Preside toglie le immagini della Madonnina nella scuola: “Qui non può pregare””

Fermi, stavolta l’islam non c’entra: ma ciò non toglie che dover spiegare l’ovvio resti una pratica umiliante: per esempio che viviamo in un Paese laico e occidentale (lo sapevate?) e che perciò a scuola non si devono recitare preghiere prima delle lezioni e neanche intonare canzoni di preghiera prima della merenda, e no, non si deve farlo neanche durante l’ora di religione (che peraltro è facoltativa) perchè non è l’ora del Salat arabo, è un’ora di carattere culturale che viene ritenuta utile (non da me) per conoscere una parte importante del patrimonio storico e artistico.


Quindi la circolare emessa ieri in una scuola elementare di Palermo, che ricordava queste cose, è umiliante per la sua ovvietà didascalica: altro che scandalo. Iniziava così: «Ci sarebbe nella nostra scuola l’usanza, da parte di alcuni docenti, di far pregare i bambini prima dell’inizio delle lezioni e/o di far intonare canzoncine benedicenti prima della consumazione
della merenda…». Della serie: prendiamoli sin da piccoli. Ma è ovvio che la religione di Stato non esiste (più) e che imporne i costumi è in contrasto con la laicità costituzionale della Repubblica Italiana e della scuola pubblica; è ovvio che farlo con bambini dai 3 ai 6 anni è ancora più grave; è umiliante dover ricordare che cosa dicono la Costituzione, il Concordato e da ultima l’Avvocatura dello Stato nel gennaio 2009: è da escludere «la celebrazione di atti di culto, riti o celebrazioni religiose nella scuola durante l’orario scolastico o durante l’ora di religione cattolica, atteso il carattere culturale di tale insegnamento».

Basta, fine. Se nessuno contestasse queste cose ovvie, non ci sarebbe neppure il bisogno di notare che certe abitudini sopravvivono nelle zone più arretrate del Paese, dove la legge spesso è opzionale: nella stessa Palermo, durante l’orario di lezione all’università, il cardinale De Giorgi ha tentato per anni di far celebrare delle messe. Lo dicono persino i cristiani valdesi, oltre alla giurisprudenza: l’educazione religiosa è una competenza delle famiglie e delle Chiese, non delle scuole.

L’hanno capito anche gli italiani più istruiti: in meno di dieci anni gli studenti che si astengono dall’ora di religione sono più che raddoppiati (dal 6 al 12 per cento) ma con percentuali molto diverse nelle varie aree. Al Nord non frequenta il 18 per cento, mentre in Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia sono fermi al 2,3 per cento. È un altro mondo, e così bisogna fare le circolari. E il dirigente della scuola palermitana, Nicolò La Rocca, è stato costretto a far togliere una statua di Gesù alta un metro e mezzo, una Madonna di un metro, un dipinto con Cristo martirizzato (tutta roba portata da genitori devoti) più un bambin Gesù in grandezza reale, il tutto rinfrescato da regolari omaggi floreali.

I crocefissi? Quelli c’erano, come dice la legge: ma «un Budda enorme avrebbe sollevato lo stesso problema», ha detto il dirigente, uno che – sarà un caso – fino a
settembre operava in Lombardia, e che, entrando nel suo nuovo ufficio palermitano, ha trovato una foto del Papa a troneggiare. Tralasciamo il livello nozionistico di alcune madri intervistate, sennò si vince facile. Non tralasciamo, però, l’ignoranza del deputato Pd Edoardo Patriarca: «Il preside non ha chiesto il parere soprattutto dei genitori, prima di vietare le preghiere. Un afflato di laicismo e autoritarismo che nega le nostre radici». Capito? Il Pd tiene in Parlamento un tizio secondo il qualeper farrispet- tare le leggi serve il parere dei genitori. Ma al Sud non sono tutti così: «Sono stati alcuni genitori a lamentarsi delle statue, io mi sono mosso dopo la loro segnalazione», ha detto La Rocca. Fine. Si torna ai problemi seri.

