Porchetta di Ariccia contaminata dal batterio Listeria, ritirato un lotto

Ritirato un lotto di porchetta di Ariccia, contaminato dal batterio Listeria moncytogenes. Il prodotto è a marchio Fa.Lu.Cioli Srl di Ariccia (Roma) e il lotto è il numero 021017, confezione sottovuoto di 150 grammi con scadenza il 31 dicembre 2017. La raccomandazione è di evitare il consumo del prodotto e, qualora non ancora aperte, riportare le confezioni al punto vendita per il rimborso.

L’avviso di richiamo è stato pubblicato sul sito del Ministero della Salute. L’infezione da Listeria monocytogenes nella maggior parte degli adulti può non presentare alcun sintomo e può assumere diverse forme cliniche: gastroenterite acuta febbrile, invasiva o sistemica. Per le donne in gravidanza la listeriosipuò comportare serie conseguenze sul feto (morte fetale, aborto, parto prematuro, o listeriosi congenita) mentre in adulti immuno-compromessi e anziani il rischio è di meningiti, encefaliti, gravi setticemie. Si cura con una terapia antibiotica.

Che cos’è la Listeria?

Listeria è una famiglia di batteri che comprende dieci specie. Una di queste, Listeria monocytogenes, causa la “listeriosi”, una malattia che colpisce l’uomo e gli animali. Si tratta di una malattia . spesso, .g.ra.Ye,.. anche se rara, con elevati tassi di ricovero ospedaliero e mortalità.

A differenza di molti altri batteri di origine alimentare, Listeria sopravvive in ambienti salini e a basse temperature (anche 2-4 °C). Listeria è presente nel terreno, nelle piante e nelle acque. Anche gli animali, tra cui bovini, ovini e caprini, possono essere portatori del batterio. La listeriosi si contrae in genere con l’ingestione di alimenti contaminati.
Gli alimenti pronti al consumo come pesce affumicato, affettati e formaggi molli, sono spesso all’origine delle infezioni da Listeria, poiché la lunga durata di conservazione favorisce la proliferazione batterica. Si tratta di un fattore importante, perché questi alimenti sono di solito consumati senza ulteriore cottura.

Le persone più sensibili alle infezioni da Listeria sono gli anziani, le donne in gravidanza, i neonati e le persone con deficit del sistema immunitario.
I sintomi della listeriosi umana variano: da lievi sintomi simil-influenzali, come nausea, vomito e diarrea, a infezioni più gravi, quali meningite e altre complicanze potenzialmente letali.

I formaggi ricchi di calcio e proteine

Come adoperarli in cucina per realizzare piatti gustosi e protettivi di ossa, capelli e cute

I formaggi, purché consumati con moderazione e un paio di volte a settimana se grassi e stagionati, sono un alimento che può fornire sostanze utili per la nostra salute. Tra queste, la più importante è il calcio, un elemento fondamentale per la prevenzione dell’osteoporosi, ma anche per la salute di pelle e capelli. Altrettanto importanti sono le loro proteine nobili e ben assimilabili, ricche di tutti gli aminoacidi essenziali
che costruiscono il nostro corpo, lo aiutano a rigenerarsi e vanno anche a formare in parte il sistema immunitario. In questo speciale abbiamo inserito anche la ricotta, che in realtà non è un formaggio, bensì un latticino ottenuto dal siero del latte che rimane dalla lavorazione dei formaggi, la parte più ricca in proteine. Questo prodotto è indicato anche a chi è a dieta, soprattutto nella sua versione magra.

Come l’EFSA supporta la lotta dell’UE alla Listeria
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) tiene sotto osservazione la prevalenza di Listeria monocytogenes negli animali e negli alimenti e valuta i rischi derivanti da questo batterio per la salute umana. Su richiesta l’Autorità fornisce consulenza riguardo alle misure per prevenire la presenza e ridurre i livelli di Listeria negli alimenti (misure di controllo). I riscontri dell’EFSA sono utilizzati dai gestori del rischio dell’UE e degli Stati membri per contribuire a informare le politiche e corroborare la definizione di possibili obiettivi di riduzione per Listeria nella filiera alimentare.

