Ragazzina salva un coetaneo vittima del gioco «Blue Whale»

Una giovane stundentessa di Mantova ha salvato un suo coetaneo di Roma vittima del «Blue Whale», il gioco social che spingerebbe gli adolescenti ad atti autolesionistici sino al suicidio. Alcuni giorni fa la minorenne si è rivolta all’uffido denunce dicendo si preoccupata per un suo amico, residente a Roma, che le aveva confidato tramite WhatsApp di essere rimasto coinvolto nel drammatico gioco.

La ragazzina ha raccontato come l’amico non riuscisse
a smettere perchè il suo “curatore” (come vengono definiti gli anonimi amministratori del gioco) lo minacciava di ritorsioni alla famiglia e che, pertanto, non gli restava altra scelta che suicidarsi. Subito da Mantova è partita una segnalazione ai colleghi romani che, grazie agli elementi forniti, hanno rintracciato il ragazzino. Fortunatamente il giovane non aveva ancora messo in atto gesti autolesionistici.

Blue Whale. La balena blu. Un meccanismo perverso, un finto ‘gioco’ che ha già spinto al suicidio ragazzini e ragazzine in tutto il mondo. Qualche giorno fa la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Clede Maria Garavini ha lanciato l’allarme per la Regione Emilia-Romagna. Anche a Parma l’attenzione è alta e i presidi delle scuole superiori hanno allertato genitori ed insegnanti. “Blue whale” è una sorta di autolesionismo estremo, in crescendo, che prevede il superamento in 50 giorni di 50 prove che diventano ogni giorno più crudeli, iniziando con le sveglie all’alba, passando alla richiesta da parte dei “tutor” di camminare sui cornicioni degli edifici e arrivando infine all’istigazione al suicidio. Abbiamo parlato del fenomeno Blue Whale, di disagio e antolesionismo giovanile con Petra Colombo, psicoterapeuta di Parma che lavora principalmente con gli adolescenti.

Blue Whale a Parma: qual’è la sua esperienza. Ne ha parlato con i ragazzi che segue? 

“Ho parlato di blue whale con alcuni ragazzini che vengono da me: quelli dai 13 anni in su, che frequentano la terza media o il primo anno di superiori lo conoscono. I più piccoli invece non ne hanno mai sentito parlare: i ragazzini che provengono da situazioni di disagio sociale sapevano già di cosa si trattava. A partire da questa differenza che ho osservato mi sono chiesta se parlarne così tanto rischiasse di amplificare la portata del fenomeno e caricare di ansie in maniera eccessiva i ragazzini, soprattutto i 13enni che, tramite i giornali, possono venire a conoscenza anche delle regole del ‘gioco’. Su alcuni giornali online infatti c’è scritto tutto: bisogna parlarne ma trovo deleterio ripubblicare tutti i dettagli, così il rischio emulazione sale alle stelle. Anche il fatto di presentarla come una moda è deletario perchè il ragazzino vuol sapere che cos’è, altrimenti viene escluso dal gruppo”.

Crede che la sovraesposizione mediatica e sui social del fenomeno posso provocare danni negli adolescenti? 

“Alcuni ragazzini con i quali ho parlato sono convinti che sia nata in Russia, altri che sia nato negli Stati Uniti: la cosa preoccupante che in queste 50 regole viene posta come sfida il fatto di avere comportamenti autolesivi sempre più a rischio: tagliarsi, incidersi, farlo e poi condividere le foto sui social network. C’è un specie di tutor a cui rendere conto di quello che fai. Dobbiamo puntare l’attenzione sull’assetto mediatico, come adulti, anche nella comunicazione nelle scuole, focalizzarsi sul blue whale lascia il tempo che trova. Andrebbe portata l’attenzione sugli aspetti di autolesionismo che negli adolescenti sono da sempre presenti”

Come si interviene e chi sono i ragazzi più a rischio?

“La vera pratica preventiva è fare una seria educazione emotiva: a scuola le emozioni dei ragazzi devono trovare un luogo in cui possano esprimersi. Il ragazzino a rischio blue whale è quello che si porta dietro un vissuto difficoltoso, fatto di sofferenze e di adulti che non sono stati in grado di raccogliere queste difficiltà. Dopo anni di dolore inascoltati leggere su internet che se mi incido la balena faccio parte di qualcosa, di una comunità è molto coinvolgente e pericoloso. La grossa differenza è l’esposizione mediatica che un tempo non c’era. Nessuno dei ragazzini con cui ho parlato ha epresso maggior desiderio di morte a causa del blue whale. Poi ci sarà il singolo caso del ragazzino che lo farà perchè lo ha visto su intenet. La cosa peggiore che possiamo fare è concentrarci solo sul blue whale  e pensare che si risolva così il problema dell’autolesionismo. Bisogna calibrare bene l’intervento con gli adolescenti che non hanno bisogno della semplice ‘ramanzina’ dell’adulto, la via deve essere quella della condivisione. Per esempio iniziare con il farsi spiegare da loro di cosa si tratta. Poi l’adulto può intervenire sul vissuto emotivo”.

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