avvisaglie. La patologia va affrontata immediatamente con gli antibiotici.

I casi di peste si sono registrati in zone dove le pulci si trovano particolarmente a loro agio, ovvero dove fa molto caldo e c’è siccità estrema, come l’Arizona e il Nuovo Messico appunto.

Le autorità sanitarie dell’Arizona sono in allerta ed invitano la popolazione a fare attenzione alle pulci e agli animali infetti. Un comunicato diffuso da una delle contee dello Stato Usa recita: ‘Il dipartimento della Salute della conte di Navajo sollecita i cittadini ad adottare precauzioni per ridurre il rischio di essere infettati da tale grave malattia presente in pulci, roditori, conigli e predatori che si nutrono di tali animali’.

Il primo caso di peste negli Usa risale al 1900

I cittadini dell’Arizona sono stati invitati a non lasciare spesso all’aperto i loro animali domestici per ridurre il rischio di ‘assalti’ di pulci infette e, quindi, pericolose.

Gli esperti americani hanno ricordato che i tipici sintomi della peste, quelli che quindi non vanno sottovalutati, sono febbre, cefalea, brividi, dolori muscolari e spossatezza.

In nessuna delle contee dell’Arizona si sono registrati casi ‘umani’ di peste. Il primo caso di peste negli Usa risale al 1900, quando da una nave a vapore balzarono fuori tanti ratti infetti.

La peste nera del Trecento
Ancora oggi nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità si registrano da 1.000 a 3.000 casi di peste l’anno e ancor oggi, nell’immaginario collettivo, la peste evoca orrore e devastazione: è la “morte nera”.

La peste come malattia specifica viene identificata solo nel 1894, quando Alexander Yersin scopre il bacillo che la provoca (Yersinia pestis), ospitato dai topi e veicolato all’uomo dalle pulci che vivono nella loro pelliccia. Nel Medioevo, il termine ‘peste’ stava a indicare molti tipi di malattie caratterizzate da epidemicità e alto tasso di mortalità, come il colera, il tifo, il morbillo, il vaiolo: deriva dal latino pestis
‘distruzione’, ‘rovina’, ‘epidemia’, probabilmente affine a peior, pessimus.
La terribile peste che nel Trecento colpisce sia l’Oriente sia l’Occidente non viene identificata perciò dal nome, intercambiabile con epidemia, ma dai sintomi visibili descritti dai contemporanei: bubboni dolorosi alle ascelle, all’inguine e al collo, macchie scure e livide (da cui peste nera), vomito, convulsioni, febbre, delirio e, nella maggior parte dei casi, rapida morte. Così ne scrive Boccaccio: “Nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi ed alle femmine parimenti o nell’anguinaia [agli inguini] o sotto le ditelle [le ascelle] certe enfiature [dette] gavaccioli [che] erano sicuro indizio di futura morte […] infra il terzo giorno dell’apparizione de’ sopraddetti segni …”
La diffusione della peste nera
La peste compare in Europa alla fine del 1347. Arriva dall’Oriente, e più
precisamente dalle regioni della Mongolia e del deserto del Gobi, dove è comparsa negli anni Venti del XIV secolo. Nel suo viaggio verso l’Europa sembra aver seguito le vie carovaniere del Nord del Caspio, per risalire poi il Volga e discendere verso il Mar Nero, importante appendice del Mediterraneo nel sistema commerciale basso medievale. Nel 1347 raggiunge Caffa in Crimea, ricca colonia della Repubblica di Genova, e da questo grande emporio sulla via dell’Oriente si propaga velocemente per via d’acqua, seguendo le galee e le navi che percorrono l’estesa rete di rotte commerciali del Mediterraneo. Nello stesso anno, infatti, colpisce l’Oriente bizantino e musulmano, i grandi porti di Costantinopoli e Alessandria e penetra in Europa. Negli ultimi mesi del 1347, compare a Messina per diffondersi poi negli altri porti (Genova, Marsiglia, Venezia, Pisa…) in cui fanno scalo le navi. Dai porti dilaga nell’entroterra e fino al 1351 percorre tutta l’Europa muovendo da sud est verso nord.
Uomini e donne di fronte alla morte nera
Si muore nelle case, nei palazzi, per le strade, sulle navi, in viaggio. Muoiono uomini e donne, vecchi e giovani, ricchi e miserabili, contadini e re.
Di fronte a tante morti le reazioni individuali degli uomini e delle donne sono apparentemente contraddittorie. Per trovare scampo dalla peste, c’è chi fugge.
Fuggono le sette pulzelle e i tre garzoni del Decameron e anche chi ha delle responsabilità nei confronti della comunità o dei cittadini, come ecclesiastici o governanti. C’è chi, all’opposto, ricerca godimenti immediati: banchetta, fa baldoria e si dà a una vita sfrenata, comportandosi come se ogni giorno fosse l’ultimo. Matteo Villani nella sua Cronica scrive che “gli uomini […] si dierono alla più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, taverne e delizie con dilicate vivande e’ giuochi, scorrendo senza freno alla lussuria.”
In ogni caso, il terrore e lo smarrimento rompono le strutture consuete della socialità. Boccaccio scrive che “li padri e le madri, i figlioli, quasi loro non fossero, di visitare e servire schifavano” e Guy de Chauliac, medico presso la corte papale di Avignone, che “si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata.”
Molti, per proteggersi dall’infezione e sfuggire alla morte, trovano consolazione nella religione e c’è dunque chi prega, canta, digiuna, partecipa a funzioni religiose e a processioni, compie pellegrinaggi. Molti confidano nel potere di intercessione della Vergine Maria e dei santi, in particolare di San Sebastiano e San Rocco; queste figure infatti, nei quadri e nelle statue, sono collegate alle frecce, simbolo delle pestilenze, sulla scia di una tradizione iconografica classica, che assimila la collera degli dei contro l’umanità alle frecce scagliate da Apollo.
Altri, nella coscienza di una colpa da espiare, danno vita al fenomeno, soprattutto tedesco, di breve durata ma molto popolare, dei flagellanti. Questi uomini (le donne sono escluse), per placare la collera divina, riuniti in folti gruppi, vanno di città in città e attirano le folle cantando e flagellando violentemente in pubblico il proprio corpo con fruste munite di punte metalliche.
Quanti morirono di peste?
Il carattere lacunoso dei dati a disposizione rende impossibile calcolare con esattezza i morti di peste in Oriente e in Occidente.
Per quel che riguarda l’Europa si ritiene che, complessivamente, nello spazio di tre o quattro anni, sia scomparso un terzo della popolazione, stimata intorno ai 75-80 milioni di abitanti all’inizio del Trecento, prima della peste e dopo tre secoli di continuo incremento, e intorno ai 50 milioni a distanza di cinquant’anni, dopo la peste. Il declino della popolazione europea continua per tutto il XIV secolo, tocca il minimo (30 milioni circa) nei primi decenni del XV secolo e comincia faticosamente e lentamente ad aumentare attorno al 1460, dopo oltre un secolo.
Nel lungo crollo demografico europeo, la peste gioca un ruolo importante, anche perché alla prima pestilenza, la più micidiale (la peste nera vera e propria) fanno seguito ondate successive di peste, a intervalli variabili e con vari gradi di intensità e mortalità. Fra metà Trecento e metà Quattrocento, il periodo più segnato dalla peste, sono ad esempio state individuate sette ondate a carattere generale e altre cinque nell’Italia centro-settentrionale; nel Trecento Firenze viene colpita ben cinque volte e Londra tre.
Dopo il 1348, la peste dunque non scompare dall’Europa, ma torna a colpire ripetutamente, stabilendosi in forma endemica in tutto l’Occidente per quattrocento anni, fino al XVIII secolo. L’ultima grande pestilenza del Mediterraneo è quella di Marsiglia del 1720.
Non tutta l’Europa è colpita con la stessa intensità dalla peste nera. La mortalità varia sensibilmente da paese a paese, da regione a regione e addirittura da villaggio a villaggio. Alcune zone sono quasi spopolate, altre (poche) restano quasi incolumi dal contagio. In generale si può affermare che, come per tutte le malattie epidemiche,
l’indice di mortalità risulta più alto nelle aree fittamente popolate e ad alta circolazione, nelle città più che nelle campagne. In Italia, l’area più urbanizzata, l’epidemia registra ad esempio valori superiori alla media europea.
La Morte Nera: spiegazioni
Nel mondo medievale pochi muoiono di vecchiaia; la maggior parte muore per malattie batteriche o virali, per le guerre e le carestie. Non a caso una invocazione che, per secoli e secoli, viene elevata a Dio recita: “A peste, fame et bello, libera nos, Domine.”
In quel mondo dunque, malattie, epidemie, morte non giungono inattese. Ma quando muore un numero così elevato di persone, quando la morte è un fenomeno repentino, inevitabile, imprevedibile e di massa si cercano spiegazioni, che nel Basso Medioevo sono innanzitutto religiose.
Il papa Clemente VI, chiuso nel suo palazzo in Avignone, cita espressamente l’ira divina che punisce con la pestilenza i cristiani; la maggior parte delle cronache occidentali, seguendo il modello interpretativo biblico, individua la causa della peste nella volontà di Dio che castiga gli uomini per i loro peccati.
La spiegazione medica, che segue la tradizione ippocratico-galenica, pur non escludendo la volontà divina come causa ultima, addebita la peste alla “corruzione dell’aere”, all’aria putrida e corrotta che corrompe, rompe l’equilibrio degli umori del corpo, ed è magari propiziata da comete o eclissi, o dalla particolare congiunzione di Saturno, Marte e Giove nel segno dell’Acquario. Scrivono i medici dell’Università di Parigi: “Una congiunzione astrale, insieme ad altre congiunzioni ed eclissi, è causa reale della gravemente mortifera corruzione dell’aria che ci circonda, fonte di mortalità e di carestia […] Noi crediamo che la presente epidemia provenga direttamente
dall’aria corrotta …”

