Pornografia e dipendenza, gli effetti dannosi sul cervello (e sulla vita di coppia)

Cos’ è il piacere e cos’ è la dipendenza? Il piacere è un sentimento o un esperienza che induce l’uomo in uno stato di benessere, in una condizione positiva. Anche un gesto semplice e banale può essere espressione del piacere, purché provochi felicità nell’ individuo. Il piacere agisce a livello psicologico: pertanto siamo in grado di distinguere ciò che è bello e gratificante, da ogni cosa che provoca dolore e sofferenza. Non a caso si tende a ripetere esperienze piacevoli, piuttosto che esperienze noiose e insignificanti, ma quando la ricerca del piacere diventa ossessiva, l’ uomo finisce per diventarne dipendente.

Per dipendenza invece si intende un’ alterazione del comportamento che da semplice e comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi, sostanze e comportamenti che sfociano in una malattia. Per dipendenza, non si intende soltanto abuso di alcool e sostanze stupefacenti: si può essere dipendenti da qualsiasi minimo gesto, azione, comportamento, purché questo produca uno stato di felicità nell’ individuo.

Con la masturbazione tutto ciò è uguale… Quindi come fare? Tutto parte da una voglia (reali o presunte) quando il cervello ci invia questo impulso pensiero, bisogna semplicemente ignorarlo usando di usare la ragione e la logica di madre natura, e fare altro. Bisogna fare il ragionamento abbiamo detto poco fa, cioè è sbagliato e irreale pensare che se una cosa naturale masturbarsi con dipendenze, e pensiero continuo assillante. Quindi quando diviene “la famosa voglia” ignorandola semplicemente! Dovete avere l’umiltà di capire che voi non siete in grado di decidere che dipendenti! Quindi tenete un calendario dove annotare tutte le volte che mi masturbate. Così riuscirete a tenere d’occhio la situazione reale, che è diversa dall’illusione.

La pornografia non fa diventare ciechi, ma qualche problemino può portarlo, come ad esempio dipendenza e disfunzione erettile. A volte è causa di divorzio. A sorpresa, però, gli uomini davanti a film porno sono molto attenti al volto delle attrici. È quanto emerge da un lungo articolo della BBC che, sulla base di diversi studi accademici, prova a dare una risposta a una domanda: esistono prove scientifiche sugli effetti della pornografia? E se sì, quali sono? In fondo, il tema accomuna moltissimi: secondo una statistica del 2016 del portale canadese Porno Hub, ogni secondo vengono visualizzati 729 video. I più appassionati al mondo sono gli americani, mentre l’Italia è al nono posto, in discesa rispetto al 2015.e gli italiani trascorrono sul sito 8,37 minuti.

Cosa succede al corpo

L’articolo, ripreso in Italia da Focus, analizza vari aspetti degli studi condotti con l’ausilio di alcuni strumenti:

  • Fotopletismografo: valuta l’irrorazione sanguigna dei tessuti emettendo raggi infrarossi. La quantità di luce riflessa indica quanto sangue fluisce in un tessuto;
  • Eye tracking”: una videocamera digitale registra dove si sposta lo sguardo. I punti su cui si fissano gli occhi indicano l’interesse della persona verso un dato oggetto;
  • Elettrodo a ossigeno: misura le variazioni di corrente elettrica dovute alle differenze di ossigeno in un fluido. Nella vagina, registra variazioni del flusso di sangue;
  • Sfigmomanometro penieno: ha un manicotto gonfiabile che si pone intorno al pene. Ne misura la pressione sanguigna prima comprimendo e poi liberando le arterie.

Introducendo il fotopletismografo, un gruppo di ricercatori olandesi guidati da Ellen Laan ha scoperto nel 1994 che anche le donne si eccitano per i film pornografici, sebbene siano restie ad ammetterlo. Se da una parte la pornografia rivolta alle donne è un po’ diversa, rimane  però il fatto che uomini e donne hanno una diversa sensibilità con le immagini erotiche.

Heather Rupp e Kim Wallen della Emory University di Atlanta hanno riscontrato che i maschi si concentrano molto anche sui volti  delle attrici e sulle loro espressioni. Per misurare tutto ciò le ricercatrici hanno usato i tempi di fissazione dello sguardo oppure l’eye tracking, il tracciamento dello sguardo.

