Report indaga sugli investimenti di Benigni che diffida il programma per averlo sputtanato

La misura legale è partita l’indomani della messa in onda dell’anticipazione, una settimana fa: “Il regista e la moglie Nicoletta Braschi hanno contattato l’ufficio legale del programma di Rai3 per disinnescare un’inchiesta che li riguarda e che andrà in onda lunedì sera”.

L’avvocato contesta la vicenda raccontata nella trasmissione Report dove appunto si racconta la vicenda degli studi di Papigno, in Umbria, nei quali Benigni ha girato La vita è bella e Pinocchio. Nel 2005 Cinecittà Studios, la società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Andrea Della Valle, rileva gli studi e si fanno carico dei debiti.

Pensavate che il problema dell’Italia fosse il controllo criminale di aree immense del terrorio nazionale, o gli 817 miliardi di euro che Equitalia non è riuscita a riscuotere fra il 2000 e il 2016, o la lentezza esasperante della giustizia civile, o il peso soffocante della burocrazia, o la crescita della corruzione, stimata da alcune fonti a 60 miliardi?

Nel giugno del 2011, Roberto Benigni era tra i firmatari della petizione di articolo21, a difesa della trasmissione ‘report’ della Gabanelli. Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato.

Report è una trasmissione di inchieste giornalistiche improntata sullo schema del rotocalco televisivo.

Report ha evidenziato come il beneficio maggiore erogato dallo Stato al cinema sia distribuito attraverso un credito di imposta per chi finanzia la produzione dei film. La società responsabile degli studi di Roma ha generato una mole cospicua di debiti, oltre 30 milioni di euro, e ora potrebbe essere salvata grazie all’intervento pubblico. E ora ci pensa lo Stato, scrive il Fatto.

Un team di ricercatori indipendenti ritiene che l’Agenzia del Farmaco non abbia fatto quanto necessario, per questi test e che ci sarebbe pure una situazione di conflitto di interesse. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini.

Nel secondo servizio intitolato Effetti indesiderati Alessandra Borella si concentrerà sul papilloma virus e sul vaccino anti papilloma chiedendosi se le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV siano state correttamente valutate. Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo.

Roberto Benigni contro Report. La trasmissione televisiva diffidata per una inchiesta sugli Umbria Studios

La casella di posta di Report sarà piuttosto congestionata, in questi ultimi giorni. E non per buone nuove. Già Matteo Renzi, dopo la puntata andata in onda il 10 aprile scorso, aveva minacciato di sporgere querela contro la storica trasmissione giornalistica targata RAI e in onda dal 1997. In quel caso, sotto accusa è finita l’inchiesta sulle presunte facilitazioni governative nella promessa di appalti in Kazakistan a favore di Massimo Pessina che, nel 2015, rilevò l’Unità, testata a rischio fallimento e attualmente controllata dal Partito Democratico e dalla Piesse, società di Guido Stefanelli e dello stesso Pessina. Adesso tocca a Roberto Benigni far parlare i suoi avvocati. Nella puntata trasmessa il 17 aprile, un servizio ha raccontato la vicenda di Papigno, 500 anime in provincia di Terni, che l’attore avrebbe voluto trasformare nella sede di un importante studio cinematografico. Secondo il progetto iniziale, gli Umbria Studios, allestiti in una ex fabbrica di proprietà del Comune, avrebbero dovuto far concorrenza a Cinecittà e non solo per il nome altisonante ma anche per la profusione di investimenti, tra pubblici, europei, statali e locali, stimati da Report in 16 milioni di euro, una cifra che l’avvocato di Benigni contesta. Succede, però, che l’attore non riesca a vestirsi da imprenditore e Papigno diventi un buco nero nel quale i liquidi sfociano nel passivo: 5 milioni di euro di debiti. Non era un buon momento per il premio Oscar, reduce anche dal mezzo flop al botteghino di Pinocchio, girato proprio a Papigno e costato 45 milioni di euro, il film più costoso della storia del cinema italiano. Ma, con un coup de théâtre, ecco che a salvare la situazione, nel 2005, arriva proprio Cinecittà. La S.p.A. presieduta da Luigi Abete e partecipata da importanti imprenditori privati, tra i quali Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis, rileva importanti quote di partecipazione e inizia a risanare i conti, versando, fino a oggi, 3,9 milioni di quei 5 in rosso. Ma la stessa Cinecittà non è che navighi in buone acque e, dopo la privatizzazione con la legge n.346 dell’ottobre 1997, sembra imminente un suo ritorno tra gli enti pubblici. Alla fine ci pensa sempre il buon, vecchio Stato. Intanto, com’è giusto che sia, tutti i giornali stanno discutendo del caso e i blocchi sono fieramente contrapposti. Da un lato, l’Unità, che descrive le macchinazioni della «macchina del fango a senso unico contro l’italiano più amato al mondo» e punta il dito contro ben altri e più gravi problemi. Dall’altro, Il Fatto Quotidiano, che parla di «morale selettiva » ricordando quando, nel 2011, fu Benigni stesso a difendere strenuamente il programma televisivo contro le censure berlusconiane

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