Pisa, gioielliere reagisce al tentativo di rapina spara e uccide uno dei due banditi “Ho sparato per difendere mia moglie”

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Una vera tragedia quella venuta nella giornata di ieri a Pisa dove un uomo è morto durante una rapina in una gioielleria. Secondo quanto riferito, pare si tratti di uno dei responsabili della rapina e ad ucciderlo sarebbe stato proprio il gioielliere che avrebbe reagito nel tentativo di rapina. Il titolare della gioielleria Daniele Ferretti, pare abbia ferito a morte uno dei due rapinatori che avevano cercato di mettere a segno un colpo nel suo negozio, mentre l’altro killer sarebbe riuscito a fuggire; è questo quanto accaduto intorno alle ore 19:30 di ieri quando, l’ oreficeria stava per chiudere, ed è stato proprio in quel momento che i due malviventi probabilmente di origine straniera, avrebbero impugnato delle armi facendo irruzione nel negozio.

Purtroppo non era la prima volta che succedeva ed il gioielliere era stato vittima di rapina già in passato ed in un’occasione era anche stato ferito gravemente dai banditi, quindi questa volta Daniele Ferretti ha deciso di reagire ed ha sparato contro gli aggressori; purtroppo, come già detto, nel tentativo di rapina uno dei due malviventi, un trentenne straniero di cui però al momento non si conosce la nazionalità, è rimasto ucciso mentre il complice è riuscito a scappare facendo perdere le proprie tracce. È stato proprio il gioielliere a lanciare l’allarme, allertando le forze dell’ordine e nel giro di pochi minuti sul posto della tentata rapina, oltre agli investigatori di carabinieri e polizia, è intervenuto il prefetto di Pisa Attilio Visconti.

Dopo i primi rilievi del caso, il proprietario della gioielleria è stato accompagnato nella caserma dei carabinieri di Pisa per essere interrogato, così come la moglie che al momento della tentata rapina si trovava all’interno dell’attività commerciale. Subito dopo è partita anche la caccia al rapinatore in fuga, il quale secondo gli inquirenti molto probabilmente è riuscito a scappare su un mezzo senza dare nell’occhio. Intervenuto sulla vicenda anche il leader della Lega Nord, ovvero Matteo Salvini il quale ha dichiarato: “Pisa, poco fa un gioielliere reagisce all’ennesima rapina, spara e uccide uno dei ladri. Solidarietà a Daniele ha fatto bene”.

Sul posto è invece arrivato il sostituto procuratore Paola Rizzo, che ha effettuato un sopralluogo all’interno della gioielleria, dove a terra si trovava il corpo senza vita di uno dei rapinatori. Si tratta di un episodio che inevitabilmente ha portato di nuovo sotto i riflettori il dibattito sulla legge che regolamenta la legittima difesa e dopo Matteo Salvini, è intervento anche Gianni Alemanno. Come già detto, non era il primo tentativo di rapina subito dal commerciante, la gioielleria era già stata rapinata più volte in passato e l’ultima rapina era avvenuta il 7 gennaio dello scorso anno. Nel luglio del 1999, il titolare della gioielleria che nella giornata di ieri ha sparato era stato ferito gravemente, e nello specifico accoltellato durante un altro tentativo i rapina.

Rapina a Pisa all’orario di chiusura. Un complice in fuga. In passato il titolare del negozio era stato ferito gravemente

Tentativo di rapina finito male a Pisa ieri sera verso l’ora di chiusura. Il gioielliere di 69 anni reagisce e uccide uno dei due (forse tre) rapinatori entrati nel negozio alle 19:30 con in pugno delle armi (gli inquirenti stanno indagando se fossero vere).

Il titolare del negozio – Daniele Ferretti che con la moglie stava preparandosi a chiudere – ha reagito e sparato con la pistola, regolarmente denunciata, che custodiva in negozio. Negli anni passati Ferretti era già stato preso di mira più volte dai rapinatori.

