Blue whale, aperta inchiesta a Milano

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In città, infatti, ci sono quattro ragazzini che sarebbero finiti nella rete di quel gioco che, in diverse tappe, porterebbe al suicidio. Sono già 250 le segnalazioni e gli interventi raccolti in pochi giorni dalla chat #fermiamolabalena nata dalla collaborazione tra la Casa pediatrica dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano, l’Osservatorio nazionale adolescenza e l’associazione Pepita Onlus. Ciro Cascone, procuratore capo del Tribunale per i minorenni di Milano, avverte: “Solo nell’ultima settimana ci sono giunte una decina di segnalazione”. Di queste, “la meta’ paiono falsi allarmi, gli altri sono casi delicati da approfondire” perche’ “c’e’ il sospetto concreto che siano legati a Blue Whale”.

A tal riguardo, il consigliere Boris Rapa, di Uniti per le Marche, assieme al Presidente Antonio Mastrovincenzo e al consigliere Francesco Giacinti, ha ritenuto opportuno presentare una mozione volta a creare e diffondere una campagna informativa diretta tanto agli adolescenti quanto alle loro famiglie, da diffondere nelle scuole e in luoghi di interesse, per poter riconoscere, nello specifico, i segnali che possano identificare la partecipazione alla Blue Whale Challenge da parte dei minori e, più in generale, informare dei pericoli che si corrono sul web, su come riconoscerli, evitarli e, nel caso, a chi rivolgersi per chiedere aiuto. “In questo momento i ragazzini di 12-15 anni sono molto incuriositi”. Taglietti sulle labbra, tre verticali vicino al polso, la sigla “F57” o una “A” incisa sul palmo della mano. Il pericolo è reale: “Tutte hanno raccontato di un ‘curatore’ che le ha agganciate sul web e poi ha comunicato con loro via WhatsApp”.

“Lo chiama ‘gioco’ – ha ricostruito il procuratore -, non svela dove conducono alla fine le cinquanta tappe, insiste moltissimo sulla necessità di non parlarne con nessuno per ‘far vedere che fai sul serio e non sei piccola’”. L’ultimo ordine, purtroppo, è quello che porta alla morte.

I casi che ritenete «delicati» cosa hanno in comune? «Ci sono stati riferiti dalle scuole e non dai genitori. Stiamo approfondendo una storia che coinvolge una ragazzina nata nel 2002, due nel 2004 e uno nel 2005. Quasi tutte femmine. La pagina da cui è partita una delle minori aveva scritte anche in russo. Taglietti sulle labbra, tre verticali vicino al polso, la sigla “F57” o una “A” incisa sul palmo della mano. Raccontano tutte di un “curatore” che aggancia sul web e si fa dare il numero di telefono. Da quel momento comunica solo via WhatsApp».

Quali sono le «regole»?

«Il “curatore” lo chiama “gioco”, non svela dove conducono alla fine le cinquanta tappe, insiste moltissimo sulla necessità di non parlarne con nessuno per “far vedere che fai sul serio e non sei piccola”. Parte con “sfide di coraggio” e impartisce “ordini”, così li definiscono le ragazzine. Punta ad alterare il ritmo sonno/ve- glia e ad abituare al dolore. “I tagli non devono essere profondi”, si sentono dire. Il “curatore”, raccontano in tutti i casi, “ad ogni step chiede prove con foto da mandargli su WhatsApp”: la ragazzina sveglia di notte, le esplorazioni in luoghi insoliti, i piccoli tagli».

Avete idea che dietro ci sia una sorta di organizzazione? «Piuttosto ci sembra un proliferare di siti, anche “fasulli”, creati ad hoc da persone con problemi, che si travestono da carnefici e riproducono quel gioco di cui hanno letto sul web. Ma gli effetti possono essere analoghi e altrettanto pericolosi». Ad essere affascinati e finire nella rete sono adolescenti con un disagio conclamato?