Capri espiatori, provvedimenti e rimedi
Sia per la medicina sia per la religione la peste è il risultato di fattori ambientali corrotti (fisici o metaforici) e dunque può essere prevenuta, contenuta e curata eliminando i fattori all’origine della corruzione, ovvero purificando l’ambiente, in senso fisico dai miasmi letali e in senso metaforico dai peccati o da gruppi sociali e individui considerati corrotti o contaminati. I numerosi massacri di Ebrei, accusati di diffondere
intenzionalmente il morbo, sono l’esempio più evidente e terribile di ricerca di un capro espiatorio. L’antisemitismo, tuttavia, non comincia con la peste, che però accelera, intensifica, diffonde geograficamente la persecuzione nei loro confronti. Accanto agli Ebrei, sono accusati di provocare l’epidemia, contaminando i pozzi o l’aere, anche i lebbrosi o altri gruppi marginali come maghi, streghe, vagabondi o prostitute.
Di fronte alla terribile moria, i rituali ecclesiastici di devozione personale e collettiva (preghiere, processioni, penitenze, pellegrinaggi, esposizione di reliquie ….) offerti dalla Chiesa sono inadeguati e la medicina, che non conosce né la causa né il modo in cui la peste si diffonde, è impotente. I rimedi terapeutici e dietetici proposti, di cui si trova traccia nei numerosi Consigli contro la peste (la cui finalità pratica è chiaramente manifesta), sono scarsamente efficaci se non inutili e bizzarri: salassi e clisteri ripetuti, fumigazioni con erbe aromatiche, chiodi di garofano, bacche di alloro e di ginepro da tenere in bocca per protezione, acqua di rose e aceto per lavarsi viso e mani, dare aria alle stanze ma aprendo solo le finestre esposte a nord, non dormire durante il giorno …
Tuttavia, fin dal 1348, innanzitutto nelle città, vengono messe in atto delle misure per limitare l’epidemia. I provvedimenti, già impiegati contro altre malattie epidemiche più familiari, tentano di limitare i movimenti degli uomini e delle merci con quarantene e di migliorare le condizioni igieniche urbane (rimozione dei rifiuti e di tutto ciò che causa cattivi odori, regolamentazione delle sepolture …).
Gli effetti delle ondate di peste
Il forte calo demografico per le epidemie ripetute, dopo la grande peste del 1348, ha importanti effetti sulle campagne e sulle città d’Europa che conoscono alcune trasformazioni di segno opposto a quelle avvenute nei secoli tra il X e il XIII, quando la popolazione era aumentata, erano nati nuovi villaggi, si erano estese le terre coltivabili, era cresciuta la produzione.
In generale, si può affermare che nel tardo Trecento molti villaggi sono abbandonati e cadono in rovina; molti campi restano incolti e ben presto vengono riconquistati dalla natura; intere aree si spopolano e si impaludano, come la Maremma; la maggioranza delle città perde circa il 40% della popolazione; calano le rendite signorili e scoppiano, per diverse e specifiche cause, numerose rivolte popolari, sia in campagna (la jacquerie francese ad esempio) che nelle città (come il tumulto dei Ciompi a Firenze), segno di un malessere diffuso.
Molti fattori di indubbia crisi, però, sono controbilanciati da altri positivi: si rimescola la popolazione per il ripopolamento dei luoghi abbandonati o perché molti si trasferiscono nelle città; si abbandonano le terre meno produttive e si diversificano le attività e le colture (dalla vite all’allevamento); terre, beni, botteghe cambiano proprietari e in molti luoghi si verifica una concentrazione di fortune; il costo della manodopera, sia in città sia in campagna, sale; cresce la ricchezza pro capite, calano i prezzi dei cereali e, anche se la vita del contadino rimane per lo più quella della mera sussistenza, migliorano le condizioni di vita per una percentuale significativa della popolazione; le classi dominanti cittadine scomparse vengono sostituite (in Toscana comincia, ad esempio, l’ascesa dei Medici). Si verificano, insomma, una serie di cambiamenti che portano a una ristrutturazione della società medioevale e che, per convenzione, vanno sotto il nome di crisi del Trecento, dove ‘crisi’ non significa ‘decadenza’ per tutti gli storici.

La crisi del Trecento
Il quadro della realtà europea del tardo Trecento, pur sinteticamente delineato, mostra aspetti contraddittori, luci e ombre che gli storici interpretano diversamente. Se indubbia è la catastrofe demografica, assai diversificate sono infatti le spiegazioni e valutazioni storiografiche sulle cause e gli effetti economici e sociali del crollo della popolazione e, dunque, in estrema sintesi su come si sia chiuso il Medioevo: con un periodo di crisi e decadenza? O, piuttosto, con trasformazioni che hanno aperto nuove
possibilità a chi si è salvato e, a lungo termine, hanno avuto effetti positivi?
Alcuni storici non sono d’accordo neppure sull’esistenza di una crisi economica, dato che ad esempio il crollo demografico si accompagna a un aumento della ricchezza pro capite. I più discutono se la crisi del tardo Medioevo sia stata generalizzata o, piuttosto, congiunturale e settoriale e su che cosa l’abbia provocata (la peste, il clima, le carestie, il sovrappopolamento relativo, le contraddizioni del modo di produzione feudale…).
La storiografia più recente tende a sottolineare le differenze locali, assai rilevanti a seconda del periodo storico, dell’area geografica e del settore economico considerato; tende ad anticipare l’arresto della plurisecolare crescita e l’inizio del declino demografico alla fine del Duecento per effetto di molteplici fattori (peggioramento del clima, scarsi raccolti, sovrappopolamento, carestie, scarsità di risorse disponibili…).
In campo culturale, il tardo Medioevo corrisponde al primo Rinascimento e c’è chi afferma che sia stata proprio la tragedia umana della peste a mettere in crisi le concezioni e i valori medievali, a scuotere le certezze della fede, a provocare i cambiamenti che conducono ai tempi moderni, in definitiva ad aprire le porte al Rinascimento.
Per questa e altre ragioni, molti storici considerano la peste nera e le epidemie successive come uno spartiacque nella storia europea.

LA VITA AL TEMPO DELLA PESTE

“Una completa ricostruzione storica della peste travalica la semplice storia della medicina”, afferma lo storico William Hardy McNeill1. Le grandi pestilenze hanno accompagnato le vicende dell’umanità con un andamento ciclico fino ai nostri giorni, come testimoniano le recenti nuove “infezioni emergenti” – l’AIDS o l’epidemia da virus Ebola, fra le ultime – ampiamente diffuse, difficili da curare e causa di situazioni sanitarie e sociali allarmanti nei territori colpiti e di patemi generalizzati a livello mondiale.
Il morbo del 541 – forse peste bubbonica arrivata nell’area del Mediterraneo da focolai dell’India meridionale o dell’Africa centrale – fu la prima grande pandemia documentata e colpì sia l’impero romano-bizantino che la Persia ed altre regioni orientali. Costantinopoli perse il 40% dei suoi abitanti (all’epoca ne contava circa 200 mila). Giustiniano fu probabilmente impedito di restaurare l’unità imperiale nel Mediterraneo, soprattutto per le devastanti malattie ed infezioni che indebolivano i suoi eserciti. Le ondate di pestilenza del VI e VII secolo determinarono un crollo della popolazione tra il 50 ed il 70% nell’arco di due generazioni. Seguirono l’abbandono di villaggi, aziende produttive e rotte commerciali attraverso tutto l’impero, la trasformazione di molte terre da agricole in pascoli o in maggesi, se non in veri deserti, con enormi danni all’economia.
Le desolazioni delle ripetute pandemie agevolarono le invasioni di questi territori da parte dei popoli nomadi provenienti dalla Penisola arabica, da poco convertiti all’Islam. A ricorrenze periodiche, le pestilenze devastarono il bacino del Mediterraneo e l’Europa continentale almeno fino al 7602. Scrittori e medici cristiani e mussulmani studiarono l’infezione, le sue cause ed i modi per prevenirla, attingendo scienza e professionalità sia dai testi sacri, come dagli autori classici: Tucidide, Galeno, Ippocrate, Aristotele, Platone, Rufo di Efeso ed i cronisti dell’età giustinianea. Al-Razi (850-923) medico di Bagdad, diede la prima chiara descrizione clinica di queste affezioni; già nel 910 trattò la sintomatologia del vaiolo, nella sua forma più lieve. Fiorirono le traduzioni in arabo e i commentari ai testi medici antichi e contemporanei: fu anche merito di queste versioni e produzioni scientifico-letterarie se l’Occidente riscoprì la scienza del mondo classico ed in particlare la ricerca ed i trattati sulla salute, fondamenti della nostra civiltà della conoscenza.
Nei secoli XI e XII avvenne un’inversione di tendenza attraverso l’espansione demografica e lo sviluppo tecnico ed economico, grazie pure ai favorevoli mutamenti climatici, all’aumento della produttività agraria e quindi alla maggiore disponibilità alimentare, fattori positivi cui si aggiunsero nuovi atteggiamenti e concezioni culturali e religiose: è la cosiddetta rinascita dell’anno Mille, con il suo corollario di sviluppo e risveglio delle comunità locali, di recupero delle terre incolte – soprattutto verso est, nelle pianure meno popolate della Germania – merito in parte della diffusione degli ordini monastici cistercensi e cluniacensi, impegnati oltre al resto, nella colonizzazione agricola.
Alla fine del Duecento, il ciclo favorevole si esaurì. Ritornò la recessione economica soprattutto fra le masse contadine francesi e nel Trecento anche nell’ambito delle industrie tessili fiamminghe, e questo mentre salivano le tensioni tra Inghilterra e Francia e si bloccavano i traffici delle materie prime, necessarie alle attività nelle Fiandre.