Addirittura, nel luglio 1999, era stato malmenato, accoltellato e ferito gravemente. Quella volta – ricostruisce l’edizione on-line de Il Tirreno – «venne abbandonato dentro il negozio con la saracinesca chiusa e rischiò seriamente la vita». L’ultima rapina subita risale al gennaio 2016, poco più di un anno fa. Stufo delle continue rapine – e forse anche impaurito da questo ennesimo assalto – ieri sera il gioielliere pisano ha reagito d’instinto e sparato ai banditi. Una pallottola ha colpito a morte uno dei tre rapinatori, un uomo di circa 30 anni (non se ne conoscono le generalità e nazionalità, l’unica certezza è che si tratti di uno straniero).

L’altro delinquente è fuggito (o forse gli altri due), a piedi lasciando di fronte al locale la panda parcheggiata sul luogo della rapina, evidentemente pronta per la fuga. Quasi immediatamente sono scattate le ricerche dei complici. Sul posto, insieme con le forze dell’ordine, è arrivato anche il prefetto di Pisa, Attilio Visconti, il sostituto procuratore Paola Rizzo, il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Nicola Bellafante, e il maggiore Giovanni Bartolacci.

Tra i primi a dare sostegno morale e politico al gioielliere pisano il leader della Lega Nord, Matteo Salvini: «Solidarietà a Daniele, lavoratore di 69 anni: ha fatto bene!», ha scritto a stretto giro su Twitter il segretario della Lega. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno: «Daniele Ferretti ha difeso la sua gioielleria dall’ennesima rapina, reagendo e sparando al rapinatore.

Nessuno si permetta di inquisirlo, la difesa è sempre legittima», ha sintetizzato, sempre sui social, il segretario del Movimento Nazionale. Pure dalle fila di Forza Italia giunge solidarietà al gioielliere oggetto dell’ennesima tentata rapina: «Il tema non è la difesa legittima o meno, la legittima difesa è sacra, senza se e senza ma, bensì quando lo Stato oggi sia in grado di garantire i propri cittadini che, se non garantiti, hanno appunto tutto il diritto di difendersi se necessario», ragiona l’eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu.

Inevitabile che questa tragica vicenda riapra il dibattito politico sulla legittima difesa, e sulle nuove norme appena approvate che non tutti ritengono adeguate. Non sono in pochi a giudicare eccessiva la discrezionalità riconosciuta al giudice nel poter decidere se la «reazione» dell’aggredito possa essere considerata congrua o meno. «Penso che l’unica vittima sia Daniele Ferretti che negli ultimi anni ha subito altre rapine.

Questo Paese e questa città devono cambiare perché non è possibile continuare a subire e vivere nella paura», ha detto Alessandro Trolese, vicepresidente vicario di Confcommercio Pisa giunto davanti alla gioielleria subito dopo avere appreso la notizia. Sul fronte delle indagini gli uomini della scientifica dei carabinieri hanno già compiuto i rilievi nella gioielleria. I carabinieri hanno accompagnato i coniugi in caserma per ricostruire la dinamica.

LEGITTIMA DIFESA: UNA PROPOSTA DI LEGGE CONTROVERSA E PASTICCIATA

Il 4 maggio scorso la Camera ha approvato una proposta di legge che modifica le norme sulla
legittima difesa. Tale novum ha immediatamente suscitato polemiche non solo fra le forze
politiche, ma anche una forte reazione nell’opinione pubblica, evidenziata dai vari interventi dei media. Su un punto, peraltro, ove si prevede la reazione all’aggressione nelle ore notturne, la critica è stata corale, pungente e perfino sarcastica, dando vita a gag e vignette sul tema.

Al di là di tale pittoresco contesto, vediamo di fare chiarezza su tale basilare istituto da un punto di vista strettamente giuridico, ma non scevro di valutazioni etiche. La legittima difesa è contemplata dall’art. 52 del codice penale il quale dispone che “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto
proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia
proporzionata all’offesa”. Parimenti, l’art. 55 c.p. prevede l’ipotesi dell’eccesso colposo, ossia la punibilità per colpa quando non si siano rispettati i limiti di tale proporzione (ad es., in ipotesi di procurata morte dell’aggressore, trattasi di omicidio colposo e non doloso, con una pena di gran lunga inferiore. Peraltro, ai sensi dell’art. 59 c.p., l’erronea supposizione dell’esistenza di siffatta causa di giustificazione va sempre considerata a favore del soggetto, a meno che l’errore non sia determinato da colpa, ove la punibilità non viene esclusa.

