Pordenone, 26enne denuncia il padre: paghetta troppo bassa e vince la causa

Ha davvero dell’incredibile la storia che stiamo per raccontarvi che ha come protagonista una 26enne di Pordenone, la quale ha denunciato il padre perché colpevole di darle una paghetta di soli €20 al mese.

La richiesta della giovane 26enne è di circa €2500 al mese come paghetta che il padre dovrebbe versare nei tuoi confronti per far fronte alle spese quali l’Università, le bollette e medicinali, senza contare vaghi e vacanze, che sarebbero stati quantificati in €400 al mese e €1000 circa all’anno. La giovane con tanto di lista e conti alla mano, si è presentata davanti al tribunale di Pordenone dopo che il genitore gli ha praticamente ridotto la paghetta per essere rimasta indietro con gli esami della Triennale, che la giovane 26enne essendo fuori corso non ha praticamente ancora terminato.

D’altro canto la giovane ha deciso di denunciare il padre perché secondo il suo dire non sta rispettando l’impegno assunto in sede di divorzio, ovvero quello di provvedere al suo mantenimento; al giudice la 26enne avrebbe riferito di essere abituata ad un certo tenore di vita e ha aggiunto di non voler di certo cambiare adesso a maggior ragione del fatto che il genitore non versa in situazioni particolari, non ha alcun tipo di problema economico. Dunque, la Corte d’Appello di Trieste pare abbia obbligato il padre a corrispondere l’assegno mensile di euro 350 alla figlia fuori corso all’università; come già detto, il padre separato dalla madre della ragazza, aveva ridotto a €20 la paghetta settimanale per il semplice fatto che la figlia non avesse assolto ai suoi doveri scolastici.

I giudici sostengono che il Padre ha l’obbligo di mantenere il figlio che non è riuscito a conquistarsi l’indipendenza economica, ma ovviamente la richiesta della giovane 26enne di circa €2500 al mese comprensivi di €400 per lo svago e €1000 all’anno per le vacanze è stata ridimensionata dai giudici che le hanno concesso €500 al mese. I giudici hanno comunque dato ragione alla figlia sia nel primo grado che dopo l’appello del padre, ma hanno ridotto la paghetta come abbiamo detto e l’assegno mensile che il genitore dovrà versare sarà pari a €500 al mese per coprire le spese personalissime ludico-ricreative anche straordinarie, fino al 30 giugno 2019.

Riguardo il fatto che la 26enne non si sia impegnata nello studio e nel lavoro come invece promesso i giudici hanno riconosciuto il diritto del padre ad educarla e quindi hanno deciso di ridurre il totale dell’assegno. Il Primo atto giudiziario della vicenda non sembra essersi concluso e potrebbe essere scritto il prossimo mese di novembre, dopo la sessione autunnale di esami, quando in famiglia si cominceranno a tirare le somme e il padre al riguardo ha annunciato che è pronto a chiedere la revoca dell’assegno qualora la studentessa non abbia sostenuto alcun esame.

A 26 armi si è più vicini ai 30 che ai 20. Si è cioè più prossimi alla categoria degli adulti che non a quella dei ragazzi. L’osservazione apparirà banale, ma in Italia conviene non dare più nulla per scontato. La logica e il buon senso, infetti, vengono spesso e volentieri maltrattati, specie se di mezzo d sono dei giudici, circostanza verificatasi anche nel caso di cui stiamo per occuparci.

Un’universitaria 26enne di Pordenone ha denunciato il proprio padre, assieme al quale convive dopo la separazione dei genitori, poiché quest’ultimo le corrisponde una paga da lei ritenuta non congrua. Per l’esattezza, la giovane ha chiesto di percepire la modica cifra di 2.577 euro mensili, ossia l’equivalente di un più che decoroso stipendio. Nella somma, bontà sua, la studentessa ha incluso le spese per gli svaghi e per le vacanze, quantificate rispettivamente in 400 euro al mese e in 1000 euro all’anno. E, nella speranza di ricevere questo denaro con cui seguitare a mantenere l’elevato tenore di vita a cui è abituata, si è appunto rivolta al tribunale , accusando il babbo di non rispettare l’impegno a mantenerla assunto in sede di divorzio.

Il punto è che il papà, pur non avendo problemi di tipo economico, aveva comprensibilmente ritenuto giusto ed educativo ridurre i compensi alla figlia – portandoli a 20 euro alla settimana ed eliminando l’appartamento accanto all’università, ma provvedendo a ogni altra esigenza (vestiario, benzina, spese sanitarie e via dicendo) – dal momento che la fanciulla tarda alquanto nel conseguire la laurea triennale.
Sia in primo grado che in appello, tuttavia, i magistrati hanno dato ragione alla figlia e torto al padre, imponendogli di versare – fino al 30 giugno del 2019 – 500 euro al mese per le «spese personalissime e ludico-ricreative, anche straordinarie».

È vero che la giovane non si è impegnata né nello studio né nel lavoro, hanno detto i giudici, ma va considerato che il tutto è accaduto in mi contesto nazionale caratterizzato da «una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani». Dunque, benché la cifra pretesa sia stata ridotta, la figlia ha visto accolta la propria richiesta. Siamo di fronte a un avallo con tutti i crismi (e non è certo il primo) dei cosiddetti bamboccioni, nonché a un poco opportuno contributo ad alimentare quella «certa inerzia nella maturazione» evidenziata proprio dalla corte.

Una sentenza del genere ha almeno una grave ricaduta e rappresenta ima conferma eclatante di alcuni aspetti peculiari dell’Italia contemporanea. Tutte cose di cui c’è poco da
essere entusiasti. La conseguenza più macroscopica è l’ennesima delegittimazione della figura genitoriale, già di suo in grave deficit di autorevolezza. Che credibilità avrà più un padre così sonoramente sbugiardato nei suoi metodi educativi nientemeno che da una corte giudicante? Nessuna, ammesso che una ne abbia mai avuta. Si comprende poi come l’università sia oggigiorno considerata perfino dai magistrati alla stregua di un parcheggio: una sorta di passatempo, per quanto costoso (per i malcapitati genitori), con il quale intrattenersi a piacimento, magari ampiamente oltre la soglia dei trent’anni. A uscire molto male da una simile vicenda sono pertanto anche l’istituzione scolastica e il concetto stesso di diritto allo studio.

Non bastava insomma la nota inclinazione della magistratura a invadere campi non di sua stretta competenza: sembra ormai determinata a farsi supplente anche di scuola e famiglia. E a proposito di famiglia, in questi giorni è ancora in corso una furibonda polemica sullo spot pubblicitario di una merendina in cui si vedono madre e padre disintegrati da un meteorite caduto dal cielo. Alla luce di quanto successo a Pordenone, sarebbe forse stato meglio se l’asteroide, anziché papà e mamma, avesse incenerito qualche giudice.

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