Ragusa shock, vigili del fuoco volontari appiccavano il fuoco per ricevere 10 euro di indennità l’ora

Si tratterebbe di 9 uomini di Vittoria, 3 ragusani, un modicano, un sardo residente a Comiso e uno residente della Nuova Caledonia, ma ulteriori dettagli sono stati resi noti in una conferenza stampa che si è verificata nella mattinata di ieri a Ragusa dal neo questore Salvatore La Rosa, dalla sostituta procuratrice Valentina Botti, dal dirigente della Mobile Antonino Ciavola e dal comandante provinciale dei Vigili del Fuoco Aldo Comella.

Quasi tutti i 15 volontari dei vigili del fuoco del ragusano indagati nell’operazione Efeso della Polizia di Stato, hanno ammesso le proprie responsabilità nel corso degli interrogatori delineando il modo ancora più chiaro quanto emerso dalle indagini della squadra mobile e la procura pare abbia chiesto ulteriori provvedimenti cautelari, ma il gip ha ritenuto che sia passato troppo tempo dai fatti contestati.

Dunque, il capogruppo è stato sottoposto agli arresti domiciliari perché pare abbia continuato a reiterare il reato e secondo quanto riferito dalla polizia di stato in un’ occasione avrebbe finito di voler far scoppiare una bomba pur di prendere le indennità spettanti. Gli altri indagati sono stati allontanati dal distaccamento e sono tutti i residenti in provincia di Ragusa, a Vittoria, Santa Croce, Ragusa e Modica e quasi tutti svolgono un’attività lavorativa anche se spesso non sono assunti in modo regolare. “Loro sanno tutto, sanno che abbiamo dato fuoco”, così commentavano i 15 volontari che una volta condotti negli uffici della Polizia di Stato sono stati intercettati in alcuni colloqui tra di loro in una chiara missione delle circostanze di cui erano incolpati e scambiandosi anche reciproche accuse relative al periodo 2013-2015.

La squadra mobile in collaborazione con i vigili del fuoco sono riusciti a risalire alle altre modalità con cui operava il gruppo dei criminali del turno D e nello specifico la prima era quella di stimolare degli interventi con segnalazioni inesistenti alla centrale operativa del 115, la seconda prevedeva una richiesta di aiuto a parenti ed amici per ottenere delle segnalazioni inesistenti e ottenere in questo modo le indennità previste per gli interventi e la terza era quella di appiccare incendi dolosi a terreni e cassonetti della spazzatura.

Non ti aspetteresti mai che ad appiccare un incendio siano i pompieri, coloro cioè deputati per natura e dna a spegnerlo. E invece, questo è quanto sarebbe avvenuto a Santa Croce Camerina, nel Ragusano, dove quindici volontari dei Vigili del fuoco sono stati indagati con questa accusa. Il capo del gruppo, Davide Di Vita, 42 anni, è finito ai domiciliari. Una pratica disdicevole, ma che non sorprende, visto che spesso, specie in Sicilia, il dito è stato puntato proprio nei confronti di quanti vengono assunti per periodi temporanei. Fino ad ora, però, ci si è imbattuti soprattutto in casi isolati di piromani per interesse, ma non in un’organizzazione così capillare come quella sgominata ieri.
Pare che i quindici, in pratica un’intera squadra, avessero escogitato un meccanismo per ottenere più soldi: avrebbero acceso i roghi e poi simulato richieste di soccorso al 115 pur di racimolare qualcosa, 10 euro l’ora, cioè la somma che lo Stato versa in favore dei volontari dei Vigili del fuoco per i loro interventi temporanei.
Se le accuse dovessero essere confermare non c’è proprio di che andar fieri. A quanto pare, gli indizi nei confronti di questo gruppo di pompieri saltuari sarebbero abbastanza schiaccianti, supportati peraltro da intercettazioni video della polizia di Stato di Ragusa, disposte dalla locale procura, dalle quali emergerebbe chiaramente la condotta illecita della squadra. I gps fatti installare dagli investigatori nei mezzi antincendio, infatti, hanno permesso di ricostruire le presunte condotte criminose e anche dialoghi da cui emergerebbe chiaramente la paternità dei roghi: «Loro sanno tutto, sanno che abbiamo dato fuoco», questa una delle tante conversazioni intercettate, che dimostra come i presunti piromani si fossero accorti da tempo di avere gli inquirenti alle calcagna.
Fra le condotte più gravi c’è, appunto, quella del caposquadra, che oggi lavora in una ditta per impianti refrigeranti e che ieri mattina è stato raggiunto dagli agenti della Mobile mentre era al lavoro: Di Vita, in più di un’occasione, si sarebbe allontanato a bordo di un furgoncino per andare ad appiccare i roghi. Quindi, le telefonate al numero di emergenza elecorse conleauto- botti per spegnerli. Un comportamento, reso possibile grazie alla presunta connivenza degli altri vigili del fuoco volontari. Il tutto, sempre secondo i magistrati ragusani, al solo scopo di percepire le indennità. Inoltre i volontari avrebbero chiesto aiuto ad amici e parenti, incaricati anch’essi di segnalare al 115 incendi fantasma. Ovviamente, il «lavoro» maggiore sarebbe avvenuto nei giorni di afa, in cui il propagarsi dei roghi veniva facilitato anche dalle temperature elevate e dal vento di scirocco. E sempre dalle intercettazioni è emerso che la squadra di incendiari, in più di una occasione, sarebbe rimasta nei pressi dell’incendio, in attesa, a seguito della telefonata di segnalazione, di recarsi immediatamente sul posto per spegnere l’incendio
e intascare, neanche a dirlo, i soldi per l’intervento.
I fatti contestati sarebbero iniziati nel 2013 e si sarebbero protratti fino al 2015. Ed è questa una delle ragioni per cui, con l’unica eccezione del caposquadra, il gip non ha autorizzato l’arresto per i suoi presunti complici, ma soltanto una denuncia a piede libero. Pare anche che in un caso il capo del gruppo avesse avuto l’idea di voler fare scoppiare una bomba, sempre allo scopo di fare scoppiare un incendio di vaste proporzioni e intascare i soldi per l’intervento. A mettere i magistrati sull’avviso di quanto sarebbe avvenuto è stata una segnalazione effettuata dal locale comando provinciale dei Vigili del fuoco, che si era accordo di anomalie sulle modalità e sulla quantità delle richieste di intervento per incendi in zona. Da qui, le indagini e la successiva ricostruzione che ha messo in luce l’assurda truffa.

