Povertà shock: per 31% italiani servizi peggiorati nell’ultimo anno non si curano perchè non hanno soldi

Il risultato, secondo il Rapporto Censis-Rbm, è che la spesa sanitaria privata è lievitata a 35,2 miliardi di euro, con un aumento del 4,2 per cento in tre anni (2013-2016)

È quanto emerge dal 7° Rapporto di Censis e Rbm Assicurazione Salute, intitolato “La sanità italiana al tempo dell’universalismo selettivo” e presentato a Roma nel corso del “Welfare Day 2017″. Per una visita cardiologica l’attesa media e’ di 67 giorni, 8 giorni in piu’ rispetto al 2014, ma l’attesa sale a 79 giorni al Centro. Per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più del 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (+6 giorni sul 2014), ma al Sud sono necessari 111 giorni. E hanno avuto difficoltà il 51,4% delle famiglie con al proprio interno una persona non autosufficiente.

E le distanze tra le sanità regionali si ampliano. Nell’ultimo anno è salito a 12,2 milioni il numero di persone che hanno rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni e ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni, 18 giorni in piu’ rispetto al 2014, con un picco di 77 giorni al Sud. La spesa sanitaria privata pesa di più su chi ha meno, su chi vive in territori a più alto disagio, su chi ha più bisogno di sanità come gli anziani longevi (over 65), che spendono una volta e mezzo in più rispetto a un baby boomer (35-64 anni) e come le persone non autosufficienti, che spendono più del doppio rispetto alla media. “Guai a sottovalutare – concludono gli esperti – che nell’area dei saluteimpoveriti ci sono finiti anche il 3,7% di persone con reddito medio, a testimonianza del fatto che la malattia può generare flussi di spesa tali da colpire duro anche chi si posiziona in livelli non bassi della piramide sociale”. La spesa è aumentata del 4,2% in termini reali nel periodo 2013-2016 (un aumento maggiore della spesa totale delle famiglie per i consumi, pari a +3,4% nello stesso periodo) e sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria. “Per rendere il Servizio sanitario nazionale più sostenibile più equo e veramente inclusivo – propone Vecchietti – bisognerebbe affiancargli un secondo pilastro sanitario integrativo, puntando su un modello di assicurazione sociale integrativa alla francese che garantirebbe finanziamenti aggiuntivi per oltre 21 miliardi di euro all’anno, attraverso i quali integrare il Fondo sanitario nazionale”.

Più si invecchia e più si deve mettere mano al portafoglio.

Cure sanitarie sempre più care ed è per questo che molti italiani finiscono per dilapidare i propri risparmi, indebitarsi oppure rinunciare ai trattamenti.

Il fabbisogno sanitario degli italiani quindi cresce e si ridefinisce per invecchiamento e cronicità con una sanità pubblica che arranca e non potendo coprire tutto il fabbisogno sanitario, raziona la domanda.

Lo dice Maurizio Gardini, presidente dell’Alleanza Cooperative Italiane commentando i dati Censis presentati al Welfare Day a Roma. In sintesi – sentenzia il Rapporto – meno risorse pubbliche per la sanità rispetto al passato e rispetto agli altri Paesi. “E a chi non ce la fa economicamente non resta che la rinuncia o il rinvio delle prestazioni”. In rapporto al Pil la spesa sanitaria pubblica in Italia è pari al 6,8%, in Francia all’8,6% e in Germania al 9,4%. Un rapporto che fotografa una situazione in cui i Sistemi sanitari locali sono sempre più divaricati, e le opportunità di cura per i cittadini sempre più differenziate. Secondo il Rapporto Censis-Rbm, per il 45,1% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni (lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud), mentre per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata. Ed è nel Meridione la percentuale più alta di cittadini convinti che nell’ultimo anno il Servizio sanitario sia peggiorato nella propria regione, circa il 40% rispetto al 25% dei cittadini del Nord.

Nel recente piano nazionale di prevenzione, la fragilità e la disabilità dell’anziano non sono comprese fra gli obiettivi. Nella realtà quotidiana sono le cure primarie che affrontano la difficile prevenzione delle malattie cronicodegenerative che richiedono metodologie particolari, solitamente non oggetto di didattica nei corsi di laurea medico-sanitari : sicuramente il continuo contatto con il paziente-cliente è condizione necessaria per realizzare un’efficace prevenzione nel tempo.

La medicina accademica non ha prestato adeguata attenzione ai mutamenti epidemiologici e demografici; anzi è passata da un approccio cura del paziente ricoverato/insegnamento/ricerca ad uno che considera con attenzione soprattutto la durata del ricovero/prodotti/marketing  , senza riuscire ad incidere sulla qualità della medicina extraospedaliera che interessa un numero sempre più elevato di anziani. Non si è tenuto conto abbastanza delle raccomandazioni per una più incisiva organizzazione dei sistemi sanitari, soprattutto nel settore delle cure primarie e intermedie.