Il principio di laicità.
Il costituzionalista, messo a confronto con YArret Lautsi v. Italia della Corte Europea dei diritti dell’uomo, si trova come colui che poggia le due gambe su due terreni distinti, giacchè sembra profilarsi fra la posizione della Corte e quella del mondo politico italiano in materia di esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche una differenza di approcci di cui non si può non tener conto. Sia chiaro, a stare alle prime reazioni di esponenti del Governo e dei partiti italiani non vi è fra le due autorità una difformità nell’interpretazione delle disposizioni convenzionali rilevanti per quanto ha tratto all’enunciazione del principio di laicità. Da parte italiana non viene contestata l’interpretazione data dalla Corte agli artt. 2 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali e 9 di questa stessa Convenzione.

Se così fosse, se cioè l’interpretazione data a Strasburgo di quegli articoli non trovasse accoglimento nei palazzi romani, larghi pezzi delle autorità e dell’opinione pubblica italiana non avrebbero avuto ragione di meravigliarsi e dolersi dell’Arret Lautsi, in quanto questo è il frutto di una linea giurisprudenziale della Corte europea risalente nel tempo. Come è stato opportunamente ricordato da Paolo Carozza e Marta Cartabia in un intervento nei giorni immediatamente successivi all’avvenuta pubblicazione della sentenza: “ la Corte europea ha già dato il proprio assenso al divieto di simboli religiosi nei luoghi pubblici, introdotto in Turchia e in Francia. Niente velo, niente croci, niente stella di David, niente turbante a scuola, all’università, negli ospedali “.

Sorpresa e meraviglia in materia di interpretazione della normativa convenzionale non si spiegherebbero dunque, salvo ad ammettere – come siamo in molti, purtroppo, a temere – che la conoscenza della Convenzione e della giurisprudenza del suo Giudice sia ancora, per vero, molto scarsa in Italia. Sorpresa e meraviglia non avrebbero poi alcuna rilevanza sul terreno pratico, in quanto dopo le due note sentenze nn. 348 e 349 del 2008 della Corte costituzionale anche i nostri giudici sono vincolati all’osservanza della giurisprudenza convenzionale, e non soltanto di quella riguardante – come nel caso di specie – l’Italia. Vero è che la Corte costituzionale si è riservata di valutare la conformità a Costituzione delle norme desunte in via interpretativa dalla Convenzione e dai suoi protocolli ad opera della Corte europea, ma non risulta che ci sia qualcuno pronto ad investire il nostro giudice delle leggi della questione di costituzionalità delle norme desunte dagli articoli convenzionali dianzi citati.

Sta di fatto che la nostra Corte costituzionale ha assunto in materia di laicità dello Stato una posizione molto chiara, ravvisando in quel principio non un canone di indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, “ ma una garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale “ ( sent. 203/1989 ). Nel caso di specie allora deciso si era poi, in concreto, negata l’ammissibilità di una qualsiasi preferenza a favore di questa o quella religione, escludendo che si potesse andare oltre l’alternativa per gli studenti e le famiglie della mera facoltatività dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di Stato.

Il che consente di valutare appieno la serietà della posizione assunta in materia dai giudici di Palazzo della Consulta, avversa ad ogni imposizione di pratiche o indottrinamenti religiosi. Da qui la difficoltà di attribuire a quel giudice una interpretazione più lassista ed arrendevole del principio di laicità nel nostro ordinamento costituzionale, che possa consentire di ipotizzare un conflitto fra l’interpretazione della nostra Costituzione e l’interpretazione della Convenzione e dei suoi protocolli.

Il raccordo fra le posizioni del nostro giudice delle leggi e la Corte Europea dei diritti dell’uomo è reso possibile dalle conclusioni di detta Corte in materia di affissione del crocifisso che, riconnettendo il tema della laicità al regime della libertà di religione, si coordinano facilmente con il discorso della Corte costituzionale. Alle conclusioni di quest’ultima, che escludono la liceità di ogni preferenza in materia di religione a cagione della vigenza e del particolare ruolo del principio di laicità, corrisponde, sul piano convenzionale, il ragionamento dei giudici di Strasburgo che l’esposizione di un simbolo religioso quale il crocifisso entra in conflitto con la libertà religiosa, e, nel caso degli istituti di educazione, può turbare emozionalmente i giovani che praticano altra religione o non professano alcuna religione. All’interprete è lecito collegare le rationes sviluppate dai due giudici rispettivamente nell’ordine interno e nell’ordine convenzionale, in quanto il discorso sulla libertà religiosa della Corte costituzionale trova rispondenza nella scelta della Corte europea di qualificare il crocifisso come un simbolo religioso. In tale ultima prospettiva, l’esposizione per disposizione amministrativa del crocifisso appare al giudice convenzionale come il segno “ que l’Etat se range du coté de la religion catholique “ alla stessa stregua che la concessa preferenza ad una religione nel campo didattico si è configurata per il nostro giudice costituzionale come una rottura del principio di laicità.