Sopravvivere alla morìa
Fin dai primi del Trecento si manifestarono in Europa preoccupanti segnali di stasi economica e di malessere sociale che nel tempo si confermarono in tutta la loro gravità, culminando con l’epidemia di peste bubbonica del 1348. Agli inizi del secolo, l’Europa settentrionale aveva raggiunto circa 30 milioni di abitanti – la massima espansione demografica compatibile con le risorse disponibili – mentre era in atto un sensibile cambiamento del clima, una “piccola età glaciale” con inverni rigidi ed estati umide. Le cronache registrano che dalla primavera del 1315 fino al 1322 le stagioni eccessivamente piovose compromisero la produzione cerearicola, quella dell’uva e della frutta con perdite dal 12 al 100% per i diversi raccolti. La conseguente carestia colpì non solo le famiglie, ma anche gli animali da lavoro (buoni, cavalli) e da carne (buoi, maiali, animali da cortile). Nelle estati troppo piovose, il caldo umido faceva proliferare parassiti e muffe delle piante. Sopraggiunsero le malattie, che se non danneggiarono troppo cavalli e maiali, fecero strage di animali selettivi nell’alimentazione, come ovini e bovini. Greggi e mandrie, indeboliti dalla sottoalimentazione, subirono fino al 90% delle perdite, per l’azione devastante della “peste bovina” e di altre malattie, definite con il termine generico di “morìa”.

La popolazione si adattò alla carne di maiale, compromettendo la conservazione e riproduzione del patrimonio zootecnico. Le altre misure quali le semine più frequenti e la coltivazione estesa a tutti i terreni disponibili, anche ai meno adatti, non si rivelarono risolutive, anzi esaurendo la fertilità della terra, i raccolti furono minori.
In questa Europa indigente e sottoalimentata, sopraggiunse una ventina di anni dopo, la terribile catastrofe rappresentata dalla “Morte Nera”, causata dalla Yersinia pestis, un agente patogeno trasportato dalle pulci parassite dei ratti “ospiti” a bordo delle navi. Il 25 ottobre 1347 nel porto di Messina attraccò una nave forse proveniente dal Mar Nero: scoppiò un’epidemia che si diffuse con rapidità e per varie vie, nel resto del continente. È la grande peste del 1348-51 che Giovanni Boccaccio mise sullo sfondo del Decameron, descrivendo anche gli sconvolgimenti sociali da essa provocati.

E’ risaputo che il morbo, comparso in Asia centrale attorno agli anni Venti del Trecento, nel 1345 aveva raggiunto via terra la Crimea; la sua avanzata divenne più rapida quando dai porti commerciali sul mar Nero, due anni dopo invase via mare il bacino del Mediterraneo (Costantinopoli, Alessandria, Cipro, poi Messina, Genova, Firenze e Venezia…) divampando successivamente tra i popoli del Levante islamico e del Nordafrica, con una mortalità tra il 30 ed il 40% delle popolazioni. Nel 1348 raggiunse Marsiglia e si espanse in tutti i paesi mediterranei. Da Venezia si propagò in Friuli. Non risparmiò il Nord Europa: ne furono coinvolti praticamente tutti i Paesi, dall’Austria alla Groenlandia, alle Orcadi, Faer 0er e isole Shetland. L’estensione pestifera fu aiutata dalle vicende politiche e militari: tra il Regno di Francia e il Regno di Inghilterra si stava svolgendo la prima fase del conflitto passato alla storia come Guerra dei Cent’anni e il transito degli eserciti favoriva la diffusione del contagio nelle zone interessate dal conflitto.

Si stima che nel periodo 1347-51, la peste nera facesse in Europa 25 milioni di morti su una popolazione complessiva di circa 80 milioni. Alcune città furono colpite in maniera durissima: a Venezia forse morì il 70% degli abitanti (80-90 mila persone su una popolazione di 120-150 mila); Milano ebbe solo 15.000 morti su circa 150 mila abitanti, poiché i Visconti limitarono gli ingressi in città di persone e merci. La popolazione urbana era più a rischio rispetto a quella rurale, in quanto più esposta ai contagi per i maggiori e più diretti contatti fra le persone, per la costante inspirazione delle particelle infettive immesse nell’atmosfera dagli starnuti e dalla tosse, per la presenza di acqua infetta e di insetti nocivi. Inoltre, le interruzioni delle riserve alimentari provenienti anche da lontano, esponevano le città al pericolo di carestie, aggiungendo altri morti a quelli delle infezioni. I centri urbani non si mantenevano pertanto demograficamente stabili senza consistenti afflussi di emigranti dalle campagne a colmare i notevoli vuoti lasciati dalle malattie endemiche. La campagna era ritenuta più salubre per diversi motivi: la minore densità della popolazione, la relativa distanza dalla città, l’acqua meno inquinata e l’alimentazione migliore. Tuttavia, se il morbo vi si espandeva, le conseguenze potevano esse più violente che in città, già in certo senso immunizzata.

Durante le pandemie, molti trovavano consolazione nello spirito, ritenendole in genere un castigo divino: si intensificavano le pratiche religiose implorando l’intercessione della Madonna e di qualche santo specifico. L’iconografia popolare rappresentava la peste sotto forma di frecce scoccate dall’alto, contro le quali il protettore più adatto era san Sebastiano, soldato romano del III secolo, giustiziato per la sua fede a colpi di freccia; nel medioevo e nell’epoca successiva compare assieme a Rocco, santo molto noto dalla seconda metà del Trecento8, rappresentato in arte con un rigonfiamento sulla coscia – forse proprio un bubbone – che mostra sollevando la veste ed indicandolo con la mano. Rocco e Sebastiano, invocati contro peste, tornarono nella devozione popolare durante le epidemie di colera dell’Ottocento. La protezione più sicura veniva però dalla Vergine Maria, spesso raffigurata nell’atto di salvare le persone sotto il suo mantello, mentre nugoli di frecce piovevano dall’alto.

Anche la chiesa, “titolare” della liturgia e dei culti santorali contro il morbo, risentì in modo particolare della pandemia. La vita in comunità di preti, monaci, canonici, chierici, ma anche la cura spirituale e l’assistenza rendevano il clero particolarmente vulnerabile. Le precauzioni igieniche e comportamentali cui dovettero attenersi i religiosi, allentarono impegni pastorali, studio, formazione e preparazione in genere, suscitando in seguito una delle maggiori critiche di Martin Lutero. Ricomparvero i “pellegrini danzanti” che invocavano la protezione divina flagellandosi nelle processioni. Rimedi… di dubbia efficacia: il Trecento ad esempio si chiuse con la peggiore infezione del secolo dopo la peste nera, pare introdotta in Italia ed in altri luoghi proprio dai flagellanti francesi.

Le epidemie del XIV secolo determinarono comunque una svolta nella storia dell’Europa occidentale, provocando cambiamenti strutturali sul piano sociale ed economico. In Inghilterra (ma non solo: è un fenomeno abbastanza generalizzato) tra la metà del XIV e il XVI secolo, circa 1300 realtà urbane vennero abbandonate con la drastica riduzione produttiva per mancanza di manodopera. Risvolti diretti di tali tragedie furono l’aumento dei salari degli operai rimasti e lo sviluppo di tecniche e strumenti da lavoro, in sostituzione dell’opera manuale.

