Pomigliano, Davide lascia il calcio e diventa pornoattore con Rocco Siffredi

Rocco Siffredi, il celebre attore del mondo del porno che si presta spesso e volentieri a meme e comparsate televisive e sul web, stavolta è al centro di una polemica.

Rocco Siffredi ritrati, sei vecchio!“. E’ l’ex re del porno. Tuttavia, qualcuno ha insinuato che il buon Siffredi dovrebbe ritirarsi per ragioni di età anagrafica e forse anche per un calo di prestazioni: chi ha osato dire che Rocco Siffredi è vecchio per il sesso?

Alla corte di mister Rocco – Il giovane del Pomigliano spiega la propria scelta – attraverso il sito marcianise.info – che è stata accetta dalla famiglia e dagli amici e che prevede un ‘cammino’ tutt’altro che scontato: “Quello del porno è un mondo in cui già sto da un po’ di tempo. Non è piacevole vedere un uomo della sua età girare ancora certe scene. Rocco ritirati ora che sei in tempo, non vorrai andare avanti a fare filmhard fino a ottant’anni”. Breve e conciso, l’attore in causa non cede alla provocazione e risponde laconico: “Non mi pronuncio“.

La trans ha infatti attacco l’attore hard, che è ritornato all’industria a luci rosse, dopo l’anno sabbatico annunciato ovunque, insieme alla sua nuova protetta Malena (visti entrambi all’Isola dei famosi).

Malena è una bella ragazza, l’ho seguita anche all’Isola dei famosi e mi è piaciuta molto – ha fatto sapere Efe Bal prima di scagliarsi contro Siffredi – Mi dispiace che abbia dovuto recitare con un “vecchietto” come Rocco. Ci sono in giro così tanti bei ragazzi, giovani e dotati…”. A ‘Nonno Rocco’ non faranno piacere queste parole, ma c’è di più.

Intervistata da Novella 2000, Efe Bal ha aspramente criticato la scelta di Rocco Siffredi di tornare a girare film a luci rosse dopo l’anno sabbatico annunciato urbi et orbi di ritorno dall’Honduras e parallelamente ha sollecitato la sua partner di scene spinte a trovare altri colleghi di set, più giovani e aitanti. Non è piacevole vedere un uomo della sua età girare ancora certe scene. Per quanto riguarda le dichiarazioni della collega Malena ha commentato: “Malena è una bella ragazza, l’ho seguita anche all’Isola dei famosi e mi è piaciuta molto”. E non nella ‘serie D’ del porno, ma in Serie A, con il migliore coach che un giovane possa desiderare: Rocco Siffredi, il Mourinho degli attori porno.

Rocco Siffredi 1 – Efe Bal 0. Mi spiace che abbia dovuto recitare con un “vecchietto” come Rocco.

“Quello del porno è un mondo in cui già sto da un po’ di tempo”, ha spiegato il ragazzo al sito marcianise.info, poi ripreso da Il Mattino di Napoli.

“Era meglio se Rocco se ne stava dietro la cinepresa. A una certa età si rischia di diventare patetici…perché non basta più avere le misure”. Efe Bal lo ha nettamente invitato ad appendere i suoi gioielli al chiodo perché oramai ha 53 anni.

Il diretto interessato, interpellato a Budapest da FQMagazine, ha affermato di non voler cadere nel tranello, ritenendo le parole della Bal una semplice scusa per guadagnare fama a sue spese: “Non mi pronuncio. Mi ha chiamato vecchio e nonno ma io non cado nelle provocazioni specialmente di questa persona“.

Non è un “genere” come tutti gli altri. Per certi versi è il genere per eccellenza: quello che più di ogni altro va vicino al cuore di ogni riflessione sull’immagine in movimento e sulla sua vera natura. C’è una domanda di fondo che il cinema porno pone inevitabilmente a tutti noi. Domanda ineludibile, forse perfino ontologica. Potremmo sintetizzarla così: il porno è una serie di atti sessuali ripresi con primissimi piani e dettagli da una macchina da presa (altri tempi…) e ora da una videocamera o da uno smartphone, oppure è una serie di atti sessuali costruiti (o semplicemente compiuti?) per essere ripresi da una videocamera e/o da uno smartphone? La questione non è di poco conto perché ne va della natura stessa di ciò che si vede nell’immagine porno (nell’immagine tout court): quintessenza del realismo? Del “pedinamento” del reale? O forma estrema di finzione, o addirittura di costruzione del reale affinché possa essere filmato e mediatizzato?

È importante sottolineare: costruzione del reale. Su un set porno gli atti sessuali e gli orgasmi avvengono davvero, mentre in altri generi no: su un set horror, per dire, morti e torture vengono simulate, non avvengono mai (quasi mai?) davvero. La tendenziale irresolubilità della questione ha indotto molti a ritenere – e mi pare sia un punto di
vista del tutto condivisibile – che il porno sia il genere filmico in cui più di ogni altro si decostruisce la frontiera tra finzione e realtà. Uno degli studiosi del porno che intervengono in questo numero di 8%, Simone Regazzoni, nel suo fondamentale Pornosofia (Ponte alle Grazie, 2010) arriva ad affermare che il porno è la sola forma di fiction in cui gli attori “fingono di fare” ciò che in realtà fanno davvero. Che ci sia nel porno una “finzione del vero”, o una messinscena del vero, è indiscutibile.

Un po’ meno è che si tratti dell’unico atto vero compiuto per finzione su un set: anche quando mangiano un biscotto o bevono un caffè un attore o un’attrice fingono di fare ciò che in realtà stanno facendo davvero. O no? Sì e no. In un film non porno l’attore o l’attrice possono anche far finta di mangiare il biscotto o di bere il caffè. Nella tazzina può anche esserci qualcosa che assomiglia al caffè, ma non è caffè. Nel porno invece è essenziale che l’atto avvenga davvero, e che la prova di ciò (la prova dell’avvenuto) sia incorporata nel visibile (per questo la famigerata scena del burro in Ultimo tango a Parigi di Bertolucci non è porno: il visibile non ci dice e non ci attesta se la sodomizzazione è avvenuta davvero). Come uscirne? Forse, anche in questo caso, provando a distinguere, a differenziare, a storicizzare. Proviamo a metterla così: possiamo dire che l’atto sessuale
costruito per essere ripreso, secondo una retorica linguistica che impone l’uso di primissimi piani, con abbondante gigantismo dei dettagli, è il porno nella stagione “classica” della sua storia cinematografica, laddove l’atto sessuale compiuto dagli stessi soggetti che lo riprendono, con la finalità di essere filmato e poi mediatizzato, è l’home porn, o la forma basica del porno espanso dei giorni nostri?

Il  porno in cui il set coincide con il set della vita? Ma quando il porno così concepito diventa snuff movie? Semplicemente se chi viene filmato nell’atto di compiere atti sessuali è obbligato a farlo contro la propria volontà? Ma come si fa a capire se chi sta facendo sesso vuole o non vuole essere filmato, visto che spesso il porno lavora sul gigantismo di parti del corpo che compiono il loro “lavoro duro” – per usare un’espressione di Linda Williams – senza che si possa leggere in essi consenso o dissenso? Provo a fare un’affermazione provocatoria: la parte più importante del corpo, in un porno, non è l’organo genitale, ma il viso. Lo lasciava intendere anche David Foster Wallace nel suo saggio dedicato agli Oscar del porno di Los Angeles (lo si può leggere in italiano nel volume Considera l’aragosta e altri saggi, Einaudi 2006). È lì che si manifesta a volte l’anima del porno. Soprattutto nel viso femminile in primo piano nel momento dell’orgasmo, della “piccola morte”:  il godimento femminile (invisibile) si espone e si incarna.