Come si illumina il cervello quando guardiamo un porno

Studiando con la risonanza magnetica il cervello di 28 persone che vedevano un film porno, Stephan Hamann, psicologo alla Emory University di Atlanta, ha rilevato però una differenza sostanziale tra maschi e femmine: mentre il cervello degli uomini si illumina a giorno a livello di amigdala e ipotalamo, quello delle donne si accende solo di qualche lucina. Dunque, i maschi sono molto più attratti dal sesso guardato.

Spermatozoi iperattivi.  O disfunzione erettile

Sarah Kilgallon, biologa dell’Università Western Australia, ha scoperto nel 2005 che dopo la visione di un film hard – soprattutto se del genere “una donna con molti uomini” – la motilità degli spermatozoi aumenta. Come in altri animali, sarebbe un effetto legato alla competizione spermatica: quando c’è un competitore, il liquido seminale si fa più combattivo per vincere la battaglia con gli altri maschi per la fecondazione. Tuttavia  anche la disfunzione erettile è spesso attribuita all’eccesso di pornografia, ma non ci sono ricerche che lo dimostrino.

Amanti del porno più inclini a divorziare

Come per l’alcol, non ci sono prove che stabiliscano che la pornografia  renda violenti. Diverso è  i tema del divorzio:  Il tema è controverso e le risposte dei ricercatori contrastanti. Secondo  alcuni studi secondo cui chi da giovane vede materiale pornografico, da grande ha il doppio delle probabilità di divorziare. Lo studio, tuttavia, non chiarisce un particolare: si diventa amanti del porno quando si ha una relazione insoddisfacente? O viceversa?

Crea dipendenza

Una cosa però è  certa: la pornografia crea dipendenza. Non necessariamente e non a tutti. Uno studio dell’Università di Cambridge l’ha paragonato però alla droga. Entrambe agiscono infatti sul cervello. Un campione di persone con un comportamento sessuale compulsivo (CSB) è stato sottoposto a una risonanza magnetica mentre guardava immagini a luci rosse. I ricercatori hanno notato una maggiore attività in tre regioni del cervello che si attivano anche nei tossicodipendenti quando sono messi davanti alla droga.

Secondo il portale di notizie Religionlibertad.com dello scorso 30 ottobre 2015, il fenomeno della pornografia e del suo consumo non può lasciare indifferenti. Infatti le statistiche riportano alcuni dati interessanti: il 25% del traffico in Internet avrebbe carattere pornografico, sarebbero circa 4 milioni i portali dedicati alla pornografia e sarebbero oltre 146 milioni le pagine virtuali visitate ogni giorno e classificate come “pornografiche”. E che dire del giro di denaro legato alla mercificazione del corpo umano e della sessualità? Si stima che il fatturato annuo della pornografia online si aggiri all’incirca attorno alle dimensioni dei 100mila milioni di dollari. Questo “negozio” batte di gran lunga qualsiasi grande marchio come Google, Facebook, Microsoft, ecc.
Si sente affermare che “il porno aiuta i giovani a maturare”, e che “guardare immagini o video di carattere pornografico è indifferente per la salute delle persone”. Ma che cosa ci dicono oggi le scienze empiriche? In particolare, le neuroscienze? Che valore neuroscientifico hanno queste ultime affermazioni? Godono di un riscontro valido a livello degli ultimi studi sul nostro cervello?
Due recentissimi studi neuroscientifici, pubblicati rispettivamente a marzo e a settembre di quest’anno, fanno il punto della situazione su quest’intricato e intrigante argomento neurobioetico: quello della cosiddetta dipendenza dalla pornografia, nota anche con il termine divulgativo di “cybersex addiction”.

Il primo studio, in ordine cronologico, è stato pubblicato sulla rivista specializzata Journal of Behavioral Addictions a marzo. Il lavoro, intitolato nell’originale inglese “Getting stuck with pornography? Overuse or neglect of cybersex cues in a multitasking situation is related to symptoms of cybersex addiction”, a firma di J. Schiebener , C. Laier e M. Brand, parte da un primo dato di fatto: la maggior parte delle persone fanno uso di Internet in modo funzionale, cioè riescono a mantenere un controllo su questa tecnologia di interfaccia virtuale con il cyber-mondo.
In altre parole, gli individui “normali” si servono di Internet per obiettivi scelti e per scopi pianificati, piuttosto che “venir usati” da questa tecnologia. Questo controllo si traduce nell’effettiva capacità di alternare l’uso di Internet ad altre attività (come, impegni di lavoro, rapporti affettivi, etc.), secondo una finalità scelta, pianificata, diremmo, controllata razionalmente e volontariamente dalla persona.