Ratti e pulci, i veri untori
Durante la pandemia pestifera del 1894-99, il medico svizzero francese Alexander Emile Jean Yersin (Aubonne-Svizzera, 1863 – Nha Trang-Vietnam, 1943), contemporaneamente a Shibasaburo Kitasato (Kyushu, 1853 – Na- kanocho, 1931), isolò ad Hong Kong nel 1894, il bacillo della peste che fu chiamato Pasteurella pestis (oggi è detto Yersinia pestis): di solito vive nelle pulci ospiti preferibilmente di ratti infettati da roditori selvatici le cui tane ne ospitano il batterio in modo stabile e continuo. La responsabilità della peste umana è di una popolazione di roditori ricettivi che la trasmette a pulci e pidocchi a loro volta infestanti e a contatto con gli abitanti di città e villaggi10. Tutto parte dalla puntura di una pulce infetta da un ratto malato (o da un roditore di qualche altra specie). Quando quest’ultimo muore, la pulce per nutrirsi si trasferisce immediatamente su altro animale a sangue caldo o trova ospitalità nell’uomo. Probabilmente la specie originaria dei “ratti pestiferi” viveva in India giungendo in Europa sulle navi commerciali; dai porti gli “invasori” estendevano il proprio raggio d’azione all’entroterra. Le tre forme distinte del morbo sono quella bubbonica (con bubboni o gonfiori) di cui non sono del tutto chiare le modalità di propagazione, la setticemica (il bacillo si concentra nel sangue causando alle volte sulla pelle macchie scure che si associano ai bubboni, assumendo il tipico aspetto denominato “peste nera”) e quella polmonare (il bacillo si accumula nei polmoni e viene espulso attraverso l’espettorato): ciascuna di queste forme ha uno specifico quadro clinico ed epidemiologico e anche modalità proprie nel manifestarsi.

Tra il 1348 e il 1782 non ci fu in Europa periodo in cui la peste non comparisse da qualche parte. I responsabili delle Comunità facevano fronte alla gravi situazioni con puntuali ordinanze e provvedimenti nei diversi ambiti della vita sociale, dall’ordine pubblico, alla limitazione della libertà di movimento, ai regolamenti igienico-sanitari, a quelli fiscali, necessari questi ultimi per reperire adeguate risorse finanziarie. Generalmente si cominciava con l’isolare le zone infette cacciando dalla città o espellendo dallo stato i gruppi sociali ritenuti portatori del morbo: di solito Ebrei o stranieri in genere, o gruppi identificati come socialmente devianti per qualche peculiare caratt eristica; poi si rimuoveva o eliminava ogni fonte di cattivo odore: ne derivarono la sistematica (e positiva) raccolta di avanzi e rifiuti, ma anche la contrazione dell’essenziale (quanto fetido) lavoro di cuoiai e conciatori, e la riduzione dell’attività di macellai, pescivendoli, becchini. Inoltre, tutte le persone moralmente inquinanti (prostitute “stradali” o dei pubblici bordelli – chiusi come ogni tipo di commercio sessuale, tollerato in regime normale dalle città, pur col mugugno della Chiesa, perchè gli… “operatoritrici” pagavano le tasse – vagabondi ed altre categorie) venivano cacciate 0 eliminate. Tali misure si basavano sulla comune convinzione che la malattia fosse provocata da un’infezione (miasma) ambientale: cattivi odori e cattive persone erano in grado di contaminare il mondo fisico. Nel 1550 non c’erano quasi più Ebrei in Europa occidentale dopo le espulsioni o  massacri; stessa sorte capitò ai “diversi” e cioè stranieri poveri, lebbrosi, colpiti da altre malattie infettive. Nel novero dei pregiudizi entrò pure la stregoneria, un’ossessione durata fino all’inizio del XVIII secolo.

Durante le epidemie i medici proponevano le loro ricette, basandosi sulla filosofia e sulla sapienza antiche: prescrivevano un regime moderato di diete ed esercizio fisico e stili di vita salutari, suggerivano l’eliminazione di luoghi umidi e paludosi, l’abolizione di certi comportamenti come la licenziosità e la mendicità. Per il clero, il male derivava dalla collera di Dio e quindi erano necessarie adeguate pratiche religiose. Quelli che facevano del loro meglio portando ai malati un certo sollievo, erano i cerusici, i più vicini agli infetti: incidevano i bubboni, praticavano salassi (a mano o mediante le sanguisughe), curavano le ferite con i medicamenti disponibili e conosciuti. Essendo ignota l’eziologia del morbo, non vennero mai adottate misure efficaci contro i ratti e gli altri animali infestati dalle pulci. Le principali misure preventive restavano la sorveglianza all’ingresso delle città, il sistema generale di quarantena per individui e merci in ingresso, la spedalizzazione e l’istituzione dei lazzaretti, luoghi obbligati di ricovero per i contagiati. La peste comportava spese enormi per indagini ambientali e cliniche, per sanitari e magistrati, per gli stessi spazi di cura, che i bilanci pubblici non sempre erano in grado di sostenere: è pertanto facile immaginare l’estremo degrado dei centri abitati durante le pandemie. I sintomi erano abbastanza conosciuti e ripetuti nella letteratura medica dei secoli “pestiferi”; la vita, specie negli ambienti di ricovero, infernale. La descrisse il cardinale Spada: “lezzi intollerabili opprimono chi vi si addentra… si cammina in mezzo ai cadaveri… è l’immagine esatta dell’inferno”. Le medicine, per secoli sempre quelle, derivavano dal mondo vegetale: ruta, rosmarino, cipolla, aceto assenzio e vari oppiacei. I medici chimici (disprezzati e ridicolizzati da quelli tradizionali di formazione filosofica) raccomandavano anche amuleti di vario genere contenenti arsenico, nonché il ricorso a stagno e mercurio. Il veleno doveva far uscire il morbo venefico in base al principio che “i simili si attraggono”. Stravaganti ingredienti – quali limatura di zoccoli di cavallo, corallo, occhi e chele di granchio, olio di scorpione – erano utilizzati per un impiastro da applicarsi direttamente sul bubbone12.
Nei lazzaretti, le morti erano più frequenti delle guarigioni e l’alto numero dei decessi imponeva sepolture rapide in fosse comuni e di sufficiente profondità, per evitare che la decomposizione dei cadaveri, con la conseguente produzione di gas infetti (miasmi), contaminasse l’aria attorno alle tumulazioni. C’erano opposizioni a questa pratica di sepolture frettolose: i fedeli, soprattutto benestanti, avrebbero infatti preferito seppellire i propri cari all’interno o attorno alle chiese.

A Milano, anche Satana lavorava ad pestem
Le epidemie avevano un andamento ciclico, con fasi inizialmente ravvicinate, fino ad arrivare nelle aree e regioni più evolute, a intervalli di 15-20 anni13, grazie ad opportuni regolamenti sanitari e alla graduale istituzione di uffici di sanità in ogni centro. Ciò richiese la raccolta scrupolosa e l’analisi dei dati sanitari, l’introduzione di tasse per le spese e la costruzione di lazzaretti. Nel 1488, Milano si dotò di un lazzaretto costruito come un chiostro, con cortile centrale circondato da edifici; seguirono Genova e Firenze con una rete di quarantena per il contenimento della peste, poi Napoli e Roma e altre città. Solo nel 1600 anche i centri più piccoli ebbero consigli, funzionari ed operatori impiegati “a tempo pieno” in questo ambito sanitario.

La peste del 1630, celebre per essere stata immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame, colpì le maggiori città italiane ed europee con particolare virulenza. Gli storici concordano nel ritenere come concausa la grave crisi economica degli anni immediatamente precedenti, accompagnata dal drastico calo delle nascite, conseguente al generale stato di malnutrizione. Poco tempo prima, una terribile carestia aveva infatti colpito il Nord Italia e i luoghi abitati vennero presi d’assalto da vagabondi e mendicanti. La peste giunse al seguito dei Lanzichenecchi discesi attraverso la Valchiavenna in direzione di Milano: trovò un habitat ideale fra la popolazione stremata dalla fame e dall’inedia.

Alcuni demografi, come Guido Alfani, hanno interpretato la peste del 1630 come uno spartiacque economico per la storia d’Italia: questa ondata infatti, seguita a molte altre epidemie che avevano sostanzialmente risparmiato le campagne e decimato le fascie più povere della popolazione urbana, imperversò in maniera indiscriminata in ogni angolo geografico e sociale. Pertanto, se le pesti “dei poveri” del XVI secolo si concentravano soprattutto nelle realtà urbane più deboli e depresse, quelle del Seicento interessarono sia gli agglomerati più consistenti che le piccole comunità rurali, scardinando il sistema produttivo e privando le campagne delle proprie potenzialità e delle persone necessarie ad integrare i decessi in città. L’intera economia manifatturiera italiana ne risultò danneggiata, proprio in un momento cruciale di competizione con l’Olanda e l’Europa settentrionale che ne uscirono avvantaggiate. Il dramma e l’angoscia collettive suscitarono motivazioni irrazionali dalle quali derivò un diffuso clima di sospetto su untori e congiure. Riporta F. Cordero, citando testimonianze di imputati in processi a supposti untori: “Dalla tarda primavera all’inverno 1630 fiorisce un’alchimia perversa nella Milano appestata: …qualcuno lavora ad pestem…; secondo opinioni dell’élite colta, dal protofisico al cardinale-arcivescovo, è in ballo anche Satana. … L’immaginario non è confinato nella fantasia popolaresca naive: vi eccellono magistrati, curiosi filosofanti, dottori senza grammatica, domenicani imbroglioni; un canonico scettico sogghigna; che poi l’industria venefica consista in atti maligni a evento allucinatorio, o quasi soltanto tale, come nelle fatture dei negromanti, non toglie niente allo psicodramma”.

