Picchiata con calci e pugni perchè non mette il velo, 15enne vittima del padre e 28enne del marito

Picchiate per non aver voluto indossare il velo, è questo quanto accaduto nel nostro paese e nello specifico in Veneto ed in Campania ovvero a Bassano del Grappa ed a Sant’Anastasia. Nello specifico nel Vicentino pare sia stato un padre a picchiare la figlia che tentava di uscire da casa senza il velo, mentre in Campania la violenza è opera di un marito nei confronti della moglie, una giovane di 28 anni, la quale si era rifiutata di indossare il burqa. Si tratta del terzo caso di questo tipo avvenuto negli ultimi 10 giorni, visto che la scorsa settimana una 14enne di Bologna era stata allontanata dalla famiglia dalla Procura perché era stata rasata a zero dalla madre che l’aveva punita per atteggiamenti troppo occidentali. Per quanto riguarda il fatto avvenuto nel Vicentino pare che la 15enne si sia presentata a scuola piena di lividi raccontando che a farglieli era stato proprio il padre arrabbiato per il suo rifiuto di portare il velo, per questo motivo la giovane è stata allontanata dalla sua famiglia e affidata ad una comunità protetta.

Pare che a denunciare l’accaduto siano state le insegnanti e la preside che hanno avvertito immediatamente le assistenti sociali; la giovane non sarebbe rientrata in casa la sera e questo avrebbe fatto andare su tutte le furie il padre, il quale è stato segnalato dai carabinieri all’autorità giudiziaria. Si tratterebbe di un uomo di origine africana e di fede musulmana residente nel comune Vicentina ormai da diversi anni.

“La priorità di un pubblico amministratore in questi casi è la sicurezza della ragazzina: arrivo a dire che ci interessano poco le ragioni che hanno portato il padre a picchiarla con violenza: sono comunque fatti inaccettabili, che non devono succedere mai” ha commentato Ermando Bombieri, vicepresidente dell’Unione montana Valbrenta, il quale riunisce otto comuni dell’area in prossimità di Bassano del Grappa, con delega al sociale. “Domani valuteremo insieme alla dirigenza scolastica e alle forze dell’ordine come agire per tutelare la ragazzina, che per ora resta in una comunità protetta”, ha aggiunto ancora l’uomo.

La violenza sulla giovane sarebbe avvenuta lo scorso venerdì ed una volta giunta a scuola, la 15enne ha raccontato l’accaduto prima ai compagni, poi ai professori e infine al preside che ha richiesto l’intervento dei servizi sociali.  Come abbiamo anticipato, un altro caso simile avvenuto a Sant’Anastasia in provincia di Napoli, dove una donna di 28 anni è stata picchiata dal marito perché ha rifiutato di indossare il burqa. Per questo motivo l’uomo avrebbe cominciato a picchiarla, e nello specifico l’ avrebbe presa a calci e pugni e poi l’avrebbe chiusa bagno per evitare che potesse chiedere aiuto, ma la donna è riuscita a scappare ed  una volta in strada si e poi accasciata al suolo. La donna è stata soccorsa mentre l’uomo è stato arrestato con le accuse di sequestro di persona minaccia aggravata e maltrattamenti in famiglia.

IL BURQA TRA RELIGIONE, USANZE E LIBERTÀ

Ultimamente si è parlato spesso del burqa e della sua proibizione in Paesi come la Francia ed il Belgio. Altri Stati stanno discutendo il divieto. Anche in Svizzera se ne dibatte e vi sono proposte in tal senso. Ma cos’è veramente il burqa? È un capo d’abbigliamento indossato dalle donne di alcuni Paesi islamici come l’Afghanistan e l’Arabia Saudita: la sua funzione è coprire il volto di chi lo indossa. È un velo che copre la testa con un’apertura in cui sono visibili solo gli occhi (niqab); nella cosiddetta versione afgana, si presenta come un abito in diversi colori, specialmente blu, che copre il corpo ed il capo lasciando solo un’apertura che non mostra gli occhi, perché protetti da una piccola rete.

