Fibre di plastica trovata nell’80% dell’acqua destinata al consumo umano

L’acqua corrente di tutto il mondo conterrebbe fibre di plastica microscopiche. A rivelarlo è uno studio americano condotto da Orb Media, un’organizzazione no profit di Washington, condiviso dal Guardian. La Orb ha condotto dei test, insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, su 159 campioni di acqua potabile in città grandi e piccole di tutti i continenti. Il risultato? L’83% dei campioni analizzati sono risultati contaminati. 

Negli Stati Uniti sono stati riscontrate fibre di plastica nel 94% dei rubinetti domestici, compresi quelli del Congresso, del quartiere generale dell’Epa, l’agenzia per il controllo dell’ambiente, e la Trump Tower. Al secondo e terzo posto della poco invidiabile classififica dei paesi con il più alto tasso di contaminazione ci sono anche Libano e India

Significa che la plastica che riempie il mondo e di cui ci illudiamo di essercene disfatti è invece presente negli alimenti (speso a base di acqua) che mangiamo. Parliamo di pane, pasta, zuppe, latte artificiale… La plastica non solo inquina l’ambiente ma contamina, subdola, i nostri corpi, entrando a forza nella catena alimentare che regola i nostri organismi.

Sono inquietanti i risultati della ricerca originale di Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington. I campioni prelevati negli Usa dimostrano come acqua contaminata dalla plastica sgorghi dai rubinetti del Congresso come della Trump Tower: nessuno è al riparo. Nel mondo la contaminazione da plastica raggiunge l’83% dell’acqua esaminata, negli Usa per il 94%, in Europa per il 72%, in Indonesia per il 76%. Come le fibre microscopiche riescano a non essere smaltite diversamente è per ora un mistero.

Di sicuro è stato rilevato un grande impatto sulla fauna: “Se sta avendo un impatto sulla fauna selvatica, come possiamo pensare che non avrà un impatto su di noi?”,  dice Sherri Mason, una delle pioniere della ricerca sulla microplastica, che ha supervisionato lo studio della Orb Media.

Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici, come gli indumenti sportivi, o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano. ( Dan Morrison e Chris Tyree per La Repubblica).

Colore
L’acqua destinata al consumo umano dovrebbe idealmente essere priva di colore.
La presenza di colore nell’acqua è dovuta all’assorbimento di certe lunghezze d’onda della luce visibile da parte di sostanze colorate (colore ‘vero’) e dalla diffusione della luce da parte di particelle sospese. Combinati, questi due aspetti danno il colore ‘apparente’. I trattamenti rimuovono la maggior parte del materiale in sospensione nell’acqua e la colorazione rimanente deriva dal colore vero, che in genere ha una minore influenza del colore apparente.
Il colore dell’acqua è in genere dovuto alla presenza di materiale organico colorato (principalmente acidi umici e fulvici) associato a residui di terra provenienti dal suolo. Gli acidi umici e fulvici che si dissolvono in acqua, responsabili della sua colorazione, provengono da materiale organico che origina dal suolo, dalla torba, dalla vegetazione.
La colorazione può anche essere causata dalla presenza di ferro e altri metalli, che derivano sia da impurità naturali che da prodotti della corrosione. Ferro e manganese inorganici sono presenti in alcune acque profonde e superficiali e possono conferire una colorazione rossa e nera rispettivamente. La colorazione dell’acqua potabile può derivare dalla dissoluzione del ferro (rosso) e del rame (blu) nel sistema di distribuzione e può essere aumentata da processi batteriologici. L’azione microbica può anche produrre ‘acqua rossa’ come risultato dell’ossidazione del ferro bivalente a ferro trivalente da parte di batteri che metabolizzano il ferro. In modo simile, la colorazione nera può essere il risultato dell’azione di batteri in grado di ossidare la manganese disciolta per darne forme insolubili.
Il colore può infine essere il risultato della contaminazione delle fonti di acqua con reflui industriali, in particolare di provenienza da industrie di cellulosa, carta, coloranti e tessuti.
Effetti sulla salute
Studi su animali di laboratorio e test in vitro hanno evidenziato che le sostanze organiche che causano la colorazione dell’acqua non sono di per se stesse dannose per la salute. Tuttavia, possono reagire con il cloro e produrre così livelli indesiderabili di sottoprodotti della clorazione, inclusi i trialometani.
La maggior parte dei metalli forma complessi con le sostanze umiche nell’acqua, incrementando così la loro solubilità.
Altri effetti
È possibile che il materiale organico (principalmente gli acidi umici e fulvici) oltre alla colorazione conferisca anche un odore e sapore di terra all’acqua. Un’acqua inquinata intensamente colorata frequentemente avrà anche un sapore rilevabile oggettivamente.
Inoltre si sa che il materiale colorante organico nell’acqua stimola la crescita di molti microrganismi acquatici, alcuni dei quali sono direttamente responsabili della produzione di odore nell’acqua.
Valore indicatore
L’accettabilità del colore dell’acqua dipende ampiamente dalle circostanze locali. Da parte dell’OMS non sono stati proposti VG.
È importante anche considerare che:
• la presenza di una colorazione dell’acqua, specie se avviene un cambiamento improvviso, può rappresentare la prima indicazione di una situazione di pericolo; per questo bisogna attivare delle indagini sulla possibile causa;
• il colore può essere la spia di un’elevata propensione da parte dell’acqua a produrre sottoprodotti dei processi di disinfezione.

Torbidità
La torbidità è dovuta alla presenza nell’acqua di materiale particolato, come argilla, sedimento, particelle colloidali, e organismi biologici.
Le particelle responsabili della torbidità dell’acqua hanno dimensioni variabili tra 1 nm e 1 mm.
Si possono dividere in tre classi:
• particelle argillose, le cui dimensioni al massimo raggiungono 0,002 mm di diametro;
• particelle organiche, prodotte dalla decomposizione di piante e resti di animali;
• particelle fibrose, ad es. quelle di minerali come l’asbesto.
Nella maggior parte delle acque naturali il materiale sospeso è costituito da particelle prodotte dall’erosione della superficie terrestre. Le frazioni più grossolane di sabbia e sedimento sono interamente o parzialmente rivestite da materiale organico. La frazione argillosa è costituita da particelle argillose fillosilicate, ma anche da materiale non argilloso, come ferro, ossidi ed idrossidi di alluminio, quarzo, silicati amorfi, carbonati, feldspato. Il materiale argilloso e quello organico sono spesso riuniti sotto il nome di complesso ‘argilloso-organico’.
Altri fattori che producono torbidità dell’acqua sono la presenza di grandi quantità di microrganismi, la fioritura estiva delle alghe nelle acque superficiali, resti di alghe e detriti di batteri che metabolizzano il ferro nei sistemi di distribuzione.
Tutte le acque naturali sono torbide: in genere quelle superficiali lo sono in misura maggiore rispetto a quelle profonde. Attraverso i processi di filtrazione semplice, sedimentazione, coagulazione, la torbidità può essere ridotta fino a livelli inferiori a 1 NTU (Nephelometric Turbidity Units). Se la torbidità è a livelli superiori, questo può essere dovuto a un trattamento inadeguato o alla risospensione del sedimento nel sistema di distribuzione o anche alla presenza di materiale particolato inorganico in alcune acque sotterranee.

Effetti sulla salute
Il consumo di acqua con un alto grado di torbidità può costituire un rischio sanitario perché la torbidità influenza in modo molto importante la qualità microbiologica dell’acqua destinata ai consumo umano. Infatti può compromettere la ricerca di batteri e virus, ma soprattutto stimola la crescita batterica poiché le superfici delle particelle possono assorbire sostanze nutritizie e i batteri adesi crescono più rapidamente di quelli liberi in sospensione. Il maggior problema legato alla torbidità è, poi, il suo effetto sulla disinfezione, in quanto, ad alti livelli, protegge i microrganismi dall’azione dei disinfettanti e aumenta la cloro-richiesta. Per esempio, sono stati trovati batteri coliformi in un’acqua con torbidità tra 4 e 84 NTU, cloro residuo libero tra 0,1 e 0,5 mg/L e un tempo di contatto minimo di 30 minuti. Nell’acqua torbida Escherichia coli riesce a rimanere protetto anche a concentrazioni di cloro di 0,35 mg/L o più.
Un altro rischio sanitario legato alla torbidità consiste nel fatto che alcune particelle sospese, in particolare la componente organica e umica, hanno la capacità di assorbire sulla loro superficie sostanze organiche e inorganiche indesiderabili.
Inoltre, possono ostacolare la misurazione dei metalli nelle acque naturali, determinandone una sottostima.
Valore indicatore
La torbidità dell’acqua è un parametro molto importante relativo alla qualità. Le sue caratteristiche influenzano altri parametri: il colore (il 50% del colore nell’acqua è dovuto alla frazione colloidale delle sostanze umiche), il sapore, l’odore.
Risulta accettabile da parte dei consumatori un’acqua con una torbidità inferiore a 5 NTU. Tuttavia, per la sua importanza relativamente alla qualità microbiologica dell’acqua, si raccomanda che la torbidità rimanga più bassa possibile. Perché la disinfezione possa essere efficace la torbidità dovrebbe essere inferiore a 1 NTU nel momento in cui l’acqua lascia l’impianto di trattamento; idealmente la torbidità media dovrebbe essere inferiore a 0,1 NTU. Non vengono proposti VG.