«Per lo più paiono ragazzini normali, piuttosto bravi a scuola. Ma quando vengono invischiati in questo viaggio partono in solitaria. Dicono “mi sentivo triste”, e iniziano. In un paio di casi ci sono piccoli episodi precedenti di autolesionismo, che risalgono circa a un mese fa; possiamo pensare che le ragazzine avessero iniziato le sfide e a un certo punto avessero smesso, per poi ricominciare. Il fenomeno fa leva sulla particolare vulnerabilità di alcuni, che vengono più facilmente agganciati, ma diventa trasversale perché per uno che ci casca, ce ne sono tanti altri a rischio emulazione e altri ancora che fanno da cassa di risonanza sui social».

Si parla di una sorta di ricatto che spaventa chi cerca di uscire. È realistico? «I ragazzi impauriti dicono di aver letto sul web che “se interrompi il gioco ti vengono a cercare a casa”. Ma per ora sono intimidazioni senza fondamento, non ci sono riscontri investigativi su minacce o atti ritorsivi». Come inquadrate la forma di reato del «curatore»? «Noi seguiamo i procedimenti sotto il profilo civilistico, per tutelare i minori. Fino a prova contraria i presunti “curatori” sono maggiorenni, quindi dal punto di vista penale è la Procura ordinaria a condurre le indagini, sempre coordinata con noi. Si potrebbero ipotizzare istigazione al suicidio, atti persecutori, persino stalking o una nuova forma di cyberbullismo. Queste sfide hanno a che fare con la ripetizione, l’ossessione, la sottomissione e il controllo».

I ragazzi da sempre amano le prove di coraggio. Askme, qualche tempo fa, aveva alimentato varie sfide in parecchi adolescenti. «La novità sta nell’aver intrecciato il richiamo della sfida con una fascinazione di cupio dissolvi. E l’autodistruzione diventa subito anche celebrazione: il “curatore” chiede di mandare solo a lui le “prove”, ma sui social iniziano a girare foto con braccia incise».

Adulti e genitori come dovrebbero comportarsi? «La raccomandazione è di monitorare le incursioni sul web e i siti visitati. Far caso a nervosismi anomali ed eventuali segni sul corpo, quasi invisibili. Importante parlare in casa, ai ragazzini, dei rischi legati ai cellulari e all’accesso al web. Far capire che non è un gioco, ma un percorso “pilotato” da altri che conduce alla morte o a farsi del male. Bisogna immunizzarli dal rischio. Inutile invece coinvolgere i bambini più piccoli, che non hanno ancora avuto modo, per fortuna, di farsi venire pericolose curiosità. Noi ogni volta interessiamo i Servizi sociali, per avere conferma che le famiglie riescano a sostenere i figli, senza inutili allarmismi».

Dopo il servizio delle ” Iene“, andato in onda lo scorso 14 maggio, sui social, in televisione e sulle maggiori testate giornalistiche si è ritornato a parlare del “Blue Whale“, il macabro ” gioco” nato in Russia e noto anche in Brasile, Canada, Francia e perfino in Italia, che ha causato il suicidio di molti ragazzi, perlopiù adolescenti. La sfida prende di mira soprattutto ragazzi molto giovani (da i 16 ai 9 anni) che vengono contattati da un tutor (o curatore) che li invita a portare a termine delle missioni: una al giorno per 50 giorni.

Queste le parole di un rappresentante delle istituzioni, che si sono subito mobilitate, una volta ricevuta la segnalazione, per definire nei dettagli quando realmente accaduto alla ragazzina incappata nella rete della ‘balena blu, quel gioco perverso e terrificante che induce coloro che lo percorrono a eseguire gesti insani, a procurarsi delle lesioni e addirittura a compiere atti estremi. Fino ad arrivare alla prova più difficile, l’ultima. Resta aperta e più che mai attuale la discussione intorno al Blue Whale, una sorta di ‘moda’ di origine russa che porta gli adolescenti a suicidarsi per gioco. Basti pensare, infatti, che prima del servizio giornalistico delle Iene il Blue whale era praticamente sconosciuto in Italia. Senza nessun tipo di problema, affrontando la questione apertamente e facendo capire ai ragazzi la pericolosità della sfida.