Cosa dice il Corano L’origine del burqa risale al 1900, al tempo del Re Habibullah, sovrano dell’Afghanistan, che lo impose alle sue donne per motivi religiosi (secondo lui) e per evitare che queste potessero attirare l’attenzione degli altri uomini. Il burqa si è poi diffuso in buona parte del Paese. Con il tempo quest’usanza andò tuttavia perdendosi. Solo con l’arrivo dei talebani è stato imposto come indumento obbligatorio a tutte le donne. Vi è un aspetto molto importante: il Corano prescrive d’indossare il velo senza tuttavia fare riferimenti alla copertura del viso: «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne» (Sura XXIV, 31).

Il discorso non è quindi religioso: il burqa è l’espressione di idee di persone che la pensano in un certo modo, idee che non c’entrano con la religione islamica. Ciò che non figura né nel Corano né nelle parole del profeta Maometto non è obbligatorio per un musulmano: e non applicarlo rientra nel giusto. Diverse prese di posizione lo confermano. Il 5 ottobre 2009 durante una visita in una scuola islamica, il più grande imam (Tantawi) del più grande istituto islamico nel Medio Oriente in Egitto (Al Azhar) ha obbligato una ragazza che indossava il burqa a toglierlo e le ha detto che questo abito è un’usanza ma non è una devozione, ed è anche una tradizione lontana dall’Islam. Nello stesso periodo il ministro egiziano proibì il burqa in tutte le scuole, istituzioni e università in Egitto. Molte associazioni islamiche sono contro quest’abito e lo trovano un’usanza sbagliata.

Il velo integrale per le donne è vietato nella città sacra della Mecca durante l’annuale pellegrinaggio. A vietare l’uso del burqa nelle scuole sono anche altri Paesi di religione musulmana, come la Turchia e la Tunisia. Un paio di anni fa anche le autorità marocchine avevano annunciato di non ammettere donne completamente velate nei luoghi pubblici. La liberta di credo è garantita in Svizzera, come la libertà di usi e costumi. Sono sempre favorevole alla libertà religiosa, ma non considero affatto irrilevanti le esigenze poste dalla pubblica sicurezza. Quando una certa libertà si scontra con la sicurezza allora lì ci sarà un punto di domanda.

Il burqa non è compatibile con la sicurezza rendendo non individuabile la persona coperta. Abbiamo visto in diversi Paesi del Medio Oriente, specialmente in Iraq e in Afganistan, quanti terroristi si sono celati sotto il burqa, facendosi saltare in aria e uccidendo tante persone innocenti. Le leggi europee (e anche le nostre) parlano chiaro sull’identificazione e la visibilità del volto. E non è solo questione di terrorismo. In Australia, ad esempio, è successo che un poliziotto ha fermato una donna col burqa alla guida della sua auto. Le ha chiesto la patente e ha voluto verificare che la persona al volante fosse effettivamente quella indicata nella patente, chiedendole di togliere il burqa. La donna si è rifiutata, accusando il poliziotto di essere un razzista.

Davanti al giudice l’avvocato della donna ha poi sostenuto che probabilmente non era lei ma un’altra persona al volante. Le diverse confessioni Il problema non è il velo ma il burqa. Il velo (hijab) copre i capelli e il collo. La maggior parte delle donne del mondo islamico lo indossa; anche certe donne europee lo indossano perché è una cosa normale dal punto di vista religioso, cristiano, ebreo e musulmano. Cosa dice a Bibbia? «L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza» (Prima lettera ai Corinzi 11, 7, epistola di San Paolo). «Ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. La chioma le è stata data a guisa di velo» (Prima lettera ai Corinzi 11, 5 e 15, epistola di San Paolo).

Il Corano prevede quanto citato all’inizio (Sura XXIV, 31). Trasparenza e integrazione Vediamo dunque che tutte le religioni sono d’accordo su i principi basilari: gli altri ostacoli li cerchiamo noi stessi, cerchiamo sempre di essere particolari o migliori o anche superiori agli altri. Quindi il cosiddetto hijab non è un problema. Il problema è il burqa, che non può certo aiutare nell’integrazione in questa società. Gli occidentali quando vanno in un paese islamico ne rispettano gli usi e i costumi. Anche gli immigrati devono quindi rispettare le regole dei Paesi europei quando vengono qua.