Lì il porno rende visibile l’ineffabile. Non a caso, uno dei siti di maggior successo nell’era di YouPorn è beautifulagony.com: centinaia di ragazzi e ragazze inseriscono brevi film con l’espressione assunta dal loro volto durante l’orgasmo. Nient’altro. Nessuna nudità, se non dal collo in su. Dice il regolamento del sito: “È lì che la gente è nuda davvero”. Vero. Solo che lì, sul volto, l’orgasmo torna a poter essere anche simulato o recitato. Nessuna assunzione nel visibile della prova che l’orgasmo sia avvenuto davvero. E allora si torna inevitabilmente al punto di partenza. Alla matrice e alla radice del mistero. Dov’è l’anima del porno, soprattutto nell’era in cui diventa pratica di massa? È attorno a questa domanda che ruota e si interroga lo scenario d’apertura di questo numero di 8%.

Due date, per cominciare e finire. E interrogarsi sul senso di una fine, quella del porno, che ha la portata di una metamorfosi epocale dell’immagine audiovisiva. 12 giugno 1972: a Times Square si comincia a proiettare Deep Throat. È la data di nascita del Pop Porn, il porno di massa. 28 agosto 2006: su YouPorn viene caricato il primo video, uno spot della Hahn Beer con una scollatissima protagonista femminile.

È l’inizio della fine di un genere. In soli due anni YouPorn diventa il sito porno più popolare al mondo, arrivando al 37° posto nel rank dei siti più visitati, con 1,5 milioni di contatti al giorno solo in Italia. A quasi dieci anni da quella data, il porno spopola in rete su Xhamster, Xnxx, Pornhub, Xvideos.

Che cosa accade, oggi, a ciò che abbiamo chiamato “porno”? Nel giro di quarant’anni abbiamo assistito alla nascita e alla morte del porno. Ma questa morte va interrogata e interpretata, perché riserva una sopra-vivenza, come incremento di vitalità, ancora tutta da pensare. Leggere la parabola degli ultimi anni del porno all’alba del XXI secolo, sulla falsariga di come Boogie Nights di Paul Thomas Anderson descrisse, in termini di decadenza, l’irruzione di Betamax e VHS nell’industria del cinema porno degli Anni ‘80, non aiuterebbe a capire il senso di questa morte. La morte del genere, cui stiamo assistendo, non ha nulla a che fare con la morte di altri generi cinematografici né con le rivoluzioni interne alla storia del cinema porno.

Assomiglia piuttosto alla morte dell’arte di cui parlava Hegel nelle sue lezioni di estetica, a tal punto che si può dire che la morte del porno sia una straordinaria chiave di lettura per l’idea hegeliana di fine dell’arte. La morte, o fine dell’arte (Ende der Kunst) non era, per Hegel, un semplice concludersi dell’arte, bensì un uscire fuori di sé, un andare oltre se stessa. Lo stesso vale, oggi, per il porno. La fine del porno nell’epoca dei tube sites è, precisamente, un fuoriuscire da sé, un andare oltre come andare al di là dei limiti storici di un genere audiovisivo. Parafrasando Hegel si può dire che il porno ha il suo prima in un genere e il suo dopo in una sfera che oltrepassa il genere per assumere nuove forme, sempre più potenti e perturbanti, perché sempre meno controllabili. Se le caratteristiche del porno, dopo la fine del porno, sono molteplici, due sembrano essere gli elementi costitutivi dell’ ultra-pornografia: decostruzione e liberazione.

Il porno muore per deflagrazione, esplosione, frantumazione. Il porno è letteralmente a pezzi. Ma secondo le linee di frattura interna che ne liberano le parti costitutive – le performance sessuali – dalle suture narrative con cui da sempre aveva convissuto. La fine del porno è anche la fine dell’idea che il porno debba assomigliare a un film: una serie di scene di sesso esplicito collegate da momenti narrativi. Viviamo nell’epoca del deconstructed porn: il “porno decostruito”, il “porno a pezzi”, il porno il cui corpus esploso ha sparso e conficcato in ogni dove, nella carne delle immagini come nei corpi, le schegge dei suoi disjecta membra, tante “fettine di godimento” pronte a venire incontro ai nostri fantasmi, confezionate per soddisfare tutte le nostre dettagliatissime perversioni.

Da qui, necessariamente, la pulsione classificatoria, la vertigine della lista che va in scena sui tube sites, simili alla celebre enciclopedia citata da Borges ne L’idioma analitico di John Wilkins: Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) ammaestrati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche. Occorre classificare, etichettare, raccogliere, inventariare, nominare. Ad esempio, nelle pagine del sito Xnxx, il porno è diviso in: Amateur, American, Asian Sex… Babysitter, BBW, Ball-sucking, Big- dicks-at-school… Doctor, Ex-girl- friend…. Fantasy, First-time-anal, Forest… High-definition… Its- gonna-hurt… Milf-hunter… Nu- ru-massage, nylons… Pauwn-shop, People, Pink-pussy… Sleeping… University… Very, Vip… Whore, Wife… Zebragirls, Zebralesbos.

Ma il lavoro di classificazione procede ad infinitum: la lista è strutturalmente aperta e gli oggetti pronti a disseminarsi ovunque. La classificazione del porno a pezzi, in altri termini, non è la sua museificazione post mor- tem, bensì la sua liberazione nella forma di una proliferazione al di là della Legge del genere che ancora la conteneva.
Torniamo all’estetica di Hegel, nella lettura che ne offre il filosofo Jean-Luc Nancy quando scrive: “L’arte si reincarna per così dire al limite della propria dissoluzione. La fine dell’arte è identica alla liberazione dell’arte”. La fine del porno come deflagrazione e decostruzione del suo corpus è identica alla sua reincarnazione digitale nello spazio della rete che coincide, infine, con la sua liberazione da una forma storica (il film porno) collocata sull’ultimo gradino nella scala dei generi cinematografici, dopo il melò e l’horror, e trattata, nei fatti, come cosa perturbante: al contempo familiare al cinema ed estranea, da tenere alla giusta distanza di sicurezza da tutto il resto, sotto l’egida della Legge del genere.

Tutto questo, oggi, non c’è più. Quel che resta del porno sono i frammenti di un corpus in proliferazione ed espansione transmediale, che circolano in ogni dove, pronti a innestarsi o incistarsi in altri corpora. È già stato creato un neologismo per questa capacità di penetrazione del porno nello spazio dell’immagine: pornetra- tion. Il porno, liberato dal genere e dal ghetto in cui era stato rinchiuso, si dissemina nella società tutta, contaminando, come una sorta di virus, le immagini tout court: dalla moda ai videoclip, dalla tv allo spazio dell’arte contemporanea, dal cinema alla politica etalia. È questo il senso della morte del porno: fine della distanza di sicurezza, fine della Legge del genere. Il porno, oggi, sopravvive animato da un’ultravitalità incontenibile.

Era il 2007 e il cinema porno lanciava un drammatico grido d’allarme. Vivid Video, popolare distributore di DVD hard, dichiarava un crollo delle vendite del 50% in tre anni. E la rivista “Adult Video News” (“il Variety del porno”, secondo la brillante definizione dello scrittore David Foster Wallace) annunciava con toni apocalittici una diminuzione dei consumi in tutto il settore dell’11%. Colpa di internet, si diceva: colpa di quel porno 2.0 nato a fine Anni ‘90 e passato nel giro di qualche primavera a fatturare, a discapito del porno “tradizionale”, da 2 a 13 miliardi di dollari l’anno.
Dieci anni dopo il porno non solo non è morto, ma si è rifatto una vita in forma digitale, elettronica e persino virtuale. La rete, secondo i dati di Google, offre ai consumatori circa 260 milioni di siti porno, consultati quotidianamente da più di 300 milioni di utenti.