“Abbiamo un team di 15 specialisti che nella sede centrale di Roma “spazzano” il web e monitorano costantemente la “rete”. Se si nota qualche movimento sospetto del proprio figlio o qualche ferita strana sul corpo, è consigliabile affrontare immediatamente la questione. Oggi nel post-benessere e nella post-Società Blue Whale è un apice del degrado troppo invisibile e incomprensibile alle istituzioni ignoranti e complici del mondo.

Avvisare le forze dell’ordine. Prima cinque consigli per i genitori. Basterebbe una cosa del genere per ritrovarsi coinvolti in Blue Whale e, nel caso in cui po vi doveste rifiutare di giocare, si passerebbe alle minacce.

Non sei obbligato a preseguire.

Ma quali sono le regole del Blue whale? Parlatene con i vostri genitori e nel caso sporgete denuncia alla Polizia, in modo da fermare la sfida.

Il “curatore” punta sulla suggestione, che “può essere operata dalla volontà di un adulto che aggancia via web e induce la vittima alla progressione nelle 50 tappe della pratica oppure da gruppi whatsapp o sui social, nei quali i ragazzi si confrontano sulle varie tappe, si fomentano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro”. Quello che stupisce di più, però, è il fatto che molte delle famiglie dei ragazzi coinvolti, o meglio la maggior parte, non si sia accorta di nulla.

“Dobbiamo creare un coinvolgimento in loro stessi, promuovere un aiuto tra i pari e una cultura che si estenda orizzontalmente senza necessariamente dei dettami dall’alto”.

Blue Whale, adescate due bambine

Il folle gioco della morte, “Blue Whale Challenge”, rischia di diventare una minaccia per tutti i bambini e gli adolescenti. Nei giorni scorsi è stato denunciato un tentativo di adescamento che ha coinvolto due bambine che frequentano una scuola elementare di Latina. Una bambina di 10 anni è stata aggiunta a un gruppo anonimo su Whatsapp dal nome che non lascia spazio a dubbi: “Balena Blu”. Per fortuna la piccola è stata prudente e ha immediatamente informato i genitori. La mamma ha letto e ascoltato i messaggi presenti nel gruppo, alcuni dei quali vocali, scoprendo una realtà terrificante, molto simile a quanto raccontato nel recente servizio televisivo delle “Iene”. Il “tutor”, colui che organizza il gioco e ne detta le regole, aveva già spiegato quali sarebbero state le azioni richieste, quasi tutte di tipo autolesionistico. Il macabro gioco consiste nel seguire le indicazioni del tutor, una per ogni giorno, fino ad arrivare al giorno numero 50 con l’azione finale: il suicidio che deve avvenire gettandosi dal palazzo più alto della propria città. Molto diffuso in Russia, il “Blue Whale” è ormai arrivato anche in Italia. In particolare sono in corso delle indagini sul suicidio di un ragazzo livornese che potrebbe essere collegato al gioco, così come raccontato da un suo amico. Purtroppo si sta diffondendo non solo tra gli adolescenti, ma anche tra i bambini più piccoli, come conferma l’episodio delle due bambine di Latina che frequentano l’ultimo anno della scuola elementare. Il tentativo di adescamento è piuttosto allarmante e ieri la notizia si è diffusa rapidamente in città, rimbalzando anche nei gruppi Whatsapp che raccolgono i genitori di tutte le scuole. Le tracce lasciate dai responsabili dell’adescamento saranno analizzate con la massima attenzione per dare un nome al “tutor” e anche per capire le modalità con le quali il gioco della morte viene diffuso attraverso i gruppi, ma anche utilizzando i social network più diffusi, a cominciare da Facebook. Il sospetto infatti è che i “tutor” si moltiplichino come in una sorta di folle emulazione del ventenne russo Philipp Budeikin, arrestato qualche mese fa con l’accusa di essere l’ideatore del macabro gioco e di avere istigato al suicidio almeno 16 adolescenti. Il bilancio in tutta la Russia sarebbe di 150 giovani vittime, tutte entrate nella spirale mortale del gioco che prevede tagli sulle braccia, visione notturna di filmati con omicidi e suicidi di ogni genere, fino all’ultima prova, il suicidio, documentato con un video sul telefonino che servirà ad alimentare altra folle violenza.