Questo, dunque il quadro originale del codice. Nel 2006 a tale disposizione sono stati aggiunti dei commi in forza dei quali, in ipotesi di violazione di domicilio (esteso ad ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale), sussiste il richiesto rapporto di proporzione se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri od altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

La proposta di legge 2017 viene modificare ulteriormente l’art. 52 c.p., stabilendo che deve
considerarsi legittima difesa, nei casi di violazione di domicilio, la reazione a un’aggressione
commessa in tempo di notte, ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con
violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno. Inoltre al citato art. 59 c.p. viene aggiunto un comma in base al quale, nella legittima difesa, è sempre esclusa la colpa della persona legittimamente presente nel domicilio che usa un’arma
legittimamente detenuta contro l’aggressore, se sussiste la simultanea presenza di due condizioni: a) se l’errore è conseguenza di un grave turbamento psichico causato dalla persona contro cui è diretta la reazione; b) se detta reazione avviene in situazioni che comportano un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica o per la libertà personale o sessuale.

Infine l’art. 2 della proposta di legge pone a carico dello Stato onorari e spese spettanti al
difensore della persona dichiarata non punibile per avere commesso il fatto per legittima difesa o per stato di necessità. La normativa, qui sommariamente esposta, è, a dir poco, pasticciata, dando il fianco a fondate critiche, anche dal profilo meramente formale. Eclatante, innanzi tutto, il trattamento differenziato della legittima difesa a seconda che l’aggressione avvenga di giorno o di notte (donde le critiche pungenti e paradossali). A parte questo, discutibile appare aver riferito il grave turbamento psichico alla sola fattispecie dell’erronea supposizione di tale causa di giustificazione dell’art. 59 e non anche, e più correttamente, all’eccesso colposo di cui all’art. 55. Per tacere di varie mende letterali di non poco conto, trascurando che nel mondo del diritto, e del diritto penale in ispecie, le parole e perfino le interpunzioni hanno un preciso significato: tutti aspetti sui quali non possiamo soffermarci in questa sede.

La forza politica della maggioranza ne ha preso atto ed ha comunque affermato che il testo verrà modificato dal Senato e, quindi, con un successivo ritorno alla Camera. Le accese critiche sostanziali a tale normativa (amplificate dai mezzi di comunicazione) partono da
due estremi esattamente opposti: da un lato si afferma che la difesa deve essere sempre legittima; dall’altro lato si lamenta l’instaurarsi di un clima da far west, con larga licenza di uccidere e sprezzo della vita altrui: le stesse critiche, peraltro, che avevano accompagnato, a suo tempo, la riforma del 2006.

A questo punto è opportuno chiedersi le ragioni di tali riforme, ossia perché l’originale dettato
dell’art. 52 non sia apparso più bastevole. Il punto sta tutto nel concetto di proporzionalità. Ben chiaro quando i beni in gioco sono omogenei (vita contro vita, incolumità personale contro incolumità personale), ma molto più complesso quando i beni sono eterogenei. Se, ad esempio, da un lato abbiamo il bene del patrimonio (ipotesi di furto, ad esempio), esso non sarà mai proporzionato con il bene della vita. Anzi: il bene della vita, quale massimo bene anche costituzionalmente rilevante, non potrebbe mai essere proporzionato ad altro bene. Donde, nelle note situazioni offerte dalla cronaca, quali il rapinatore ucciso dal gioielliere ovvero dal padrone di casa, l’incriminazione del soggetto che ha cagionato la
morte (usualmente: mediante arma da fuoco) a titolo di eccesso colposo in legittima difesa, con iter processuale che può concludersi anche con l’assoluzione del soggetto che aveva sparato, ma a lunga distanza di tempo, e che certo non lo ripaga delle angosce, della stigmatizzazione sociale, spesso della perdita del lavoro o del fallimento dell’impresa e, non ultimo, delle spese legali perl’inutile procedimento penale subito. Alta, a questo punto, la reazione emotiva della pubblica opinione, specie se pilotata da forze politiche, sociali e mediatiche, con l’accusa allo Stato di non difendere Abele ma di garantire Caino, di schierarsi dalla parte del malfattore e non della vittima dell’aggressione. E tutte le novelle normative, sia quella del 2006 che quella in oggetto, tendono a superare tale impasse, sancendo legittima la proporzione nelle ipotesi ivi elencate.