Il sito di video sharing “Porn- Hub”, che pubblica ogni anno le statistiche del mercato, ha dichiarato di aver registrato nel 2015 circa 21 miliardi di accessi ai suoi siti, per un totale di 4 miliardi di ore di video erogate. Lo spettatore medio di “PornHub” ha 35 anni ed è maschio, anche se il pubblico femminile sarebbe recentemente triplicato, e i film li guarda soprattutto su smartphone, poco al computer, pochissimo su tablet. I cortometraggi li preferisce, di gran lunga, ai film di durata classica: la media di tolleranza per un film visto in rete, secondo quanto riferito dal sito gemello “YouPorn” (2,1 miliardi di pagine viste al mese, archivio di oltre 100 terabyte di dati) sarebbe di circa dieci minuti. Con gli italiani, quarti al mondo per numero di visitatori quotidiani, tra gli spettatori più pazienti. Prossimo, secondo gli analisti, l’approdo del porno nel mondo della realtà virtuale, con la statunitense Naugh- ty America pronta a investire in un mercato che nel 2020 potrebbe già fatturare un miliardo di dollari l’anno.

Particolare il caso dell’Italia, una decina di case di produzione di film a luci rosse, 2.500 porno-shop e un giro d’affari da più di 500 milioni di euro. Secondo un’indagine della Fondazione Ente dello Spettacolo, dei 1.500 lungometraggi hard immessi sul nostro mercato nel 2008 solamente 300 sarebbero stati prodotti sul territorio nazionale. E nel 2012 la cifra scenderebbe a soli 200 titoli. La delocalizzazione delle imprese avverrebbe in favore di Paesi come Ungheria e Repubblica Ceca, Germania e Spagna, dove la produzione di film per adulti è sostenuta come un normale settore dello spettacolo e può usufruire di agevolazioni anche nell’assistenza sanitaria.

Kottbusser Damm, nel cuore di Kreu- zberg, la locandina del Porn Film Festival ammicca invitante di fianco a una bottega turca, che espone frutta e verdura lungo il marciapiede percorso da donne in hijab, biciclette, bambini. Siamo nel quartiere più islamico di Berlino, negli Anni ‘80 centro della controcultura cittadina, e proprio qui ha sede il cosiddetto “Sundance del porno”, la più antica porno-rassegna europea ospitata dal 2009 nello storico Kino Movimiento.
150 film in catalogo, 30.000 euro il budget messo a disposizione dagli sponsor, 7.000 biglietti staccati nell’ultima edizione e 5 persone a selezionare e organizzare il materiale proveniente da ogni parte
del mondo. Jurgen Bruning, produttore del regista Bruce LaBruce e collaboratore storico della Ber- linale, ne è il fondatore: “Il miglior mondo possibile è quello in cui non c’è bisogno di un Porn Film Festival, un mondo in cui la sessualità è davvero libera – dice – ma questo mondo non esiste. Ci sono Paesi in cui ancora oggi non è possibile parlare di sesso”.
Nel corso di dieci anni il Festival ha coperto ogni possibile declinazione del tema, attraverso la collaudata formula proiezione+- dibattito e approfondendo gli argomenti con panel, seminari, incontri. Qui è stato presentato Profane di Usama Alshaibi, tra fede (islamica) e prostituzione. Qui il pubblico ha visto e discusso Devotee di Remi Lange, sulla sessualità invisibile dei mutilati.
Qui, e in pochissimi altri posti al mondo, è stato presentato il documentario shock Outing di Se- bastian Meise e Thomas Reider: la storia di un pedofilo raccontata dal suo punto di vista. E ancora porno femministi, porno trans, etero, gay, intersex, fetish in una ridda di sigle e classificazioni in continua evoluzione.
A tenere insieme un materiale tanto vario, conservando il festival lontano dalle rotte del main- stream, concorrono due fattori: il legame fortissimo con la città e l’esperienza del fondatore, eclettica figura di riferimento nella Berlino pre e post caduta del Muro.
Nato vicino a Bonn e vissuto fino alla Wende tra Berlino e New York, Bruning fu tra gli animatori delle piccole factory nate spontaneamente negli Anni ‘80 tra i palazzi occupati della parte ovest della città. “Eravamo una ventina di registi. Aprimmo una specie di piccolo cinema. Sessualità e voyerismo sono sempre stati parte della mia ispirazione. La mia attenzione era catturata dai progetti più sovversivi, e la cosa più sovversiva a quei tempi era mostrare il sesso al cinema”. Nel 1986 fu lui a proporre alla Berlina- le Fingered, il film di Richard Kern che imbarazzò talmente il pubblico da costringere il direttore a intervenire durante la proiezione. “Dopo la Berlinale decidemmo di proiettarlo per una settimana in un altro cinema: fu naturalmente sold out. Ma al quinto giorno una decina di uomini irruppe in sala, spaccò il proiettore, rubò tutti i soldi, scrisse insulti sul muro del cinema. L’atmosfera, in quegli anni, era pesante”. L’incontro con Bruce LaBruce avvenne a San Francisco nei primi Anni ‘90. Jurgen produsse il suo No Skin Off My Ass, il film volò al London Film Festival, la critica vide in LaBruce “il nuovo Andy Warhol”. Fu l’inizio di una proficua collaborazione fra i due artisti, che sarebbe proseguita a lungo. L’idea del Porn Film Festival venne a Bruning proprio mentre era in viaggio per trovare le location del nuovo film del regista, quando un attacco di cuore lo costrinse in ospedale per tre settimane. “Quando spiegai quel che volevo fare, mi dicevano che al Festival ci
sarebbero venuti solo vecchi uomini. Io rispondevo: e allora? Non ho niente contro gli anziani che guardano i porno. A me interessa portare il porno fuori dalle case”. L’intuizione di Bruning si rivelò azzeccata: il pubblico del Festival oggi è soprattutto giovane, uomini e donne in uguale misura. E in Europa, su quel modello, sono nate molte altre esperienze. Alcune durate pochi anni, come il Paris Porn Film Festival o il Festival Independiente De Cine Para Adultos di Madrid, altri in piena attività come La Fete du Slip di Losanna (“Ci interessano film emancipati, sovversivi, ironici, sensuali e queer”), il Porn Festival di Zurigo e di Atene, il “post porn” spagnolo Muestra Marrana. Anche l’Italia, dallo scorso gennaio, ha il suo festival di cinema
porno: si chiama Fish&Chips Film Festival, si svolge per quattro giorni a Torino e si propone “di creare un momento per fruire e confrontarsi sui temi della sessualità in maniera creativa, laica, dissacrante e intelligente”.
Per Bruning il proliferare di tante iniziative concorrenti è “un buon segno. Senza contare che oggi anche i film d’autore s’interessano sempre più del tema della sessualità. Certo, una pellicola come Love di Gaspar Noè non è altro che un noioso film borghese finanziato con un sacco di soldi francesi. Le Baiser di Ovidie, che abbiamo presentato al Porn quest’anno, gioca su una tematica affine ma è infinitamente migliore. Se solo avesse potuto accedere a quei fondi, lei avrebbe fatto un grandissimo film”.

