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VINOVO «Andiamo a comandare» è l’ordine di Massimiliano Allegri. Ma non si tratta di un passeggero tormentone estivo: nelle idee del tecnico livornese c’è un progetto tecnico che dovrà portare la Juventus a lottare su tre fronti. «In questo momento posso dire che stiamo disputando una discreta stagione. Tuttavia per trasformarla in un’annata ancora più bella, in un’annata migliore, dobbiamo vincere lo scudetto. Abbiamo poi la possibilità di arrivare fino in fondo in Champions League. E poi c’è la Coppa Italia. Insomma abbiamo davanti a noi tre obiettivi fondamentali e siamo in corsa per tutto. E’ per questo che dobbiamo migliorarci». Normale chiedersi: in cosa può crescere una squadra come la Juventus? Allegri ha le idee chiare: «E’ difficile entrare nella testa di 30 giocatori. La squadra sta dimostrando di poter compiere qualcosa di importante.

Ripenso alla partita con l’Atalanta: in panchina mi sono divertito, era piacevole vedere giocare i ragazzi, poi dopo il 2-0 abbiamo incassato un gol inaspettato perché era una partita sotto controllo. Gli ultimi 10 minuti sul 3-2 sono stati quelli più pericolosi, perché sul 3-1 abbiamo staccato, ma prima, quando l’Atalanta ha realizzato il 2-1, la squadra si è riversata davanti con cattiveria per chiudere la partita e questo è un buon segnale. Per migliorare bisogna porsi degli obiettivi: subire meno gol e gestire meglio la gara in certe fasi. Senza palla bisogna difendere e quando difendi non è necessario stancarsi troppo, basta avere la spina attaccata tutto il tempo e rimanere in campo in modo ordinato. L’obiettivo è quello di migliorare noi stessi: se arrivano i risultati, non significa che non ci sia qualcosa da perfezionare, anzi. E’ come quando magari non vinci, non è che tutto crolla perché manca un risultato. Il nostro prossimo passo adesso è quello di andare a comandare la partita, migliorare sotto il piano tecnico come velocità di palleggio, di passaggio e fase difensiva. Dobbiamo crescere nella gestione di ogni sfida, perché ribaltare le gare e rimontare non riesce sempre…».

«Andiamo a comandare» non vale solo per il gioco. La Juventus può dare uno strappo alla lunga corsa in campionato: «Ora abbiamo Fiorentina in trasferta, Lazio in casa, poi il quarto di finale di Coppa Italia contro il Milan che sta facendo grandi cose, il Sassuolo fuori e poi l’Inter allo Stadium. Quindi in queste quattro partite di campionato non dico che si decida la Serie A, però uscire da queste quattro partite con un buon vantaggio darebbe una spinta notevole. Così avremmo maggiori possibilità di andare fino in fondo, anche perché le partite da 18 diventano 14».
Allegri crede che Higuain e Dybala abbiano bisogno di giocare di più insieme: «Sono due grandi giocatori, più lavorano insieme e più migliorano l’intesa». Il Conte Max annuncia un ritorno: «Se non ci saranno problemi dell’ultima ora, Alex Sandro sarà titolare a sinistra». Ma sul sistema di gioco, in assenza dello squalificato Lichtsteiner e dell’infortunato Dani Alves, lascia il dubbio: «Potremmo giocare con il 3-5-2 oppure a quattro dietro che è un sistema che ci consente di avere maggiore sviluppo della manovra. Vedremo: Chiellini aveva un po’ di febbre», però Allegri lo ha convocato ed è probabile che possa schierarlo titolare al fianco di Bonucci e Barzagli, riformando di fatto la BBC. E se, come dice Allegri, «Cuadrado non esclude Pjanic», la sensazione è che, per non sbilanciare troppo la squadra, qualcuno debba accontentarsi di cominciare dalla panchina. Nel caso di 3-5-2 (sistema che pare favorito) il sacrificato potrebbe essere proprio Pjanic, mentre con il 4-3-2-1 dentro il bosniaco con Barzagli terzino destro e l’ormai consolidata mediana composta da Khedira, Marchisio e Sturaro, con Rincon stavolta in panchina. E con Pjaca, ancora lodato pubblicamente dal suo allenatore, pronto a dare una mano dalla panchina.