L’operazione che ha portato alla denuncia di quattordici vigili del fuoco volontari e all’arresto della presunta mente della banda mette in luce un sistema che in Sicilia è tristemente consolidato: quello dei lavoratori stagionali impiegati per lo spegnimento degli incendi. La parte del leone la fanno, com’è noto, gli operai forestali, il cui numero negli anni è oscillato, ma sempre su cifre a quattro zeri. Si conta che attualmente in Sicilia al libro paga di mamma Regione ve ne siano circa 18mila. A questi si aggiungono un migliaio di dipendenti del Corpo forestale.
Numeri da capogiro, se si tiene conto soprattutto del fatto che la Sicilia è la regione italiana più soggetta alla piaga degli incendi e con una superficie boschiva che non giustifica certo l’abnorme cifra degli assunti. Si potrebbe dire che vi sia un’equazione proporzionale fra il numero degli stagionali e la portata dei roghi. Ma qui siamo sul campo delle ipotesi. Fatto sta, comunque, che ogni anno si spendono nell’Isola centinaia di migliaia di euro in stipendi, per pagare questo esercito di addetti allo spegnimento delle fiamme.
Non va meglio nell’ambito dei Vigili del fuoco, dove, oltre agli effettivi, nell’Isola occorre distinguere altre due categorie: i discontinui e i volontari tout court. I primi effettuano dodici turni

l’anno in periodi vari e provvisori, mentre i volontari (retribuiti) vengono pagati a prestazione e cioè, ogni qualvolta vi sia un incendio e si renda necessario più personale per lo spegnimento.
I problemi stanno proprio in questo: i volontari vengono impiegati soprattutto nell’emergenza e quindi per

 

fermare i roghi, non già in attività di prevenzione. I vigili del fuoco effettivi nell’Isola sono 3mila, a fronte di un esercito di volontari, di circa seimila unità, per i quali vige la regola che si viene pagati a seconda di quanti interventi si effettuano.
Ed è chiaro che in una terra in cui vi

è un’endemica disoccupazione e una difficile possibilità di trovare lavoro stabile, il fatto di essere richiamati fra le schiere degli stagionali forestali e fra i volontari dei Vigili del fuoco, divenga per molti un’occupazione a tempo pieno. E così, ciò che dovrebbe restare un servizio «straordinario» diviene l’ordinarietà. Come scrive il quotidiano LiveSicilia, in altre regioni d’Italia i volontari dei pompieri sono molti di più, ma diversa è la situazione: «Ad esempio in Piemonte sono 36mila, solo che lì volontari lo sono di nome e di fatto. Si tratta di persone che per lo più hanno un altro lavoro. Invece, in Sicilia, fare il vigile del fuoco precario per molti è diventato l’unico mezzo di sussistenza familiare».
Nella Sicilia delle fasce di precari endemiche e delle migliaia di assunti a tempo determinato spesso inprossimità di campagne elettorali, il dato non può meravigliare, perché è sintomo di un sistema che si è spesso mantenuto sul principio del “do ut des”, diventando a volte cancerogeno. E gli incendi della scorsa e di questa estate, che hanno mandato in cenere boschi secolari, riserve naturali e zone di pregio un po’ in tutta la Sicilia non sono altro che sintomi di questo cancro in fase avanzata, se non terminale.

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