Odore e sapore
Odori e sapori nell’acqua possono essere generati da varie sostanze:
• Costituenti biologici:
principalmente actinomiceti, cianobatteri, vari tipi di alghe e funghi.
I cianobatteri, gli actinomiceti e alcuni funghi producono delle sostanze (tra cui geosmina e metilisoborneolo) che conferiscono all’acqua odore e sapore di terra ammuffita. Le alghe producono numerose sostanze organiche volatili e non volatili (alcoli alifatici, aldeidi, chetoni, esteri, tioesetri, solfiti).
Altri microrganismi responsabili di odori particolari sono i batteri che metabolizzano il ferro e Pseudomonas; altri ancora possono convertire gli aminoacidi contenenti zolfo in acido solforico, metiltiolo e dimetilpolisolfito.
• Costituenti chimici:
comprendono sostanze inorganiche (sodio, magnesio, calcio, ferro, rame, manganese, zinco) e composti organici (composti umici, acidi idrofilici, acidi carbossilici, peptidi, aminoacidi, carboidrati e idrocarburi).

• Inquinanti di origine umana: solventi idrocarburici alogenati.
• Sostanze prodotte a seguito dei processi di trattamento:
nelle strutture usate per la raccolta e la filtrazione possono crescere microrganismi, responsabili della formazione di sapori ed odori.
Altra origine di sapori ed odori è la degradazione di composti organici, che porta alla formazione di fenoli, aldeidi, alchilbenzeni.
Anche le sostanze chimiche coagulanti, ossidanti e disinfettanti possono interagire con composti organici determinando la formazione di odori e sapori. Con l’ozonizzazione si possono formare dei prodotti intermedi di reazione come le aldeidi alifatiche che sviluppano un odore fruttato, simile all’arancia. Con la clorazione si hanno spesso problemi legati alla presenza di odori e sapori.
• Sostanze rilasciate dai sistemi di distribuzione.
Effetti sulla salute
In generale, l’odore e il sapore dell’acqua non rappresentano un pericolo per il consumatore. Tuttavia, la presenza di odori o sapori particolari può essere indicativa di una qualche forma di contaminazione che potrebbe anche avere ripercussioni sulla salute o di qualche malfunzionamento del sistema che potrebbe comportare l’immissione nella rete di distribuzione di acqua non sicura dal punto di vista della qualità.
Valore indicatore
Esiste un’enorme variabilità nel grado di accettabilità da parte dei consumatori dei sapori ed odori nell’acqua. L’OMS non ha stabilito VG.
La presenza di sapori ed odori nell’acqua è, comunque, un parametro importante da considerare perché indica che può essersi verificato qualche problema di inquinamento o malfunzionamento nell’impianto di trattamento o nel sistema di distribuzione, soprattutto se compaiono variazioni improvvise. È necessario perciò intraprendere le opportune indagini per stabilirne la causa.
È opportuno inoltre considerare quali sono i livelli ai quali le varie sostanze generano problemi legati al sapore e all’odore e qual è il margine esistente tra questi livelli e i VG basati sulla salute (per le sostanze per le quali sono stati stabiliti).
Odori e sapori causati da sostanze biologiche
Molti microrganismi che non destano interesse dal punto di vista sanitario, in realtà possono compromettere le caratteristiche organolettiche dell’acqua. L’importanza della loro valutazione, quindi, risiede nel fatto che possono fungere da segnali dell’inefficienza dei sistemi di trattamento e/o dello stato di riparazione e manutenzione del sistema di distribuzione.
Disinfettanti e sottoprodotti della disinfezione
CLORO. Il cloro residuo ha una soglia di percezione del sapore e odore che varia in funzione del pH (è di 75 |ag/L a pH 5 e passa a 450 |ag/L a pH 9). La presenza del cloro residuo nell’acqua può essere percepita per il suo odore e sapore caratteristici a partire dalla concentrazione di 0,3 mg/L, da parte degli individui più sensibili. Per valori di concentrazione che vanno da 0,6 a 1 mg/L l’accettabilità diminuisce progressivamente. Tuttavia la soglie di percezione è ampiamente al di sotto del VG (5 mg/L), stabilito in base agli obiettivi di salute.
Derivati e sottoprodotti della clorazione. L’acido ipocloroso, lo ione ipoclorito, la monocloramina e la dicloramina hanno una soglia di percezione che varia da 0,15 a 0,65 mg/L. I sottoprodotti della clorazione hanno una soglia più bassa dei prodotti di origine.
Monocloramina. È sempre più comunemente usata per la disinfezione residua per i sistemi di distribuzione. Inoltre si può formare per la reazione del cloro con l’ammonio; e in seguito forma di- e tri-cloramina. Queste hanno una soglia di percezione più bassa rispetto alla cloramina e quindi il consumatore può respingere l’acqua che le contiene.
Clorofenoli. Hanno una bassa soglia di percezione: quella gustativa per 2- clorofenolo, 2,4-diclorofenolo e 2,4,6-triclorofenolo è rispettivamente di 0,1, 0,3 e 2 pg/L; quella olfattiva è rispettivamente di 10, 40 e 300 pg/L.
Sostanze chimiche
Ammoniaca. Ad un pH alcalino la soglia di percezione olfattiva dell’ammoniaca è di 1,5 mg/L e la soglia gustativa è di 35 mg/L. A questi livelli l’ammoniaca non causa effetti di rilevanza sanitaria, per cui non sono stati proposti VG.
CLORURO. La soglia di percezione gustativa dei cloruri dipende dai cationi associati ed è nell’ordine dei 200-300 mg/L per il cloruro di sodio, di potassio e di calcio. Non sono stati proposti VG.
Rame. La presenza di rame nell’acqua è in genere dovuta alla presenza di tubature in rame e acqua aggressiva negli edifici. Le concentrazioni dipendono in modo significativo dal tempo di contatto dell’acqua con le tubature. Elevate concentrazioni di rame nell’acqua potabile possono dar luogo a diversi tipi di problemi legati all’uso domestico (corrodere gli impianti, macchiare il bucato) e all’insorgenza di uno sgradevole sapore amaro (a concentrazioni superiori a 5 mg/L). A livello del VG provvisorio stabilito il sapore è in genere accettabile per i consumatori.
Diclorobenzeni. La soglia di percezione olfattiva è di 2-10 pg/L per 1,2 diclorobenzene e di 0,3-30 pg/L per 1,4 diclorobenzene. La soglia di percezione gustativa è di 1 pg/L per 1,2 diclorobenzene e di 6 pg/L per 1,4 diclorobenzene. Questi valori sono tutti ampiamente al di sotto dei VG basati sulla salute.
Etilbenzene. L’etilbenzene ha un odore aromatico. La soglia di percezione olfattiva varia dai 2 ai 130 pg/L; la soglia di percezione gustativa va dai 72 ai 200 pg/L. Questi valori sono tutti ampiamente al di sotto dei VG indicati basati sulla salute.
Durezza. La soglia di percezione gustativa del calcio oscilla tra i 100 e i 300 mg/L e dipende dagli anioni associati; quella del magnesio è probabilmente più bassa. Non sono stati stabiliti VG per la durezza. L’accettabilità della durezza dell’acqua dipende in larga misura dalle condizioni locali e varia considerevolmente da una comunità all’altra a seconda delle abitudini.
Acido solforico. La presenza di acido solforico conferisce all’acqua il caratteristico odore di ‘uova marce’, che si può notare in alcune particolari acque sotterranee o anche nell’acqua potabile, se ristagna nel sistema di distribuzione. L’acido solforico si forma per deplezione di ossigeno e conseguente riduzione dei solfati da parte dei batteri. Se l’acqua è ben aerata o clorata, il solfuro si ossida rapidamente a solfato: i livelli di acido solforico nelle acque ossigenate è normalmente molto basso. La soglia di percezione è stimata tra 0,05 e 0,1 mg/L. La presenza di acido solforico nell’acqua è facilmente percepita dal consumatore e richiede un’immediata azione correttiva. Poiché, d’altra parte, è molto improbabile che una persona consumi un’acqua contenente una dose pericolosa di acido solforico, non sono stati stabiliti dei VG per questo composto.
Manganese. La soglia di percezione gustativa è di 0,1 mg/L: sopra questo valore il manganese conferisce all’acqua un sapore sgradevole. Questo valore è 5 volte al di sotto del VG stabilito, basato sulla salute.
MONOCLOROBENZENE. La soglia di percezione gustativa è di 10-20 |ag/L e la soglia di percezione olfattiva varia tra i 40 e i 120 |ag/L. Questi valori sono ampiamente al di sotto del VG stabilito basato sulla salute.
OSSIGENO disciolto. Il contenuto di ossigeno disciolto in acqua dipende dalla fonte di approvvigionamento, dalla temperatura, dal trattamento e dai processi chimici e biologici che avvengono nel sistema di distribuzione. Una deplezione di ossigeno disciolto nell’acqua può favorire l’azione microbica di riduzione del nitrato a nitrito e del solfato a solfuro (quest’ultimo causa cattivo odore dell’acqua); inoltre può causare un aumento della concentrazione degli ioni ferrosi in soluzione con conseguente alterazione della colorazione dell’acqua al rubinetto (in seguito all’aerazione). Non sono stati stabiliti VG.
Idrocarburi derivati dal petrolio. Possono dare origine ad un certo numero di idrocarburi a basso peso molecolare, che hanno una bassa soglia di percezione olfattiva nell’acqua potabile.
SODIO. La soglia di percezione gustativa dipende dalla presenza degli anioni associati e dalla temperatura della soluzione. A temperatura ambiente in media è di 200 mg/L. Poiché non ci sono dati certi sugli effetti sanitari del sodio nella popolazione generale (sono sensibili al sodio alcune persone con ipertensione), non sono stati stabiliti dei VG.
Stirene. Ha un odore dolciastro e la soglia di percezione oscilla da 4 a 2600 |ag/L, a seconda della temperatura. In genere lo stirene si trova nell’acqua a concentrazioni inferiori al suo VG.
SOLFATO. La presenza di solfati nell’acqua può alterarne il sapore e ad alti livelli può causare effetti lassativi. L’alterazione del sapore varia a seconda del catione associato: la soglia va dai 250 mg/L per il sodio solfato ai 1000 mg/L per il calcio solfato. Non sono stati stabiliti VG.
Detergenti sintetici. Vengono prodotti sempre nuovi detergenti sintetici e di diversi tipi. La loro presenza nell’acqua potabile può essere riconosciuta per la formazione di schiuma e di sapori particolari; indica che c’è stata una contaminazione delle fonti. Non dovrebbero essere permesse concentrazioni tali da portare alla formazione di schiuma e cattivi sapori.

