Voucher, il governo li elimina definitivamente

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Dopo molti andirivieni il Consiglio dei Ministri ha finalmente vota al decreto legge che elimina i voucher. Il premier Gentiloni ha affermato che, i prossimi giorni, sì regolamenterà il tema lavoro saltuario occasionale. Il governo teme un possibile incremento al lavoro nero.

Via libera dal consiglio dei ministri all’abolizione dei voucher. L’assegno di ricollocazione è compreso tra i 250 e i 5.000 euro, a seconda dell’occupabilità del lavoratore e del contratto che si ottiene, e potrà essere “speso” per usufruire di servizi di “assistenza intensiva” alla ricollocazione presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro accreditata. E fine dei giochi.

Oggi, evidentemente, deve aver cambiato idea, anche se non lo dice e anzi si noterà che a palazzo Chigi non c’è più lui e che non è neanche più segretario del Pd: insomma, si dirà che non è sua responsabilità, l’ennesima giravolta. “Ieri le collaborazioni, oggi i voucher “. Collaboratori domestici, camerieri per cerimonie o giornate di particolare affluenza, lavori agricoli come vendemmie o raccolta di frutta.

Il testo dell’emendamento che la maggioranza si prepara a votare va a eliminare gli stessi tre articoli del Jobs Act (decreto legislativo 81 del 2015), di cui chiede l’abrogazione il quesito referendario della Cgil.

Ad esser divisi sono tuttavia anche i sindacati.

I numeri arrivano dall’Inps, nel 2016 in provincia sono stati staccati 555.895 voucher. Per consentire l’utilizzo dei voucher già acquistati sarà previsto un periodo transitorio. “Quello di cui necessitano le famiglie, in una cornice di strumentazione esemplificazione normativa che tuteli in primo luogo i diritti dei lavoratori”. Verona- rappresentano lo 0,23% del monte ore di lavoro; di questi, il 77% veniva utilizzato a beneficio di persone che già avevano un lavoro. Contraria anche Confcommercio, che la bolla come vicenda “dall’epilogo paradossale”. Elementi necessari anche per sostenere la ripresa. “Con i problemi che abbiamo di burocrazia, lentezza, evasione fiscale l’eliminazione dei voucher è l’ennesimo passo indietro che il nostro Paese compie” attacca Mario Resca, presidente Confimprese. Successivamente, i buoni sono stati estesi ai lavori di tipo occasionale e poi vi è stata una loro liberalizzazione. “Mi auguro che non succeda, ma il rischio è che l’alternativa sia il ritorno al lavoro nero“. La Cgil in tutta la regione canta vittoria e pensa già alla prossima battaglia, la reintroduzione dell’articolo 18.

“Il provvedimento che porta alla cancellazione dei voucher è assolutamente sbagliato perché rischia di veder gettate al vento le basi di un metodo costruito per tamponare temporaneamente le esigenze del dettaglio moda soprattutto durante picchi di lavoro come, ad esempio, sotto Natale, in occasione delle manifestazioni fieristiche e dei campionari, dei saldi o in caso di temporanea malattia dei dipendenti” sottolinea Renato Borghi, Presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio. Si voterà proprio un emendamento a firma dem che prevede l’abrogazione tout court dei buoni lavoro. Che cosa dicono questi numeri?

Di parere opposto Angelo Sacco, Presidente di Confesercenti.

I voucher hanno poi contribuito, secondo la Coldiretti, ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne.

Anche oggi la Lombardia regalerà 147 milioni di euro allo Stato centrale. Anche oggi il Veneto donerà, suo malgrado, 50 milioni a Roma. Non sono cifre buttate là: stiamo parlando del residuo fiscale, ovvero la differenza fra gettito fiscale generato da un territorio e spesa pubblica che ritorna nello stesso territorio. Quello della Lombardia è di quasi 54 miliardi l’anno, quello del Veneto di 18,2 miliardi. Quattrini che finiscono per alimentare, purtroppo, sprechi e fannulloni. E dire che con quei soldi Milano e Venezia potrebbero fare tante cose. Tipo sistemare le strade, abbassare le rette delle case di riposo o degli asili nido, migliorare ulteriormente i servizi sanitari e scolastici o banalmente tagliare le tasse locali alle imprese e ai lavoratori. Più soldi in tasca per tutti, da investire o spendere.

In ogni caso ci sarebbe più Pii. Quindi più gettito anche per quel governo che, sotto la guida del centralista Pd, non ha intenzione di far votare un referendum consultivo sacrosanto. Cioè quello indetto da Roberto Maroni e Luca Zaia, rispettivamente governatori di Lombardia e Veneto, per trattenere nel territorio il 90% di Irpef, Ires ed Iva. Niente di più e niente di meno del trattamento riservato all’Alto Adige- Fino a pochi giorni fa si era ipotizzato di far votare lombardi e veneti il 28 maggio, cioè lo stesso giorno del referendum sui voucher. Gentiioni però ha eliminato direttamente i buoni-lavoro, così il governo si è premurato di far sapere che non ci sarà alcun election day. Se Maroni e Zaia vorranno chiamare alle urne i loro elettori dovranno aspettare ottobre. E perché? Dove sta scritto? Ci sono anche le amministrative a giugno. Accorpiamo allora il referendum sull’autonomia alle comunali. Che male c’è?

DoVè il problema? Basta giochetti. Il governo ci faccia votare sull’autonomia il più presto possibile. A febbraio, quando era ancora in ballo la consultazione sui voucher, l’allora ministro dellTntemo, Angelino Alfano, spiegò alla Camera che «la legge n. 352 del 1970, che disciplina l’istituto referendario, non contiene espresse previsioni sulla possibilità o meno di abbinamento del referendum abrogativo con le consultazioni elettorali amministrative». Capite? Non è vietato accorpare referendum e amministrative.

O forse il Pd ha paura di fare ima figuraccia davanti ai suoi elettori, già calanti, visto che è Tunico partito che ha votato contro nei consigli regionali all’idea di sentire l’opinione degli elettori su autonomia? Sono incredibili i dem: vogliono andare in piazza con i migranti ma vietano un banale referendum agli italiani di Lombardia e Veneto. Eppure lo stipendio al presidente del Consiglio, ai ministri, ai parlamentari e agli amministratori locali Pd lo pagano gli italiani. Non i migranti. Eccolo il problema della sinistra che sta lentamente
scomparendo, come i panda, dal panorama politico europeo: odia il prossimo, nel senso di persona vicina. I compagni fanno dei discorsi globalizzanti, di accoglienza, unità, inclusione, poi se un inglese, un veneto o un lombardo fa presente che questa
Europa e questa Italia non piace più, li umiliano, al grido di «ignoranti, rozzi, contadini». Come se quello dell’agricoltore fosse un mestiere offensivo. Invece è proprio il contadino che, come dice il proverbio, ha la scarpa grossa ma il cervello fino.
Come quello di lombardi e veneti che vogliono votare per la loro autonomia. Non con la pancia, come sostiene la sinistra, ma col portafogli in mano e ben stretto, per paura che lo Stato centrale continui a prosciugarlo.

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