Continua

Monitoraggio annuale di Listeria nella filiera alimentare
L’EFSA raccoglie e analizza i dati a livello UE sulla presenza di Listeria monocytogenes nella filiera alimentare, mentre il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) svolge lo stesso compito per i casi di listeriosi nell’uomo. I risultati sono pubblicati in relazioni sintetiche UE annuali.
Indagini a livello UE sulla prevalenza di Listeria
L’EFSA ha prodotto una relazione in merito all’indagine di riferimento a livello UE su Listeria monocytogenes nei prodotti a base di pesce pronti per il consumo (pesce confezionato, affumicato a caldo o a freddo e pesce salato), prodotti a base di carne confezionati e trattati termicamente (come prosciutto cotto affettato, petto di pollo cotto e paté) e formaggi a pasta molle o semi-molle. L’EFSA analizza inoltre i fattori di rischio che contribuiscono alla presenza di Listeria nelle categorie di alimenti interessate e i fattori che ne favoriscono la proliferazione nel pesce.
Valutazioni del rischio e raccomandazioni Il gruppo di esperti scientifici sui pericoli biologici dell’EFSA valuta i rischi per la sicurezza alimentare associati a Listeria monocytogenes e fornisce consulenza scientifica in merito alle misure di controllo, su richiesta dei gestori del rischio o di propria iniziativa.

L’EFSA collabora con i capitila dell’UE per ridurre la listeriosi umana
Nei pareri scientifici pubblicati nel 2008 il gruppo di esperti scientifici sui pericoli biologici dell’EFSA ha raccomandato di approfondire le indagini sui casi di listeriosi e di generare e analizzare i dati sul consumo nell’UE di alimenti pronti che favoriscono la proliferazione di Listeria monocytogenes. Utilizzando le specifiche tecniche proposte dalla task force dell’EFSA sulla raccolta di dati sulle zoonosi, da gennaio 2010 a gennaio 2012 è stata condotta un’indagine di riferimento a livello di Unione europea sulla presenza di Listeria monocytogenes negli alimenti pronti venduti al dettaglio.
L’EFSA continuerà a coadiuvare i gestori del rischio europei e nazionali nel monitoraggio e nella valutazione della prevalenza di Listeria negli animali e negli alimenti e, su richiesta, fornirà consulenza scientifica sulle misure di controllo. L’EFSA, l’ECDC e gli Stati membri raccoglieranno inoltre informazioni sulle caratteristiche molecolari dei ceppi di Listeria negli alimenti, negli animali e nell’uomo.

Collaborazione nell’UE per tutelare la salute pubblica

Per proteggere i consumatori da questa e altre potenziali minacce alla salute pubblica, l’UE ha adottato un approccio integrato alla sicurezza alimentare, dal campo alla tavola. L’approccio consiste in misure di valutazione del rischio e di gestione del rischio, che coinvolgono
tutti i soggetti chiave: Stati membri dell’UE, Commissione europea, Parlamento europeo, EFSA ed ECDC. L’approccio è supportato da efficaci e tempestive attività di comunicazione del rischio.