Blue whale, la detective: “Decine di casi. Caccia ai web killer”

Bologna, 22 maggio 2017 – «Blue whale challenge » o gioco del suicidio, tre casi individuati in tempo a Pescara, tutti adolescenti. Cinquanta prove, tra tagli sulle braccia, sveglie alle 4 del mattino e selfie da tetti o gru che portano dritte al suicidio. La domanda che in molti si fanno a questo punto è quanto si sia radicato il fenomeno in Italia. «Stiamo indagando su circa 40 segnalazioni». A rispondere è Elvira D’Amato, vice questore aggiunto e membro del pool della Polizia postale che indaga sul gioco nonché responsabile del centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia on line.

Blue Whale, 11enne salvato. Stava per buttarsi dal tetto Quaranta segnalazioni non sono poche?

«Potenzialmente sono molti di più i casi».

Questo cosa significa? «Che alcune segnalazioni parlano di più persone: un gruppo o un’intera scolaresca… C’è stata un’impennata negli ultimi giorni anche grazie ai media. Le segnalazioni sono molto diverse tra loro, stiamo indagando per verificare quanti falsi positivi e casi di emulazione del gioco ci sono. Non è detto che tutti portino al Blue Whale. Alcune segnalazioni fanno riferimento agli hashtag usati sui social».

Come state procedendo? «Stiamo cercando di distinguere i casi dove c’è la presenza di un gruppo o di un tutor che impartisce le regole ai giocatori da quelli di emulazione. La partecipazione al gioco è pericolosa e aberrante, le nostre investigazioni tendono ad acclarare se dietro c’è qualcuno. In altri termini degli istigatori».

Cosa nascondono i casi di emulazione? «L’atto emulativo potrebbe essere potenzialmente più pericoloso del gioco. Molti ragazzi nelle chat che stiamo monitorando dicono che sono incuriositi dalle prove e vogliono giocare. Il rischio è che una volta attratti finiscano nella trappola e, incitati dal gruppo, non ne escano più».

Sappiamo che il gioco è stato inventato in Russia dove ha causato più di 150 suicidi…

«È un gioco infernale che induce alla depressione. Accompagna, in maniera quasi scientifica alla determinazione di farla finita. È una sorta di evoluzione dei circuiti della morte sui social russi, alla cui base c’era sempre una manipolazione fino all’accompagnamento alla morte».

Cosa spinge i ragazzi ad avvicinarsi al gioco? «Il Blue Whale è una delle tante armi che hanno i giovani per avviare atti di autolesionismo. Molte storie affondano nel disagio giovanile. Tanti ragazzi, già prede di fenomeni di cutting, cascano nel gioco facilmente. Invece in altri casi la spinta è arrivata da una pericolosa curiosità. Magari seguono l’amichetto e si ritrovano nella trappola».

In Italia c’è qualche caso di suicidio dovuto al Blue Whale? «Nessuno accertato ufficialmente. Sul caso del ragazzo di Livorno stiamo ancora indagando».

Tornando alle segnalazioni, che età hanno le potenziali vittime? «Le segnalazioni arrivano da tutto il territorio, si parla di adolescenti. Andiamo dalle ultime classi delle medie fino alle superiori. Ma ci cascano anche ragazzotti più grandi sui 19 anni».

Leggendo i tweet e i post qualcuno segnala che sul social russo VKontakte sono nati dei gruppi italiani di giocatori. Vi risulta? «Si sono accorti dalle notizie che il canale è quello. Sappiamo che alcuni ragazzi italiani approdano lì».