Il burqa deriva da una società completamente diversa da quella occidentale. In una società complessa e variegata come la nostra ci vuole l’accordo fra tutti, la trasparenza e la comprensione, per costruire una società solida e forte che si basa sul rispetto culturale, religioso e anche sull’originalità di ogni individuo. Non dobbiamo provocare nessuno e nessuno ci deve provocare, specialmente in Svizzera che ospita tante persone che provengono da diversi Paesi con diverse credenze, usanze e stili di vita. Tutti coloro che stanno in Svizzera devono rispettare le leggi svizzere: non bisogna cercare di imporre le proprie regole nel Paese ospitante. La mia libertà finisce dove comincia la tua libertà. Ogni persona è libera di vestirsi come vuole: però la sua libertà non deve intaccare la libertà degli altri. Non c’è scritto da nessuna parte che le donne debbano indossare il burqa. Non è nemmeno scritto che non lo debbano indossare, ma semplicemente perché prima il burqa non esisteva. E non vedo perché una cosa che non esisteva debba diventare usanza in un Paese come la Svizzera.

Due giovani donne picchiate perché si sono rifiutate di indossare il burqa.

Una dal padre e l’altra dal marito. Calci e pugni per piegare con violenza inaudita il loro volere di uscire in strada mostrando volto e capelli. Succede a Bassano del Grappa nel Vicentino come a Sant’Anastasia nel Napoletano. Le vittime sono entrambe molto giovani una ha solo 15 anni e frequenta una scuola superiore di Bassano, l’altra di anni ne ha 28 e risiede con il marito, di 23 anni più grande di lei, nel Napoletano. Nel primo episodio la ragazzina, di soli 15 anni, si è presentata a scuola piena di lividi e ha raccontato che a farglieli era stato il padre, arrabbiato per il suo rifiuto di portare il velo. A far scattare l’allarme sono stati proprio gli insegnanti e il preside che hanno avvertito le assistenti sociali. Alla sera il genitore, non vedendo rientrare la figlia, è andato su tutte le furie ed è stato pure segnalato dai carabinieri all’autorità giudiziaria. Si tratta di un uomo di origine africana e di fede musulmana, residente nel Vicentino da diversi anni. La ragazzina per ora è salva perché è stata affidata ad una comunità protetta. Le violenze, secondo quanto riferito dalla ragazzina, sono avvenute venerdì scorso, al momento di recarsi a scuola, un istituto superiore della città, che frequenta. Vedendola uscire di casa senza il velo, l’uomo ha iniziato a picchiarla con schiaffi e pugni, mentre la madre tentava senza esito di fare da paciere. Storia identica nel Napoletano. Una donna è stata picchiata con violenza dal marito sempre per lo stesso motivo: si rifiutava di mettere il burqa. L’uomo, 51enne, l’accusava di volersi comportare «alla occidentale» e l’ha pure rinchiusa in bagno per impedirle di chiamare i soccorsi. Il marito, di origine marocchino, alla fine è stato arrestato dai carabinieri per sequestro di persona, minaccia aggravata e maltrattamenti in famiglia. Secondo quanto ricostruito dai militari, l’uomo aveva preso a calci e pugni la moglie, pure lei marocchina, procurandole lesioni al volto poi giudicate guaribili in 15 giorni, perché le voleva imporre l’uso di abiti lunghi e del burqa. La 28enne, dopo la brutale aggressione, è stata chiusa in bagno. Ha quindi atteso una disattenzione dell’uomo ed è riuscita a scappare, ma una volta in strada si è accasciata al suolo sfibrata e addolorante. Alcuni vicini hanno notato la donna ed hanno allertato i carabinieri, ai quali la giovane ha raccontato che il marito l’aveva più volte picchiata rimproverandola di comportarsi «troppo all’occidentale». Dopo l’arresto il 51enne è stato portato nel carcere di Poggioreale.