Qualora un’impresa alimentare accerti che un alimento già ceduto non è sicuro, è tenuta a ritirarlo. Quasi sempre, tale circostanza si verifica tra il fornitore e il rivenditore, in un momento della filiera in cui l’alimento non è ancora giunto al consumatore.
Ma qualora il prodotto in questione sia già arrivato al consumatore, l’impresa produttrice deve provvedere al “richiamo” dal mercato.
In entrambi i casi, l’intervento disposto dal produttore va segnalato all’autorità di vigilanza competente.
Per essere certi che il ritiro o il richiamo siano riferiti effettivamente al prodotto in questione, è essenziale rispettare sempre un altro principio del “pacchetto igiene” dell’Unione Europea, ossia la “tracciabilità” dei prodotti.
10.2 La tracciabilità
Ogni impresa alimentare è tenuta ad adottare dei sistemi che consentano di rintracciare un prodotto anche dopo la sua cessione. Di ciascun alimento, quindi, si deve sapere da chi sono state acquistate le materie prime e a chi è stato ceduto il prodotto finito.
Tutte queste informazioni vanno fornite, se richieste, alle autorità di vigilanza. Per agevolare la tracciabilità, i prodotti devono essere resi riconoscibili od opportunamente contrassegnati (numero di lotto, data di produzione ecc.), e tale requisito si garantisce con una corretta etichettatura.

• A seconda del tipo di trasporto, della quantità di prodotto da movimentare, dei tempi di percorrenza e della distanza da coprire, per trasportare gli alimenti vanno utilizzati veicoli refrigerati o container omologati per il trasporto di prodotti alimentari.
• Se utilizzati per il trasporto di alimenti, i veicoli – e gli eventuali recipienti di trasporto (contenitori, vasche ecc.) – vanno puliti periodicamente e sottoposti a manutenzione adeguata, per mantenerli funzionali e garantire che la merce trasportata non venga a contatto con impurità.
• Se necessario, il bagagliaio del veicolo o i contenitori utilizzati vanno riconvertiti, sostituiti o modificati in modo che siano a norma di legge per il trasporto di alimenti e da renderne agevole la pulizia e/o la disinfezione.
• Nel bagagliaio di un veicolo adibito al trasporto di alimenti, è proibito trasportare merci diverse (non alimentari) qualora sussista il rischio di contaminare gli alimenti.
• Qualora il trasporto di prodotti alimentari avvenga contestualmente a quello di merci diverse (non alimentari) o si effettui un trasporto misto di derrate, ad esempio con alcuni prodotti da refrigerare (carne fresca, latticini ad altri) e altri che non richiedono refrigerazione (bibite, prodotti secchi ecc.), chi trasporta è tenuto a garantire una separazione efficace fra le diverse tipologie di alimenti, in modo da rispettare i requisiti previsti per il trasporto delle rispettive categorie (igiene, temperature e così via).
• I recipienti e i container utilizzati per il trasporto di alimenti da refrigerare devono conservare i prodotti a una temperatura adeguata e costantemente controllabile. Per la carne fresca, ad esempio, la legge prescrive che il trasporto debba avvenire a una temperatura di massimo +7 gradi centigradi.
• Nello stesso trasporto la carne confezionata va separata da quella non imballata, facendo in modo che il materiale usato per l’imballaggio non venga a contatto con la carne non confezionata.
• La merce trasportata (alimenti) va posizionata all’interno del bagagliaio in modo tale da ridurre al minimo il rischio di danneggiare o sporcare la merce.
• Gli autocarri o le autocisterne che trasportano alimenti allo stato liquido, granulare o in polvere vanno adibiti esclusivamente a tale utilizzo e devono recare obbligatoriamente la scritta “esclusivamente per prodotti alimentari”.
• I cibi da trasportare a terzi dopo la preparazione vanno sempre mantenuti alla temperatura prevista per tale utilizzo. A tale scopo vanno trasportati in contenitori facilmente pulibili, protetti da ogni contatto con impurità e mantenuti alla temperatura necessaria.
Ad esempio, per i cibi cotti da consumare caldi le norme in vigore prescrivono una temperatura di 65 gradi.
In alternativa, si può optare per la refrigerazione immediata dei cibi subito dopo la preparazione. In questo caso,
i cibi in questione vanno trasportati in un bagagliaio refrigerante, per poi essere nuovamente riscaldati nel luogo
previsto per la consumazione.

