Realizzato il primo cuore artificiale in silicone, primo test positivo

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Realizzato il primo cuore pulsante in silicone

Rivoluzione nel settore dei trapianti: è stato testato il primo cuore artificiale in silicone stampato in 3D che pulsa come un cuore umano. La notizia è stata pubblicata sulla rivista Artificial Organs.

Nel mondo sono 26 milione le persone che soffrono di insufficienza cardiaca e non ci sono donatori sufficienti, per questa ragione la realizzazione di un cuore artificiale potrebbe rappresentare una soluzione per continuare a vivere.

Zurigo, ecco il primo cuore artificiale realizzato in silicone 

Il cuore artificiale in silicone stampato in 3D per ora può durare al massimo 30-45 minuti, per circa 3.000 battiti.

La stampante 3D è stata utilizzata per creare un cuore artificiale il più vicino possibile a quello reale in funzione e forma. Il cuore artificiale in silicone infatti è realizzato in un blocco unico, presenta un ventricolo destro e uno sinistro, pesa 390 gr (quasi come il cuore vero di un uomo adulto) ed ha un volume di 679 cm3.

Cuore artificiale stampato in 3D pulsante come un cuore umano vero

Il fatto di esser stato realizzato in silicone ed in un unico blocco permette al cuore artificiale di pompare il sangue con movimenti quasi simili a quelli di un cuore naturale riducendo così le complicazioni legate all’uso di parti meccaniche presenti negli attuali dispositivi

Realizzato cuore artificiale pulsante, stampato in 3D dagli scienziati dall’ETH Zurigo

Il cuore artificiale in silicone è stato realizzato da un gruppo di ricercatori del Politecnico federale di Zurigo – ETH Zürich – guidato dal professor Wendelin Stark

Ancora non è possibile sapere quando il cuore in silicone stampato in 3D diventerà realtà sino ad essere inserito nei protocolli medici. In ogni caso è certo che la strada verso la realizzazione di cuori artificiali più sicuri e biocompatibili è segnata.

Cuore artificiale, quando la vita torna normale. Rinaldi: «Lo scopo è far recuperare la funzione cardiaca al paziente»

Qual è lo stato dell’arte oggi nella ricerca sul cuore artificiale? Stefano Rinaldi, fisico parmigiano direttore scientifico della società che ha prodotto il primo cuore artificiale italiano e prossimo relatore di Scientiae Munus (domani, Auditorium Banca Monte, ore 17.30) ci guida nella risposta a questa domanda. Partendo dagli anni cinquanta, quando sono iniziate le prime ricerche e ancora non erano mai stati effettuati trapianti di cuore, fino ai dispositivi di assistenza cardiaci che oggi sono utilizzati soprattutto come «ponti al trapianto», come strumenti cioè per mantenere in vita i pazienti in lista di attesa per un cuore. Due sono le alternative possibili: impiantare sistemi Tah (Total Artificial Heart), che sostituiscono completamente il cuore, oppure dispositivi di assistenza detti Vad (Ventricular Assist Device), che mettono a riposo il cuore, in particolare sostenendo l’azione pompante dei ventricoli. «E’ proprio per quanto riguarda i Vad che oggi ci sono le prospettive di ricerca più interessanti» spiega Rinaldi. «Ormai i Vad utilizzati permettono di svolgere una vita quasi normale per diversi anni». Recentemente, poi, sono stati registrati alcuni casi clinici di pazienti che, dopo un periodo di trattamento con Vad, hanno recuperato la funzionalità cardiaca e sono state pubblicate ricerche scientifiche che hanno dimostrato la possibilità di rigenerazione del miocardio, in passato ritenuta un’eventualità impossibile. I nuovi Vad oggi possono quindi essere progettati anche per diventare una soluzione permanente e, magari una terapia. E’ questa la direzione in cui sta lavorando la società diretta da Rinaldi, NewCorTec: «Il nostro scopo è ottenere un Vad che riesca a contribuire al recupero della funzionalità cardiaca del paziente, allontanando la necessità del trapianto». Il modello di cuore artificiale prodotto da NewCorTec si chiama BestBeat ed è del tipo impiantabile a pompa pulsatile: «Come il ventricolo naturale, la pompa ha un suo ritmo per pompare e ricevere il cuore. Noi abbiamo cercato le condizioni per ottenere il massimo scarico del lavoro del cuore, facendo in modo che quando il ventricolo si contrae la pompa sia pronta a ricevere il sangue e lo pompi invece nell’organismo mentre il cuore si riempie, secondo un meccanismo noto come sincronismo contro-pulsazione. BestBeat è in grado di adeguarsi al ritmo del
cuore e, per evitare il rischio di atrofia, la pressione della pompa è regolabile, in modo che il cuore naturale non sia mai completamente a riposo. Speriamo che questo dispositivo, associato a opportuni trattamenti farmacologici, funzioni come una sorta di fisioterapia per il cuore colpito da scompenso cardiaco». Intanto, il primo paziente su cui è stato impiantato BestBeat oltre un anno fa sta bene e altri dispositivi dello stesso tipo sono stati impiantati anche in Italia. «Siamo ancora in una fase sperimentale, per sapere se abbiamo scelto la strada giusta ci vorrà tempo».

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