Le ragazze musulmane nate e cresciute in Italia vivono la cloro condizione di doppia appartenenza, al codice di simboli e valori della comunità nella quale vivono, con quelli del contesto di provenienza dei genitori. Certamente motivo di ricchezza in termini culturali, ma che a volte comporta un carico di difficoltà nelle relazioni e nelle scelte quotidiane. Fra queste, la questione del velo: scelta personale o frutto di condizionamenti? – siamo soliti chiederci in una visione manichea della condizione di una giovane musulmana. Alcuni studi mostrano come la scelta del velo possa essere considerata un atto di resistenza, e, in alcuni casi, come una necessità di comunicare e confermare la propria identità. E quando la donna musulmana decide di non portarlo: è un gesto di libertà? di conformismo? Quali le ragioni e motivazioni dietro questa scelta? Questo percorso bibliografico si propone di suggerire racconti, esperienze e strumenti di approfondimento sulla questione complessa del mondo femminile musulmano all’interno delle comunità di cittadini con origini straniere, dando spazio in particolare alla voce delle donne che vivono e affrontano situazioni legate a questo argomento.

All’alba della storia umana, le società dividevano ruoli e funzioni tra maschio e femmina in modo rigoroso. Ai maschi spettava la responsabilità, l’autorità e la presenza nella sfera pubblica: la legge, la politica, la guerra, il potere. Alle donne apparteneva la riproduzione, l’educazione, e la cura della specie umana nell’ambito 2 domestico. Nel mondo antico europeo, nelle comunità del continente africano, in civiltà antichissime come quelle sviluppatesi nell’ “universo” asiatico, le donne, dunque, esercitavano i propri talenti nell’ambito della famiglia e delle relazioni personali, mentre non frequentavano la sfera pubblica, o ne erano escluse. Le regine e le imperatrici ricordate nei libri di storia sono notevoli eccezioni alla regola. Dalla metà dell’Ottocento in poi, soprattutto in Occidente, sono rimesse in discussione sia la divisione tra “spazi” maschili e femminili, sia la sua normalità. Le donne rivendicano uguaglianza; non accettano più il ruolo di deuxième sexe, ma stessi diritti, come il diritto di voto, l’accesso all’istruzione superiore e alle professioni. Così, la strada è aperta verso la parità tra i sessi. Questo passaggio non è stato e non è privo di difficoltà. Infatti, nel passato (ma solo nel passato?) le donne hanno dovuto lottare per poter esercitare professioni o assumere ruoli decisionali che apparivano esclusivamente destinati alla parte maschile. Così, gli ambiti di riflessione si estendono in modo planetario nelle differenti culture, si trasformano e si presentano con sfumature diverse, talvolta intrecciandosi anche con movimenti politici e fortemente ideologizzati. In questo orizzonte globalizzato e fortemente dialettico l’esigenza di trovare delle risposte diventa sempre più urgente. La nostra Plenaria è impegnata a cogliere e comprendere la specificità femminile nel considerare temi come funzione, ruolo, dignità, uguaglianza, identità, libertà, violenza, economia, politica, potere, autonomia ecc.