La prima domanda che sorge è: perché uno studente universitario di cinema e televisione, dai modi gentili (apparentemente?), e dotato di un rassicurante volto efebico dovrebbe “abbassarsi” a fare il porno? La risposta è: perché mi piace. Perché, per citare il Joker di Nolan, “sono uno dai gusti semplici”. Amo la messa in forma di ciò che è considerato basso dall’élite culturale: il sesso e la violenza, l’orgasmo e la morte. A settembre parto per un workshop con Rocco Siffredi nei suoi studi a Budapest. Vi do qualche numero: 11 giorni, 4 aspiranti registi e sceneggiatori (tra cui il sottoscritto) e 10 aspiranti attori. Rocco sta girando un film che sarà intitolato Siffredi Hard Academy. La prima scena inizia e la prima cosa di cui mi rendo conto è quanto sia noioso il porno. Vedere persone che fanno sesso per una o più ore non è divertente perché poco drammaturgico, non c’è una progressione e il tutto diventa ripetitivo dopo poco tempo. Un set hard è il posto meno erotico che si possa immaginare perché è un luogo fatto di attori che recitano, di un regista che dà direttive, di pause continue per far bere i performer, di posizioni ripetute e di eiaculazioni simulate (a volte). Ma, nonostante tutto, c’è qualcosa che mi affascina e credo che questo qualcosa stia proprio nell’artificiosità dell’hard. Infatti, malgrado mi annoino le scene di sesso, non posso fare a meno di continuare a guardare anche senza essere eccitato. Dopo circa una settimana, Rocco mi chiede di provare. Ritiene giusto che io assaggi l’esperienza prima di dirigere dei pornoattori nel mio cortometraggio. Io accetto e vado a fare i test per le malattie. Pochi giorni dopo inizia una scena bukkake (una ragazza in ginocchio che pratica fellatio a un gruppo di uomini). Viste le mie aspirazioni registiche, mi faccio passare una telecamera e incomincio a girare cercando di ritardare il più possibile il mio ingresso nell’azione. Dopo un po’ Rocco mi invita a spogliarmi e a unirmi al gruppo. Io sono restio, non mi eccita l’idea. Mi sono chiesto cosa non trovassi eccitante e sono arrivato alla conclusione che la mia mancata eccitazione fosse causata dall’aver conosciuto la ragazza prima dell’inizio della scena, dal sapere che, sebbene stesse compiendo un atto fisico, stava fingendo, stava recitando il ruolo della porca. Attenzione, non sto dicendo che la ragazza non amasse quello cha stava facendo ma si trattava, in ogni caso, di recitazione. Anche io recito a teatro e non per questo non amo quello che faccio. Arriva il momento di spogliarmi ma non sono eccitato e così, come un attore che segue il “metodo”, esco dal gruppo e cerco di rievocare esperienze erotiche per aiutare la mia libido. L’esercizio sembra funzionare e a quel punto ritorno nel mezzo dell’azione. Non sto godendo, sto recitando un ruolo, il ruolo di quello che gode nel farsi fare una fellatio. La postura del corpo (io in piedi e lei in ginocchio) e il repertorio di immagini pornografiche, che più o meno consapevolmente emulo, mi aiutano a “entrare nel personaggio”. Forse il mio piacere non sta nelle sensazioni fisiche che mi provoca la fellatio ma in un senso di sottomissione (da parte dell’attrice) che a mente lucida detesterei e che forse mi concedo serenamente solo perché mi autoassolvo con la scusa di recitare. Forse il mio godimento deriva perversamente dal dare in pasto il mio corpo alla telecamera. Nel nutrire la macchina da presa (un’altra forma di sottomissione?) con un corpo e un personaggio che non sono io, un ruolo da cui prendo le distanze. La maschera facciale che mi creo mi protegge e mi permette di accedere a un piacere che, ormai sono convinto, deriva solo in minima parte dall’atto fisico. Forse il mio piacere proviene anche dall’idea che molti mi invidierebbero. Alla fine credo che il mio godimento sia provocato da sottomissione, esibizionismo, recitazione (sono sempre un teatrante), bramata invidia altrui, emulazione di un genere (il porno) che mi appassiona e ultima, ma
non ultima, la passione per la produzione di immagini. Sono sicuro che senza telecamera il tutto non mi interesserebbe molto. Arriva il momento di dirigere il mio corto hard e mentre giro (sono regista e operatore) mi sento coinvolto ma non eccitato. L’eccitazione sessuale generata dal vedere corpi nudi impegnati a fare sesso ha lasciato definitivamente il posto all’ossessione per la messa in forma, per la finzione e l’artificiosità. Se le immagini hanno davvero una vita e se davvero ci guardano, allora il porno è il genere (l’unico?) dove il piacere vero non sta nella produzione perché gli attori recitano, perché ci sono pause continue, perché si finge un’alchimia che non sempre si crea, perché è tutto frammentato, perché il sesso deve durare ore e perché si deve avere un occhio per i partner e uno per la telecamera. Non sta nemmeno nella fruizione perché quasi sempre l’appagamento è mutilato dal fatto che lo spettatore vorrebbe trovarsi al posto dei performer o comunque dentro l’azione. No, il piacere è tutto dei fantasmi inglobati dentro il quadro che ci guardano e forse ci deridono perché non possiamo toccare il loro mondo e tantomeno provare il loro godimento. Il mio viaggio è finito. Ora ricomincio a mandare cv a case di produzione cinematografiche e televisive. E se dovessi essere preso mi parerò il fondoschiena dicendo che questo racconto è solo una no fiction novel. E, se non bastasse, il piano B è pronto. Diventerò Andrea Neri (o Andrew Blacks), un pornografo specializzato nell’interracial che andrà a Hollywood per girare la porno parodia di Nascita di una nazione. Forse non proprio il massimo della nobiltà ma almeno i neri non potranno più lamentarsi per la mancanza di impiego nella città degli angeli (e dei diavoli).