Batteri coliformi totali
Descrizione generale
Raggruppano varie specie di aerobi e anaerobi facoltativi, Gram-negativi, bacilli non sporigeni, capaci di crescere in presenza di relativamente alte concentrazioni di sali biliari con la fermentazione del lattosio e la produzione di acidi e aldeidi in 24 ore alla temperatura di 35-37°C. Il gruppo include specie presenti nelle feci di uomini e animali e specie capaci di vivere nell’ambiente.
Valore indicatore
I batteri coliformi totali comprendono organismi capaci di sopravvivere e crescere nell’acqua. Per questo, possono essere usati come indicatori dell’efficacia del trattamento e per valutare l’integrità dei sistemi di distribuzione e la potenziale presenza di biofilm.
Diffusione nell’ambiente
Si trovano sia nell’acqua che nei liquami. Alcuni di questi batteri vengono eliminati con le feci di animali e uomini, ma la maggior parte sono capaci di moltiplicarsi nell’acqua e nel suolo. Possono anche sopravvivere e moltiplicarsi nei sistemi di distribuzione dell’acqua, specialmente in presenza di biofilm.
Applicazioni pratiche
I test per rilevare la presenza di coliformi sono relativamente semplici, rapidi ed economici; si basano sulla coltura in terreni di crescita selettivi.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Dovrebbero essere assenti subito dopo la disinfezione: la loro presenza segnala un’inadeguatezza del trattamento. Nei sistemi di distribuzione la presenza dei coliformi totali indica una possibile ricrescita e la formazione di biofilm o la contaminazione attraverso l’ingresso di materiale esterno.
2.1.2 Escherichia coli e batteri coliformi fecali
Descrizione generale
I batteri coliformi totali che sono capaci di fermentare il lattosio a 44-45°C sono conosciuti come coliformi fecali o termotolleranti. Sono rappresentati principalmente dalle specie Escherichia, Citrobacter, Klebsiella, Enterobacter.
Escherichia coli si differenzia per la capacità di produrre indolo dal triptofano o per la produzione dell’enzima |3-glucuronidasi.

Valore indicatore
Escherichia coli è il microrganismo che, tra tutti i coliformi, meglio si presta a fungere da indicatore specifico d’inquinamento fecale, in quanto presente in grande quantità nelle feci di uomini e animali a sangue caldo e incapace di moltiplicarsi in ambienti acquatici. Nella maggior parte dei casi, le popolazioni dei coliformi fecali sono composte principalmente da E. coli, per cui questo gruppo può essere usato come valido – anche se meno specifico – indicatore alternativo di inquinamento fecale. E. coli è il primo parametro da valutare nei programmi di monitoraggio dell’acqua.
I coliformi sono degli importanti indicatori della qualità microbica dell’acqua. Tuttavia possiedono il difetto fondamentale di non riuscire a indicare la presenza di patogeni più resistenti come virus e protozoi negli approvvigionamenti di acqua trattata.
Diffusione nell’ambiente
E. coli e i coliformi fecali si trovano in gran numero nelle feci umane e animali, nei liquami e nelle fonti di acqua inquinata soggette a inquinamento recente.
Applicazioni pratiche
Attraverso la coltura in terreni di crescita seletivi è possibile tipizzare le colonie e individuare E. coli.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano La presenza di E. coli (o, in alternativa, dei coliformi fecali) indica la presenza di un recente inquinamento fecale.
2.1.3 Conteggio delle colonie batteriche a 22°C e a 37°C
Descrizione generale
il conteggio delle colonie batteriche rappresenta un metodo di analisi della qualità microbica generale dell’acqua, basato sulla rilevazione di gruppi di microrganismi accomunati da varie caratteristiche di crescita in coltura.
Le colonie possono essere fatte crescere a 22° e a 37° C, per valutare le proporzioni relative, rispettivamente, dei batteri che si trovano naturalmente nell’acqua (non correlati ad un inquinamento fecale) e dei batteri di origine umana o animale.
Valore indicatore
Questo tipo di analisi ha la caratteristica di poter valutare la qualità microbiologica dell’acqua dopo la sua raccolta. il metodo è in grado di rilevare la presenza – in termini non specifici – di batteri, spore batteriche, microrganismi di origine fecale, così come di ospiti naturali degli ambienti acquatici, che possono alterare i caratteri organolettici dell’acqua o dar luogo a infezioni opportunistiche (alcuni batteri identificati come patogeni opportunistici sono Acinetobacter, Aeromonas, Flavobacterium, Klebsiella, Legionella, Moraxella, Mycobacterium, Serratia, Pseudomonas, Xanthomonas).
il conteggio delle colonie batteriche è uno dei più affidabili e sensibili indicatori dell’inefficacia della disinfezione, della ricrescita dei batteri nei sistemi di distribuzione e della formazione di biofilm.

Diffusione nell’ambiente
Questi gruppi di batteri possono essere trovati nei sistemi di distribuzione, al rubinetto, o nell’acqua in bottiglia, così come nelle altre fonti di acqua potabile.
Applicazioni pratiche
Il test è semplice ed economico, dà risultati in tempi relativamente brevi.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Il conteggio delle colonie batteriche a 22° C è un indicatore di scarso significato sanitario, ma è utile per valutare l’efficacia del trattamento dell’acqua, specificamente dei processi di coagulazione, filtrazione e disinfezione. inoltre si usa per valutare la pulizia e l’integrità del sistema di distribuzione e l’adeguatezza dell’acqua per il suo uso nella produzione di alimenti e bevande (un alto numero di questi batteri può alterare i cibi e le bevande). Il suo valore deve essere il più basso possibile.
Un incremento nel conteggio delle colonie batteriche a 37° C può rappresentare un segnale precoce di inquinamento.
infine è da sottolineare come il consumo o l’esposizione ad acqua in cui si è rilevata una presenza cospicua di questo tipo di colonie batteriche possa essere responsabile di malattie come gastroenteriti e infezioni della cute e delle mucose particolarmente in persone con compromissione del sistema immunitario.