Blue Whale, Telefono Azzurro

Per aiutare i ragazzi che pensano all’autolesionismo e al suicidio, Telefono Azzurro dà alcuni consigli:

Contrapponi il fare al pensare: esci, fai qualcosa di semplice, ma rilassante che pensi ti possa far stare meglio. Questo non significa ignorare ciò che ti mette in difficoltà: è importante farlo, ma nel momento più adeguato e con il sostegno di professionisti che ti possano supportare in questo.

Tieni presente che quando ci si sente in estrema difficoltà la percezione delle cose è alterata e si ha la sensazione di non avere vie d’uscita. Ricorda però che si tratta spesso di momenti transitori.

Cerca di non stare solo: solitudine ed isolamento rischiano di peggiorare la situazione.

Prova a pensare ad una situazione di difficoltà che sei riuscito a superare in passato. Cosa ti è stato d’aiuto? Quali risorse hai messo in campo? Quali oggetti, comportamenti, idee o persone ti hanno aiutato?

Prova ad immaginare un ragazzo nella tua stessa situazione: cosa gli diresti per aiutarlo?

Se sai che qualcosa ti fa stare male e pensi di essere in un momento di particolare vulnerabilità, cerca di evitare. Ad esempio, se un luogo ti evoca particolari ricordi negativi, non andarci e, se devi farlo, non andarci da solo.

Chiedere aiuto non è un atto di debolezza: è, invece, un modo molto coraggioso di iniziare un percorso per stare meglio.

Informa una persona di tua fiducia di come ti senti: condividere significa anche “dividere con”. Parlare con qualcuno ti aiuterà a costruire più soluzioni proprio quando ti sembra che non ce ne siano. La persona che avrai scelto sarà felice di poterti ascoltare, non vergognarti di raccontare come ti senti, stai facendo un passo molto importante.

Se sai che un amico o una persona che conosci si auto-lesiona o sta pensando al suicidio, offrigli il tuo sostegno ed il tuo ascolto, ma non assumerti da solo questa responsabilità. Informalo, ad esempio, della possibilità di rivolgersi a Telefono Azzurro, chiamando il numero sempre attivo 1.96.96 oppure attraverso la chat (attiva tutti i giorni dalle 08.00 alle 22.00 – il sabato e la domenica dalle 8:00 alle 20:00).

Se non dovesse accettare o se tu non fossi sicuro che chiederà un aiuto, prova a contattare tu Telefono Azzurro. Cercheremo insieme una soluzione. Oppure, informa un tuo adulto di riferimento di questa situazione.

Lo scopo del gioco infatti è arrivare a dimostrare di avere tanto fegato da togliersi la vita mentre amici e altri concorrenti filmano quanto sta succedendo. Il sito Talky! Life è in grado di darci alcune anticipazioni. Il gioco è nato nel 2013, e ad oggi, in Russia, si contano almeno 157 suicidi tra gli adolescenti che vi hanno preso parte. Hanno sentito parlare di un suicidio, del gioco, ci sono dei gruppi sui social. Ma anche Veronika e Yulia, rispettivamente di 16 e 15 anni, si sono buttate da un grattacielo di Ust-Ilimsk, dopo aver pubblicato sui social l’immagine di una balena blu.

 Siamo alle solite. E quando fa scandalo è sempre nudo Vittorio Sgarbi oppure parla di sesso o dice parolacce. Chi accetta di giocare, deve sottostare alle regole e agli ordini impartiti dagli amministratori del gioco.

Il blue whale può essere considerato una sfida horror della durata di 50 giorni, che ha delle regole precise.

Dal momento che il ‘gioco’ si è diffuso in tutto il mondo, c’è molta preoccupazione anche per gli adolescenti anche in Italia. La mente dei bambini viene quindi manipolata meglio considerato il fatto che si è in una fase di semi coscienza tra sogno e realtà. Il 50esimo giorno sono pronti per morire.