Ma c’è un secondo dato di fatto: alcuni individui fanno uso, in modo “dipendente” (addicted), di contenuti cyber-sessuali, che includono materiale pornografico. Questo comporta ingenti conseguenze negative nella loro vita personale e nell’ambito lavorativo, come sostengono gli autori di questo lavoro.
Uno dei diversi meccanismi alla base di queste ripercussioni negative del consumo di materiale pornografico può comportare la riduzione del controllo esecutivo (delle azioni/scelte/deci sioni del soggetto) rispetto alla cognizione e al comportamento.
C’è ancora un terzo dato di fatto da considerare: negli ultimi anni è sorto un fenomeno sociale noto come “dipendenza da Internet” (Internet addiction). Nonostante non sia stato ancora inserito nell’ultimo DSM-5, la premessa già si trova nell’appendice di questo documento che parla del cosiddetto “Internet GamingDisorder” (IGD).
Sebbene la classificazione delle “dipendenze comportamentali” sia ancora discussa, molti ricercatori sostengono oggigiorno, alla luce dei risultati neuroscientifici, che i sintomi sono
comparabili con quelli delle dipendenze “tradizionali” (come quelle da sostanze).

Secondo il famoso studio di Brand e colleghi pubblicato nel 2014, una peculiarità della “dipendenza da Internet” è la perdita di controllo indotta dal consumo. La recente ricerca di marzo 2015 mira ad una miglior comprensione neuroscientifica di questa “perdita di controllo”, suggerendo che uno dei meccanismi sottesi sia proprio l’incapacità di esercitare il controllo cognitivo necessario per poter non essere “schiavi” di questa tecnologia. Ci si concentra sulla “dipendenza dal cyber-sesso”, un tipo particolare, a detta degli autori di questo studio, di “dipendenza da Internet”.
La metodologia impiegata ha coinvolto 104 volontari di sesso maschile, sottoposti a un paradigma esecutivo multitasking suddiviso in due gruppi: uomini a cui venivano mostrate foto di persone, da una parte, e dall’altra, uomini a cui, invece di fotografie comuni di persone, venivano mostrate immagini pornografiche. I risultati confermano, in primo luogo, che esiste un’associazione profonda tra alto consumo di immagini pornografiche e le ridotte capacità multitasking manifestate dei soggetti coinvolti.
Lo studio, inoltre, indica che la dipendenza dal cyber-sesso induce un ridotto controllo esecutivo negli individui affetti. Questo può condurre a comportamenti disfunzionali e conseguenze negative, particolarmente nell’ambito lavorativo, familiare e sociale, in genere. La riduzione delle capacità cognitive correlate al controllo esecutivo (come per esempio, l’attenzione, l’inibizione, i processi decisionali e la memoria di lavoro) è mediata da alterazioni a livello dell’area cerebrale denominata corteccia prefrontale (in inglese nota con la sigla “PFC”) e alcune regioni sotto-corticali, come, ad esempio, i gangli della base.

Il secondo studio di interesse neuroscientifico e culturale, decisamente il più importante, perché offre una sintesi ed analizza tutta la letteratura neuroscientifica sull’argomento della dipendenza da Internet, in particolare della dipendenza dalla pornografia. Quest’importante contributo è stato pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences il 18 settembre 2015 con il titolo originale “Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update”[V\.
A firma di T. Love , C. Laier , M. Brand , L. Hatch e R. Hajela, l’articolo si compone di ben 46 pagine, un apparato bibliografico ingente (basti pensare alle 311 note bibliografiche che si trovano alla conclusione dello studio) che non nasconde e motiva le critiche di una certa incomprensione delle “neuroscienze della dipendenza” (addiction neuroscience) mosse nei confronti del recente DSM-5.