Se «la Juventus ti trasforma in una macchina da guerra», perché «qui chi ha vinto tutto ha ancora fame», non c’è serata più eccitante per dimostrarlo. Gonzalo Higuain si è appena confessato a Tuttosport anche se nel suo caso, più che di peccati, si tratta di “sentenze” emesse nei confronti di nemici, rivali, detrattori da parte di un “giudice supremo” che, con classe, sanziona chi ama stuzzicarlo: è successo 242 volte. Come i gol segnati in carriera, di cui 15 in bianconero, tali da consentirgli di infilare la nona stagione consecutiva in doppia cifra. Numeri, come quelli che regala all’esigente pubblico pagante, ma pure al tifoso ostile che ormai (esclusi casi eccezionali) non si chiede più se l’esborso estivo juventino sia stato frutto di un momento di follia.
Oggi, prima serata, si gioca a Firenze e per il popolo juventino non è una trasferta come le altre. Per i supporter viola conta ancora di più, ma Higuain non è tipo avvezzo alla comprensione. Se c’è da “sparare”, il Pipita “spara”: capita, spesso e volentieri, che quel pallone pompi la rete altrui.

Raccontavano, nei giorni scorsi, che in giornata scenderà la neve su Firenze. Pare non accadrà, comunque vada Higuain si equipaggerà senza problemi: prevista una temperatura di tre gradi, di questi tempi poteva andar peggio. L’argentino, peraltro, ha già fatto male ad avversari infreddoliti come lui: sì, ma soltanto in partenza. Poi s’è scaldato caricando il destro per sparecchiare la tavola a cena contro il Bologna giusto una settimana fa, prima di bissare di testa. E quel gol che ha inaugurato il tris agli emiliani fa ancora… impallidire, perché chi s’incarica di schiaffeggiare al volo un pallone che gli arriva alle spalle, sovente, rischia di fare una figura da incapace bucando la sfera o colpendola in modo tale da centrare casualmente un tifoso in curva.
Per il Pipita è tutto diverso e di questa differenza, tutt’altro che sottile, si sono accorte Roma (messa sotto grazie a un mancino devastante), Torino (zittito da una doppietta mai così velenosa), Napoli (quel sinistro di controbalzo fa ancora male), Fiorentina (di furbizia, con inserimento perfetto): così, a ritroso, giusto per ricordare alcuni gol del bretone (di nascita). E oggi che Mario Mandzukic tornerà in panca, per Gonzalo è giunto il tempo di riprendersi lo scettro di unico governatore del reame.

Unico, per rispondere a chi sentenzia che Paulo Dybala giochi meglio con il croato al fianco rispetto a Higuain: beh, santi numi, è la prima annata condivisa da Joya e Pipita in bianconero, ci potrebbe anche stare. Così come ci può stare che il Pjanic rifinitore con adeguata protezione e libero di inventare assist possa risultare decisivo per affinare il feeling tra i due argentini. Che il bosniaco giochi o meno oggi, il discorso in prospettiva non fa una piega.
Higuain, in ogni caso, sa benissimo quanto conti l’odierno “incrocio di sguardi”. Chi battaglia per avvicinare il sesto scudetto di fila contro chi sacrificherebbe ogni cosa pur di battere l’odiata nemica, con (in allegato) feste di piazza, caroselli e fuochi d’artificio messi in cascina per il prossimo Capodanno, ma che per l’occasione verrebbero riesumati. Come accadde il 20 ottobre 2013, 4-2 per i toscani con tripletta di Pepito Rossi in rimonta a cancellare la mitraglia “stile Batistuta” di Carlitos Tevez. Batigol, l’Apache, il Pipita: un passato di intrecci con vista sul presente che anticipa il futuro. «Ringrazio Batistuta, parla sempre bene di me», dice Higuain. E poi: «Il Pallone d’Oro non mi interessa tanto quanto vincere tutto con la Juve». Ecco, è l’ora.