2.1.4 Enterococchi
Descrizione generale
Gli Enterococchi intestinali sono un sottogruppo di un più ampio gruppo di organismi definiti come Streptococchi fecali, che comprendono specie del genere Streptococcus. Sono batteri Gram-positivi, anaerobi facoltativi; possono trovarsi singolarmente o a coppie o sottoforma di corte catene. Gli Streptococchi fecali che includono gli Enterococchi intestinali danno tutti una reazione positiva con

l’antisiero di Lancefield per il gruppo D e sono stati isolati dalle feci di animali a sangue caldo. Il sottogruppo degli Enterococchi intestinali comprende le specie E. faecalis, E. faecium, E. durans, E. hirae. Questo gruppo era stato separato dal resto degli Streptococchi fecali, poiché sono relativamente specifici di inquinamento fecale. Tuttavia, alcuni Enterococchi intestinali isolati dall’acqua possono occasionalmente anche provenire da altre matrici, compreso il suolo, in assenza di inquinamento fecale.
Valore indicatore
Il gruppo degli Enterococchi intestinali può essere usato come indicatore di inquinamento fecale. La maggior parte delle specie non si moltiplica negli ambienti acquatici. Anche se il numero degli Enterococchi nelle feci umane è generalmente inferiore rispetto a E. coli, gli Enterococchi tendono a sopravvivere più a lungo nell’acqua rispetto ad E. coli o ai coliformi termotolleranti; inoltre, sono più resistenti all’essiccamento e alla disinfezione con cloro. Vengono usati per valutare nelle acque grezze la possibile presenza di patogeni fecali che sopravvivono più a lungo di E. coli. Nell’acqua potabile la presenza degli Enterococchi viene utilizzata come indicatore aggiuntivo dell’efficacia del trattamento o comunque come indicatore per l’analisi di un secondo campione, dopo la scoperta di coliformi o E. coli nei sistemi di distribuzione. Essendo resistenti all’essiccamento, vengono anche usati come indicatori dopo il posizionamento di nuove condutture o la riparazione di quelle esistenti.
Diffusione nell’ambiente
Gli Enterococchi sono presenti nelle feci di uomini e animali. Alcune specie si trovano anche nel suolo. La maggior parte delle specie isolate dalle fonti di acqua contaminata si rivelano di origine fecale.
Applicazioni pratiche
Sono rilevabili attraverso metodi colturali semplici ed economici.
SIGNIFICATO DELLA PRESENZA NELL’ACQUA DESTINATA AL CONSUMO UMANO La presenza di Enterococchi intestinali è indice di una recente contaminazione fecale. A seguito del loro ritrovamento è necessario intraprendere ulteriori azioni, come effettuare un nuovo campionamento e indagare sulle possibili fonti dell’inquinamento (possibilità di un inadeguato trattamento o presenza di problemi nel sistema di distribuzione).
2.1.5 Clostridium perfringens
Descrizione generale
I Clostridi sono batteri Gram-positivi, a forma di bastoncello, anaerobi, sporigeni, cioè producono spore che sono resistenti in determinate condizioni ambientali di temperatura, pH e presenza di raggi UV e a processi di trattamento e disinfezione. Il membro più comune del gruppo è Clostridium perfringens (C. welchii), normalmente presente nelle feci umane, anche se in minor quantità rispetto a E. coli.

Valore indicatore
C. perfringens è considerato un indicatore adeguato per la presenza di virus e protozoi, quando si sospetta che il liquame sia la fonte di inquinamento. Tuttavia la sua rilevazione non è raccomandata per il monitoraggio routinario dei sistemi di distribuzione: le spore tendono ad accumularsi e a sopravvivere a lungo e sono indicatori di un inquinamento remoto.
Diffusione nell’ambiente
Le spore di C. perfringens sono largamente presenti nelle feci umane e di animali come i cani.
Applicazioni pratiche
Il metodo di rilevazione è relativamente semplice, anche se richiede la pastorizzazione e strette condizioni di anaerobiosi.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano La presenza nell’acqua potabile di spore di C. perfringens indica la possibile sopravvivenza di virus e cisti o oocisti di protozoi nell’acqua trattata. Questo suggerisce che i processi di trattamento e di disinfezione potrebbero essere stati deficitari o compromessi, oppure che ci sia stata una ricontaminazione dell’acqua trattata.
2.1.6 Batteriofagi anti-E. coli (Colifagi)
Descrizione generale
I batteriofagi sono virus che infettano i batteri; i colifagi, in particolare, sono virus che infettano E. coli e specie correlate. I fagi condividono molte proprietà con i virus umani: la composizione, la morfologia, la struttura e la modalità di replicazione. in particolare, i colifagi hanno un comportamento simile a quello dei virus enterici, in termini di sopravvivenza negli ambienti acquatici e di riposta ai processi di trattamento dell’acqua e dei reflui.
Valore indicatore
I colifagi rappresentano un indicatore migliore rispetto a quelli più comunemente usati, come i batteri fecali, per la presenza di virus nelle acque trattate.
Diffusione nell’ambiente
Dal momento che l’habitat dei batteri ospiti è tipicamente il tratto gastrointestinale di uomini e altri animali, i colifagi sono escreti con le feci.
Applicazioni pratiche
I fagi sono rilevabili attraverso tecniche relativamente semplici, rapide ed economiche. È possibile, inoltre, tipizzare alcuni genotipi virali che sono escreti selettivamente da uomini o animali, potendo così distinguere l’origine dell’inquinamento.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano
II ritrovamento di colifagi nell’acqua trattata permette di ipotizzare una possibile contaminazione con virus enterici negli approvvigionamenti idrici. È possibile in questo modo valutare il rischio sanitario virologico.