Deve subito premettersi, e tale rilievo appare di notevole portata, che le modifiche, le
puntualizzazioni, la estensione della casistica per affermare la presenza della citata proporzione non porteranno affatto all’eliminazione di un possibile processo penale a carico del soggetto che ha reagito per eccesso colposo, ma produrranno esattamente l’effetto opposto. Spetterà, infatti, pur sempre all’autorità giudiziaria valutare, e puntigliosamente, la presenza o meno di tutti i  parametri così allargati imposti dal legislatore, ampliando viepiù l’indagine e la discrezionalità. E, siccome indagare sul soggetto significa anche garantirgli la possibilità di difesa, inevitabile l’inviodell’avviso di garanzia e, molto probabilmente, l’inizio del procedimento penale, che potrà anche concludersi con la sua assoluzione, ma in un contesto più complesso del precedente (e, verosimilmente, più lungo). Se non un vero e proprio paradosso, una sorta di eterogenesi dei fini.

Quid iuris, allora? Personalmente, siamo sempre stati dell’avviso della inutilità della riforma del 2006 e, a fortiori, ora di quella attuale. L’art. 52 c.p. nella sua formulazione originale ci sembra sufficiente, a patto di tener presente alcuni princìpi fondamentali.
Primo. La legittima difesa non può evocare l’immagine, per quanto suggestiva, della sfida western, ove è necessario sparare prima che l’avversario estragga la pistola dalla fondina. Tutt’altro. La norma non parla di difendere la vita o l’incolumità personale, bensì di un soggetto costretto a difendere un “diritto” proprio o altrui. Pertanto, un qualsiasi diritto, non solo la vita o l’incolumità bensì anche, ad esempio, la libertà, il patrimonio, l’onore e via dicendo. Ed in tale contesto se viene richiesta la proporzione si ammette che i beni in gioco fra offesa e difesa siano eterogenei e non necessariamente omogenei: posso difendere la mia vita con la vita altrui, ma non la mia libertà con la altrui libertà o il mio patrimonio con il patrimonio altrui. La proporzione nei beni omogenei deve essere, pertanto, di intensità; in quelli eterogenei di qualità, ossia di valore. Ed alla ricerca della tavola dei valori per siffatto giudizio di proporzionalità, appare scontato il riferimento ai beni di rilevanza costituzionale, ove sicuramente primeggia quello della vita, pur riconoscendone altri di elevato rango, anche se dottrina e giurisprudenza avevano comunque individuato un complesso di ulteriori parametri, quali, in frettoloso elenco, la natura del reato oggetto dell’offesa (di danno o di pericolo, doloso o colposo, delitto o contravvenzione), l’autore di esso (imputabile o meno, minore o maggiorenne), e lo stesso significato dell’aggressione per l’offeso (si pensi alla lesione di un dito inferta ad un pensionato ovvero ad un concertista di fama),
e via dicendo.