Un imputato confessa spontaneamente le modalità di trasmissione del contagio e coinvolge alte personalità in un presunto complotto per diffondere la peste. Sempre il Cordero racconta che lo interrogano nel solito stile apparentemente svagato. Quel pestifugo è composto da quattro olii: “…e con questo s’unge li polsi, sotto l’asselle, la sola de piedi, il collo della mano e nelli genochij… lo ha composto su formula del prete Bonsignori…” e poi continua: “…et tunc cepit dicere: ho datto al Commissario uno vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò imbratasse le muraglie”; non gliel’ha insinuato nessuno. Lo calano e lo slegano. Adesso parla a fiotti: “era sterco humano, smoiazzo, et di quella materia, che esce dalla bocca de morti, che sono sopra li carri, qual materia… me la diede detto Commissario, et me ne diede uno vasetto, qual io poi posi nella caldara, che è là in casa mia, qual vaso poteva tenere una libra di robba, la qual robba me la diede circa dieci giorni sono, et inanti ch’io dassi il vaso a lui trattassimo di questo sopra il corso di Porta Ticinese, lui et io solamente, et mi disse che li facessi questa compositione, perchè lui havrebbe lavorato assai, poichè si sarebbero amalate delle persone assai, et io havrei guadagnato assai col mio elettuario…”. Proposte delittuose e materia venefica venivano dal commissario; plausibili i motivi: guadagno di entrambi sulla peste.
L’imputato spiega poi come componesse l’unguento: “pigliavo il sterco et lo mettevo nella caldara et lo distemperavo con quello smogliazzo che era là dentro, et poi di quello ne pigliavo et lo mettevo in uno baslotto et lo mesedavo con il vaso che il Commissario m’haveva datto, et bene incorporato tutto, ne impivo il vaso et buttavo via il resto nella Vedra”; questo stile igienico spiega come mai Milano sia stata invasa dalla peste. La ricerca ha poi scoperto che il vettore era la pulce del ratto, e in quell’anno di topi ce n’era una quantità mai vista. Cordero riporta una cronaca relativa a Busto Arsizio, dove “regnò tanta quantità de ratti che quasi difficilmente le persone si potevano diffendere, anche in pieno giorno… dalla gran molestia et importuna rabbia di questi animali, che non si poteva salvare cosa alcuna per il gran numero e quantità dei mussi, nè vi era casa dove non regnassero a centinara, et di grossezza talmente smisurata, che mettevano terrore a vederli in squadrilia”, così “rabbiati di fame, che rosignavano gli uschi et le finestre”; stanati dalla carestia, invadono la città.
Il sospettato continua nel suo racconto, su come è stato istruito nel suo lavoro e a muoversi per non destare sospetti: “Et se dicessero “che vuoi?”, dì “niente”, ma che sei andato là per servirli, et che poi li ongessi con quell’onto, et così andai et li onsi nella detta hostaria del Gambaro… con

quell’unguento et ne metterli il feraiolo li onsi anche il colaro et il collo con le mie mani, dove credo siano morti per tal onto, et credo che saranno morti senz’altro, perchè morono soltanto a toccarli li panni…”. L’unguento “tirava al bianco et al giallo”, afferma. Allora gli inquirenti tirano fuori dall’armadio tre pentole contenenti liquido maleolente “et ivi a presso ancora uno vaso come sarebbe uno boccalone da oglio con dentro un poco di crusca di formento… fecero bollire un non so che in una pignatta quale boli più di due hore…”; nella notte l’infuso rimase nella pentola, ma l’indomani lo travasarono nelle fiale: era giallo-verdognolo.
Ma a che serviva l’intruglio? L’imputato risponde: “pregato da …di darli della putredine, che esce dalla bocca delli infetti cadaveri, l’interpellai che cosa ne volesse fare, et egli mi rispose che voleva fabricar un onto per ontare li cadenazzi et porte della Città per far morire le persone”.
Le misure italiane in materia di sanità pubblica per contenere l’epidemia furono adottate anche in Inghilterra: nelle pestilenze del 1498, del 1535, del 1563, del 1578 e del 1589 a Londra parti un’efficace campagna contro il vagabondaggio e l’accattonaggio. Il Royal College of Physicans elencò una serie di misure igieniche (1578): purificare l’aria gli oggetti infetti e le abitazioni con profumi e fumigazioni, cambiare frequentemente abiti e biancheria da letto, lavare a fondo o meglio bruciare gli abiti usati per lungo tempo e infine le tradizionali cure con la ruta e l’assenzio.
Nel 1665 la peste devastò Londra, a quei tempi una delle maggiori città del mondo, con mezzo milione di abitanti: i decessi per il morbo furono centomila, cioè il 20% della popolazione.
Solite misure di igiene pubblica: pulizia dei canali di scolo, rimozione degli odori cattivi provenienti dai residui di granoturco e pesce e dalla concia; divieto di esporre e vendere vestiti usati. I cittadini più facoltosi si rifugiarono in campagna; i più poveri rimasero in città a morire, difendendosi dall’infezione col tabacco fumato o masticato lasciando ai facoltosi i fumiganti a base di rari e costosi ingredienti composti da zolfo, salnitro e ambra, oppure da zolfo, luppolo, pepe e incenso, tutti efficaci come il tabacco o meno.
Medici e studiosi discutevano intanto sulla natura e le cause delle epidemie, dividendosi come al solito tra l’ipotesi del miasma e quella del contagio. Fin dall’epoca della peste nera c’era stata una significativa minoranza di sostenitori del contagio quale causa maggiore della diffusione dell’epidemia, contro la maggioranza che la identificava nei miasmi dell’aria. Tra medici e intellettuali razionalisti inglesi circolò un’idea nuova, che cioè

 

 

il trattamento più incisivo contro la peste fossero gli agenti chimici e non le erbe aromatiche.
Quella del 1665 fu l’ultima peste di Londra, poi per cause ignote, ma non del tutto, il killer scomparve dal suolo inglese. Contribuì forse il grande incendio della metropoli nel settembre del 1666 quando sparirono i cinque sesti della città e con essa i ratti dell’infezione, a fronte delle relativamente poche vittime umane: gli abitanti avevano del resto già subito la strage di peste, lasciando molte case vuote. La città fu riedificata in mattoni e pietra con adeguato sistema fognario e viario e la pubblica igiene ne fu favorita.
Con il Seicento finiscono le grandi pestilenze, eccetto una coda nel Settecento. L’episodio finale colpì Marsiglia nel 1720 e fu una delle epidemie più feroci della storia. Quindi, ciò che era iniziato in Europa in maniera inaspettata e violenta negli anni Quaranta del Trecento finì in modo analogo negli anni Venti del ‘700; gli episodi successivi furono circoscritti e meno devastanti.
Il capitano Chataud era salpato da Sidone il 31 gennaio 1720 con tanto di certificato sanitario attestante l’immunità sua, della ciurma e del carico trasportato. La nave approdò a Tunisi, un porto islamico dove non c’era precauzione alcuna. Giunto a Livorno, l’ufficiale denunciò la morte di due marinai e proseguì col suo carico fino a Marsiglia dove i funzionari portuali rilevarono che la nave era affetta da “febbre pestilenziale maligna”. Altre navi erano in porto per cui fu immediatamente allestito un centro di osservazione ed isolamento degli ammalati. Nonostante tutto, la peste si diffuse tra la popolazione con i conseguenti e pesanti problemi e provvedimenti di gestione del terribile evento: furono emanate norme di emergenza, allontanati dalle strade vagabondi, senzatetto e stranieri – molti vennero obbligati a raccogliere i cadaveri e a seppellirli in luoghi predisposti – chiusi i negozi, impedite le funzioni religiose, annullate le udienze nei tribunali, distribuite le razioni giornaliere di pane ai poveri. Subito si instaurò un rapporto difficile tra funzionari amministrativi e medici e tra i medici stessi. Poiché la peste non accennava a diminuire, nel febbraio del 1721 l’intendente, accusato di cattiva conduzione della drammatica contingenza, fu impiccato. Gli amministratori accolsero l’offerta di aiuto degli ufficiali della flotta e promisero di restituire la libertà a 133 galeotti in cambio dell’aiuto nella rimozione dei cadaveri. A fine agosto si contavano mille morti al giorno e a questo punto si dovette trovare anche il modo di seppellirli dal momento che i fumi dell’eventuale cremazione avrebbero contribuito a propagare il morbo. Da varie congetture, uscì la soluzione di seppellirli nelle cripte delle chiese coperti di calce. Molti moribondi si trascinavano da sé verso la cattedrale per esservi inumati.
I medici si riunirono in consulto nella prestigiosa facoltà di medicina di Montpellier. Alcuni di essi aperti alle idee preilluministiche, sentenziarono che la peste era un terribile evento naturale e che nulla c’entrava l’intervento divino; pur non conoscendo le terapie cliniche risolutive, negavano perfino che fosse una malattia incurabile e non certo da debellare con la fumigazione e la fuga. Intanto i funzionari procedevano a purificare la città: ogni casa era segnata con una croce rossa, panni e tessuti di quelle abitazioni bruciati, strutture e mobilio fumigati e ogni cosa lavata a fondo. Le persone in grado di pagare, dovevano risarcire lo stato per questi lavori.
Dalla seconda metà del Settecento la peste scomparve dall’Europa, salvo casi sporadici. Alcuni attribuiscono questa scomparsa al prevalere del topo marrone (Rattus norvegicus) sul ratto nero (Rattus rattus) portatore della pulce che trasmette la peste all’uomo. Inoltre migliorò la capacità di isolare i focolai epidemici. Un contributo derivò da norme urbanistiche più appropriate e da nuove tecniche costruttive delle case in pietra, più salubri e molto meno ricettive di topi e parassiti. Inoltre, la Rivoluzione industriale che si faceva strada già a partire dagli anni Trenta del XVIII secolo, mise in luce la “questione sociale” e nel giro di qualche decennio le nazioni industrializzate si dotarono di una sia pure embrionale legislazione del lavoro e assistenziale, migliorando le condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie di gran parte della popolazione dei Paesi occidentali. L’evoluzione dell’agricoltura e l’aumento di produzione dei beni alimentari, assicurarono stabili e regolari ritmi nutrizionali fra la gente, rinforzandone le difese organiche contro le malattie.
A partire dal XIX secolo, le epidemie di peste scomparvero quasi completamente dalla scena europea. Gli ultimi episodi furono limitati a pochi casi, localizzati e tempestivamente isolati dai cordoni sanitari. In Italia l’ultimo episodio grave fu la peste di Messina del 1743, limitata da rigide regole igieniche e protettive, che se impedirono al morbo di diffondersi, impedirono nel contempo i rifornimenti alla città, provocando una durissima carestia. Con la peste egiziana del 1844, terminò il ciclo delle epidemie mediterranee. L’ultima europea si propagò in Russia nel 1889.
Fuori dall’Europa, tra Ottocento e Novecento si verificò la grande pandemia in India e Giappone, passando per Hong Kong e Taiwan, che durò dal 1894 al 1906 con tasso di mortalità stimato in certi luoghi dell’80% dei colpiti. Fu allora che Yersin isolò il batterio e creò un siero efficace per rallentare la progressione del morbo. Nel 1920 fu colpito il Madagascar; dal 1960 al 1967 il morbo si ripresentò in Vietnam. In epoche successive alcune epidemie hanno avuto durata molto breve: nell’ottobre 1994 in India, nel novembre 1998 in Uganda, nel maggio 1999 in Namibia e a luglio dello stesso anno in Malawi. Il 18 giugno 2009 furono registrati 13 casi di peste bubbonica nella Libia orientale, nella zona di Tobruk vicino al confine con l’Egitto; nel 2014 in Madagascar.