Possono essere accettate solo materie prime ineccepibili da un punto di vista igienico. Per questo motivo le merci devono essere controllate in occasione di ogni acquisto/consegna. Nello specifico servirà:
– una verifica sullo stato di conservazione dei prodotti;
– per quanto concerne i surgelati un controllo a campione in riferimento alla misurazione della temperatura;
– un controllo visivo per quanto concerne possibile invasioni parassitane, formazione di muffa o corpi estranei;
– una valutazione su eventuali danni sulle confezioni, etichettatura errata o incompleta;
– prestare attenzione alla data di scadenza (i prodotti scaduti non possono venire accettati);
– prestare attenzione alla presenza di eventuali impurità;
– verificare l’igiene dei mezzi utilizzati per la consegna;
– controllare la temperatura del carico in riferimento ai veicoli frigoriferi.
Gli eventuali difetti devono essere segnati per iscritto sulla bolla di consegna e saranno comunicati al fornitore.

Previsioni normative
L’obbligo di formazione per gli addetti alla manipolazione di alimenti trova il suo fondamento nel Regolamento UE n. 852/2004. Il Regolamento UE prevede, da un lato, l’obbligo dell’operatore/operatrice del settore alimentare di addestrare adeguatamente gli addetti, dall’altra anche un obbligo di rispettare una serie di prescrizioni in materia d’igiene, come p.es. l’elaborazione e l’attuazione di un piano di autocontrollo HACCP, l’igiene personale, l’igiene nel processo di smaltimento come anche l’igiene dell’ambiente e degli impianti. Nel caso non si dovesse adempiere ad una di queste prescrizioni, ai sensi del D.Lgs. 193/2007 può essere comminata una sanzione pecuniaria.
Ulteriori sanzioni in materia d’igiene sono previste anche nel diritto penale: la legge n. 283/62 prevede come reato la detenzione di alimenti e bevande in cattivo stato di conservazione. Anche l’utilizzo di olio da frittura con sostanze polari superiori a quanto consentito è penalmente rilevante.

Responsabilità.
Il responsabile principiale per la sicurezza degli alimenti è l’operatore/operatrice del settore alimentare.
L’operatore/operatrice del settore alimentare deve assicurare che:
– gli addetti alla manipolazione degli alimenti siano controllati e/o abbiano ricevuto un addestramento e/o una formazione, in materia d’igiene alimentare, in relazione al tipo di attività;
– i responsabili dell’elaborazione e della gestione delle procedure di autocontrollo (HACCP) abbiano ricevuto un’adeguata formazione in materia di applicazione dei principi del sistema HACCP;
– siano rispettati i requisiti della legislazione nazionale in materia di programmi di formazione per le persone che operano in determinati settori alimentari.
Anche l’addetto (collaboratore/collaboratrice) è corresponsabile per la sicurezza e per l’igiene alimentare in
azienda. In caso di mancato rispetto delle norme ovvero delle istruzioni impartite potrà anch’esso/essa essere
ritenuto/a responsabile e ne potrà rispondere sia a livello disciplinare, sia a livello amministrativo.

Infezioni all’apparato gastrointestinale

Gli articoli pubblicati in questo numero del DSI Forum affrontano, da diverse prospettive, il tema dei rapporti tra l’imponente flora microbica che colonizza il nostro intestino, cosiddetto microbioma intestinale, e le patologie indotte dal glutine, in primo luogo la celiachia: due “mondi” apparentemente lontani, che in realtà presentano insospettati punti di contatto.
Un’occhiata su PubMed, il database medicoscientifico internazionale più completo, mostra che, a partire dai primi anni duemila, vi è stato un incremento esponenziale del numero di pubblicazioni sul microbioma intestinale: da 35 lavori nel 2004 a 1656 nel 2014! Solo nel 2014, ben 21 pubblicazioni hanno affrontato il tema dei rapporti tra il “mondo batterico” dell’intestino e la celiachia. Tale aumento dipende primariamente dallo sviluppo di nuove tecniche di genetica molecolare che consentono di analizzare la flora batterica intestinale in maniera semplice, rapida ed accurata. In tema di celiachia, uno degli interrogativi più attuali riguarda l’impressionante aumento della frequenza di questa patologia negli ultimi decenni, un fenomeno che non può essere imputato a cambiamenti genetici, i quali richiedono tempi ben più lunghi, ma solo a modificazioni ambientali.