Una Fiorentina vincente: ecco cosa chiede il popolo viola e auspica Paulo Sousa. Non facile, però, se davanti hai la Juventus – «La migliore squadra d’Italia e pure tra le più forti d’Europa» – e da allenatore dei toscani non l’hai mai battuta: tre gare, tre ko. Per questo, al di là dei trascorsi da ex, il tecnico cerca la prima volta pur precisando un po’ snob: «Non voglio essere ricordato per una partita sola, ma per quel che sono». Premesso che dovrebbe essere per lui l’ultima in viola contro i campioni d’Italia (la società a giugno vuole un tecnico italiano e pescherà tra Di Francesco, Maran, Giampaolo, Mazzarri e Sarri), Sousa fatica a scaldarsi: «Quando si sfida una big non c’è bisogno di motivare troppo – dice – gare così si preparano da sole, specie quella con la Juve che per Firenze è diversa da tutte, la più sentita». Peccato che nel suo caso il concetto si scontri con alcune delusioni. Perché contro le grandi – Juventus, Roma, Napoli, Inter, Milan, Lazio – la sua Fiorentina ha ottenuto appena 5 vittorie a fronte di 10 sconfitte e 3 pareggi. Con i bianconeri e il Napoli non ha mai vinto, con la Lazio ha perso due volte su tre, con la Roma ha conquistato l’unico successo contro una big in questo campionato. Urge la svolta, intima il popolo viola.

Davanti a ciò e a una classifica grigia («Ma avremmo meritato almeno 6-8 punti in più»), Sousa non può restare indifferente: «Cercheremo di superarci, per onorare la maglia e i tifosi e vincere». L’ultimo successo sui bianconeri al Franchi risale al 20 ottobre 2013, quello della rimonta da 0-2 a 4-2 con Montella in panchina, tripletta di Rossi e rete di Joaquin. Nessuno di loro veste più il viola. Ora le chance sono affidate soprattutto a Bernardeschi (reduce dalla doppietta al Napoli e a caccia del 10° gol in campionato, il primo all’amico/concittadino Buffon) e Kalinic che a dispetto delle sirene cinesi (anche se di offerte neppure l’ombra) è ancora qui: «Le tante speculazioni possono destabilizzarlo, ma fisicamente sta bene» assicura il tecnico. Che poi raccoglie il guanto di sfida di Allegri: «Gli piace comandare sempre gioco e partita? Pure a me. Il calcio non è solo difendere e contrattaccare, è anche emozione». Meglio però – dicono i tifosi – se portasse in dote pure i tre punti: come fece il Genoa con quel 3-1 inflitto ai bianconeri. «Prendere quel risultato ad esempio? Stiamo lavorando, in effetti, per diventare più “cattivi”. Intanto sarei molto contento se ripetessimo la prestazione fatta in casa lo scorso anno, naturalmente con un risultato diverso. Si può e si deve». Higuain permettendo: «Marcature speciali? Il mio concetto difensivo è tenere il più possibile il pallone per evitare i pericoli». Quanto al sogno di guidare un giorno la Juventus, Sousa si rifugia nella diplomazia: «Allenare è la mia passione e finché ci riuscirò sarò felice. Come ho sempre detto il nostro futuro dipende dal nostro presente e ora penso solo a questo». Comunque sia, a Firenze preme soltanto una Fiorentina vincente.

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Ennesimo esame di maturità per la truppa di Massimiliano Allegri che quest’anno ha già accusato alcuni cedimenti lontano dallo Juventus Stadium. La sfida di oggi al Comunale di Firenze, oltre a presentare le solite difficoltà ambientali, ne offre altre di carattere squisitamente tecnico.
Il tecnico viola Paulo Sousa ha saputo, infatti, assemblare una squadra che sa – come si suol dire – giocare a calcio. Magari a volte risulta priva della giusta cattiveria agonistica, tuttavia è sempre decisa a cercare di imporre il proprio gioco. Nella circostanza il tecnico lusitano recupera anche due leader come Gonzalo Rodriguez e Borja Valero, alzando ulteriormente il quoziente intellettivo-tecnico dell’undici titolare. Difficile, insomma, ipotizzare atteggiamenti speculativi da parte dei padroni di casa.