Nonsolopeste
La peste di Marsiglia fu l’ultimo grandioso episodio di morbo in Europa, ma non l’ultima delle epidemie. L’influenza, il vaiolo, il morbillo, il colera probabilmente uccisero altrettante persone quante la peste e spesso colpivano con maggior virulenza i giovani adulti, con danni sociali rilevanti. Una comunità che perda in una sola epidemia una percentuale rilevante dei propri adulti giovani stenta a sopravvivere, per evidenti motivi legati alla produttività e alla riproduzione.
Il vaiolo e il morbillo erano considerate malattie infantili25 che raramente attaccavano la popolazione adulta; chi sopravviveva a un primo attacco, era immune a nuove infezioni.
Quando gli Spagnoli penetrarono nel Nuovo Mondo, il crollo demografico fu catastrofico. Il bacillo del vaiolo portato dai Conquistadores, annientò quasi totalmente il popolo caraibico. Nel 1568, meno di 50 anni dopo che Cortès aveva dato l’avvio allo scambio epidemiologico fra le popolazioni amerinde ed europee, gli abitanti del Messico centrale si erano ridotta a 3 milioni, quasi un decimo di quelli all’epoca dello sbarco; nel 1620 raggiunse il punto più basso, con un milione e 600.000 individui. Le popolazioni del Nuovo Mondo mancavano totalmente di immunità acquisite e ogni infezione si trasformava regolarmente in epidemia mortale.
Erano conosciute anche la sifilide, la tubercolosi e la lebbra. L’infezione che più si avvicinava alla peste per le reazioni popolari, era la lebbra considerata la malattia più antica del mondo. Probabilmente originaria dall’Asia, divenne endemica in Europa nel XIII secolo e regredì nel XV secolo. Per gli Ebrei, un lebbroso era una persona con credenze e pratiche scorrette che Dio rendeva evidenti sotto forma di affezioni della pelle. Il IV Concilio Lateranense (1215) dispose che i lebbrosi nonché gli Ebrei ritenuti particolarmente esposti alla lebbra, indossassero speciali contrassegni indicativi.

Nel XIII secolo, la lebbra diventò endemica in Europa. I malati dovevano vivere nei lebbrosari, fuori dalle mura cittadine. Nel XVI secolo venne esportata nell’America latina, prima dai conquistatori spagnoli e portoghesi, poi dai mercanti di schiavi africani. Fino al XIX secolo, era ritenuta una malattia ereditaria.
La sifilide era una malattia nuova, che negli ultimi anni del sec. XV si diffuse con carattere epidemico e con eccezionale gravità in tutta l’Europa. Intorno all’origine della sifilide, il cui batterio (Treponema pallidum) è stato identificato solo nel 1905, non vi sono dati sicuri.
Alcuni propendevano per la sua provenienza dal Nuovo Mondo: quindi l’Occidente avrebbe esportato il vaiolo ed importato la sifilide attraverso i marinai di Colombo, reduci dal primo viaggio in America: gli scavi nel monastero agostiniano di Kingston-upon-Hull, nel nordest dell’Inghilterra, hanno però messo in luce scheletri di persone decedute prima del viaggio di Colombo, con evidenti segni della malattia28. La prima epidemia di sifilide conosciuta ed accertata è forse quella del 1495 scoppiata fra le truppe di Carlo VIII di Francia, sceso in Italia l’anno prima per diventare re di Napoli. Il suo esercito – composto per lo più da mercenari fiamminghi, guasconi, svizzeri, italiani e spagnoli – è ritenuto il diffusore della malattia nell’Italia centrale e settentrionale e in genere in Europa: da noi si chiamò “mal francese”, mentre in Francia, “male napoletano” o “spagnolo”, attribuendolo ai facili costumi delle signore partenopee che irretivano i soldati d’Oltralpe. Era comunque opinione comune – allora, come ai tempi a noi vicini – che il contagio fosse causato da contatti sessuali illeciti con donne, in particolare con le prostitute. Il trattamento più diffuso era a base di mercurio somministrato come unguento da strofinare sul corpo, oppure da ingerire direttamente. Chi riusciva a sopravvivere a questa forma precoce e pericolosa di chemioterapia omeopatica29 (ed era molto improbabile), aveva qualche remota speranza di guarigione.
Solo nel 1910 venne scoperta una cura realmente efficace30: Paul Erlich, microbiologo tedesco, sintetizzò e sperimentò la combinazione 606 (Sal- varsan) su malati di sifilide, ottenendo validi risultati contro il Treponema pallidum, la spirocheta agente della sifilide.
Il vibrio cholerae
Il colera che sconvolse l’Europa del secolo XIX, è causato da un vibrione che si introduce nell’organismo moltiplicandosi nell’apparato digerente. Il Vibrio cholerae fu identificato per la prima volta dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Kokh. Ebbe un impatto sociale senza precedenti nell’immaginario collettivo delle popolazioni europee, con reazioni tali da ricordare quelle apparentemente superate verso la peste. Quando la malattia comparve per la prima volta in Italia, molti ne individuarono la causa nella collera divina, altri puntarono l’indice su strane combinazioni planetarie e meteorologiche, altri ancora sospettarono avvelenamenti voluti dal governo per colpire le masse in eccessivo aumento demografico; si verificarono sommosse popolari, esasperate esibizioni di religiosità, e si individuavano dei capri espiatori additati come untori, generalmente persone ai margini della società o stranieri, ma spesso pure medici e funzionari pubblici.
Il colera – malattia endemica di alcune zone asiatiche – compare già in un manoscritto tibetano del IX sec.; fu segnalato nel Bengala, la regione del delta del Gange, da Vasco de Gama (1490). Le manifestazioni iniziavano con forte diarrea accompagnata da dolori addominali. Nel contempo, si presentava anche il vomito e cessava l’emissione di urina. Il corpo si disidratava. Quando il malato provava un’intensa sensazione di freddo, nota come fase algida, la morte sopraggiungeva nel giro di poche ore.
Per due secoli fu considerato una febbre tipica dei paesi esotici, localizzata in India, finché, all’inizio del XIX secolo il morbo cominciò a viaggiare. Allo sviluppo industriale dell’Ottocento, seguì un considerevole incremento demografico con l’espansione delle città dove ovviamente aumentava la massa di rifiuti e germi, condizioni favorevoli al propagarsi del colera. In Europa si registrarono sette pandemie nel corso del XIX secolo. Sei di queste giunsero anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 18651867, 1884-1886 e 189332.
La prima pandemia si diffuse nel 1817 a partire da Calcutta, nel Bengala. Arrivò in Cina e poi con le carovane, alle foci del Volga. Nel 1832 sbarcò sulle coste settentrionali della Francia e vi fece almeno 103.000 vittime, di cui 20.000 nella sola Parigi. Due anni dopo, una nave infetta con soldati inglesi sbarcò alle foci del Douro e diffuse l’epidemia in Portogallo e poi in Spagna