C’era una volta il porno italiano. Era un porno ruspante, fatto di improvvisati che, fiutato un mercato dalle prospettive interessanti, si erano tuffati in quel business. Correva il ventennio tra l’inizio degli Anni ‘80 e la fine degli Anni ‘90. Gente che proveniva da settori diversi, cameadi senza arte né parte, professionisti che avevano semplicemente prestato la propria competenza lavorativa (registi, fotografi, cameraman, elettricisti…) in un ambito spesso sul sottile crinale tra legalità e illegalità e per questo assai ben remunerato. Ci sono stati anni di pura carboneria, con set segretissimi svelati alla troupe solo al momento di girare (per paura di irruzioni della polizia), anni di sequestri e dissequestri di sale cinematografiche e videonoleggi (in base alle interpretazioni personali del singolo legislatore, non avendo mai avuto l’Italia una legge che regolamentasse la materia), per poi passare gradualmente allo sdoganamento del settore attraverso l’ingresso di personaggi di spicco nei media tradizionali (Selen, Rocco Siffredi) quando non addirittura in Parlamento (Ilona Staller, oggi felice pensionata italiana in virtù di una non certo indimenticabile legislatura). Sono stati anni di qualche luce e molte ombre, dominati da personaggi che a modo loro hanno scritto qualche pagina nel mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, ma soprattutto del costume, spesso modificando le altezze dell’asticella del comune senso del pudore. Moana Pozzi è stata soggetto di una serie tv e di un film passato senza successo in una sezione collaterale del Festival di Venezia, Riccardo Schicchi è morto sostanzialmente solo e praticamente cieco dopo una vita sulle prime pagine dei giornali (alternandosi equamente tra cronaca giudiziaria e spettacolo), Siffredi fa pubblicità alle patatine come un Carlo Cracco qualsiasi, è da anni un testimonial di Sky, ha partecipato all’ “Isola dei Famosi” e ha condotto un format su Real Time, Franco Trentalance ha a sua volta sfruttato la catapulta di un reality show (“La Talpa”) per dedicarsi ad altro (serate in discoteca, tre libri, un corso on line di seduzione). Ma perché il porno italiano è morto? Fondamentalmente perché non si è mai dato una struttura imprenditoriale degna di questo nome. Si navigava a vista in un mare senza norme che chi avrebbe dovuto regolamentare non conosceva minimamente, vedasi la demagogica Pornotax che pensava di fare cassa tassando un mercato che nel frattempo era caduto ormai in coma profondo. Un po’ come accorgersi di un corpo nella corsia di un ospedale solo nel momento in cui è deceduto. Essendo, come detto, gli imprenditori del porno tricolore sostanzialmente credibili quanto Fantozzi nelle vesti di ex nazionale di sci e professionali come “I soliti ignoti” nel progettare furti, appena la gallina dalle uova d’oro ha deviato dalla via maestra incamminandosi sulla strada del web, l’armata Brancaleone dei pornografi tricolori è esplosa come un colorato fuoco d’artificio. Niente più sfoggi cafoni dei denari accumulati con le vhs, niente più Ferrari alle notti degli Oscar del genere, niente castelli affittati per girare, in estrema sintesi, novanta minuti di banale su e giù. Ma che fine hanno fatto gli ex re del porno? Silvio Bandinelli, ex pubblicitario con velleità autoriali a luci rosse, agli esordi nel porno si celava dietro pseudonimi e fuggiva davanti alle fotocamere nella speranza di non precludersi strade più nobili nella cinematografia. Nulla di fatto in entrambi i campi, ora vive a Formentera e va su tutte le furie se gli si chiede se produrrebbe ancora video come Stupri e incesti italiani. Il suo delfino di allora, Andy Casanova, regista di queste serie dalle tematiche discutibili, ha anche conosciuto le manette per il ritrovamento di numerose pellicole pedopornografiche nel suo pc. Dagli agi della sua villa a Santo Domingo alle sbarre del carcere è finito anche Michele Berardi, la sua Top Line fu una delle più importanti case di distribuzione hard italiane. Allargatosi alla produzione prima e all’intrattenimento per adulti poi (locali di strip tease e acquisto del marchio Mi Sex) è rimasto coinvolto in una maxi retata contro la ‘ndrangheta. Andrea Nobili il carcere lo aveva invece conosciuto già durante la sua attività di attore, regista e produttore: usura. Si era rivolto a lui anche l’ex attore Marco Nero per riciclare orologi che Nero raccoglieva in conto vendita dando in garanzia assegni scoperti. Con i truffati alle calcagna era fuggito in Brasile per evitare l’arresto. Anche Luca Damiano, nome di spicco della regia hard e vincitore nel 1996 dell’Oscar del porno di Las Vegas una volta spente le luci dei riflettori hard core è rimasto coinvolto in una storia di sfruttamento della prostituzione
in un locale di Roma. Ma non tutta la scena hard core fortunatamente è finita dietro le sbarre. C’è chi, più umilmente, ha ripiegato su realtà lavorative meno eccitanti. L’ex attore Eros Cristaldi ha aperto una pizzeria da asporto a Milano, il distributore italiano di marchi storici come Private e Teresa Orlowsky è finito a fare il ristoratore in Australia, il titolare della Blue Movie, altro celebre marchio della distribuzione porno, si occupa di importazione di prodotti italiani negli USA, Gianfranco Romagnoli ex re del porno di Budapest (tutte le produzioni hard girate nella capitale magiara passavano dalle sue mani) è rimasto in Ungheria ma a gestire un ristorante, l’attore Omar Galanti ha provato ad aprire una scuola di mountain bike e meno prosaicamente sbarca il lunario con una impresa di pulizie che gestisce con la moglie, anche lei ex corpo noto dei set hard. Mil- ly D’Abbraccio, Luana Borgia e altre stelle continuano a monetizzare con l’attività di escort, Selen dopo aver divorziato da un ex calciatore di serie A ha aperto un centro estetico. Ma il declino del porno tricolore è irreversibile? Apparentemente sì, perché praticamente più nessuno spende un centesimo per un video hard. Internet offre gratuitamente una videoteca pressoché infinita, si guadagna bene solo attraverso la pubblicità ma a comandare il mercato del web con posizioni quasi da monopolisti sono pochissimi personaggi. Tra gli italiani, uno dei pochi a sapersi inserire in questo circuito, è stato l’attore Giorgio Grandi, ma per farlo si è prima trasferito a San Pietroburgo e poi a Praga. Fuga di cervelli.

BC e DP per lei, BBW e COF per lui. POV per tutti, perché il Point Of View della soggettiva vale per entrambi i sessi: lui con lei, lei con lui e ogni variazione sul tema a seguire. Nel catfight che oppone storicamente uomini e donne sul gender del cinema, l’hard mette d’accordo tutti. Perché se c’è un genere che ha un genere, quello è il porno. E sì, le registe girano diversamente dagli uomini: sì, esistono storie al femminile e ancora sì, le spettatrici hanno aspettative diverse dagli spettatori.
Chiariamo intanto che il pubblico delle donne, quello che il cinema tradizionale tenta occasionalmente di blandire con filoni dedicati (ultimo in ordine d’arrivo, il pink reboot di Ghostbusters) o buddy comedies “al femminile”, esiste anche nel porno e si fa sentire. Secondo una ricerca del 2007, un utente su tre di siti porno sarebbe donna. E il magazine “Glamour”, più recentemente, ha scritto che l’87% delle donne tra i 25 e i 39 anni “usa” il porno più dei sex toys.
Ma in cosa, esattamente, sono diversi i film porno al femminile e al maschile? Si fa prima a dire in cosa siano uguali: l’atto sessuale come centro narrativo, emotivo, estetico del film. Il sesso cosiddetto “estremo” piace alle donne come agli uomini: come riportato dalla sex columnist del “San Francisco Chronicle”, Violet
Blue, i video hard core al femminile della regista Candida Royalle, da poco scomparsa, vendono ancora migliaia di copie ogni mese. Quel che cambia, prima di tutto, è l’approccio al sesso. Che per le donne, al cinema, deve essere realistico. I film porno al femminile cercano una maggiore aderenza con la realtà ed evitano con attenzione iperboli e cliché del porno maschile mainstream. La prima cosa cui le donne fanno molta attenzione, dice una ricerca de “L’Espresso”, è l’aspetto fisico di attori e attrici, che deve essere naturale per il 40% delle intervistate e attraente solo per il 35%. Un dato indicativo, quest’ultimo, che spiegherebbe le diverse scelte operate da registi e registe in fase di casting: il corpo dell’interprete di un porno per donne non deve, necessariamente, essere “perfetto”. Il motivo lo suggerisce uno studio del Center for Behavioral Neuroscience (CBN) di Atlanta, che ha analizzato i pattern visivi di uomini e donne messi di fronte a simile materiale pornografico. La parte del corpo che colpisce immediatamente lo sguardo maschile, scrivono i ricercatori, è il viso, mentre sarebbero le donne a concentrarsi subito sui genitali. Ma il realismo richiesto dalle spettatrici non si limita solo alla performance degli attori. Importante è anche la verosimiglianza dei costumi (per il 35%) e quella di scene e ambienti (37%).

Ciò che rende però veramente caratteristico il porno al femminile è la centralità che riveste la storia nel prodotto. Nelle sceneggiature dei porno girati da donne il sesso entra quasi sempre nella narrazione dopo un’introduzione più classicamente narrativa (presentazione dei personaggi, sviluppo della trama), mentre nel porno maschile l’atto sessuale irrompe fin dal principio, nel primo quarto del film. Non è un caso se gli uomini sono i maggiori fruitori di cortometraggi porno (specialmente i “cortissimi” da 60 secondi, scrive “The Times”), mentre la maggior parte delle utenti predilige film di più lunga durata. Se la preoccupazione delle registe è dunque quella di fornire continuamente nuovi stimoli alle spettatrici, aumentandone il desiderio attraverso lo sviluppo della storia, l’interesse dei registi è invece nell’istante, e nella carica erotica di una messa in scena che alteri iperbolicamente la realtà. Ma la genderizzazione del porno non riguarda solo gli aspetti per così dire estetici dei prodotti. Il porno delle registe, assai più che quello girato dai colleghi maschi, si configura in molte occasioni come vero e proprio atto politico. È simbolo di self empowerment femminile all’interno di un’industria gerarchicamente dominata dai maschi. È affermazione e godimento di una sessualità diversa da quella dell’uomo. È infine strumento di liberazione ed emancipazione dai canoni morali
tradizionali. Nato negli Anni ‘80, e oggetto fin dal principio di aspri dibattiti all’interno dello stesso movimento femminista, il femi- nist porn è entrato nella sua maturità nei primi anni del 2000, trovando dal 2006 riconoscimento istituzionale in un premio, il Fe- minist Porn Awards, assegnato ogni anno a Toronto. Tra le registe più note Courtney Trouble, Tri- stan Taormino, Madison Young, Shine Louise Houston, Jincey Lumpkin, Ovidie, Erika Lust e Candida Royalle, prima donna a produrre un porno pensato per il pubblico femminile afroamericano (Afrodite Superstar, 2006). In Europa si è affermato con successo a partire dal 2009, con la formazione del collettivo di registe svedesi The Dirty Diaries Project, il sito francese Dorcelle e il gruppo italiano de Le ragazze del Porno, 11 registe, giornaliste e fotografe determinate a battersi contro “pornosessismo, capitalismo e patriarcato”. Tra i lavori portati a termine fino a oggi dalle registe italiane il film Queen Kong e i corti Insight e Mani di velluto: “Noi non crediamo nella lotta tra i sessi – scrivono sul loro blog – ma nella lotta contro i sessi. Identificati col genere che vuoi e fai l’amore con chi ti pare. Sessualità è diversità”.