La squadra di Allegri ha ormai messo la parola chiave “gestione” al primo posto tra quegli aspetti mentali che il gruppo deve fare propri. E’ stata una rivoluzione lenta e graduale, ma costante, rispetto a quanto predicava Antonio Conte. Il predecessore di Allegri pretendeva sempre la massima intensità dai suoi, anche a risultato acquisito (questo è il probabile motivo della sua recente rottura con Diego Costa, che appunto potrebbe essere in partenza dal Chelsea).
Allegri vuole, invece, che i suoi sappiano giocare a due velocità diverse: a pieni giri quando c’è da intimorire l’avversario e sbloccare il risultato, a ritmi e baricentro più bassi quando c’è da controllare il suo ritorno.
E’ questo secondo volto della Juve che lascia ancora irrisolte alcune problematiche, tanto è vero che l’allenatore bianconero stesso spesso solleva dubbi sulla capacità della squadra di chiudere le partite o di tenere il risultato.
Una logica che va al di là del modulo di gioco di volta in volta adottato e che piuttosto investe altri ambiti quali la personalità dei giocatori, la precisione nei passaggi oppure il cinismo nelle ripartenze.

Cuadrado o Pjanic sembra essere il tema della vigilia. Con il primo in campo, in cosia destra, si tornerebbe al 3-5-2; mentre con il secondo sarebbe confermato il rombo anomalo con l’ex romanista deputato a muoversi tra le linee insieme con Dybala.
Penso che la Fiorentina soffrirebbe maggiormente il doppio trequartista non avendo incontristi puri a difesa del pacchetto arretrato. Badelj e Borja Valero fanno scudo ma senza avere grande attenzione ai movimenti avversari alle loro spalle, tendono a difendere avanzando e lavorando sulle linee di passaggio. Questo consentirà alla Juve di giocare in verticale cercando la sponda della punta, con l’intento insomma di ricreare – ad esempio – la dinamica del gol siglato da Mandzukic mercoledì scorso in Coppa Italia all’Atalanta (scambio centrale con Dybala, poi conclusione).

In fase difensiva la Juve ha parecchie cose da temere. Intanto bisogna tenere in considerazione il fatto che anche i viola giocano con i due trequartisti alle spalle dell’unica punta Kalinic. Il croato rispetto a Higuain è meno potente sia nei movimenti sia nella conclusione, tuttavia è forse più agile e ugualmente tecnico. Attacca bene la profondità ed il primo palo. Ha un ampio raggio d’azione.
I problemi maggiori potranno arrivare prevalentemente dalle sue combinazioni rapide con Ilicic e Bernardeschi. Il primo viene più incontro, protegge bene palla e ha piede per servire l’attaccante in profondità. Da qualche partita è migliorata la sua intesa con Bernardeschi che gioca più centrale e più vicino alla porta rispetto alla prima parte della stagione.
Marchisio dovrà tamponare con intelligenza in quella zona e sarà fondamentale che possa contare sul supporto di almeno uno dei due interni. Accorciare in avanti con i difensori senza lasciare troppo spazio tra le linee sarà altrettanto opportuno da parte dei bianconeri.
Dico questo perché il giovane talento viola, Bernardeschi appunto, è in grande crescita fisica e mentale. Ha potenza esplosiva mista a qualità tecniche e balistiche. Può ancora migliorare nella visione di gioco ma rappresenta comunque la minaccia più seria per Buffon.

Un altro Federico si sta imponendo, oltre a Bernardeschi, in casa viola. Si tratta del figlio di Enrico Chiesa che si è conquistato il posto sulla fascia destra grazie ad un bagaglio tecnico-motorio davvero completo: corsa, dribbling, cross. Alex Sandro – che dovrà duellare con lui in corsia – è avvertito.

Molto si parla in questi giorni del destino dei due tecnici Allegri e Sousa e, addirittura, di un loro possibile avvicendamento sulla panchina della Juve considerando anche i trascorsi torinesi del portoghese. Vederli impegnati in un corpo a corpo sarà una sfida nella sfida.
Si tratta di due allenatori più simili di quello che sembra. Nessuno dei due è integralista nelle scelte di modulo, cambiano spesso assetto durante la partita stessa, non hanno gerarchie precise all’interno del gruppo facendo ruotare titolari e riserve con una certa frequenza.
Tuttavia entrando in un’analisi più di dettaglio vengono fuori meglio le distanze. Allegri punta essenzialmente all’equilibrio e alla sicurezza difensiva prediligendo la marcatura stretta sia nello sviluppo del gioco sia sui calci piazzati. Il tecnico bianconero spesso sceglie giocatori muscolari arrivando a giocare anche con tre mediani. Pure le energie fisiche e la tenuta alla distanza sono spesso nei suoi pensieri.
Sousa invece stacca molti giocatori nella costruzione del gioco rischiando di più nelle transizioni. I concetti difensivi sono improntati più sulla zona e sulla copertura degli spazi che sui riferimenti avversari. La squadra è effervescente ma spesso non tiene l’attenzione alta per tutti i 90 minuti. Ha sempre un occhio di riguardo per i giocatori coi piedi migliori pagando qualcosa sul piano del contrasto e dei duelli aerei.