Enterovirus (virus enterici)
Descrizione generale
I virus enterici rappresentano un gruppo di virus, appartenenti a diverse famiglie e generi, che hanno in comune la caratteristica di infettare il tratto gastrointestinale umano e di essere trasmessi per via fecale-orale. Si trasmettono anche attraverso il contatto interumano e la via respiratoria. Comprendono Enterovirus (Polio, Coxsackie A e B, Echo, Entero), Astrovirus, Adenovirus, Reovirus, Calicivirus, virus dell’epatite A ed E. Questi virus sono ospite-specifici. I diversi tipi di virus differiscono tra di loro per le caratteristiche strutturali, per la capacità di sopravvivere nell’ambiente e per la resistenza ai processi di trattamento.
EFFETTI SULLA SALUTE
Le manifestazioni cliniche conseguenti all’infezione comprendono gastroenteriti, epatiti, affezioni del tratto respiratorio, congiuntiviti, meningiti e paralisi.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Sono diffusi ovunque e rappresentano una delle maggiori cause di morbosità e mortalità in tutto il mondo.
I virus enterici sono eliminati con le feci e si ritrovano in grande quantità nei reflui. La loro presenza varia in dipendenza dalle caratteristiche epidemiologiche del virus implicato, con una consistenza numerica maggiore durante le epidemie.
VIE DI ESPOSIZIONE
Fecale-orale, ma anche attraverso il contatto interumano, la via respiratoria, il cibo e l’acqua contaminati.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Gli indicatori fecali comunemente usati non sono in grado di fornire indicazioni anche per la presenza o il comportamento dei virus enterici nell’acqua; questo perché i batteri fecali sono escreti in modo consistente e pressoché costante da tutti gli individui, mentre i virus enterici sono eliminati solo dalle persone infette generalmente per limitati periodi di tempo. Inoltre, la capacità di sopravvivenza dei batteri fecali differisce in modo sostanziale da quella dei virus enterici. In particolare, gli Enterovirus sono stabili nell’ambiente e sono resistenti alla disinfezione con cloro e con gli UV. Sarebbe, perciò, necessario avere a disposizione dati sull’incidenza e il comportamento dei virus enterici per fare delle valutazioni opportune a loro riguardo, piuttosto che basarsi sui dati degli indicatori batterici. Anche se non è ancora possibile analizzare l’intero spettro dei virus enterici nell’acqua, le informazioni relative a ciascun membro del gruppo sono considerate più importanti ed estensibili anche agli altri membri del gruppo rispetto ai dati forniti dagli indicatori fecali batterici.
Non sono ancora disponibili dei metodi analitici adatti al monitoraggio degli approvvigionamenti idrici per un significativo spettro di virus enterici. La valutazione della qualità dell’acqua si limita perciò a quei virus che sono rintracciabili in modo più semplice: membri degli Enterovirus, Adenovirus e Reovirus. Questi virus possono essere considerati degli indicatori anche per gli altri virus enterici poiché si trovano in acque inquinate in quantità relativamente elevate e sono relativamente resistenti nei confronti di condizioni sfavorevoli, compresi i processi di trattamento e di disinfezione dell’acqua.
La presenza di un virus enterico nell’acqua potabile implica la potenziale presenza di altri virus enterici e indica chiaramente la presenza di difetti nei processi di trattamento e disinfezione dell’acqua.
2.1.8 Enterobatteri patogeni (Salmonella, Shigella, Vibrio) Salmonella
Descrizione generale
Il genere Salmonella è un membro della famiglia delle Enterobacteriaceae; comprende molte specie che vengono raggruppate in base alla presenza di antigeni somatici (O) e flagellari (H).
EFFETTI SULLA SALUTE
Gastroenteriti (salmonellosi, da forme lievi a forme fulminanti, incubazione 4-5 giorni); batteriemie o setticemie (picchi febbrili con emocoltura positiva); febbre tifoide (solo S. typhi, S. paratyphi A e B); portatori sani, in persone con precedenti infezioni.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Le Salmonelle sono presenti ubiquitariamente nell’ambiente e sopravvivono in ambienti umidi e in stato congelato anche per parecchi mesi.
La contaminazione con Salmonella può avvenire a tutti i livelli di produzione, trasporto, confezionamento e preparazione di alimenti, di acqua e di cibo per animali. Fonti di pericolo sono anche lo smaltimento dei reflui e l’irrigazione. Tutte queste procedure richiedono il rispetto di adeguate norme igieniche.
VIE DI ESPOSIZIONE
S. typhi e S. paratyphi A infettano esclusivamente l’uomo e si trasmettono per via fecale-orale. Le altre Salmonelle sono principalmente patogene per gli animali (soprattutto pollame, bovini, suini, ovini) e infettano l’uomo per ingestione di alimenti, acqua o latte (e derivati) contaminati con feci umane o animali (meno importante il contributo della trasmissione interumana).
Le principali cause di epidemie di Salmonella sono legate alla contaminazione fecale di acque sotterranee o di superficie oppure all’inadeguato trattamento e disinfezione dell’acqua destinata al consumo umano. Studi epidemiologici indicano che basta l’ingestione di relativamente poche cellule di S. typhi per causare un’epidemia, mentre per gli altri sierotipi di Salmonella sono necessarie milioni di cellule per causare una gastroenterite.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Il ritrovamento di Salmonella nell’acqua potabile indica la presenza di un serio problema nella gestione del sistema di approvvigionamento. Le fonti vanno protette attraverso il controllo dell’intero bacino idrogeologico. La ricrescita delle Salmonelle nel sistema di distribuzione va evitata attraverso il mantenimento di una bassa torbidità e un adeguato livello di clorazione residua, oltre ad un ridotto carico di carbonio organico assimilabile e a un regolare flusso d’acqua nelle tubature.
Shigella
Descrizione generale
Al genere Shigella appartengono germi Gram-negativi sierologicamante correlati ad E. coli e sierotipizzati in base al loro antigene somatico O.
EFFETTI SULLA SALUTE
Un quadro clinico che va da forme lievi di diarrea acquosa a forme gravi di dissenteria, a seconda della specie che causa l’infezione. Il quadro più grave è la dissenteria bacillare (diarrea sanguinolenta da S. dysenteriae tipo 1, che produce la tossina Shiga).
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
I primati sono i soli ospiti naturali di Shigella. L’uomo è ritenuto l’unica sorgente d’infezione.
VIE DI ESPOSIZIONE
La trasmissione avviene per via fecale-orale, principalmente in modo diretto tra individui suscettibili attraverso le mani, oppure attraverso i cibi e l’acqua, le mosche, le feci.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano L’isolamento di Shigella dall’acqua potabile indica una recente contaminazione con feci di origine umana. A causa della gravità della malattia (shigellosi), il problema ha un impatto sanitario notevole. Tuttavia, non è molto frequente la possibilità di epidemie di shigellosi per trasmissione attraverso l’acqua; è invece più frequente la possibilità che certi ceppi di E. coli siano erroneamente identificati come Shigella, in assenza di test di conferma.
VIBRIO
Descrizione generale
Vibrio cholerae, la specie più rappresentativa del genere, suddivisibile ulteriormente in due biotipi (classico e El Tor), possiede decine di sierotipi, suddivisi a loro volta in base all’antigene somatico O.
EFFETTI SULLA SALUTE
I sierogruppi O1 (che comprende due sierotipi: Owaga e Inaba) e O139 Bengala causano il quadro clinico del colera, attraverso la produzione della tossina colerica.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Le specie patogene di Vibrio si trovano in molluschi e crostacei nelle regioni temperate e/o tropicali di tutto il mondo. La loro prevalenza decresce man mano che la temperatura scende al di sotto dei 20°C.
VIE DI ESPOSIZIONE
II colera è la tipica malattia che si trasmette attraverso l’acqua contaminata con feci; tuttavia, anche l’ingestione di cibi (molluschi e crostacei) contaminati e la trasmissione interpersonale sono vie di trasmissione importanti, soprattutto in situazioni di povertà e scarsa igiene.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Alcuni sierogruppi di V. cholerae possono fare parte della normale popolazione batterica di alcune acque. La presenza di V. cholerae O1 e O139 negli approvvigionamenti di acqua potabile rappresenta uno dei principali problemi da sanità pubblica e può avere delle serie implicazioni economiche e sanitarie sulle popolazioni interessate. V. cholerae è estremamente sensibile ai processi di disinfezione e le epidemie di colera possono essere prevenute attraverso la disinfezione con cloro e l’eventuale bollitura dell’acqua.
2.1.9 PSEUDOMONAS AERUGINOSA
Descrizione generale
Pseudomonas aeruginosa è un membro della famiglia delle Pseudomonadaceae, aerobio Gram-negativo.
EFFETTI SULLA SALUTE
P. aeruginosa è un patogeno opportunista (individui a rischio: immunocompromessi; pazienti con cancro; pazienti affetti da fibrosi cistica). Causa infezioni secondarie di ustioni; polmoniti nosocomiali; infezioni delle vie urinarie nosocomiali; infezioni delle ferite chirurgiche; setticemie; meningiti; infezioni dei drenaggi; infezioni oculari. Inoltre può causare infezioni cutanee e del canale uditivo esterno (contratte in piscine non sufficientemente controllate dal punto di vista igienico).
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Si trova nelle feci, nel suolo, nell’acqua e nei reflui. Si moltiplica in ambienti acquatici (nei sistemi d’acqua condottati, nei sistemi d’acqua calda e nelle piscine termali) e sulla superficie di materiale organico in contatto con l’acqua. L’acqua fresca è una riserva ideale di questi microrganismi.
VIE DI ESPOSIZIONE
La maggior parte delle malattie di cui P. aeruginosa è responsabile non derivano dall’ingestione dell’acqua contaminata, bensì dal contatto con essa. L’acqua che contiene questi batteri, infatti, può contaminare cibi, bevande e prodotti farmaceutici, causandone il deterioramento e rendendoli una fonte secondaria di trasmissione. Anche le strutture in contatto con l’acqua, come lavandini e scarichi, rubinetti e docce, possono essere contaminati da P. aeruginosa e possono costituire una riserva d’infezione in ospedale.
SIGNIFICATO DELLA PRESENZA NELL’ACQUA DESTINATA AL CONSUMO UMANO La presenza di P. aeruginosa è uno dei fattori da prendere in considerazione nella valutazione generale dell’igiene dei sistemi di distribuzione e della qualità dell’acqua imbottigliata: è, infatti, una spia di un serio deterioramento nella qualità batteriologica dell’acqua; spesso si associa anche ad alterazioni nelle caratteristiche organolettiche dell’acqua. In genere si rinviene nei sistemi di distribuzione in cui c’è un basso flusso e un aumento della temperatura dell’acqua.

