Rimini shock, acido nel volto di un 60enne napoletano

Una nuova e misteriosa aggressione con dell’acido a Rimini. Non si spegne l’eco del processo in primo grado sulla vicenda che ha visto suo malgrado vittima Gessica Notaro, il cui aggressore è stato recentemente condannato, che il copione si ripete, questa volta con un uomo nei panni dell’aggredito. Nel tardo pomeriggio di domenica un sessantenne napoletano residente a Rimini da circa dieci anni è rimasto vittima di una aggressione con acido mentre usciva da una palestra in città.

Quello con gli acidi è un tipo di aggressione che finora in Italia si era verificato molto, molto di rado. Sarebbe quindi facile e scontato recriminare per le influenze, per le contaminazioni per niente apprezzabili di altre civiltà e paesi e prendersela con la società multiculturale. L’idea di usare degli acidi potrebbe infatti derivare dall’esempio di alcuni stati asiatici, in particolare Pakistan, Bangladesh e Afghanistan, in cui ogni anno centinaia di persone, per lo più donne, vengono sfigurate in questo modo.

Se anche fosse vero, resterebbe da spiegare perché quattro italiani d’improvviso hanno seguito l’esempio di quei paesi e proprio in questi giorni. Che migliaia di persone al mondo patiscano le conseguenze di simili atti criminali è infatti ben noto da molti anni e l’immigrazione in Italia dai paesi in cui sono più diffusi non è certo un fenomeno recente. Associazioni italiane come Smileagain, fondata nel 2000, si prendono cura delle vittime. Il caso più noto è quello di Fakhra Younas, un’ex ballerina pakistana, bellissima, la cui storia è narrata in un libro edito da Mondadori, “Il volto cancellato”.

Il marito violento da cui era fuggita nel 2000 aveva fatto irruzione nella casa della sorella che la ospitava accompagnato da tre guardie del corpo e l’aveva punita inondandola di un acido che le ha corroso viso, collo, petto e braccia: non che le importasse più di lei, già attratto da altre donne, ma che avesse osato andarsene era inaccettabile, un disonore per cui reagire. Dal 2001 Fakhra abitava a Roma dove, grazie a Smileagain, si è sottoposta a diversi interventi chirurgici che le hanno almeno restituita la funzionalità di occhi, naso e bocca. Più volte è stata ospite, con altre donne come lei “acidificate”, di trasmissioni televisive intese a far conoscere il loro dramma al grande pubblico. Ma lo scorso anno non ha retto e, malgrado le cure e la solidarietà, si è uccisa lanciandosi dal sesto piano di un palazzo.

Nei paesi in cui l’aggressione con acidi è diffusa, se è diretta contro una donna la motivazione è punirla per una disobbedienza, per aver rifiutato di sposare l’uomo scelto dalla famiglia, per aver tenuto testa a un marito violento e autoritario oppure per aver cercato opportunità e prospettive di vita diverse, migliori, andando a scuola e imparando un lavoro. Nel 2007, ad esempio, fece scalpore nel mondo la notizia che ben 15 studentesse liceali di Kandahar, Afghanistan, erano state aggredite con dell’acido solforico mentre si recavano a scuola, evitando lesioni gravissime solo grazie al fatto di indossare il burqa.

Nelle settimane successive le 1.300 allieve della loro scuola erano rimaste a casa per timore di subire la stessa sorte e avevano ripreso a frequentare le lezioni solo dopo che le autorità cittadine si erano impegnate a moltiplicare controlli e vigilanza. L’intenzione, usando gli acidi, è senza dubbio condannare all’emarginazione perpetua la vittima, marchiarla indelebilmente affinché nel vederla tutti sappiano che ha sbagliato e meritato un castigo, renderla ripugnante, cancellarne fin l’identità e la possibilità di comunicare privando il volto di espressione e fisionomia: sfigurarla, appunto. Inoltre, fatto altrettanto importante, si tratta di una punizione esemplare.

La sorella maggiore, la vicina di casa sfigurate per aver rifiutato un matrimonio combinato o per qualche altra colpa ricordano costantemente con il loro aspetto alle altre donne che cosa succede a chi si comporta male: un deterrente ancor più efficace dell’omicidio d’onore.

Nelle aggressioni verificatesi in Italia l’intenzione di sfigurare sembra per il momento l’unico elemento in comune con quanto succede altrove. Almeno in due casi la motivazione, infatti, pare essere la fine non accettata di una relazione sentimentale, la gelosia: di un uomo in un caso, di una donna nell’altro. Non c’entrano l’onore compromesso e l’autorità patriarcale sfidata e tanto meno un ruolo sociale della donna ritenuto una minaccia ai valori fondanti: se no, davvero si tratterebbe di influenze estranee che riportano indietro nel tempo, compromettendo conquiste civili che vanno difese a tutti i costi.

Piuttosto conta il fatto che uno sparo attira l’attenzione e comunque serve un’arma da fuoco che in Italia non è facile procurarsi, affondare un coltello in un corpo richiede forza e una determinazione che non tutti hanno e il sangue schizza dappertutto. Gettare del liquido corrosivo addosso a qualcuno, invece, è un gesto ordinario, rapido, silenzioso, con un rischio minimo di reazione da parte della vittima e, con pochi accorgimenti, anche di essere individuati: un atto subdolo, semplice da eseguire, da vigliacchi.

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