 

 

e in Provenza; nel 1835 da Nizza approdò in Italia, a Genova e Torino.
Negli Stati Italiani riapparvero le vecchie misure di tutela, con cordoni sanitari marittimi e la quarantena per le imbarcazioni provenienti da zone infette e sospette. Poi punizioni severe per quanti violavano i cordoni di mare e terrestri o aggiravano le disposizioni sanitarie. Nel 1835, quasi tutti gli stati italiani, in particolare quelli del Nord, riorganizzarono il sistema dei lazzaretti33.
Nel medesimo periodo, la malattia dal Nord si diffuse verso la Toscana e poi nel Lombardo Veneto, privo di misure precauzionali. Verso la fine del 1835 arrivò a Venezia e a Trieste per poi estendersi in Dalmazia, a Padova e Vicenza e da lì nell’intera Italia settentrionale. Un paio d’anni dopo, arrivò a Napoli, in Calabria e in Sicilia, zone in precedenza risparmiate, restandovi per circa tre mesi. Il biennio 1848-49 segnò una recrudescenza di contagi dalla Russia alla Polonia al corso del Danubio: i vettori dell’epidemia furono i soldati degli eserciti austriaci e russi impegnati nei moti del 1848, ammassati in alloggiamenti scadenti e in condizioni igienico-sanitarie precarie. All’inizio del 1848 il contagio arrivò in tutto l’Impero austriaco e in due anni si diffuse nel Regno britannico, in Francia, nelle regioni italiane e in altre zone dell’Europa. In Italia furono particolarmente colpiti i territori della prima guerra di indipendenza, tra cui Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Udine, Rovigo, Venezia e Trieste, dov’erano più difficili le consuete misure preventive. Più tardi (1854) il colera fu di nuovo in Italia, a Genova e in Piemonte, poi a Napoli (15.000 morti) e a Messina (20 mila vittime). Solite le cause: cattive condizioni igieniche, acqua scarsa e inquinata fin nella falda, reti fognarie primitive o inesistenti, nessun razionale sistema di smaltimento dei rifiuti e case dei poveri sovraffollate, prive di latrine e lavatoi; al loro interno venivano allevati anche gli animali. I morti, specie se nobili, erano spesso malamente inumati nelle chiese e nei conventi dove sostavano anche i fedeli. In queste condizioni, come ai tempi della peste, calarono i traffici portuali ed i movimenti commerciali con il conseguente rincaro delle poche merci a disposizione. Le cure prevedevano l’abituale salasso con le sanguisughe a malati già da sé disidratati. Si faceva uso di canfora, di bismuto, di oppio, spesso con bagni di vapore. Gli Inglesi usavano più efficaci iniezioni di soluzioni saline. Come nei secoli passati, i medici si dividevano tra miasmatici (contagio da aria corrotta e dai miasmi nauseabondi generati dalla decomposizione di materiale organico) e con- tagionisti (trasmissione del male da uomo-sano e uomo-malato). La teoria “miasmatica” contribuì almeno ad evitare gli accumuli di immondizia nelle città e ad allontanare le sepolture dai centri abitati. Le tesi contagioniste riuscirono invece ad isolare i malati, ad istituire cordoni sanitari e ad imporre la quarantena delle merci.
La sfiducia nei medici e nella medicina ufficiale alimentò le sommosse popolari, le superstizioni, la paura di essere avvelenati, la caccia agli untori e l’intensificarsi delle pratiche religiose con processioni e voti.
Nel 1851 venne indetta a Parigi una conferenza sanitaria internazionale per individuare metodi comuni di lotta contro la malattia. Si giunse ad un accordo, indicando provvedimenti concreti cui avrebbero dovuto attenersi tutti gli stati: approvvigionamento idrico e smaltimento delle acque nere, sistemi fognari in ceramica per la deviazione fuori città dei liquami, la realizzazione di acquedotti per le case. Per i riformatori francesi e inglesi questi provvedimenti avrebbero evitato le quarantene che violavano la libertà dei commerci. Nel 1855, scoppiò una nuova, forte ondata epidemica in Francia, Inghilterra, Italia, dove una regione molto colpita fu proprio il Friuli. Partirono immediatamente misure di risanamento e di promozione dell’igiene pubblica e privata che fecero diminuire i casi degli affetti dalla malattia. Vi furono progressi nelle cure mediche tanto che i decessi raggiungevano “solo” il 60% dei contagiati; fu eliminata la pratica del salasso, finalmente ritenuta dannosa38.
Le osservazioni ed i congressi medici, così come le pubblicazioni specialistiche ipotizzarono una correlazione tra l’acqua e la diffusione del contagio, per prima dimostrata dal medico inglese John Snow durante l’epidemia del colera del 1854. Nello stesso anno, l’anatomista italiano Filippo Pacini ne identificò il vibrione, ritenendo che le lesioni intestinali tipiche del male, fossero causate proprio da questo microrganismo: le sue idee non furono accettate dalla comunità scientifica del tempo39. Il batterio fu studiato solo nel 1884, dal medico tedesco Robert Koch che riuscì a identificare gli agenti causali di numerose malattie epidemiche come la tubercolosi e l’antrace, oltre che del colera, e a dimostrarne la contagiosità40. Gli studi si approfondirono durante la pandemia tra il 1882 e il 1893. Alcuni medici formularono un vaccino. La pratica delle vaccinazioni e l’attenzione per l’igiene pubblica segnarono nel XX secolo una tappa fondamentale nella dura lotta dell’Occidente contro le epidemie. Le due di fine secolo (1884 e 1893) furono circoscritte a poche zone d’Europa e causarono molti meno morti. Vennero erogati in questi anni consistenti finanziamenti pubblici per la realizzazione di valide misure igienico-sanitarie e per il risanamento delle abitazioni fatiscenti.
Un altro vibrione, molto simile a quello di Koch, venne identificato nel 1905, nel lazzaretto El Tor sul Mar Rosso.

Infezioni del Novecento
Nel secolo scorso, le epidemie furono quasi del tutto debellate, almeno nelle aree più avanzate: l’ultima, quella influenzale passata alla storia sotto il nome di “febbre spagnola” (1918-1920)41, si era rapidamente diffusa tra i soldati nei lunghi periodi in trincea, in condizioni igienico-sanitarie facilmente immaginabili. Rientrati dai diversi fronti, la gran parte trovarono in famiglia realtà di degrado, miseria e sottoalimentazione. Nel 1928 Fleming42 lavorando sulle muffe, isolò l’antibiotico penicillina che nel 1943 fu sperimentato in terapia umana sui marines americani durante lo sbarco in Sicilia. Le grandi epidemie sostenute dalle infezioni batteriche erano definitivamente vinte.
Oggi esse sopravvivono in aree caratterizzate da assenza o carenza di acqua potabile, da inadeguate condizioni sanitarie, spesso unite a un generale stato di povertà e di degrado. Le aree tipicamente a rischio sono le periferie urbane o i campi di rifugiati dove l’assenza di sistemi fognari efficienti favorisce la contaminazione delle acque. Queste condizioni fanno dei Paesi in via di sviluppo le aree a maggior rischio. Nel 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato un aumento della diffusione del colera; l’anno successivo, i casi sono aumentati in 52 diversi Paesi del mondo. In tempi vicinissimi, sono stati segnalati focolai in Iraq e in Zimbabwe, poi in Sud Africa e in Botswana, in molte altre parti dell’Africa e dell’Asia. Le cause, sempre le medesime: scarse condizioni igienico-sanitarie, mancanza di acqua potabile, situazioni generali di povertà e degrado, con l’aggiunta della carenza di terapie e medicinali adatti.
In Europa, oggi il colera è una malattia di importazione e i casi sono molto limitati. Da noi, gli ultimi importanti episodi risalgono al 1973, in Campania, Puglia e Sardegna. Il colera colpì Napoli in modo del tutto inaspettato, risuscitando fantasmi antichi. La prima ad essere infettata fu la moglie di un marinaio a Torre del Greco. Subito fu caccia ai colpevoli: condizioni abitative inadeguate, scarsa igiene, poca attenzione a cibo e acqua, miseria endemica, degrado urbanistico… insomma un’intera città veniva colpevolizzata. La responsabilità dell’infezione fu poi attribuita ad una partita di cozze nelle quali si annidava il vibrione (si stabilirà che non si trattava di quelle coltivate nel Golfo di Napoli, ma di una partita importata dalla Tunisia). Cominciò allora la guerra ai mitili, di cui venne vietata la coltivazione e il consumo, una decisione scontata e indispensabile che tuttavia determinò la protesta accesa di quanti vivevano di quel commercio. Il vibrione non venne trovato nelle cozze sequestrate. In totale, su un migliaio di ricoverati e 277 casi accertati, si ebbero 24 morti a Napoli e 9 in Puglia, di cui 3 a Bari. Il grave episodio rimase tuttavia circoscritto.
Dunque, scampato pericolo, fine di ogni pandemia, sicurezza totale nei potenti farmaci a disposizione? Per fortuna i risultati raggiunti sono molto positivi, ma non è detto che si debba abbassare la guardia. La ricomparsa di vecchie malattie come la tubercolosi, altre “infezioni emergenti”, l’AIDS, il pericoloso virus Ebola recentemente individuato impongono nuove misure di sorveglianza, prevenzione e profilassi, oltre all’essenziale coordinamento scientifico su scala planetaria. Si deve insomma prendere atto che le malattie infettive, le epidemie, le pandemie possono sempre manifestarsi, qualunque siano le condizioni di vita della popolazione; inoltre, che gli antibiotici tradizionali mostrano dei limiti di efficacia, dati dalla maggior resistenza ai trattamenti di diversi batteri.
Sono indispensabili risorse, ricerca continua, impegno internazionale, promozione della salute di ogni uomo e comunità a qualsiasi stato sociale o latitudine appartengano, nuovi stili di vita nelle società benestanti. Gli storici di domani potranno così scrivere che le nostre generazioni hanno dato una grossa mano alla scienza, alla solidarietà, al mondo intero.