Under 16 portoghese, QPR, Swansea, Leicester, Videoton, Maccabi, Basilea e ora Fiorentina. In dieci anni Paulo Sousa ha girato mezza Europa e non solo, cambiando squadra quasi ogni anno. Praticamente altrettanto aveva fatto da calciatore giocando oltre che in Portogallo (Benfica e Sporting Lisbona) anche in Italia (Juve, Inter e Parma), Grecia (Panathinaikos) e Spagna (Espanyol).
Un nomade del calcio, che seppur ancora giovane ha, quindi, un patrimonio di esperienza che lo rende uno degli allenatori più interessanti nel panorama calcistico internazionale.

Nel suo passato ha incrociato alcuni grandi maestri come Quieroz da cui apprese l’importanza del possesso palla e Eriksson che gli insegnò i movimenti “a zona”.
Il mondo del calcio è pieno di allenatori “ricci” chiusi in se stessi. Paulo Sousa si può senz’altro mettere nella categoria degli allenatori “volpi”. Ha una mente fertile, aperta a recepire le innovazioni. E’, infatti, dal punto di vista tattico un mutante. In Inghilterra era tacciato di eccessivo difensivismo. Oggi o Firenze lo si critica per prestare poca attenzione alla fase di non possesso.

Il suo calcio prevede sempre la presenza di molti giocatori tecnici in campo in grado di tessere una fitta reti di passaggi corti. La Fiorentina oltre ad essere una delle squadre con più possesso della Serie A è anche quella con la minor lunghezza di passaggio (17 metri). L’avere il controllo della palla per il tecnico viola è un modo per impedire all’avversario di giocare. Per questo non sempre i passaggi tendono alla verticalizzazione. Quello che a volte viene visto come un difetto è, in realtà, spesso una strategia.
Per la costruzione del gioco la squadra, ha prescindere dal modulo adottato, si schiera con tre difensori molto aperti e due esterni molto alti e larghi quasi svincolati dai movimenti di reparto.

Avere spazio di gioco è il presupposto base per fare dei passaggi in sicurezza e minimizzare il rischio di perdere il pallone. L’obiettivo è avere la superiorità numerica in mezzo al campo grazie al doppio play e, spesso, anche al doppio trequartista. Si tratta di quattro pedine mobili che possono mettersi, anche in funzione anche della disposizione dell’avversario a rombo o a quadrato. Questa è la centrale operativa della squadra dove vengono progettate tutte trame offensive.

I cambi di ritmo sono un altro aspetto ricercato da Paulo Sousa. Il palleggio, per cogliere di sorpresa l’avversario, deve prevedere anche improvvise accelerazioni o innescando i trequartisti con dei passaggi filtranti o gli esterni coi cambi gioco.
Infine Paulo Sousa pretende molto dal suo centravanti che non dove essere un semplice finalizzatore.

La prima punta deve venire incontro a giocare di sponda per i compagni e creare spazi attaccando la profondità.
Infine deve partecipare all’azione difensiva andando a chiudere il centrale avversario più bravo nell’impostazione. La cessione di un centravanti come Kalinic sarebbe grave proprio perché il croato è in grado di fare tutto questo.

La Juventus è pronta ad affondare per Sead Kolasinac e lo Schalke 04 fa già le prove generali senza il suo laterale. Tra domani e martedì i bianconeri avranno un contatto con il club tedesco per tentare di avere immediatamente il bosniaco, nei giorni scorsi prenotato per giugno, quando sarà svincolato. Vista la situazione contrattuale, Beppe Marotta e Fabio Paratici non hanno intenzione di fare follie: pronti 2 milioni più 2 di bonus. «E’ una opportunità di mercato e ci piace», ha confermato l’ad juventino nei giorni scorsi.