Tra uguaglianza e differenza: alla ricerca di un equilibrio Vi sono delle differenze Oggi, generalmente parlando, le donne cercano forme di conciliazione tra la vita professionale e gli impegni familiari. Possono rinunciare alla maternità ma, se hanno figli, non evitano l’impegno di allevarli, educarli e proteggerli. Se non sono sposate e non hanno figli, le donne, in ogni modo, accolgono, includono, si 3 adoperano per la mediazione, sono capaci di tenerezza e di perdono molto più degli uomini. Oltre al diverso modo di essere genitori, vi è una differenza tra femminile e maschile nelle tecniche di risoluzione dei problemi, nella percezione dell’ambiente, nei modelli di rappresentazione e cicli di riposo, per citare solo alcune categorie. Cancellare le differenze significa impoverire l’esperienza personale. In questo senso è giusto non accettare una neutralità imposta ma valorizzare la differenza. L’onda ugualitaria, però, è continua, tocca tutti gli ambiti della vita sociale e quasi tutte le istituzioni umane e le culture. È così forte che, negli ultimi anni, in Occidente, si è giunti ad affermare che non esista alcuna differenza: il soggetto è neutro, sceglie e costruisce da sé la propria identità; è proprietario di sé e risponde in primo luogo a se stesso. Tuttavia, nel rivendicare parità, raramente le donne rinunciano alla propria differenza. Un esempio tratto dalla realtà può illustrare molto bene l’affermazione. Il coordinatore di una conferenza internazionale presenta il primo relatore: è Michelle, nata 65 anni fa in un paese europeo; in patria, è stata una delle prime donne a laurearsi in fisica e la prima donna Rettore di Università; da alcuni anni è presidente di una delle più importanti associazioni accademiche europee; il coordinatore le chiede quale dei tanti titoli che ha conseguito preferisca; la risposta di Michelle è: il titolo che preferisco è “nonna “ e vorrei farlo più spesso di quanto riesca. Anche se Michelle non può fare la nonna quanto vorrebbe, questo “titolo” fa parte integrante della sua identità di persona e le permette di auto– definirsi. L’interrogativo, allusivamente pungente, che rimane sotteso all’esempio citato è: la medesima situazione, con protagonista maschile, avrebbe avuto la stessa risposta?

Uguali e diverse, insieme? In una modernità dove il lavoro è la via maestra e la più solida per evitare la povertà e l’esclusione, le donne chiedono lavoro, talvolta anche una carriera, e il riconoscimento di questo impegno in termini di status e di denaro pari agli uomini. 4 Reclamano spazio nella sfera pubblica uguale a quello concesso agli uomini. Domandano di essere considerate persone nella propria interezza, non solo subalterne. Moltissimi paesi del mondo hanno addirittura modificato i propri sistemi giuridici per riconoscere l’equilibrio e la condivisione delle responsabilità tra moglie e marito, madre e padre. All’inizio del terzo millennio la soggettività femminile tendenzialmente si esprime nell’armonia tra questi due punti. Nel mondo esistono molte culture femminili ognuna delle quali, con modi, forme e tempi propri, è impegnata nell’individuare una proporzione, anche per evitare due estremi rischiosi di questo processo: l’uniformità, da un lato e, dall’altro, l’emarginazione. La differenza e l’uguaglianza delle donne non è contro, ma con, perché l’esperienza storica della condizione femminile ha insegnato alle donne che la neutralità è in realtà una forma di dispotismo, e ci fa uscire dall’umano. ● La differenza (tra uomo e donna) ha generato una radicale disuguaglianza. Dove cercarne le radici: nell’antropologia culturale? Nella detenzione del potere, saldamente nelle mani di chi (uomini) è tradizionalmente riconosciuto più abile nel comando? ● La questione di “genere” (gender), può essere legata, in qualche maniera, a questa visione “disuguale” tra uomo e donna, da cui deriva la pretesa di crearsi una identità “culturale”? Può esserci qualche nesso soprattutto a livello di tensioni sociali? ● Le categorie della “reciprocità” e della “complementarietà” possono essere una chiave di lettura e un possibile percorso di vita, oppure si devono individuare altre categorie? ● L’uguaglianza come persone umane necessita della differenza per dare pienezza alla Parola di Dio che crea: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza … E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,26–27). Quale linguaggio usare, oggi, per rendere 5 comprensibile questa Parola alle persone? La narrazione biblica conserva ancora un’intrinseca forza argomentativa?

La “generatività” come codice simbolico

Le numerosissime indagini di carattere etico prima ancora che giuridico ci hanno convinto che il tema della generatività sia uno dei più dibattuti e controversi nell’attuale orizzonte culturale, sociale e politico dell’Occidente, ma non solo (basti pensare a questioni come maternità surrogata, utero in affitto, fecondazione medicalmente assistita omologa ed eterologa, ecc.). Da questa consapevolezza è maturata la scelta di leggere la categoria in chiave simbolica, evitando la complessità di una lettura sociologica, giuridica e bioetica che avrebbe richiesto ben altra analisi e tempi molto più lunghi per la ricerca e il confronto.