Roma, Barbari e Friuli: l’unione fa… la peste
La storia ricorda che nel 65 d.C. una grande epidemia colpì Roma, provocando nell’autunno di quell’anno, secondo Svetonio, la morte di 30 mila persone43; un numero inferiore rispetto a quello dell’infezione portata dalla Pannonia, che si diffuse in tutto l’impero cent’anni dopo, nella quale morì anche Marco Aurelio: fu chiamata la “peste antonina”. Dal 168 al 180 – nella lunga campagna militare in Mesopotamia (durò un secolo: da Traiano a Caracalla, 114-216) – una nuova terribile ondata pestifera con una lunga catena di vittime. Come sempre, avverte McNeill, è difficile identificare questa pestilenza con qualche malattia moderna: avrebbe potuto trattarsi

dell’impero, ne fosse coinvolta anche Aquileia in cui esisteva un valetudinario per il ricovero degli infetti e per l’assistenza sistematica ai malati in genere. Ovviamente a queste frequenti malattie, conseguiva una costante diminuzione della popolazione entro i confini dell’impero. Secondo le testimonianze scritte, è possibile che al culmine delle epidemie, la mortalità raggiungesse a Roma fino a cinquemila vittime, costringendo la gente a rifugiarsi in campagna, dove il ritmo di corcolazione degli organismi patogeni era meno intenso. Negli anni fra il 251 e il 266 una nuova propagazione del morbo paragonabile alla “peste antonina” del 165-180, si manifestò con i soliti picchi di mortalità e con la stessa virulenza sia nei centri che all’aperto, dal momento che la mobilità forzata della popolazione in cerca di salvezza determinava la diffusione delle varie forme infettive anche nelle zone di periferia e rurali. Nei centri urbani le autorità sanitarie intuirono col tempo l’opportunità di organizzare forme diverse di prevenzione e di cura.
L’Historia Longobardorum di Paolo Diacono (o anche Paolo di Varnefri- do: Cividale del Friuli, 720 – Montecassino, 799. La storia si interrompe nel 744 con la morte di Liutprando) narra di ricorrenti e devastanti pandemie soprattutto di peste come quelle descritte da Galeno di Pergamo (Pergamo, 129 – Roma, 199 circa), medico greco, i cui punti di vista hanno dominato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento, quando furono sovvertiti dall’opera di Vesalio45. Questi mali erano solitamente accompagnati da altre calamità: terremoti, infestazioni da vari parassiti o da locuste e topi, innondazioni ed alluvioni, deviazioni di corsi d’acqua, avanzamento dei ghiacciai e delle paludi, fenomeni questi ultimi causati da irrigidimenti climatici cui seguì un generale dilatamento delle zone boschive a danno dei terreni coltivabili. Senza contare le scorrerie avariche e slave e infine quelle degli eserciti bizantini. Ovvio che in tale contesto la popolazione continuasse a diminuire e di conseguenza si aggravasse il dissesto sociale, produttivo ed ambientale.
Pesti ricordate sono quella del 526-533, al tempo di Narsete (Grecia, 478 – Roma, 574) cartulario dell’impero d’oriente e generale bizantino; quella inguinaria diffusasi durante il papato di Pelagio (Roma, … – 561; papa dal 556 alla morte); l’epidemia che colpì Grado, l’Istria e Ravenna nel 590, accompagnata da una grande siccità e dall’invasione di cavallette che distrussero prati e frutteti; il morbo di Costantinopoli del 680, in piena guerra con i Saraceni. Nel 600, il litorale adriatico ed il Friuli furono ancora colpiti da una pestilenza di straordinaria gravità. Sembra che proprio in

questo periodo, mentre dominavano i Longobardi, facesse la sua comparsa in regione anche la lebbra: forse dal primo ricovero per lebbrosi, nacque il piccolo centro di Leproso di Cividale46.
L’inizio della peste si manifestava generalmente con grosse ghiandole all’inguine (peste inguinaria) o in altre parti delicate del corpo, quindi subentrava una febbre alta e nello spazio di tre giorni il malato moriva. Dal racconto di quei fatti, nell’Historia di Paolo Diacono emerge un quadro storico e sociale drammatico in cui l’elemento essenziale è rappresentato dal flagello cosmico che stravolge la vita dell’uomo e della natura, degli affetti e dei sentimenti, dell’esistenza di ogni essere e dei giusti rapporti di cose e persone sulla terra. Semplice l’inizio della descrizione: “…c’erano lutti e lacrime…”; tragica la chiusura: “…i luoghi prima adibiti a pascoli furono trasformati in cimiteri e le case diventavano covi di belve…”. Nel mezzo delle vicende, la descrizione del male e della sua eziologia, con rara e potente forza evocatrice47. Tra gli elementi curativi contro la peste erano considerati, l’aglio e la cipolla, poi la salvia “ed il cosidetto vino di S. Paolo, a base di enula preparato depurativo-diuretico, attivatore dei metabolismi del ricambio”. Si trattava quindi di piante aromatiche “che la moderna fitoterapia insegna essere caraterizzate dalla presenza di olii essenziali fitocomplessi ad azione antisettica, disinfettante ed immunostimolante”. Nell’Alto Medioevo, furono di aiuto e stimolo alla ricerca nel campo della salute, la formazione di una coscienza scientifica legata all’opera “di salvataggio delle conoscenze mediche e farmaceutiche… sia in occidente, sia in oriente…48”. Questo, mentre si sviluppavano il monachesimo e la solidarietà benedettine che sulla regola del Santo di Norcia (ivi 480 – Montecassino 547), impegnavano postulanti e monaci ad un adeguato periodo formativo e di studi su discipline diverse, tra cui la scienza medica di Ippocrate (Coo, 460 circa – Larissa 377 a. C. circa), di Galeno di Pergamo e di Celso Aureliano (V sec.), conservando e tramandando in tal modo il sapere medico-scientifico greco e romano. Nel periodo stesso, favorite dal potere politico e dalla Chiesa, si diffondevano le istituzioni ospedaliere che potevano ospitare un gran numero di pazienti. Il primo provvedimento di papa Gregorio Magno (Roma 535-604) fu proprio quello di combattere la fame, la miseria e la peste.
Nella IIA metà del VI sec., la regione friulana fu più volte colpita dalla peste bubbonica. Le cure si basavano essenzialmente sulla fitoterapia: i Benedettini usavano ad esempio l’aglio, “autentico caposaldo in tutto l’Alto Medioevo, entrato per legge nei capitolari di Carlo Magno, assieme a numerose altre piante come l’edera, appunto, la malva, la salvia, il timo”. I Longobardi, forse i primi a conoscere alcuni tipi di febbre, introdussero la purga, il clistere e il salasso, per il quale erano interessate una trentina di vene; quest’ultimo era ritenuto una pratica prioritaria di profilassi anche dai monaci, usata in particolare per decongestionare “quelli che oggi si definirebbero squilibri metabolici…; il salasso doveva essere eseguito in armonia con le situazioni astrali proprie di ogni paziente”. In quest’epoca, si usavano anche filtri e pozioni, forme farmaceutiche alle volte confezionate con pietre preziose polverizzate ad uso dei ricchi; per i poveri restavano sempre le semplici erbe di campo e di monte, il rizoma di valeriana specie per decotti contro i dolori, mentre per piaghe e ferite, il cataplasma di foglie di achillea ridotte in poltiglia. Poi l’acqua di farfaro e di gramigna; “con il decotto di angelica si purificava il sangue e si eliminavano i cibi malsani e velenosi49”. Le epidemie e le calamità continueranno ad imperversare, salvo non lunghi intervalli, fino al 750 con elevata mortalità e diffuso spopolamento: Alboino si era facilmente impadronito con pochi uomini della regione friulana, stremata da malattie, denutrizione e carestie50. Eppure, nonostante queste tragedie, iniziò e proseguì con sempre maggiore vigore il processo di assimilazioni reciproche e di integrazione fra autoctoni e longobardi, con esiti culturalmente e socialmente positivi come la storia ed il tempo dimostreranno. Nel 920/924, anche gli Ungari chiamati in Friuli da Berengario, furono decimati dall’epidemia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.