In primo luogo, gli autori sottolineano nell’introduzione che nell’ambito delle cosiddette “dipendenze” si sta realizzando un vero e proprio mutamento rivoluzionario di paradigma; si legge proprio così. Come mai?
Perché con il progresso degli studi neuroscientifici, ci si sta sempre più rendendo conto che, accanto alle classiche dipendenze da sostanze (come droghe e alcol), diversi comportamenti (o stili di vita) hanno ripercussioni su meccanismi neuronali sovrapponibili a quelli alterati dalle sostanze. Questi comportamenti “dipendenti” sono in grado di rafforzare i circuiti cerebrali della gratificazione e della ricompensa, quelli della memoria, ecc.
In effetti, l’ASAM (The American Society of Addiction Medicine) nel 2011 aveva esteso la definizione di “dipendenza” includendovi sia quella derivata da sostanze, come quella da comportamenti.
All’interno di questo scenario, sebbene l’APA (The American Psychiatric Association) abbia recepito, al redigere l’ultimo DSM-5, l’introduzione delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (behavioral addictions) accanto alle dipendenze “tradizionali” (o classiche) da abuso di sostanze, soltanto il rinominato e ridefinito “gioco d’azzardo patologico” (Gambling Disorder oggi ribattezzato nel DSM-5 come Pathological Gambling o PG) vi è stato incluso.

Di quest’ultimo è stata fornita una vera e propria nuova diagnosi detta IGD (Internet Gaming Disorder), ampiamente fondata su numerosi dati neuroscientifici di carattere strutturale, funzionale
e psicologico. Ma allora, cos’è successo nel DSM-5 per quanto rigurda la “dipendenza” dalla pornografia?
Nonostante le premesse concettuali fondate su un’ampia documentazione neuroscientifica, l’APA ha deciso di affermare che l’eccessivo uso si Internet che non coinvolga il gioco online (per esempio, un’uso eccessivo dei mezzi di comunicazione sociale, come Facebook; il consumo di pornografia online) non sarebbe da considerarsi analogo all’ IGD (Internet GamingDisorder).
Come, invece, ampiamente documentano gli autori del lavoro pubblicato il 18 settembre 2015 su Behavioral Sciences “questa decisione è inconsistente con l’evidenza scientifica esistente ed emergente”. Gli autori sostengono e dimostrano ampiamente nelle 46 pagine di questo studio tale inconsistenza conclusiva.

Dopo l’estesa raccolta e analisi della letteratura sull’argomento, gli autori concludono che le evidenze neuroscientifiche sostengono che il consumo di pornografia attraverso Internet è, insieme agli altri comportamenti dipendenti dalla virtualità, potenzialmente addittivo, comportando una destrutturazione e de-funzionalizzazzione del cervello umano.
In definitiva, la medicina e le neuroscienze confermano l’estrema dannosità cerebrale (e perciò personale) del consumo di pornografia. I nostri stili di vita e le nostre scelte personali non sono indifferenti alla struttura e funzione del nostro cervello. È importante perciò conoscere questi dati empirici per integrarli in una visione integrale dell’essere umano (antropologia) che ci aiuti e ci guidi ad agire e comportarci in favore della salute del nostro “organo” più importante.