Il padre di una giovane vittima, fondatore di un’associazione a sostegno delle famiglie delle vittime e promotore di un numero per le persone che sospettano che i loro ragazzi stiano giocando alla Blue Whale, ha spiegato che sono momenti in cui muoiono più ragazzi ed altre in cui si suicidano ragazze. Ha dovuto sdraiarsi sui binari di una ferrovia e appoggiarsi in modo tale che il treno le tagliasse la testa, il tutto chiaramente ripreso.

Alcuni casi simili sarebbero stati riscontrati anche in Francia, Spagna, Inghilterra e Brasile. Viviani incontra un compagno di classe del ragazzino di Livorno che si è suicidato gettandosi dal palazzo più alto della città.

Blue Whale, il gioco della morte che colpisce ragazzi dai 9 ai 17 anni

In Russia non si parla d’altro. I programmi televisivi hanno da tempo a questa parte dedicato intere puntate al fenomeno in questione. Sono stati intervistati psicologi per risalire alle fondamenta di questo macabro “gioco” che ha causato la morte di 157 ragazzi prevalentemente in Russia, ma anche in altri Paesi del mondo. In Italia ad esempio si pensa che sia correlata al Blue Whale la morte di un ragazzino di 15 anni, che si è suicidato buttandosi giù dal palazzo più alto di Livorno. Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire cosa è il Blue Whale. Questo gioco è nato in Russia specialmente sui social network sovietici come VKontakte, la versione russa di Facebook. In questi social delle persone contattavano ragazzini dai 9 ai 17 anni con l’intenzione di giocare ad un gioco che si sarebbe rivelato fatale per questi ultimi. Questo gioco consiste in sfide macabre quotidiane che si sarebbero protratte per 50 giorni. Al cinquantesimo giorno il giocatore (ragazzino) per vincere si sarebbe dovuto buttare da un palazzo. Questi criminali che si sono impersonificati da amministratori di questo gioco hanno fatto il lavaggio del cervello a centinaia di ragazzini, costringendoli psicologicamente a commettere azioni macabre come tagliarsi con un rasoio e guardare video di suicidi, prima di spingerli ovviamente alla morte. Tutte queste pratiche di routine venivano fatte dai ragazzini in uno specifico orario, le 4.20 del mattino in quanto la mente a quell’ora non è sveglia. In Russia sono nate delle vere e proprie associazioni fondate da genitori che hanno perso i loro figli a causa di questo fenomeno che fanno prevenzione. La cosa più preoccupante è che questi bambini per ottemperare alle regole del gioco non devono destare sospetti ai genitori e quindi non devono far trapelare nulla di ciò che sta accadendo. Anche le Iene si sono occupate del caso, con l’inviato Matteo Viviani che è stato proprio in Russia per sentire varie testimonianze.

Blue Whale, arrestato l’ideatore: «Non mi pento di nulla, ho purificato la società»

L'ideatore del 'Blue Whale':

«Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi: un giorno capirete tutti e mi ringrazierete». Il 22enne russo Philipp Budeikin, il reo confesso studente di psicologia e ideatore del ‘Blue Whale’, attualmente detenuto in carcere, non ha mostrato alcun pentimento.

Il giovane è accusato di aver istigato al suicidio almeno una quindicina di adolescenti negli ultimi mesi dopo aver attratto con l’inganno su Vk, il social network più in voga in Russia, centinaia di giovani e giovanissimi e averli spinti ad accettare l’estrema e tremenda sfida social. Per uno studente di psicologia di oggi, d’altronde, non dev’essere stato difficile sobillare e farsi accettare come leader da una moltitudine di giovani e giovanissimi, in molti casi con problemi psicologici e familiari e persi nelle insidie del web. Le modalità, la freddezza e la fierezza con cui ha agito Budeikin, però, colpiscono come un pugno nello stomaco. A riportarle è Metro.co.uk.

«Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società» – ha spiegato il giovane durante un interrogatorio – «Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza».