Dirigo da due anni una piccola struttura che ha come vocazione, a tutti gli effetti “istituzionale”, la promozione del cortometraggio italiano: il Centro Nazionale del Cortometraggio. Da due anni mi confronto con la produzione italiana, con la rete festivaliera del nostro Paese, con le istituzioni nazionali e locali, con i canali televisivi e le altre piattaforme che alimentano il piccolo mercato del cortometraggio. Il corto italiano, oggi, è un microcosmo articolato di energie e contraddizioni. Cercherò qui di elencarle nel modo più chiaro possibile, e cercherò di essere chiaro anche su un punto: il corto italiano è di fronte a un bivio che offre due radicali alternative: lo sviluppo o l’implosione.
Quali sono i fattori di cui bisogna tenere conto prendendo in esame la situazione del formato breve oggi, in Italia? Essenzialmente tre: la massa produttiva, la frammentazione distributiva e il confronto con i nuovi – neanche più tanto – dispositivi di fruizione. Andiamo con ordine. Nell’ottobre 2015, usciva un volume da me curato per un’edizione congiunta della Fondazione Ente dello Spettacolo e della Direzione Generale Cinema, L’industria del cortometraggio italiano. Report 2014. Ad oggi, lo studio più dettagliato sulla produzione e diffusione dei corti italiani. I dati più rilevanti che emergono da questa ricerca sono la ragguardevole dimensione produttiva, lo scarso intervento pubblico nella produzione, la difficoltà dei lavori a uscire dai confini, l’assenza di una rete distributiva nazionale. Ogni anno, in Italia, vengono realizzati almeno 700 corti. A voler applicare pedissequamente il solo principio della durata, i titoli sono molti di più ma, nel nostro studio, abbiamo scelto, come parametro, di tenere conto soltanto dei film sotto i 40’ che siano stati selezionati dai festival italiani. Un numero notevole, assolutamente paragonabile alla capacità produttiva dei nostri vicini europei, a cominciare da Francia e Germania. Ciò che è un po’ meno paragonabile è l’ammontare dei contributi pubblici destinati ai corti. Si parla di circa 300.000 euro da parte del Mi- BACT e di circa 1 milione di euro
dai territori, essenzialmente Regioni e Film Commission. Ricordo ancora che abbiamo lavorato su corti di durata inferiore ai 40’, scorporando dunque tali titoli dalla massa dei beneficiari di bandi per cortometraggi che spesso – MiBACT in testa – arrivano fino ai 75’: un paradosso tutto italiano. Circa il 70% dei corti prodotti in Italia ha potuto usufruire di un budget al di sotto dei 3.000 euro. Traduco, per i meno avvezzi alle scienze economiche: totale autoproduzione. I canali televisivi italiani che programmano corti non entrano – se non in rarissimi casi – in coproduzione e, in generale, acquistano a prezzi al di sotto della media europea. Non sono convinto che la qualità dei film dipenda solamente dai cosiddetti “valori produttivi”, specie nel cortometraggio. Non ne sono convinto perché ho visto corti italiani e stranieri con budget superiori ai 50.000 euro senza l’ombra di un’idea, e ho visto film senza mezzi, senza maestranze e senza esperienza esprimere poesia visiva come raramente se ne incontra oggi nel cinema. Ma non tutti hanno i miei gusti e, se nell’indagine che abbiamo condotto, i film di un Paese come l’Italia sono scarsamente selezionati dai più importanti festival esteri, le ragioni sono da ricercarsi anche negli aspetti economici. Che cosa sarebbe questo comparto, che continua,
ostinatamente (e massicciamente), a esistere, se lo Stato vi investisse, diciamo, 1 milione di euro all’anno? Che cosa sarebbe il cortometraggio italiano se le istituzioni decidessero che è ora di investire – anche poche centinaia di migliaia di euro – nella sua promozione, in una vera e propria agenzia, in agevolazioni per la distribuzione? Il sottoscritto vi dice che sarebbe una potenza, che sarebbe l’occasione per formare i quadri tecnici e produttivi del futuro, nonché gli autori più ta- lentuosi che, guarda caso, vanno a farsi produrre all’estero. Faccio qualche nome, a futura memoria: Giovanni Aloi, Nathalie Bian- cheri, Cristina Picchi, Adriano Valerio. Il corto era ed è un settore strategico per l’industria cinematografica italiana, non solo perché coinvolge la formazione e i giovani ma perché produce opere sfruttabili sul mercato. Se succede negli altri Paesi europei, perché non potrebbe succedere anche in Italia?
Abbiamo accennato a nuove modalità di fruizione. Essenzialmente si fa riferimento al web e ai dispositivi mobili. Una vera e propria galassia, sia dal punto di vista produttivo e sia da quello dell’identificazione del pubblico. Una cosa però è certa: il formato breve ha maggiore vocazione delle tradizionali istanze cinematografiche narrative a una fruizione
“altra” rispetto alla sala, in particolare quando si parla di dispositivi mobili. Il punto – e qui si torna al bivio iniziale – è che non siamo pronti. In Italia non siamo pronti, dal punto di vista delle produzioni e del sostegno pubblico, a declinare queste possibilità in qualcosa di concreto, di vitale e nuovo. La stragrande maggioranza del mondo della produzione italiana non ha ancora sviluppato gli strumenti per interpretare queste possibilità. E questo, oltre a quanto già detto sopra, rende il corto il terreno più fertile e stimolante dell’intero panorama del nostro cinema. Ma, per parlare del raccolto, bisognerà aspettare ancora qualche stagione, con la calma e la fiducia che appartengono ai più consumati agricoltori.