Dal piacere alla dipendenza
Il piacere e la dipendenza sono due concetti estremamente collegati tra loro: quando avviene il passaggio da uno all’ altro? Questo succede quando il desiderio, trasformatosi in un bisogno assoluto di assumere una particolare sostanza o di compiere una determinata azione, diventa prioritario su tutti gli altri interessi. Un individuo che compie qualcosa che lo rende felice, sa ancora cogliere il gusto e il piacere di quello che fa. Dal momento in cui l’ oggetto scatenante appare totalmente scollegato da ogni forma razionale del piacere, e quando l’ esperienza gratificante continua ad essere ripetuta, giorno dopo giorno, si è totalmente dipendenti da essa, e non se ne può fare a meno.
Se guardiamo bene siamo tutti dipendenti da qualcosa, chi più chi meno. D’altro canto possiamo distinguere due differenti modalità di comportamento. La prima, diciamo più normale, si esprime con un atteggiamento di attaccamento, che può essere anche forte, ma senza perdere il controllo. Si ha bisogno della sostanza gratificante, ma in casi estremi se ne può fare a meno, vi si può rinunciare anche se costa sofferenza. L’altra modalità pone al centro di tutto l’ oggetto in questione: si esprime in affermazioni quali: “non so vivere senza”, “mi è indispensabile per vivere” e si manifesta attraverso spinte compulsive spesso incontrollabili.
Altra differenza sostanziale tra una persona dipendente e no, è la manifestazione o meno delle “crisi di astinenza”. Esse sono dei sintomi che si verificano nel primo soggetto, dal momento in cui non è in grado di soddisfare quegli interessi che l’ organismo riconosce come prioritari. Ne esistono di due tipi:
– Psicologica: interessanti la sfera psichica, come il desiderio ossessivo (craving), ansia, irritabilità, depressione, malessere mentale.
– Fisica: riguardanti il corpo, dalla semplice stanchezza muscolare, al vomito, diarrea, tachicardia e persino convulsioni.
Cause contribuenti alla nascita di una dipendenza:
La vulnerabilità alle “malattie del piacere” è spesso alimentata dal malessere psicologico. Un individuo con una vita ebbra di sofferenze, delusioni, impedimenti, disagi, non può che cercare la felicità nel “mare della gratificazione”. I dispiaceri appunto, annegano in questo mare, lasciando spazio agli appagamenti. La dipendenza che ne scaturisce è un modo per nascondersi dai propri problemi, per alienarsi, come una maschera.

Dipendenza come fuga:
“Guardandomi allo specchio mi vedevo grassa, non accettavo più il mio corpo. Cosi ho iniziato a drogarmi”
Questo esempio ci fa capire come le dipendenze possano nascere da una serie di problematiche che mettono in discussione il benessere mentale del soggetto. Egli pertanto sarà propenso a fuggire, scappare, evadere dai propri disturbi mentali, come una sorta di “ritirata”, per limitarne i danni ed evitare un peggioramento della situazione. Questi sono casi tipicamente adolescenziali: in questa fase della vita, il ragazzo vuole apparire diverso da quello che è per sentirsi integrato nel gruppo, apprezzato dagli altri, mettendo da parte i propri problemi, evitandoli piuttosto che risolverli.
Dipendenza come automedicazione:
“Da quando mia figlia è morta ho iniziato a bere. Solo cosi riesco a schiacciare la tristezza che mi opprime”
Una dipendenza di questo tipo, è una sorta di “automedicazione” dei propri dolori o malesseri. Si beve per dimenticare, si fuma una canna per essere felici, in generale si cerca di anestetizzare le sofferenze che opprimono la persona. Gli stimoli gratificanti, di qualsiasi tipo, funzionano come dei farmaci, che attenuano il dolore mentale (molto più intollerabile di quello fisico), senza fornire un appagamento duraturo. Una condizione di questo tipo può facilmente scaturire un dipendenza, dal momento in cui si verificano le crisi di astinenza e il dolore, l’ ansia, l’ irritabilità ritornano. Tra gli stimoli appaganti troviamo anche il gioco d’ azzardo e lo shopping.

Dipendenza come riscatto:
“Mi piaceva correre in bici, ma soprattutto l’idea di vincere. I buoni piazzamenti sono arrivati solo con la cocaina”
Nella società di oggi, puntare al successo e ottimizzare le prestazioni sono obbiettivi sempre più diffusi. Molte sostanze migliorano le proprie performance nello sport, nello studio, nel lavoro, ma anche nel rapporto con gli altri per apparire una persona importante. Gli individui maggiormente colpiti da una dipendenza di questo tipo, sono coloro che assumono atteggiamenti di narcisismo e di onnipotenza: il primo individuo ritiene di essere speciale, superiore agli altri e pertanto di dover apparire al centro dell’ attenzione; il secondo presume sia in grado di compiere tutto, spingendosi oltre i limiti umani, proprio come un dio.