Philipp Budeikin si trova attualmente in carcere a San Pietroburgo, dove ogni giorno riceve lettere d’amore delle adolescenti che aveva adescato sui social e che avrebbe potuto spingere al suicidio. Tuttavia, non si può parlare di pericolo scongiurato, dal momento che i casi di emulazione si sono moltiplicati in ogni parte del mondo. Uno sguardo attento alle modalità della folle sfida ideata da Budeikin potrebbe aiutare i genitori a comprendere in tempo eventuali comportamenti anomali dei figli, specie se pre-adolescenti. Con l’aumento esponenziale dei suicidi tra i ragazzini anche in altri continenti, sono nate delle piattaforme che puntano a contrastare e prevenire questo sempre più diffuso ‘Olocausto 2.0’.

Blu Whale le confessioni shock del 21enne russo

Si chiama Philipp Budeikin il giovane russo detenuto in Russia perché considerato l’ideatore delle gioco della morte balena azzurra.  In effetti il giovane avrebbe confessato di aver istigato almeno 16 ragazzi adolescenti al suicidio per purificare la società.  Sarebbero queste le parole shock pronunciate dal ventunenne studente di psicologia, nel corso di un interrogatorio nel centro di detenzione preventiva di Kresty,  a San Pietroburgo dove attualmente si trova in custodia cautelare. “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”, ha spiegato Budeikin che ha aggiunto di non essere affatto pentito: “Un giorno ringrazierete”.

Ma cos’è il blue whale ovvero Balena Blu?  Trattati di un gioco nato in Russia che ha già portato alla morte purtroppo 150 adolescenti;  questo consiste nel seguire delle regole estreme per 50 giorni e poi nell’ultimo giorno arrampicarsi su di un palazzo e gettarsi nel vuoto.  Nel corso di questi 50 giorni, i giocatori quasi tutti i giovani adescati sui social network, devono sottoporsi a 50 prove sempre più dure che partono dalla sveglia alle ore 4:20 di ogni mattina a guardare film horror tutto il giorno fino a incidere sì le braccia disegnando alla balena e poi l’ultima prova corrisponderebbe a quella già anticipata ovvero salire sul palazzo più alto della città e buttarsi giù.

Come ho già anticipato, ad oggi purtroppo sono circa 130 i suicidi di adolescenti  avvenuti negli ultimi sei mesi nel paese,  tutti i giovani istigati proprio da questo terribile gioco che purtroppo sembra essere arrivato anche in Italia.  In realtà questo gioco sembra essere giunto in tanti altri paesi e tra i quali Brasile, Nuova Zelanda, Cina, Gran Bretagna e anche l’Italia,  tanto che le autorità stanno indagando a tappeto per cercare delle connessioni.  Di questo gioco sia anche parlato nel corso  di alcune edizioni andate in onda dalla BBC e El Pais.

Ritornando al  giovane russo, che al momento si trova  nel centro di detenzione preventiva a San Pietroburgo, secondo gli inquirenti non vi sarebbe alcun dubbio e nello specifico a parlare è stato Anton Breido,  alto funzionario della Commissione investigativa russa, il quale ha dichiarato che il giovane sapeva benissimo come ottenere i risultati che voleva.. “Ha iniziato nel 2013 e da allora ha affinato sempre di più le tecniche. Lui e i suoi ‘aiutanti’ attiravano i ragazzi su VKontakte attraverso video spaventosi. Il suo scopo era quello di attirare un gran numero di bambini e adolescenti per poi selezionare quelli più manipolabili”, ha aggiunto ancora l’Alto funzionario della Commissione investigativa russa.

Il videogioco che uccide: per vincere devi suicidarti

L’ultima prova, la cinquantesima, prevede il suicidio. Ad oggi, nel mondo, in 160 ce l’hanno “fatta”, nel senso che si sono uccisi. Compreso il ragazzo di Livorno, 15 anni, che si è buttato giù da un palazzo. Vittima anche lui, si lasceranno scappare alcuni amici, del “Blue Whale Game”, il gioco della balena di cui Libero si è occupato qualche settimana fa.