Non si deve dimenticare che in Italia il numero di assistiti a domicilio e nelle residenze è basso rispetto ai paesi europei più evoluti (http://www.eurowho.int/observatory). Anche i lunghi tempi di attesa per ottenere prestazioni medico-specialistiche dipendono da carenze del sistema e incidono negativamente sulla continuità della rete dei servizi per gli anziani. Ci si può chiedere quali siano le priorità nel campo della salute delle persone anziane. Il titolo di questo elaborato è provocatorio per attirare l’attenzione del Geriatra su un problema che anche la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) e le altre Società scientifiche geriatriche italiane non hanno efficacemente promosso; si usano i termini continuità delle cure e cure continue senza entrare nel merito 7 ; questi, associati ad altri come anziano fragile e rete dei servizi, creano un insieme retorico e vuoto che non fa onore alla Geriatria e ai contenuti dell’art. 3 dello statuto della SIGG (http://www. sigg.it/societa/asp?riferimento=statuto).

Il significato di cure continue e continuità delle cure è solo apparentemente lo stesso; in Geriatria le cure, essendo complesse, complessive e multidisciplinari, si realizzano solo se queste si utilizzano con appropriatezza e tempestività in tutti i setting assistenziali a disposizione; questi devono essere in grado di fornire una risposta soddisfacente anche dal punto di vista tecnico e professionale all’anziano con polipatologia e molteplici bisogni; l’insieme descritto è l’unità di riferimento per la cura e l’assistenza all’anziano dal punto di vista organizzativo, procedurale. Se non si utilizzano adeguati sistemi di comunicazione, la transizione fra i vari setting curativo-assistenziali è problematica, incerta e insicura: essi sono generalmente gestiti con modalità diverse, variabili e difficilmente unificabili .

L’American Academy of Family Physicians (AAFP) definisce la continuità delle cure un processo che coinvolge medico e paziente nella gestione nel tempo delle cure mediche con l’obiettivo di intervenire con processi di qualità e con un favorevole rapporto costo-efficacia (http://www. aafp.org/x6694.xml). In realtà solo nell’ospedale per acuti si realizza una temporanea continuità assistenziale con metodologie ed organizzazione che non considerano abbastanza i bisogni e la fragilità delle persone più anziane. È frequente infatti che gli anziani non traggano giovamento dal trattamento episodico come è quello ospedaliero, mirato alla cura della malattia; le cure ospedaliere dei più anziani e con polipatologia dovrebbero essere riviste nelle loro procedure ed obiettivi. All’interno dell’ospedale è assicurata sia la cura continua (medico di guardia) che la continuità delle cure (possibilità di usufruire rapidamente di consulenza ed assistenza multidisciplinari).

Le liste di attesa in questo setting sono quasi eliminate; per questo l’ospedale, con il suo costoso pronto soccorso, è tanto apprezzato. I problemi si manifestano soprattutto alla dimissione, evento critico per l’anziano fragile così come in occasione di qualsiasi transizione da un setting curativo assistenziale ad un altro  ; si dovrebbero valutare i bisogni dei pazienti dimessi per prendere decisioni che non riguardano però l’ospedale. Per la degenza ospedaliera la diagnosi delle malattie è fondamentale così come la sua breve durata; si leggano i contenuti della scheda di dimissione dominata dal DRG; il ricovero deve essere breve; la dimissione può essere “protetta” quando le condizioni o i bisogni del paziente lo richiedono; ma è proprio a questo punto che si perde la continuità delle cure. La dimissione difficile riguarda soprattutto patologie come la frattura del femore e l’ictus (forse il 2-3% delle dimissioni ospedaliere); ma la polipatologia e la disabilità non sono considerate.

La disponibilità ed utilizzazione delle cure intermedie è momento rilevante tanto che nel piano sanitario nazionale 2003-2005 la continuità assistenziale era uno degli obiettivi per migliorare l’efficienza del sistema sanitario. La dimissione ospedaliera è pertanto un momento in cui si risolvono i problemi dei pazienti geriatrici che dovrebbero pertanto essere identificati, proponendo soluzioni ed opzioni che richiedono scelte; il piano curativo-assistenziale deve poi essere realizzato sul territorio verificandone poi i risultati. Chi opera all’interno dell’ospedale può constatare però che durante la degenza il contatto con il medico curante del paziente è raro; ciò non agevola certo la continuità delle cure 10. Si legge che la presenza di un solo medico fornisce cure continue ed ininterrotte: la continuità diventa un problema cronologico; ma non è questa la continuità alla quale fa riferimento la Geriatria . La consultazione continua nel tempo di uno stesso medico è un punto fondamentale delle cure primarie (personal continuity); può rilevare tempestivamente il declino delle prestazioni e la comparsa della fragilità a condizione che la loro valutazione rappresenti un obiettivo reale; troppo spesso si legge e si parla di managed care delivery system come di un obiettivo realizzato; all’interno di quest’organizzazione dovrebbero esserci attività coordinate che interagiscono comunicando tempestivamente . La realtà è diversa sia dal punto di vista dei tempi e delle collaborazioni sia dal punto di vista formativo, educazionale e strumentale, tutte indispensabili per supportare un servizio di qualità .

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