Ricorrendo a qualche semplificazione, possiamo affermare che un percorso generativo si divide in quattro momenti: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura e, infine, lasciar andare. Dunque, una generatività che, in quanto atto antropologico originario e come codice simbolico, si manifesta anche negli spazi pedagogici (educazione alla fede, attività pastorale, formazione scolastica), nel dare vita a strutture sociali, culturali ed economiche ispiratrici di valori, idee, principi e prassi orientati al bene comune, allo sviluppo integrale dell’uomo e all’impegno solidale.Punto di partenza di ciascun essere umano. La generatività ruota, imprescindibilmente, intorno ai corpi delle donne.

È l’universo femminile, infatti, che – per una predisposizione naturale, spontanea, si potrebbe dire bio-fisiologica – da sempre, custodisce, conserva, accudisce, sostiene, crea attenzione, consenso e cura intorno a colui che viene concepito, si sviluppa, nasce e deve crescere. La fisicità delle donne – che rende il mondo vivo, longevo, capace di estendersi – nel grembo materno trova la sua massima espressione. Il corpo della donna è il punto di partenza di ciascun essere umano, la fonte prima della risposta all’angoscia di morte.

Nel corpo della donna ha luogo la vita prenatale: essa ha un valore e un’importanza fondamentale perché lascia un’impronta iniziale nel corpo e nel cervello in formazione del bambino. Far venire al mondo un essere umano, dunque, è molto più che generarlo o partorirlo, implica aiutarlo a sviluppare il proprio potenziale per realizzarsi e vivere una vita piena, in cui le crisi e le difficoltà possano essere affrontate con risorse intra e inter personali. In questo orizzonte generativo, la mens (le neuroscienze insegnano) emerge dalle attività del cervello le cui strutture e funzioni sono direttamente influenzate dalle esperienze interpersonali, a partire dalla vita prenatale. Si tratta di un processo biologico, quello dell’integrazione, che viene stimolato da relazioni fondate sulla sicurezza, l’empatia, la sintonizzazione emotiva, la cooperazione e la comprensione.

Altri contesti della “libertà generativa”

Così, poiché ogni relazione ha un impatto sul cervello e la mente, la generatività si può esprimere in ogni relazione, in ogni momento della vita, declinandosi in molte forme. Allora, promuovendo la vita buona, di fatto si diventa generativi, imprimendo la propria firma nell’esistenza di coloro che ci sono affidati. Questo può avvenire in molteplici contesti, dalla famiglia ai luoghi dell’educazione, della cura, dell’informazione e alle aziende. Donne imprenditrici e manager, ad es., che coltivano processi gestionali fondati sul rispetto, l’accoglienza, la valorizzazione delle differenze e delle competenze, generano e proteggono la vita esprimendo fecondità. Tali processi sono alla base di un futuro pienamente umano, baluardo contro una involuzione della specie umana, rischio possibile laddove si coltivino in
modo disarmonico le logiche della competizione e del potere.

• Il primo contatto col mondo e il primo sguardo sulla vita ogni essere umano li
riceve al femminile. C’è un sufficiente riconoscimento del valore delle donne
in questo segmento imprescindibile della vita umana?
• Il ruolo centrale delle donne che accompagnano verso la pienezza dell’umano è
riconosciuto nelle società e anche nella Chiesa a tutte le latitudini?
• Il «lavoro di cura» è ancora ritenuto una “questione di donne” (angeli del
focolare)? Viene riconosciuto anche economicamente? Come traduciamo
questa espressione a livello sociale? E nella Chiesa?
• La nascita di nuovi modalità e spazi generativi (relazioni, amicizie, sostegno,
solidarietà, condivisione, ecc.) può essere facilitata anche dalla rete virtuale.
Quale spazio trovano le donne, nel mondo delle comunicazioni sociali, per
esprimersi?

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