Figurano tra quest’ultimi i cambiamenti nella alimentazione, nello stile di vita, nella diffusione delle infezioni e, per l’appunto, nella popolazione batterica che risiede stabilmente nel nostro intestino. Come pediatra, trovo particolarmente interessante il potenziale rapporto tra alcuni fattori precoci, quali le modalità della nascita (spontanea o mediante taglio cesareo), l’alimentazione infantile, le infezioni intestinali e l’uso di antibiotici, il microbioma intestinale ed il rischio di sviluppare la celiachia. L’analisi di questi aspetti potrebbe aiutarci a comprendere meglio “la ricetta” del cocktail, genetico ed ambientale, che porta allo sviluppo delle patologie glutinedipendenti, non solo la celiachia ma anche la sensibilità al glutine non celiaca. Sul versante terapeutico, la comprensione delle modificazioni persistenti del microbioma, cosiddetta “disbiosi”, potrebbe favorire l’implementazione di nuovi presidi atti a migliorare la qualità della vita delle persone che soffrono dei disturbi indotti dal glutine.

In questo studio si evidenzia che una dieta bilanciata ricca di tutte le categorie di nutrienti dovrebbe servire a fornire un substrato alternato e sfavorire il proliferare di specie che potrebbero sortire effetti dannosi alla salute qualora prendessero il sopravvento nell’intestino.
L’emergere di nuove evidenze scientifiche e il perfezionamento delle tecniche d’analisi hanno permesso di acquisire maggiori informazioni sui batteri che popolano il nostro intestino. È ormai lampante come il tipo e la quantità di batteri presenti nel nostro intestino giochi un ruolo determinante per la nostra salute. Le aziende biotech stanno investendo sempre più in tecnologie che individuano in questo “mi- crobioma” un potenziale moderatore del nostro benessere intestinale e del nostro sistema immunitario innato. La crescente incidenza delle patologie immuno-mediate e dei disturbi neurologici non si lascia spiegare da mutazioni nella genetica umana. La disbiosi e la ridotta diversità batterica vengono comunemente ricondotte a queste patologie quando analizziamo il nostro “genoma alternativo” in cerca di risposte. Gli studi nel campo della metagenomica hanno permesso di appurare che una grande biodiversità batterica e la “ricchezza genetica” sono associate a un buono stato di salute.

Quali specie compongono il microbioma?
Benché vi sia una grande varietà inter-indivi- duale a livello di specie — nella maggior parte delle persone il microbiota intestinale è composto da circa 160 specie delle 1000 esistenti — non sono molti i phyla presenti nel microbioma. Qin et al. (2010) hanno identificato un nucleo di batteri comuni a tutte le persone. Lo studio del microbioma umano ha permesso di configurare tre principali enterotipi. I generi dei batteri usati come marker per stabilire a quale categoria appartiene il microbioma di un individuo sono Bacteroides, Prevotella e Ruminococcus (l’ultimo gruppo è associato anche alla presenza del Methanobrevibacter).

Funzione
Ancora non è stata fatta piena luce sulle funzioni del microbiota intestinale, ma alcuni dei suoi tratti caratteristici sono: segnalazione immunitaria e modulazione della risposta immunitaria; produzione di messaggeri del sistema nervoso; produzione di vitamine essenziali, regolazione del metabolismo lipidico; produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), in particolare butirrato, e acidi grassi a catena ramificata. A seconda del substrato fermentato, tra gli altri prodotti del micro- bioma figurano idrogeno, anidride carbonica e metano, ammoniaca, ammine e composti fenolici.