Il rilievo simbolico del crocifisso.

Nel sottolineare la definizione del crocifisso quale simbolo religioso la Corte di Strasburgo ha trovato supporto non solo in una lunga e quasi insuperabile tradizione, ma ha anche trovato conforto, alla resa dei conti, negli argomenti sviluppati nella sua difesa dal Governo italiano. Questo, pur essendo partito da considerazioni di più ampio respiro, ha finito poi per concludere ribadendo appunto l’appartenenza del crocifisso al novero delle simbologie religiose. In effetti, dapprima si è argomentato – secondo la versione datane dalla Corte di Strasburgo – che l’esposizione del crocifisso “ ne serait pas non plus le signe d’une préférence pur une religion, puisqu’elle rappellerait une tradition culturelle e des valeurs humanistes partagées par d’autres persone que le chrétiens “, ma poi si è, invece, suggerito alla Corte di considerare che la Repubblica italiana, benché laica, ha liberamente deciso di mantenere l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche per differenti motivi, “ dont la nécessité de trouver un compromis avec les partis d’inspiration chrétienne représentant une partie essentielle de la population et le sentiment religieux de celle-ci “. Si è, cioè, configurata una vera e propria scelta di politica religiosa.

La collocazione del discorso sul terreno della libertà religiosa accettata dalla Corte europea ha, quindi, trovato nella posizione assunta dal Governo italiano in giudizio una conferma, nella misura in cui l’esposizione del crocifisso nelle scuole le è stato presentata come una scelta adottata proprio per tenere nella dovuta considerazione sentimenti e sensibilità religiose del popolo italiano e dei partiti di ispirazione cattolica che, per sua scelta, lo rappresentano, cioè, in definitiva, è stata difesa come il risultato dell’atteggiamento dello Stato italiano nei confronti della religione cattolica. Il che esponeva più facilmente lo Stato italiano al rischio di una censura in rapporto all’osservanza del principio di laicità.

La sottolineatura della qualificazione del crocifisso quale simbolo religioso può apparire scontata ed ovvia a chi guardi alla storia di quel simbolo ed alla sua epifania quale tramite del messaggio del mistero della resurrezione e della redenzione dell’uomo. Ma l’attenzione dedicata al profilo indicato non è affatto fuori luogo, se consideriamo che proprio in Italia un importante filone giurisprudenziale giunge ad esiti completamente diversi al riguardo. In effetti, nella lunga vicenda giudiziaria che ha interessato il caso di specie, sul quale da ultimo è stata chiamata a decidere la Corte Europea dei diritti dell’uomo, si è pronunciato almeno in due occasioni il giudice amministrativo con risultati che collidono non solo con le conclusioni di questa Corte, ma almeno parzialmente – come si è detto – con la stessa posizione assunta a Strasburgo dal Governo italiano all’atto di concludere le sue argomentazioni e di indicare, in ultima istanza, il significato prevalentemente religioso di una scelta di compromesso, da un lato, con i partiti di ispirazione cristiana, che costituiscono una parte essenziale del popolo italiano e, dall’altro, con il sentimento religioso di questo.

Con sentenza n. 1110 del 2005, il Tribunale amministrativo del Veneto ha avuto modo di affermare che il crocifisso va considerato “ non solo come simbolo di un’evoluzione storica e culturale, e quindi dell’identità del nostro popolo, ma quale simbolo altresì di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza religiosa e quindi anche della laicità dello Stato, principi questi che innervano la nostra Carta costituzionale “. E’ evidente che nell’occasione è stata operata un’operazione volta ad attribuire al crocifisso un significato civile e non più religioso, per salvare al tempo stesso il principio di laicità così come affermato dalla Corte costituzionale e la prescrizione della pubblica affissione del crocifisso. Seppure in forma più diplomatica e meno diretta, sulla stessa posizione si è ritrovato nella sentenza n. 556 del 2006 il Consiglio di Stato – Sezione VI, per il quale “ il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte laico, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni.

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