Cinquanta giorni e cinquanta prove che prevedono, per esempio, tagli sulla pelle fino a formare una balena, scritte sulla mano fatte con un rasoio, fingere di stare bene, non parlare del gioco, sveglia alle 4,20 del mattino per guardare film horror anche per tutto il giorno, tagliarsi un labbro o, addirittura, un braccio, fino a gettarsi nel vuoto.

Le vittime sono tutte adolescenti: vengono addescati sui social con messaggi all’apparenza innocua, poi manipolati, minacciati e ricattati con la scusa della diffusione dei loro dati, e quindi “accompagnati” a sottostare alle regole del gioco, che prevede ogni volta una “prova” delle prove eseguite con foto e video da spedire al “curatore”.

Philipp Budeikin, ideatore del gioco mortale, è stato arrestato in Russia. Studente di psicologia, è ora accusato di aver istigato al suicidio almeno una quindicina di persone attraverso VKontakte, il Facebook russo. Sulle altre morti, per ora, non si hanno prove sufficienti. Non si dice affatto pentito. Anzi, è convinto di aver fatto un favore a chi non c’è più: «Ci sono le persone e gli scarti biologici.

Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società», le sue parole. Oppure: «Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza». Adesso, in cella, riceve lettere d’amore.

Così va il mondo, «modificato in un modo talmente veloce che facciamo fatica ad assestarci con modelli comportamentali adeguati», osserva Riccardo Zerbetto, specialista in neuropsichiatria infantile e per adulti, e dirigente del Centro Studi di Terapia della Gestalt di Siena e Milano. Spiega: «L’uomo è mosso da due istinti: uno è la sicurezza», quella che può dare la mamma, una casa, «l’altro è quello dell’esplorazione, dell’ignoto». Ed ecco la sfida, quell’andare oltre il limite – nulla a che vedere con quelli sani – quel «flirtare» con la morte per capire (spesso troppo tardi) che la vita «ha un valore di fronte (solo) ad una sua possibile fine», dice ancora Zerbetto.

Una sorta di anoressia o di gioco d’azzardo via social, una navigazione nell’inesplorato dove la componente del rischio affascina. «Spinta demoniaca», la chiama Zerbetto in un gioco che implica un elemento «eroico-tragico», lo stesso che spinge le persone a passare con il rosso, a drogarsi, a fare sesso senza protezione. A sentirsi invincibili. Il tutto nella società del «senza limiti» (ce lo ricordano diverse pubblicità), in cui ci si dimentica che è proprio «il limite che dà il valore alla vita», e in cui pesa la mancanza di un rito di passaggio all’età adulta. Le “spinte” adolescenziali che un tempo «venivano canalizzate e codificate attraverso una ritualizzazione» oggi avvengono «attraverso modalità che spesso si configurano come rischiose e poco utili alla crescita». «L’età di mezzo», aggiunge Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’Età evolutiva, «crea già di per se un disorientamento.

Non si è né adulti, né bambini. C’è sì una spinta ad andare avanti, ma anche una forza di regressione». Per cui «nei soggetti con maggiore fragilità e disagio sociale o familiare, rischio è di legarsi al monitor a caccia di rapporti virtuali che diano benessere». E chi “intrappola”, come il giovane russo arrestato, «si sente onnipotente, ma anche quello fa parte della fase adolescenziale che nasconde una fragilità».

Genitori, attenzione ai figli che non trovano sfogo con lo sport, con gli amici, con le sane abitudini. Attenzione a quelle porte chiuse, ai silenzi, agli sbalzi d’umore. Ecco i consigli degli esperti, certi di quanto gli adolescenti abbiano bisogni di una «bussola». E, come osserva Luca Bernardo, studioso del fenomeno e a capo del dipartimento Materno-infantile del Fatebenefratelli Sacco a Milano, «il rischio di emulazione è altissimo».

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