Il mondo del piacere malato
Il “mare della gratificazione”, di cui abbiamo appena parlato, è composto da moltissimi stimoli che appagano l’ uomo. In generale, le “malattie del piacere” si suddividono in due macro categorie:
– Malattie del piacere chimico (dipendenze da sostanza);
– Malattie del piacere comportamentale (dipendenze senza sostanza).
Prima di descrivere le due categorie, è interessante capire come siano collegate tra loro, e in generale come ogni dipendenza sia uguale a tutte le altre.
Anatomia del piacere
Se chiedessimo a persone con qualsiasi problema di dipendenza il motivo del loro attaccamento, sentiremmo la solita risposta: “perché mi piace”. Com’è possibile che dipendenze da alcool, droga, sesso e gioco d’ azzardo, producono piacere nello stesso modo, pur essendo dipendenze diverse? Per dare una risposta a questa domanda è opportuno osservare cosa succede nel cervello. Negli anni ’50, i neurologi James Olds e Peter Milner, con degli esperimenti sui ratti, studiarono e analizzarono le strutture neurologiche coinvolte nel sistema della gratificazione.

Il centro del piacere è una struttura situata nel diencefalo (parte profonda del cervello), il quale produce sensazioni gratificanti, causate da una sostanza particolare, la dopamina. La dopamina, la cosiddetta “molecola del piacere”, è un neurotrasmettitore, ovvero un segnale biochimico che consente ai neuroni di comunicare tra loro. Essa viene liberata da un’ altra struttura cerebrale, il VTA (area ventrale tegumentale). Dai neuroni del VTA vi sono collegamenti con alcune regioni del centro del piacere, tra cui il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale. Quando la dopamina aumenta di concentrazione in queste zone, si avvertono sensazioni di appagamento e di piacere: Ogni qual volta stiamo facendo qualcosa che ci piace fare, qualcosa che ci gratifica o ci rende felici, come mangiare un banalissimo dolce, il VTA rilascia dopamina nel centro del piacere.
Quando assumiamo sostanze stupefacenti come cocaina, oppiacei, anfetamine, alcool, esse vanno ad agire proprio sul VTA, alterandone il corretto funzionamento. Essendo un organo estremamente sensibile, se viene danneggiato, provoca un aumento ingente di dopamina, che verrà rilasciato nel centro del piacere. Questo è consentito dal danneggiamento dei sistemi di regolazione e limitazione di dopamina, che vengono bloccati dalle sostanze assunte in precedenza. Nel caso in cui si mangi un dolce, appena si è sazi, questi sistemi inibiscono la produzione di dopamina, in quanto l’ individuo non prova più piacere nel mangiare, dato che è sazio; nel caso delle droghe invece essi sono fuori uso, e la concentrazione di dopamina nel nucleo accumbens e nella corteccia prefrontale, aumenta a dismisura. È proprio da una situazione di questo tipo che nasce una dipendenza: il centro del piacere si abitua a quantità di dopamina sempre più grandi, alla quale corrisponde un attaccamento allo stimolo gratificante sempre più morboso, e una sua assunzione sempre più elevata.
Piacere chimico
Il piacere chimico è il piacere derivato da una sostanza proveniente dal mondo esterno, che altera lo stato d’animo, la percezione e l’ attività mentale dell’ individuo che ne abusa. L’ incontro con tali sostanze, a causa del loro effetto gratificante, portano alla nascita di dipendenze. Il piacere chimico usura facilmente i freni della “sazietà”, esponendo il soggetto a diversi stadi di avvelenamento:
– Tossico-filia, intensa attrazione per gli effetti appaganti della sostanza;
– Tossico-dipendenza, incapacità di distaccarsi dalla sostanza;
– Tossico-mania, attaccamento maniacale alla sostanza, unica ragione di vita, tutto ruota intorno ad essa.
Qualsiasi prodotto avente caratteristiche simili a quelle elencate, viene comunemente definito “droga”. Le droghe (anche dette sostanze psicoattive o stupefacenti), possono essere classificate in droghe naturali, semi-sintetiche e sintetiche
Droghe naturali:
Esse sono sostanze psicoattive che si trovano in natura, ricavandole generalmente dai vegetali. Anche se vengono lavorate, non si hanno modifiche sostanziali del principio attivo, ovvero la molecola dotata di attività biologica e che produce gli effetti gratificanti tipici delle droghe. Le principali sono:
• Oppio: lattice disseccato per incisione delle capsule del Papaver Somniferum. Contiene più di 20 alcaloidi, tra cui la morfina (che viene usata in ambito farmaceutico come antidolorifico).
• Cocaina: alcaloide che si ottiene dalle foglie di coca (Erithroxylon Coca), mediante trattamento con acido solforico e carbonato di sodio (in soluzione). Ha un colore biancastro, può essere fumata, sniffata, iniettata. Da essa si può ricavare il crack.
• Derivati della cannabis: dalla pianta di cannabis si ricava marijuana (miscela di inflorescenza e foglie essiccate), e hashish (impasto di resina e polline della pianta). Il principio attivo più importante è il THC, responsabile dei caratteristici effetti della cannabis.
• Funghi allucinogeni: esistono moltissime varietà, ma contengono tutti principi attivi come la psilocina o psilocibina. Essi vengono prevalentemente mangiati.
• Nicotina: alcaloide stimolante contenuta nelle foglie del tabacco (Nicotiana Tabacum). Attualmente è coltivata in quasi tutto il mondo.