2.1.10 Stafilococchi patogeni (Staphilococcus aureus)
Descrizione generale
Staphylococcus aureus è un cocco Gram-positivo in grado di produrre molti e diversi fattori di virulenza.
EFFETTI SULLA SALUTE
Può causare infezioni della cute e, sotto determinate condizioni, è responsabile di infezioni di tipo opportunistico. Ceppi che producono enterotossina stafilococcica sono causa di intossicazioni alimentari (gastroenteriti), dovute a contaminazione di cibi o acqua, in determinate condizioni che favoriscono la crescita del germe e la produzione di tossina.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
È un microrganismo che vive nell’ambiente (è molto resistente) e frequentemente fa parte della normale microflora umana. Nel 20-40% degli adulti è ospite del nasofaringe, dove costituisce una riserva di infezione e viene diffuso soprattutto attraverso le mani.
VIE DI ESPOSIZIONE
Acqua e cibi (come gli insaccati, il pollame, le uova) possono favorire la crescita di S. aureus, soprattutto se tenuti troppo a lungo ad una temperatura inappropriata che ne favorisce lo sviluppo e la produzione dell’enterotossina. Il cibo e l’acqua potabile possono essere contaminati da soggetti portatori di lesioni stafilococciche cutanee (specialmente delle mani).
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano La presenza di S. aureus nell’acqua è considerata un utile indicatore di inquinamento dell’acqua destinata ad uso ricreazionale. È in grado di sopravvivere a lungo e di riprodursi anche nei sistemi di distribuzione; è resistente all’azione del cloro. Sebbene la sua potenziale trasmissione attraverso l’acqua potabile risulti evidente, tuttavia questo non è stato ancora confermato.
2.1.11 PROTOZOI
L’acqua potabile gioca un ruolo importante nella diffusione di tre protozoi patogeni intestinali per l’uomo: Giardia intestinalis, Cryptosporidium parvum, Entamoeba histolytica. Possono essere ricercate nell’acqua le cisti di Giardia e le oocisti di Cryptosporidium. Altri protozoi patogeni, come Naegleria fowleri e Acanthamoeba spp. sono meno diffusi e vengono trasmessi per contatto con acqua usata per scopi ricreazionali o per inalazione.
Giardia
Descrizione generale
Giardia (la cui specie più rappresentativa è G. intestinalis) è un protozoo flagellato che parassita l’intestino di uomini e animali. Il suo ciclo vitale comprende due stadi: trofozoita (stadio riproduttivo) e cisti (forma di resistenza ambientale; 8-12 pm di lunghezza, 7-10 di larghezza). Quando ingerita da un ospite suscettibile, la cisti si trasforma in trofozoite e infetta l’intestino.
EFFETTI SULLA SALUTE
Giardiasi (nella maggior parte dei casi in forma asintomatica, in altri casi può dare diarrea e malassorbimento in forme acute o croniche), a seguito dell’ingestione di cisti infettanti.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Giardia può moltiplicarsi in svariate specie animali, compreso l’uomo, che eliminano le cisti nell’ambiente. Le cisti nell’ambiente sono molto resistenti; possono raggiungere anche l’acqua potabile (quando contaminata con feci) e resistono alla disinfezione con cloro attuata ai normali standard di concentrazione.
VIE DI ESPOSIZIONE
Le cisti possono infettare un ospite suscettibile se ingerite per via orale; altre modalità di trasmissione sono rappresentate dal contatto con acqua potabile o acqua usata per attività ricreative (piscine) contaminata, con cibo contaminato, con persone infette.
La trasmissione di Giardia con l’acqua è la via preponderante rispetto alle altre. Giardia probabilmente ha il più alto potenziale di trasmissione attraverso l’acqua potabile rispetto agli altri protozoi, perché le cisti sono infettanti per un’ampia varietà di animali, domestici e selvaggi, oltre che per l’uomo e sono ampiamente distribuite nell’ambiente.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano La trasmissione di Giardia attraverso l’acqua è ben documentata. Le epidemie registrate sono state associate all’uso di acque superficiali non filtrate e per le quali la clorazione è stato l’unico trattamento. Le cisti infatti sono molto resistenti alla disinfezione (sono inattivate dalla disinfezione con cloro, ma richiedono condizioni di torbidità, pH e temperatura molto controllate, oltre a una dose e tempo di contatto maggiori).
Cryptosporidium
Descrizione generale
Cryptosporidium è un parassita intracellulare obbligato. Produce delle oocisti in grado di resistere nell’ambiente, che vengono eliminate attraverso le feci degli individui infetti. Sono conosciute una decina di specie, di cui C. parvum è responsabile della maggior parte delle infezioni umane.
EFFETTI SULLA SALUTE
Gastroenteriti, con diarrea grave e potenzialmente fatale nei soggetti immunocomporomessi (AIDS, anomalie dei linfociti, ipogammaglobulinemia congenita, sindrome da immunodeficienza combinata severa, trattamenti con farmaci immunosppressori, malnutrizione grave).

DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Cryptosporidium parassita il tratto gastrointestinale e respiratorio di numerosi animali (mammiferi, uccelli, pesci); è diffuso e ubiquitario. Le sue oocisti sono ampiamente distribuite nell’ambiente.
VIE DI ESPOSIZIONE
L’infezione si trasmette attraverso l’ingestione delle oocisti, a seguito della quale vengono rilasciate le forme di sporozoiti, che infettano l’epitelio. L’uomo e altri mammiferi sono i serbatoi dell’infezione, e la contaminazione degli approvvigionamenti idrici con feci di animali o umane contenenti le oocisti può portare alla trasmissione di Cryptosporidium con l’acqua potabile.
Altre vie di trasmissione sono il contatto con acqua usata a scopi ricreazionali (piscine), il contatto interumano e con cibi contaminati.
A parte Giardia, Cryptosporidium ha probabilmente il più grande potenziale di trasmissione attraverso l’acqua potabile rispetto agli altri protozoi, perché le oocisti sono infettanti per un’ampia varietà di animali, domestici e selvaggi, oltre che per l’uomo.
Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano La trasmissione di Cryptosporidium attraverso l’acqua è ben documentata. Le oocisti sono molto piccole (4-6 |jm: spesso sfuggono anche ai vari trattamenti dell’acqua) e molto resistenti alla disinfezione (al cloro e alla maggior parte dei disinfettanti alle concentrazioni usate normalmente per il trattamento delle acque destinate al consumo umano).
Entamoeba histolytica
Descrizione generale
Entamoeba histolytica è un parassita amebico, che si presenta nella forma di trofozoita o di cisti (10-20 |jm di diametro).
EFFETTI SULLA SALUTE
Amebiasi (nell’85-95% dei casi in forma asintomatica, negli altri casi si può presentare in forma di dissenteria amebica, o di colite amebica, o di ascesso amebico); possibili ascessi in polmone, fegato ed encefalo.
diffusione nell’ambiente
L’uomo è il serbatoio principale dell’infezione. Le cisti di Entamoeba vengono eliminate con le feci degli individui infetti.
vie di esposizione
L’infezione si trasmette per ingestione delle cisti: il contatto interumano e la contaminazione del cibo con le mani sembrano essere le principali vie di trasmissione, mentre l’acqua riveste un ruolo di minore importanza, anche se assolutamente non trascurabile, in relazione alla contaminazione fecale degli approvvigionamenti.

Significato della presenza nell’acqua destinata al consumo umano Le cisti possono rimanere a lungo, anche per mesi, in ambiente acquatico, e sono molto resistenti al cloro (vengono distrutte dalla superclorazione e dallo iodio).
2.1.12 Funghi
Le Linee Guida dell’OMS non prendono in considerazione questo parametro. Le informazioni sotto riportate sono tratte da “Rapporti ISTISAN 07/5″.
Descrizione generale
I funghi o miceti sono organismi eucarioti, unicellulari o più spesso organizzati in strutture pluricellulari, che possono raggiungere dimensioni notevoli. Possiedono una parete cellulare rigida composta da chitina e si riproducono con formazione di spore (riproduzione sessuata) e di tallospore e conidiospore (riproduzione asessuata).
I funghi comprendono moltissime specie, nella maggior parte dei casi saprofite, alcune patogene.
DIFFUSIONE NELL’AMBIENTE
Sono ubiquitari, largamente diffusi in natura, si trovano nelle acque e in tutte le matrici ambientali.
SIGNIFICATO DELLA PRESENZA NELL’ACQUA DESTINATA AL CONSUMO UMANO I funghi sono particolarmente resistenti ai trattamenti di potabilizzazione e di disinfezione delle acque. Possono partecipare alla formazione del biofilm nei sistemi di distribuzione delle acque potabili.
Anche se non di diretto significato sanitario, la loro presenza non è raccomandabile, in quanto contribuiscono ad alterare la qualità generale dell’acqua distribuita. La ricerca della loro presenza è utile per verificare l’efficienza del trattamento.

Le microplastiche: microfonti…di macroinquinanti!

Cause e conseguenze della dispersione delle microplastiche in mare e del bioaccumulo di sostanze inquinanti derivanti dalla loro ingestione

La plastica: da utile risorsa a pericoloso rifiuto. Negli ultimi decenni la plastica è stata prodotta ed utilizzata dall’uomo con sempre maggior frequenza, tanto che, ad oggi, questo materiale è diventato il maggior detrito antropogenico inquinante presente negli oceani (Law et al., 2010). Dagli anni ’50 alla prima decade degli anni 2000, la richiesta mondiale di plastica è passata da 1 milione e mezzo di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate. A questo impressionante dato va aggiunto il notevole incremento demografico della popolazione umana: negli ultimi 50 anni la densità di popolazione mondiale è aumentata del 250% (Browne et al., 2011). La conseguenza è ovvia: più plastica utilizzata e gettata via che, direttamente o indirettamente, arriva in mare. Essa può esser rinvenuta in ambiente marino in moltissime forme e dimensioni: sacchetti, sferule, materiale da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, polistirolo, nastri e attrezzi da pesca. I rifiuti plastici provenienti da terra costituiscono a circa l’80% di tutti i detriti plastici che si trovano nell’ambiente marino (Andrady, 2011). Con circa la metà della popolazione mondiale residente entro un raggio di 80 km dalla costa, i rifiuti plastici prodotti in queste aree hanno un alta probabilità di essere immessi direttamente in ambiente marino tramite fiumi e sistemi di acque reflue (Moore, 2008). Gli impianti di trattamento delle acque sono in grado di intrappolare macroplastiche e frammenti di varie dimensioni mediante vasche di ossidazione o fanghi di depurazione, tuttavia una larga porzione di microplastiche riesce a bypassare questo sistema di filtraggio, giungendo in mare. Come mostrato da numerosi studi, i rifiuti presi in carico dai fiumi, visto il loro elevato flusso unidirezionale, sono trascinati direttamente negli oceani.
Anche le navi hanno rappresentato e rappresentano tutt’oggi una rilevante fonte di rifiuti marini; uno studio condotto da Pruter (1987) stima indicativamente che durante gli anni ’70 la flotta peschereccia globale abbia scaricato oltre 23.000 tonnellate di materiale di imballaggio in plastica. Nel 1988, un accordo internazionale ha fatto divieto alle imbarcazioni marine di abbandonare scarti plastici in mare; tuttavia, come troppo spesso accade, il rispetto di questo accordo è stato essenzialmente arbitrario, facendo sì che la navigazione restasse anche nei decenni successivi un’importante fonte di inquinamento marino: si stima che già nei primi anni ’90 siano state immesse in mare 6,5 milioni di tonnellate di plastica.