Sul tema del rapporto fra media e cortometraggio oggi, si sarebbe tentati di esaurire sbrigativamente l’argomento ricorrendo ad una sola parola: inesistente. Nei quotidiani, nei settimanali, in televisione, perfino nella stampa specializzata, è obiettivamente complicatissimo imbattersi in articoli dedicati al cinema corto. Paradossalmente si potrebbe dire che l’attenzione dei media nei confronti del genere sia andata mutando in maniera inversamente proporzionale alla proliferazione di manifestazioni specificatamente riservate al cinema corto e alla quantità della produzione, che, grazie all’avvento delle nuove tecnologie, che hanno reso più semplice e soprattutto più economico realizzare film, negli ultimi anni è sensibilmente cresciuta.
Ma la progressiva disattenzione e disaffezione dei media nei confronti del cortometraggio non nasce da una specifica antipatia, quanto piuttosto dal sistema dell’informazione e, più in generale, dal modello culturale che si è imposto nel nostro Paese. Per ciò che riguarda il cinema, i quotidiani sembrano aver definitivamente rinunciato ad occuparsi del nuovo, dell’emergente, dell’insolito, abdicando a quella funzione di talent scout artistico svolta con impegno in passato. Oggi la stampa appare interessata soltanto a tutto ciò che è già noto e popolare. I giornali non si occupano di cortometraggi, ma neppure dei tanti lungometraggi e documentari meritevoli destinati ad una distribuzione di nicchia. È paradigmatico in questo senso il modo con cui la stampa quotidiana segue i grandi festival: benché i film proposti complessivamente nelle varie sezioni siano ogni giorno numerosissimi, l’attenzione si concentra esclusivamente sui film del concorso, allargata al massimo alla produzione nazionale. Di tutto il resto nei giornali non appare nulla, non c’è alcuna attenzione per i cortometraggi, oggi sempre più presenti nei cartelloni festivalieri, non solo in quelli specializzati, esattamente come per i titoli delle sezioni parallele, al punto che viene da chiedersi il perché del progressivo gigantismo che ormai caratterizza tutti i grandi festival. Confrontando le pagine spettacoli di una stessa testata di oggi e di trent’anni fa, le differenze sono evidenti: è cresciuto lo spazio per l’informazione di colore, si sono drasticamente ridotti gli interventi critici e, salvo rare eccezioni, la lunghezza delle singole recensioni sembra essere determinata dal numero delle copie con le quali un film viene distribuito. In questa logica è chiaro che i cortometraggi, che godono di scarsissima visibilità in sala e sono per la maggior parte realizzati da giovani autori sconosciuti, finiscano per risultare particolarmente penalizzati. Ma è evidente che ragionare oggi in questi termini non ha più senso, perché si difende un’idea di cinema e di pubblico che appartiene al passato. Oggi la contaminazione fra generi e la molteplicità degli strumenti di consumo di film – meglio sarebbe dire di immagini in movimento – rende in particolare proprio il cortometraggio un genere quanto mai innovativo. Se in passato documentario e cortometraggio erano sinonimi ed esisteva una vasta produzione destinata alla programmazione obbligatoria in sala, oggi il cortometraggio è soprattutto un laboratorio, un territorio di sperimentazione, un punto di incontro di tante istanze, perfino extracinematografiche e, soprattutto, un genere particolarmente
adatto al consumo in rete. Non è un caso che la presenza di cortometraggi italiani ed internazionali si stia moltiplicando anche nei siti web dei grandi quotidiani nazionali, seppure, fino ad ora, utilizzati principalmente in funzione e accompagnamento dei temi del giorno suggeriti dalla cronaca.
Tuttavia a fronte di questa crescente presenza di cortometraggi sul web non c’è, neppure in rete, un adeguato corrispettivo di informazione critica. In altre parole anche nei sempre più numerosi siti di cinema l’attenzione sul cortometraggio continua ad essere abbondantemente insufficiente.
In questo quadro piuttosto desolante, non manca tuttavia qualche confortante eccezione: da qualche anno un diffuso e prestigioso dizionario come “Il Morandini” dedica al cortometraggio un certo spazio; il settimanale “Film Tv” propone regolarmente la presenza fissa di una rubrica di notizie, informazioni e commenti sul genere, curata da Jacopo Chessa, nella veste di direttore del Centro del Corto; la testata on line “Media Critica” nel giugno 2015 ha realizzato uno speciale sul cinema corto con interveti e le recensioni di sei film. Nel 2104 è nato un sito www.goodshortfilms.it specificatamente dedicato al cortometraggio, curato da Tommaso Fagioli, che fornisce notizie e recensioni di cortometraggi e che ha raggiunto una discreta diffusione, perché ospitato nella testata giornalistica “L’Hufington Post”. Qualcosa, insomma, si muove.

I numerosi riconoscimenti ai festival intemazionali lo dimostrano: esiste una via italiana ai cortometraggi d’autore, riconosciuta e apprezzata dagli addetti ai lavori e anche dal pubblico, magari di nicchia ma decisamente in crescita, nonostante sia cronica la disattenzione dei mezzi di comunicazione per il film breve. Dedicandosi al corto, certi registi e produttori hanno saputo elaborare un’espressività singolare, non derivativa, in qualche caso, anche di ricerca. Per alcuni, il cortometraggio è laboratorio di preparazione al lungo, visto come punto d’arrivo di un percorso creativo che corre parallelo alla possibilità di reperire fondi importanti, in vista di progetti più ambiziosi. Nel 2015 alla Semaine de la Critique di Cannes viene presentato Mediterranea, 107 minuti, del trentunenne Jonas Carpignano, definito dalla stampa italiana “un esordio” quando
il regista, da selezionatori dei festival e amanti del corto, era già conosciuto per A Ciambra, 16 minuti, finalista ai Nastri d’argento 2015. Ad avere un percorso inverso (dal lungo al corto) sono invece Roberto De Feo e Vito Palumbo, che si fanno notare con un intrigante horror realizzato a Los Angeles, Ice Cream, 2013 (a dire il vero nato come corto e in seguito sviluppato diversamente) per poi firmare Child K, 22 minuti, finalista ai Nastri d’argento 2015. Stesso cammino per Chiara Malta, interessante perlustratrice delle contaminazioni tra action live, documentario e animazione, “scoperta” dal Torino Film Festival nel 2008 con un lungo, Armando e la politica, e poi concentrata sul film breve a partire dai titoli successivi, Aspetto una donna, 20 minuti, oppure L’amour à trois, 12 minuti, entrambi realizzati in pellicola 35 millimetri nel 2010 (il secondo prodotto da France2). Da sottolineare il rapporto di  collaborazione di Chiara Malta con la VivoFilm di Gregorio Paonessa e Marta Donzelli, società di produzione tra le più impegnate nella valorizzazione dei “fuori formato”, produttrice di alcuni lavori di Michelangelo Frammartino, Daniele Vicari e Susanna Nicchiarelli. Fondamentale l’apporto delle produzioni. Ve ne sono, per fortuna, anche se non numerose, che si occupano solo o soprattutto di cortometraggi. Piace ricordare la Elenfant Film di Bologna, il cui ultimo titolo in catalogo, Venerdì di Tonino Zangardi, era il solo italiano presente nel concorso internazionale del Festival du court-métrage di Clermont-Ferrand 2016. Vale la pena spendere due parole per l’altro “italiano” programmato dal festival francese, ormai il più importante al mondo tra quelli dedicati al film breve, ovvero E.T.E.R.N.I.T. di Giovanni Aloi, 16 minuti. Girato a Sassuolo, realizzato da italiani e con Serena Grandi tra i protagonisti, era in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015, quindi finalista agli European Film Awards, ma essendo una produzione totalmente parigina batte dappertutto bandiera francese. Capita: anche nell’ambiente dei cortometraggi possiamo ben parlare di cervelli in fuga. Almeno altri tre notevolissimi talenti lavorano all’estero. Il più noto è di sicuro Adriano Valerio, vincitore nel 2013 del Festival di Cannes con 37°4 S, 11 minuti e 45 secondi. Regista già approdato al lungo (Ba- nat, 2015), da anni residente a Parigi e autore l’anno scorso, insieme a Eva Jospin, di un altro corto intitolato Agosto, 15 minuti. Poi Cristina Picchi, cineasta di grande interesse autrice di Zima, documentario sperimentale di 12 minuti in concorso al Festival del Film di Locamo nel 2013; e di Champs des possibles, in gara alla Mostra di Venezia 2015. Il primo prodotto e realizzato in Russia, il secondo in Canada. Infine Mauro Carraro, in finale ai Nastri d’argento 2015 con l’ottimo corto d’animazione Aubade, 6 minuti, realizzato e prodotto in Svizzera.
Carraro ha trovato sulla sua strada un peso massimo come Simone Massi, che con L’attesa del maggio, 8 minuti, ha poi vinto il premio; ma il suo resta un film affascinante, non a caso selezionato in festival di tutto il mondo. Esistono per fortuna anche casi opposti: produzioni italiane capaci di valorizzare cineasti stranieri raccontando le loro storie. La bambina (Bache) di Ali Asgari, 15 minuti, girato a Teheran in farsi, è prodotto da Riccardo Romboli per TAAT Films ed è circolato per i festival battendo bandiera italiana.
Il cortometraggio d’autore italiano, quando prevalentemente narrativo, ha spesso al centro tematiche sociali. In particolare, ultimamente, storie legate alla dimensione del lavoro (Thriller di Giuseppe Marco Albano, 14 minuti, David di Donatello 2015, è in parte ambientato all’Ilva di Taranto; Venerdì di Tonino Zangardi ha come spunto la lista di operai licenziati affissa ogni venerdì ai muri di una fabbrica) o dell’immigrazione (il protagonista di E.T.E.R.N.I.T. è un nordafricano che lavora in Italia come smaltitore d’amianto), ma si stanno facendo strada lavori di pura sperimentazione, non narrativi, anche documentaristici, che vanno ad ampliare l’offerta sempre maggiore, per quantità e qualità, dei nostri film brevi.