La simbiosi tra l’organismo umano e il microbiota intestinale è sempre più evidente. Il termine “super-organismo” è stato coniato quando si è cominciato a considerare il nostro corpo come un organismo, un conglomerato del nostro trascrittoma sommato al tascritto- ma plastico e molto più ampio del microbiota intestinale. Il corredo genetico dei batteri che popolano il tratto intestinale è 100 volte più grande del nostro. 4 Pertanto non sorprende che l’attenzione nello studio delle cause, della prevenzione e della cura delle patologie sia ora rivolta a questo “genoma alternativo”.

Il sistema nervoso enterico (SNE) è talvolta definito in letteratura come il “secondo cervello”. Ciò è dovuto al fatto che è composto da più di 200 milioni di neuroni. 5 Il SNE invia segnali dall’intestino al cervello mediante un sistema di segnalazioni endocrino, neuronale e immunitario. 5 Inoltre il tessuto linfoide associato all’intestino (GALT) che regolarmente seleziona e risponde ai segnali provenienti dal lume intestinale è considerato l’organo di difesa contro le infezioni più esteso del corpo umano.
La combinazione delle interazioni tra lo SNE, il microbioma e il GALT mostra un grande potenziale per influire positivamente sul benessere fisico, immunologico ed emotivo.

Da che cosa è formato il microbioma?
Il microbioma inizia a formarsi alla nascita. Il parto e la nutrizione del neonato influiscono sullo sviluppo iniziale del microbioma. Si ritiene che lo svezzamento e l’ambiente (rurale o urbano) in cui viene allevato il bambino influenzino il microbioma maturo. Studi condotti su comunità isolate dell’Africa hanno evidenziato la presenza di una colonizzazione batterica unica e diversa da quella riscontrata in un gruppo occidentale, a riprova di quanto l’ambiente rappresenti una grande spinta alla colonizzazione. Studi sui gemelli hanno rivelato che esiste una marcata influenza genetica sulla varietà delle specie, almeno nel caso di alcuni taxa. Anche i partner di gemelli monozigoti mostravano correlazioni positive, avvalorando l’ipotesi che la natura e l’alimentazione siano fattori importanti nel determinare la ricchezza genetica del microbiota intestinale.
Negli anziani il microbioma cambia di nuovo, anche se non è chiaro il motivo per cui ciò accada. Nella popolazione anziana si osserva una riduzione nel numero di batteri che producono butirrato e una riduzione nella ricchezza genetica del microbioma. Gli anziani che vivono all’interno della comunità conservano una maggiore ricchezza genetica, presumibilmente il risultato di una dieta più varia, rispetto ad anziani internati in strutture di cura a lungo termine.

Come influisce su di noi il cambiamento?
La disbiosi è associata a numerose patologie. 3 Recentemente è stato pubblicato un elenco delle malattie e delle alterazioni nelle popolazioni batteriche a esse correlate. Le nuove tecnologie hanno permesso di identificare una sorta di “impronta digitale batterica” legata a determinate patologie che potrebbe rivelarsi un potente e non invasivo strumento diagnostico permettendo lo sviluppo di una terapia specifica.
Alcuni studi sull’obesità hanno mostrato che i soggetti caratterizzati da una ridotta ricchezza genetica presentavano una maggiore adiposità globale, insulino-resistenza e dislipidemia oltre a un fenotipo infiammatorio più marcato. 10 Una minore ricchezza genetica portava nel tempo a un aumento di peso. Goodrich et al. (2014) hanno dimostrato l’ereditarietà di un microbioma obesogenico e hanno ipotizzato una correlazione tra i batteri metanogeni appartenenti alla specie Christensenella e i disturbi metabolici.
Studi su bambini che mostrano una predisposizione genetica alla malattia celiaca (CoD) evidenziano una carenza di Actinobacteria (inclusi Bifidobacteria) e una proliferazione di Fir- micutes e Proteobacteria. Va detto comunque che non è ancora stata provata in via definitiva l’esistenza di una correlazione immediata tra le alterazioni microbiche e l’insorgenza della patologia celiaca.
Il sequenziamento del microbioma in persone affette da sindrome dell’intestino irritabile (IBS) ha rivelato una disbiosi. Ulteriori studi hanno messo in luce le differenze nei batteri che popolano il lume e le mucose intestinali in pazienti affetti da sottotipi di IBS.