• Alcol: pur essendo legale, come le sigarette, è sicuramente una droga naturale. Essa è una sostanza psicoattiva, ottenuta mediante la fermentazione (come per il vino e birra), oppure mediante distillazione (per i superalcolici). I principali prodotti di fermentazione sono uva (vino) e malto (birra). I principali prodotti di distillazione sono vino e derivati (acquavite, brandy, cognac, grappa), cereali (whisky), patata e grano (vodka), ginepro (gin), canna da zucchero (rum), agave azzurra (tequila).
Droghe semisintetiche:
Queste droghe si ricavano dall’ elaborazione chimica di alcune sostanze naturali. Il principio attivo viene modificato in laboratorio, in modo da esaltarne le proprietà.
• Eroina: sostanza ricavata dalla morfina che, opportunamente trattata, è in grado di penetrare facilmente il cervello e di agire su esso. Per questo motivo le dipendenze da eroina sono tra le più diffuse, e si instaura con quantitativi molto bassi. Il rischio di overdose pertanto è elevato.
• LSD: potente allucinogeno sintetizzato a partire dall’ acido lisergico, contenuto in un fungo parassita della segale (ergot). Alla fine degli anni sessanta spopolò tra i giovani, come negli hippy e in tutti quei movimenti che contestavano il sistema.
Droghe sintetiche:
Tali sostanze vengono prodotte dalle industrie farmacologiche, per poi essere dirottate sul commercio illegale. Spesso vengono prodotte anche in laboratori clandestini. Sono tra le più diffuse in quanto possono essere ottenute a seconda delle esigenze del consumatore.
• Metadone: esso viene definito come il “farmaco sostitutivo” dell’ eroina, in quanto viene somministrato per combattere la dipendenza da eroina, in sostituzione ad essa. Una volta persa la dipendenza da eroina, il metadone viene diminuito gradualmente, fino a che il paziente non ne sente più il bisogno.
• Anfetamine: vasto gruppo di molecole con effetti gratificanti al cervello. Durante la 2° Guerra Mondiale si diffusero enormemente tra i soldati, per incrementarne l’ efficienza ed abbattere la tensione. In seguito divenne popolare tra i giovani negli anni 60-70, in seguito alla nascita delle metamfetamine, anfetamine con effetti gratificanti ed euforici più pronunciati.
• Ketamina: anestetico ad uso veterinario derivato dalla fenciclidina (PCP), in quanto il PCP era neurotossico e causava danni permanenti ai neuroni. Anch’essa però produce reazioni post anestetiche indesiderate come allucinazioni e stati confusionali, infatti viene utilizzata per “uso psiconautico” (ovvero per compiere viaggi interiori, alla scoperta di se stessi e della propria anima).
• Ecstasy: sostanza sintetica sotto forma di compresse, è una delle droghe più moderne e diffuse tra i giovani d’oggi. Conosciuta come MDMA, è la droga del “sabato sera”, in quanto facilita le persone a rapportarsi con gli altri, rendendole meno timide e più sicure di sé stesse.
Effetti indotti dalle droghe
Il criterio comune per classificare le sostanze stupefacenti è quello di elencarle in base agli effetti che esse producono. Tra gli effetti sul cervello, la sensazione appagante, il piacere (dovuto all’ aumento di dopamina), è un elemento comune a tutte le sostanze, pertanto in questa classificazione risulta poco utile. Saranno ben più importanti altri effetti psicoattivi, che consentono alle droghe di essere suddivise in:
– Droghe deprimenti;
– Droghe stimolanti;
– Droghe allucinogene.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.