Secondo. Le due posizioni non sono sul medesimo piano, in quanto uno dei due soggetti,
l’aggressore, sta violando la legge, si trova in una situazione antigiuridica (il c.d. versari in re
illicita), mentre l’altro difende un suo diritto riconosciuto dall’ordinamento. Il che non significa
certo arrivare agli estrema posizione di certi Stati degli U.S.A. che considerano sacra non solo la
vita, ma anche l’abitazione, per cui l’intruso sa che, violando in tal senso la legge, rischia la vita in
quanto il proprietario è legittimato a sparargli. L’aggressore deve usufruire di tutte le garanzie
offerte al reo, ma non si può dimenticare completamente il suo comportamento antigiuridico.
Terzo. L’aggredito può reagire a condizione di rispettare la proporzione. Ma tale valutazione non
può essere intrapresa con attenzione millimetrica, che richiede tempo e lucidità di pensiero ed
assenza di emozione, ma, usualmente, in un tempo ristrettissimo, anche in una frazione di
secondo. Abbisogna, dunque, di venirgli riconosciuta una certa forbice valoriale: già nel diritto
romano si diceva che l’aggredito non può avere il bilancino in mano (adgreditus non habet
staderam in manu). Diversa sarà invece la proporzione nello stato di necessità (art. 54 c.p.), ove
ambedue i soggetti sono in una situazione lecita, ma la realtà impone che uno solo si salvi: quivi la
proporzione fra il fatto ed il pericolo deve essere proprio esatta, millimetrica.
Quarto. La norma non parla di una difesa rispetto ad una offesa ingiunta, bensì di una difesa
rispetto al “pericolo” attuale di una offesa ingiusta. Il pericolo è, dunque, la possibilità di una
offesa, non un’offesa già in atto (che lo sussumerebbe). E la valutazione del pericolo, come della
proporzione, deve essere considerata nella reale situazione di fatto esistente, dello stato d’animo
ed emozionale del soggetto.
Quinto. Sia ben chiaro che nessuno ha mai sostenuto, nei casi pratici, che sussiste proporzione fra
bene patrimoniale e vita, bensì fra possibilità di aggressione e vita. Mai, dunque, proporzione fra
furto e uccisione del ladro, ma fra rapina (che è un furto commesso con violenza) e vita o
incolumità personale, fra aggressione fisica e vita o incolumità personale. Parimenti, il pericolo
deve essere attuale: non è, pertanto, lecito sparare al ladro o la rapinatore in fuga, colpendolo alle
spalle, o per ritorsione rispetto al furto o aggressione subìti.
Ebbene, a ben vedere, sono proprio questi princìpi ad essere cristallizzati, più male che bene, nella
normazione del 2006 e nella proposta attuale, con l’effetto opposto, come si è visto, di dilatare la
puntigliosa indagine giudiziale ed i tempi del processo. Ben venga, invece, a tale proposito, la
novella di accollare allo Stato le spese processuali e di difesa per il soggetto poi prosciolto
dall’accusa di eccesso colposo.
Ora, si è addivenuti a tale situazione, in quanto, in chiare fattispecie di legittima difesa il pubblico
ministero, dopo aver effettuato i dovuti riscontri ai sensi dell’art. 52 c.p., ed inviato al soggetto che
ha reagito per legittima difesa l’avviso di garanzia per eccesso colposo, invece di richiedere con
solerzia l’atteso provvedimento di archiviazione, ha preferito procedere al rinvio a giudizio,
demandando la decisione alla magistratura giudicante (g.i.p. o tribunale), con la relativa lentezza
processuale. Ed è qui che si innesta la accesa critica di certe forze politiche, dell’opinione pubblica,
e dei vari mezzi di comunicazione di massa: un ordinamento giuridico che, invece che difendere la
persona perbene, si schiera a favore del delinquente: insomma, uno Stato ingiusto.
Certo ci rendiamo conto che nella complessa vicenda si innesta anche la difesa tecnica
dell’aggressore che farà il possibile, con ogni mezzo giuridico a disposizione, per sostenere la tesi
contraria e con la quale il magistrato requirente deve comunque confrontarsi e di cui tenere
conto: il che indubbiamente complica l’iter procedimentale.
In definitiva, forse la disciplina attuale della legittima difesa non è quella ottimale, forse necessita
di modifiche, ma è sempre meglio delle innovazioni finora proposte. Spetta alla magistratura il
rispetto del dettato dell’art. 52 e degli evidenziati princìpi ad esso sottesi, operando nella sua
discrezionalità, con cultura giuridica e buon senso. Buon senso giuridico innanzi tutto, non solo
etico.
Ancora due precisazioni.
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nel sancire, all’art. 2, il diritto alla vita, afferma che
“la morte non è considerata inflitta in violazione di questo articolo quando derivasse da un ricorso
alla forza reso assolutamente necessario per assicurare la difesa di qualsiasi persona da una
violenza illegale”.
Da suo canto il Catechismo della Chiesa cattolica ammette le legittima difesa. Il § 2264 afferma che
“l’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far
rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio
anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale”. Pertanto, ai sensi del § 2265,
“la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile
della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile”.
Infine, a tutti coloro (giuristi o meno, anche cattolici) che si schierano per difendere in ogni caso la
vita dell’aggressore, vorremmo ricordare che, allora, la vita dovrebbero difenderla sempre e
comunque: sin dal concepimento fino al suo attimo terminale.

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