Un recente studio pilota sul microbioma in ambito pediatrico consiglia l’adozione della FODMAP, la dieta a basso contenuto di carboidrati, per alleviare i sintomi della malattia.
Qin et al. (2012) hanno studiato le dinamiche antagonistiche tra batteri benefici e dannosi nel diabete di tipo 2. Una diminuzione dei batteri che producono butirrato sarebbe indice di un rischio elevato nello sviluppo di patologie correlate all’obesità.
Come possiamo migliorare il microbioma?
Diversi studi sull’alimentazione dimostrano che cambiare dieta permette di alterare il mi- crobioma, a riprova delle grandi potenzialità di questo ambito di ricerca. Nutrire l’ospite per nutrire il microbiota è la strategia di manipolazione più ovvia del microbiota. Una

dieta ad alto contenuto proteico e lipidico è stata associata all’enterotipo Bacteroides, mentre una dieta ricca di carboidrati corrisponde all’enterotipo Prevotella. 20 È stato dimostrato che cambiamenti a breve termine nella dieta (10 giorni) sono in grado di modificare la composizione del microbioma ma non alterano l’enterotipo. Una dieta ad alto contenuto di fibre induce una proliferazione di tre gruppi batterici solitamente associati a uno stato di buona salute, Faecalibaterium prausnitzii, Bi- fidobacterium e Clostridium cluster XlVa.
Altri studi sono concordi nel sancire l’utilità di prebiotici e probiotici nel favorire la diffusione dei benefici bifidobatteri e lactobacilli. Inoltre sono stati chiariti i meccanismi grazie ai quali specie diverse di Lactobacilli e Bifi- dobacteria non solo sortiscono effetti benefici sull’ospite, ma inibiscono la proliferazione e l’attività di enteropatogeni aggressivi (cfr.). Esiste l’eventualità che in futuro altri ceppi

Il trapianto di microbiota fecale è un’altra tecnica che consente di operare una rapida correzione di un microbioma alterato. Studi clinici condotti su pazienti affetti da Clostridium difficile non trattabile hanno dato risultati incoraggianti. Il trapianto di microbiota fecale da donatori sani ha indotto un aumento nella resistenza all’insulina da parte di pazienti affetti da sindrome metabolica22 — fornendo un riscontro alla teoria secondo cui la disbiosi gioca un ruolo importante nello sviluppo dei disturbi legati all’obesità.

Strategie antimicrobiche per la modulazione del microbioma potrebbero avere un potenziale terapeutico in futuro, anche se allo stadio batterici (es. Akkermansia mucinophila e Christensenella minuta) saranno introdotti in prebiotici e probiotici attuale la ricerca ne ha testato l’efficacia solo sui topi. Al momento non se ne raccomanda l’attuazione.

Una dieta varia e bilanciata ricca di tutte le categorie di nutrienti dovrebbe servire a fornire un substrato alternato e sfavorire il proliferare di specie che potrebbero sortire effetti dannosi alla salute se prendono il sopravvento nell’intestino. Alterazioni nel microbioma causate da antibiotici o da attacchi di gastroenterite rendono consigliabile l’impiego generico di prebiotici e probiotici senza temere l’insorgenza di effetti collaterali. La coprocultura, un esame utile a verificare una ridotta biodiversità batterica, può rivelarsi uno strumento diagnostico utile a effettuare una diagnosi precoce di alcune patologie permettendo di adottare misure preventive.

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