Trecento milioni di utenti visitano quotidianamente 260 milioni di siti pornografici. Il 75% sono uomini, il 25% donne, ma le proporzioni stanno rapidamente equilibrandosi in nome di una parità che in questo caso non fa onore a nessuno. Grazie anche a Internet, ma non solo, l’industria della pornografia è tra le più floride del mondo, visto che nel 2015 ha avuto profitti per 152 miliardi di dollari. Senza calcolare il sommerso. Non solo la parola ‘sex’ è quella più cliccata su internet, non solo il 60% dei siti è di natura pornografica, non solo si calcola che ogni secondo vengano spesi nel mondo 3mila dollari per acquistare contenuti pornografici, ma questa invasione massiccia di sessualità falsa, degradante e banalizzante, ha conseguenze gravissime. La prima è l’accettazione implicita. Se così fan tutti, vuol dire che dopo tutto è normale e non bisogna scandalizzarsi. Anzi, chi oggi si indigna per una scena di sesso hard, per uno spot carico di erotismo malato, è senz’altro un bigotto che non sta al passo con i tempi. Il senso del pudore è qualcosa che rischia di finire nell ’archeologia dei valori. Ed è proprio l ’obiettivo perseguito da chi muove l ’industria del porno. La seconda conseguenza è la dipendenza conclamata che vuole dire patologie neuro-funzionali, difficoltà relazionali, ansia, depressione, psicosi e disfunzioni sessuali. Le vittime sono soprattutto giovani e giovanissimi, ma non solo. Ci sono anche adulti che, a causa di questa dipendenza, mandano a rotoli famiglia, lavoro, relazioni. Ma se ne parla troppo poco.
Lottare contro la dipendenza dalla pornografia che inquina la mente, schiavizza le persone e disgrega le famiglie, è difficile ma non impossibile. Il primo passo è quello di informarsi, capire quanta ingiustizia e quanta sofferenza esiste in questo mercato che si alimenta innanzi tutto con la fragilità delle persone. Lo spiega lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, che ha messo a punto un metodo psicologico capace di armonizzare scienze umane e spiritualità cristiana.
Perché tanto impegno nella lotta contro la pornografia? Ho deciso di specializzarmi nel trattamento della dipendenza sessuale perché ho visto una grande emergenza e una grande sofferenza. Ormai da una decina d’anni incontro nella mia professione tanti uomini che mi chiedono di aiutarli a combattere contro questa dipendenza. Spesso sono le mogli che mi pregano di sostenere i mariti. Allora ho studiato il problema, ho frequentato corsi di specializzazione e ho esaminato i metodi più opportuni per trattare questa dipendenza sessuale. Ho anche sviluppato il primo programma per la dipendenza dalla pornografia con un approccio coerente con la fede cattolica.
Quali sono le industrie che ottengono profitto da questo mercato? Una lista lunghissima: mass media, prostituzione, giocattoli sessuali, traffico di esseri umani, negozi porno, tecnologia informatica (social media, videogiochi, app). Oltre ai profitti ricavati dai consumatori, queste industrie guadagnano milioni di dollari dagli inserzionisti. Si tratta di un’industria che fattura miliardi di dollari e che prospera sulle ferite psicologiche delle persone.
Possiamo tentare un identikit delle vittime?
Le prime vittime – capisco che può sembrare strano – sono i protagonisti stessi, cioè attori porno, donne e uomini. Sono persone che accettano di entrare in questo mercato perché, per la maggior parte, profondamente fragili e ferite. Molti sono dipendenti dal sesso, dalla fama e dal denaro. La maggior parte, almeno negli Usa, ha trascorsi di abusi. Spesso lottano anche con la dipendenza da droga e alcol. La loro aspettativa di vita media è di 37 anni, perché logorate da sovradosaggi di farmaci, da malattie sessualmente trasmissibili e purtroppo anche dai suicidi.
Attori a parte, quali persone cadono in questa dipendenza?
La maggior parte delle persone che ricorrono alla pornografia presenta profonde ferite emotive. Il tentativo di fuggire da varie forme di sofferenza li porta a diventare dipendenti. Ma anche i familiari di queste persone sono vittime, soprattutto mogli e mariti di coloro che vivono questa dipendenza, e che sperimentano la delusione del tradimento. Molti di loro lottano con disturbi da stress posttraumatico.
Con quali conseguenze?
Negli Stati Uniti, la dipendenza da pornografia risulta tra i fattori determinanti nel 56% dei divorzi. Tanti perdono il lavoro. C’è una dipendenza compulsiva che induce il ricorso alla pornografia anche sul posto di lavoro. E le aziende oggi hanno politiche rigorose, per cui scatta spesso il licenziamento.
Come difendere i giovani da questo rischio?
Sono le persone più vulnerabili. Soprattutto i giovanissimi. L’età media dei bambini che incontrano per la prima volta la pornografia hard-core sulla rete è di otto anni. La più grande popolazione di utenti di pornografia via Internet è costituita da adolescenti tra i 12 e i 17 anni.
E i genitori come possono intervenire?
Devono innanzi tutto tenere conto che i giovanissimi sono nativi digitali. Espertissimi nell’uso di computer, tablet, telefoni cellulari, sistemi di videogiochi, applicazioni e tutte le forme di social media. L’industria della pornografia è consapevole di questo e ricorre a tecnologie sempre più avanzate per attirare i giovani verso la pornografia e per renderli poi dipendenti. Ciò assicura clienti permanenti. Sanno bene che questi ragazzini andranno alla scoperta di tutto quanto ha sapore di novità tecnologica.
Pensa che sia veramente possibile elaborare una strategia per spezzare il dominio della pornografia su Internet?
Credo che le persone possano contrastare in modo efficace il loro bisogno di ricorrere alla pornografia e liberarsi da questa dipendenza. Attualmente negli Stati Uniti ci sono diversi programmi di aiuto. Il successo degli interventi richiede da parte delle persone che vi ricorrono totale onestà e trasparenza. Ma anche senso di responsabilità e disponibilità di aprirsi a una dimensione valoriale e di spiritualità.
Lei parla spesso di un programma di recupero coerente con una visione cristiana della vita. Possiamo capirne qualcosa in più?
Sì, il programma che ho messo a punto intende contrastare la dipendenza dalla pornografia attingendo anche dalla spiritualità e dalle virtù della fede cattolica. Li chiamo i sette punti di recupero.
Proviamo ad elencarli
Sì, il primo punto riguarda onestà, conoscenza e impegno. E cioè assumere la responsabilità della propria dipendenza, e riconoscere le proprie debolezze. Gli altri punti, in estrema sintesi, riguardano la necessità di purificare cuore e mente anche con un’informazione approfondita del male rappresentato dall’industria pornografica; lasciarsi aiutare dai terapeuti, ma anche dai familiari e da un direttore spirituale; seguire con impegno il programma di counseling: non trascurare la preghiera; riscoprire il valore dell’educazione e di virtù cristiane come speranza, umiltà, onestà, pazienza, perseveranza, sacrificio, fiducia.

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