Un altro significante apporto all’inquinamento marino deriva dalla manifattura di prodotti plastici che usano granuli e piccole palline di resina, conosciute con il nome di “nibs”, come materia prima. Attraverso fuoriuscite accidentali durante il trasporto, sia a terra che in mare, un uso inappropriato dei materiali di imballaggio e il deflusso diretto da impianti di trasformazione, questi materiali possono entrare negli ecosistemi acquatici. Solamente negli Stati Uniti, la produzione è salita da 2,9 milioni di pellets nel 1960 a 21,7 milioni nel 1987, tant’è che essi possono essere identificati nei mari di tutto il mondo, anche su isole medio-oceaniche senza impianti di produzione locali. Numeri impressionanti che, purtroppo, tendono a crescere esponenzialmente di anno in anno.

In generale, la plastica presenta una densità inferiore a quella dell’acqua di mare, ed è per questo motivo che galleggia in superficie. Solo in seguito alle interazioni con gli organismi, come la creazione di microfilm intorno ai singoli frammenti o l’insediamento di organismi bentonici sui rifiuti più grandi, questi materiali possono affondare.
Convenzionalmente, i rifiuti plastici sono stati suddivisi in quattro classi dimensionali (Eriksen et al., 2014):
• le macroplastiche (>200 mm);
• le mesoplastiche ( 4,76-200 mm);
• le microplastiche di medie dimensioni (1,01-4,75 mm);
• le microplastiche più piccole (0,33-1,00 mm).
A queste classi categorie è necessario aggiungere le nanoplastiche, le cui ridottissime dimensioni rendono tuttavia impossibile il loro campionamento tramite metodi tradizionali: secondo alcuni autori viene definito nanoplastica un frammento plastico di dimensioni inferiori a 20 pm (microns, cioè un millesimo di millimetro; quindi: 1 pm = 1 x 10-6 m), secondo altri addirittura al di sotto dei 100 nm (nanometri, ovvero un millesimo di micron; 1 nm = 1 x 10-9 m).

Per quanto concerne la problematica delle microplastiche va sottolineato che tale realtà risulta la più allarmante in quanto lo loro immissione nell’ambiente marino è pressoché quotidiana, derivante infatti da molteplici fonti come la disgregazione e deterioramento delle macroplastiche, perdita di fibre tessili nei lavaggi dei capi di abbigliamento, impiego degli strumenti da pesca e utilizzo di prodotti per la cosmesi. A tali aspetti si aggiunge, come vedremo più avanti, anche il rischio derivante dalla concentrazione di pericolose sostanze chimiche tossiche, gli ftalati, che favoriti dalle piccolissime dimensioni delle microplastiche possono facilmente passare dai bassi livelli trofici della catena alimentare come il plancton, ai pesci e quindi fino all’uomo.

La plastica negli Oceani.
La plastica viene trasportata attraverso tutti gli oceani del mondo dal vento e dalle correnti marine. Le correnti oceaniche, dovute all’azione combinata dei venti e della forza di Coriolis, connessa alla rotazione terrestre, hanno l’effetto di spostare enormi volumi d’acqua superficiale a formare grandi sistemi circolari di correnti (Gyres), che si muovono in senso orario nell’emisfero nord e antiorario in quello sud. Infatti, alte concentrazioni di detriti plastici galleggianti sono stati segnalati nelle zone centrali del Nord Atlantico e del Pacifico, ma diversi modelli di circolazione oceanica hanno suggerito possibili regioni di accumulo in tutti e cinque i Gyres subtropicali (Nord Atlantico, Sud Atlantico, Nord Pacifico, Sud Pacifico. La densità delle microplastiche è in media di circa 25.000 pezzi per km2 per l’emisfero meridionale dell’Oceano Pacifico, mentre nella porzione settentrionale del medesimo Oceano arriva a circa 300.000 pezzi per km2. Anche in Atlantico si raggiungono concentrazioni di centinaia di migliaia di frammenti per km2, come dimostrato dagli studi di Law et al. (2010) e Lusher et al. (2014). Tali studi hanno infatti evidenziato l’importanza della Corrente del Golfo nell’accumulare rifiuti soprattutto nel Mar dei Sargassi e lungo le coste Occidentali dell’Europa, dove alte concentrazioni vengono rinvenute a largo delle isole del Regno unito e delle coste francesi.

Le microplastiche: origine e diffusione.
Anche se a destare più clamore sono i rifiuti di maggiori dimensioni, ultimamente si sta acquisendo la consapevolezza di come i frammenti plastici più piccoli e apparentemente insignificanti siano ancor più nocivi e pericolosi.
Le microplastiche costituiscono un problema enorme per gli ecosistemi acquatici, sia marini che continentali, questo è ormai un assunto (Eriksen et al., 2013; Castaneda, 2014; Ivar do Sul & Costa, 2014). Ed è altrettanto indubbio che siamo giunti a un livello di inquinamento da plastiche tale da rendere quasi impossibile, almeno nel breve termine, una soluzione reale al problema, sebbene ci si possa adoperare quantomeno per contrastarlo.
In maniera molto lungimirante, Carpenter e Smith avevano già provato a metterci in guardia oltre 40 anni fa (1972): in un loro lavoro, affermavano che “l’incremento nella produzione di plastiche, unito alle attuali metodologie di smaltimento dei rifiuti, porteranno probabilmente a una notevole concentrazione sulla superficie del mare. Attualmente, l’unico effetto biologico conosciuto di queste particelle è che fungono da superficie su cui si accrescono idroidi, diatomee e, probabilmente batteri”.
Oggi sappiamo che le conseguenze di questa grave forma di inquinamento pressoché invisibile a occhio nudo, sono decisamente più pesanti. Ma per combattere un nemico è necessario conoscerlo bene.
Cosa sono le microplastiche? Si tratta di particelle di origine antropica di dimensioni comprese tra 5 mm e 330 pm. Bisogna specificare che la misura di 5 mm è un limite convenzionale che le separa dalle mesoplastiche, mentre il limite inferiore delle microplastiche è strettamente relazionato alla metodologia di campionamento: difatti vengono utilizzati dei retini “Manta” a bocca rettangolare e con maglia di 330 pm utilizzati usualmente per prelievi di neuston (micro-organismi che vivono nell’interfaccia aria-acqua) in quanto la maggior parte di queste particelle tende a galleggiare nei primi cm della colonna d’acqua. Ovviamente le particelle con alta densità specifica tendono a decantare nei sedimenti, quindi sfuggono ai campionamenti di plancton e neuston.
Oltre che su base dimensionale, le microplastiche sono ovviamente suddivise su base composizionale. I composti che più comunemente vanno a costituire le plastiche sono il polietilene, il polipropilene, il polistirene, il polietilene tereftalato ed il polivinilcloride, le cui fonti originarie sono principalmente bottiglie di plastica, contenitori per il cibo, reti da pesca, posate, pellicole, bicchieri di plastica (Valavanidis & Vlachogianni, 2014).
La categorizzazione delle microplastiche può avvenire anche su base morfologica, sovente determinata dalla fonte che li origina: possono essere campionati pellets e microbeads (“perline” plastiche utilizzate in molti prodotti per l’igiene quotidiana), frammenti derivanti dalla disgregazione di rifiuti di maggiori dimensioni e fibre. Tendenzialmente i microbeads si presentano in forme appiattite, cilindriche, sferoidali o discoidali e sono considerate microplastiche primarie, in quanto si tratta di frammenti di materie plastiche che sono volutamente realizzati per essere di dimensioni microscopiche. Viceversa le microplastiche secondarie, derivanti da disgregazione di rifiuti di maggiori dimensioni, sono sia i frammenti erosi, dalla morfologia molto più irregolari, presentando forme da angolari ad arrotondate a seconda del grado di usura, sia le fibre, le quali si presentano sotto forma di filamenti sottili ed allungati. Quest’ultima morfologia è la sovente la più numerosa, raggiungendo percentuali superiori al 70-80% in valori espressi convenzionalmente con numero di particelle per m3 di acqua (Ivar do Sul & Costa, 2014).

Ma perché i filamenti plastici sono così comuni? Essenzialmente perché tutti noi, senza rendercene conto, le produciamo giornalmente in grandissimi quantitativi in quanto derivano direttamente dai nostri abiti contenenti percentuali di poliestere o di altre fibre sintetiche. Per dare un’idea del quantitativo di microfibre rilasciate in mare, basti pensare che in media un normale lavaggio in lavatrice genera oltre 1900 microplastiche per capo d’abbigliamento (il che corrisponde ad oltre 100 fibre per Litro d’acqua per un lavaggio di tutti capi), circa il 180% in più delle fibre rilasciate da abbigliamento in lana. A questi sconcertanti dati bisogna aggiungere che utilizzando in inverno un maggior quantitativo di indumenti, il rilascio di microplastiche fibrose aumenta di circa il 700% durante questa stagione (Browne et al. 2011).
Così come avviene per le fibre, l’essere umano rilascia indirettamente microplastiche anche tramite altre comuni attività apparentemente banali ed innocue: lo scrub facciale, l’uso di alcuni shampoo e saponi, il dentifricio, l’eyeliner, la crema solare, i detergenti esfolianti. Si tratta principalmente di microbeads e frammenti spigolosi di polietilene che in taluni casi possono costituire oltre il 10% in peso del prodotto anche di marche rinomate (Neutrogena e Johnson & Johnson); tali frammenti artificiali negli ultimi anni hanno sostituito gli ingredienti naturali utilizzati tradizionalmente, tra cui le mandorle tritate, la farina d’avena e la pomice. Questo significa che mediamente una persona produce 2,4 mg di microplastiche al giorno (Fendall & Sewell, 2009; Marine Conservation Society, 2012) (Fig. 4). Fortunatamente negli ultimi tempi c’è stata una timida inversione di tendenza, preferendo prodotti cosmetici più ecologicamente sostenibili.
Come già specificato, oltre all’immissione diretta, le microplastiche derivano comunemente da fenomeni di erosione e degradazione di rifiuti plastici di maggiori dimensioni. Tra i processi degradativi che portano alla formazione delle microplastiche abbiamo la biodegradazione operata
da organismi viventi, spesso microbi, la fotodegradazione, causata dalla radiazione solare e frequente in mare aperto, la degradazione termossidativa, con temperature moderate, la degradazione termica, relativa alle alte temperature, e l’idrolisi, tipica reazione con l’acqua.
Negli ultimi anni l’allarme legato alle microplastiche è aumentato notevolmente anche grazie agli studi che si stanno svolgendo a livello comunitario in seguito al recepimento della Marine Strategy Framework Directive (MSFD, 2011).

Microplastiche “a casa nostra”: presenza ed effetti in Mar Mediterraneo.
Il Mar Mediterraneo non può esser considerato immune da questo tipo di inquinamento; al contrario, date le sue caratteristiche di bacino semichiuso, la grandissima densità abitativa che caratterizza le sue coste e la presenza di numerosi corsi d’acqua dolce che in esso sfociano, possiede tutte le caratteristiche per essere uno dei mari più colpiti. Si stima siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica sparsi per tutto il Mediterraneo. La centralità dell’argomento ha spinto gruppi di ricerca di numerosi paesi che si affacciano sul mare nostrum ad intraprendere delle campagne di monitoraggio, al fine di comprendere la reale entità dell’impatto delle microplastiche sull’ambiente marino. Infatti, come si evince dalla figura sottostante (Fig. 5) che riassume tutti i 79 studi condotti sulle microplastiche e l’interazione con le principali componenti del biota in mar Mediterraneo, i materiali di plastica in mare sono equamente diffusi in tutto il bacino, seppur con abbondanze percentuali maggiori nel Mediterraneo occidentale, dove più elevato è il numero di studi condotti negli ultimi anni (Deudero & Almar, 2015).

Collignon et al. (2012) hanno condotto un esteso campionamento in tutto il Mediterraneo nordoccidentale durante i mesi estivi del 2010, concentrandosi principalmente lungo le coste italiane e francesi. E’ stata riscontrata una concentrazione media di 0.116 frammenti/m2 di superficie, fino ad un massimo di oltre 0.36 frammenti/m2 a largo dell’Isola d’Elba. Tuttavia, oltre all’importanza dei numeri forniti da tale studio, è stato messo in relazione un fortissimo legame tra distribuzione delle particelle di microplastiche ed il vento. Infatti il campionamento ha subito un’interruzione a causa del maltempo, precisamente tra il 22 ed il 25 luglio 2010, ed una volta ristabilitesi le condizioni meteo-marine adatte per la raccolta dati, si è osservato come la concentrazione media dei frammenti fosse diminuita nelle stazioni a “sopravento”. L’area è infatti molto esposta a venti provenienti da W e NW (come il Maestrale); il vento agisce quindi come forzante per tale materiale che si distribuisce nell’interfaccia acqua-aria, ed insieme alle correnti superficiali è in grado di ridistribuire ed indirizzare i frammenti lungo quelle rotte su cui agiscono maggiormente tali forze.
Risultati simili sono stati riscontrati in analisi condotte in Corsica e lungo le coste occidentali della Sardegna, in particolare nel golfo di Oristano (Collignon et al., 2014; de Lucia et al., 2014). Qui le concentrazioni sono confrontabili con quanto osservato nel Mediterraneo nord-occidentale, in media 0.15 frammenti/m2; la maggior parte del materiale è composto dal di-2-etilesilftalato (o diottilftalato, DEHP), plastificante noto per il suo basso costo, che compone il PVC, e noto per essere velocemente metabolizzato da vertebrati ed invertebrati.
In Mar Mediterraneo è difficile parlare di “isole di plastica” così come ci si riferisce ai casi sopra citati dei bacini Oceanici; infatti non esiste un sistema di circolazione ciclonico e anticiclonico su così larga scala. Bisogna tuttavia sottolineare che l’esistenza di accumuli di rifiuti è stata segnalata nel Tirreno centrale e nel Mar Egeo.

In conclusione, è necessario ampliare il numero di studi in Mediterraneo al fine di comprendere al meglio la reale densità delle microplastiche, le maggiori sorgenti e soprattutto come esse si distribuiscano in relazione alla circolazione superficiale che caratterizza il bacino.
L’impatto delle microplastiche sugli ecosistemi marini.
I dati numerici finora sciorinati dovrebbero bastare a far comprendere la portata deN’inquinamento da microplastiche. Ma per comprendere pienamente questa tematica è necessario considerarne gli effetti sugli ecosistemi acquatici. In molti animali tali particelle creano danni fisici, come il soffocamento (tipicamente osservabile in molti invertebrati filtratori). Ma è solo l’inizio: è infatti di portata decisamente maggiore la tossicità che scaturisce dall’inquinamento da microplastiche, esponenzialmente incrementata da adsorbimento e bioaccumulo di sostanze inquinanti. Gli inquinanti organici persistenti che più frequentemente vengono adsorbiti sono ad esempio gli ftalati, i PCB, le organoclorine e i metalli pesanti (Ashton et al., 2010; Seltenrich, 2015). Questo processo fa sì che una piccola superficie quale quella di una microparticella possa concentrare grandi quantitativi di inquinanti, favorendone la dispersione in mare e diventano una vera e propria “bomba a orologeria”.
“Noi siamo quello che mangiamo”, diceva il tedesco Ludwig Andreas Feuerbach. Questo aforisma è pienamente contestualizzabile anche in ambiente marino: “i pesci sono quello che mangiano”…e dato che sovente ingeriscono microplastiche, per sillogismo “i pesci sono plastica tossica”. Considerando che si consumano, infatti, circa 23 chili di pesce per persona all’anno, che salgono a 25 chili in Italia, un valore pari a meno della metà del Portogallo che con 56 chili a testa è leader in Europa, gli effetti sulla salute umana sono facilmente intuibili (Coldiretti – Impresa Pesca, 2015).
Per comprendere più adeguatamente come le microplastiche entrino nella catena trofica, bisogna parlare del bioaccumulo o biomagnificazione, ovvero quel processo che porta negli organismi che direttamente o indirettamente ingeriscono le micro particelle ad un aumento in maniera esponenziale dei livelli tossici man mano che si sale di livello (Fig. 6). Sono tantissime le specie affette da questa forma di inquinamento, dai filtratori, come i molluschi bivalvi (le classiche cozze e vongole che frequentemente arricchiscono i nostri pasti) e i crostacei cirripedi (balani), agli invertebrati detritivori, come oloturie, isopodi, anfipodi e policheti (in particolar modo Arenicola marina) (Ward et al., 2009; Ivar do Sul & Costa, 2014; Rochman, 2015). E’ quindi frequente che gli animali a vita bentonica accumulino direttamente microplastiche anche di cospicue dimensioni, mentre le particelle più piccole possono essere ingerite anche da organismi planctonici, come i copepodi e gli eufasiacei, ma ovviamente l’accumulo diretto è riscontrabile anche ai livelli più alti della catena trofica, come nella balenottera comune (Balaenoptera physalus), che accumula notevoli quantitativi di ftalati (in media circa 45 ng/g di grasso), o nello squalo elefante (Cetorhinus maximus) (Fossi et al., 2012, 2014; Fossi, 2013). E’ implicito che il processo di biomagnificazione riguardi anche il trasferimento trofico in predatori attivi quali uccelli, rettili, mammiferi marini, pesci e cefalopodi.

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