Ufficialmente lo Schalke continua a dichiarare Kolasinac «non in vendita», ma in realtà sotto traccia sta prendendo in considerazione la possibilità di salutare il giocatore subito evitando di perderlo fra qualche mese gratis. L’ultima conferma arriva dall’amichevole di ieri contro lo Chemnitzer, formazione di terza divisione tedesca. L’allenatore Markus Weinzierl – come riferisce un report dettagliato stilato dal club – ha portato Kolasinac in panchina e non gli ha fatto giocare nemmeno un minuto. Se non è una prova, è comunque un indizio. Soprattutto perché i cambi erano “liberi” e il tecnico dello Schalke ne ha effettuati ben sei. Rotazioni corpose da cui sono stati esclusi solamente tre uomini: i due portieri di riserva (Wellenreuther e Nubel) e Kolasinac. Il 23enne di Karlsruhe, protagonista nel test dei giorni scorsi, è rimasto a guardare. Difficile pensare a una coincidenza, più semplice immaginare che Weinzierl, consapevole che Kolasinac possa trasferirsi immediatamente a Torino, abbia voluto provare lo Schalke senza il jolly bosniaco e con il neoacquisto Badstuber titolare.

Seppur i tedeschi abbiano l’abitudine a tenere in rosa anche i giocatori a scadenza, i segnali che arrivano da Gelsenkirchen lasciano pensare che alla fine un compromesso tra Schalke e Juventus sia molto più che possibile. Kolasinac, che si è già messo in contatto con il compagno di Nazionale Pjanic, sta facendo di tutto per trasferirsi in bianconero già in questa sessione di mercato. E’ affascinato dalla Juventus e dalla possibilità di competere fino alla fine per la Champions. Di motivi per spingere sull’acceleratore ne hanno anche i dirigenti di corso Galileo Ferraris: Kolasinac caratterialmente è un guerriero alla Vidal, tatticamente può essere impiegato in più posizioni (laterale sinistro nella difesa a quattro, difensore centrale in quella a tre, esterno nel centrocampo a cinque) e potrebbe essere inserito pure nella lista di Coppa. Ragioni sufficienti per insistere con lo Schalke e anticipare l’arrivo di un giocatore prenotato per l’estate. Bruciare le tappe significherebbe anche mettersi al sicuro da eventuali imprevisti stile Witsel, dal momento che Liverpool, Manchester City e Arsenal continuano a sognare un sorpasso dell’ultima ora. Al momento, però, la pole position della Juventus è solida. A meno di clamorosi ribaltoni, Kolasinac sarà bianconero subito in saldo o gratis a giugno.

Il bosniaco prenderebbe il posto di Patrice Evra, deciso a cambiare aria perché chiuso da Alex Sandro. Il 35enne terzino francese, che continua a non essere convocato da Massimiliano Allegri, da un lato sta valutando l’offerta concreta del Crystal Palace e dall’altro tiene una porta aperta per possibili inserimenti di altri club dalla Premier. La certezza è che lascerà la Juventus. Ecco perché, in caso di mancato accordo sul fronte Kolasinac, i dirigenti bianconeri valutano di restare con Asamoah nel ruolo di vice Alex Sandro (in quel caso arriverebbe un altro centrocampista) o di far rientrare dal prestito all’Atalanta il jolly Leonardo Spinazzola. Il restyling delle fasce, in ogni caso, proseguirà anche in estate con Mattia De Sciglio candidato forte.

Il futuro è già oggi. In casa Juve, particolarmente. Perché se l’effetto Gagliardini segna una svolta forse decisiva per quel che riguarda l’Inter dell’era Suning, il progetto bianconero impostato negli anni di presidenza Andrea Agnelli con Beppe Marotta e Fabio Paratici in cabina di regia ha sempre avuto un occhio di riguardo per quel che riguarda i giovani talenti. Così, mentre l’Inter paga o strapaga Gagliardini, la Juve procede spedita per la propria strada mettendo a segno più o meno con la stessa spesa il doppio colpo Caldara-Orsolini, riportando nel proprio radar anche un altro baby dal sicuro avvenire come Favilli. Ultimi protagonisti di una storia che vede la Juve da sempre e sempre di più attenta al mercato dei giovani o giovanissimi, provando a giocare d’anticipo ed allargando il raggio di competenza a qualcosa di ben più ampio del tutto e subito: ancora una volta l’esempio di questi giorni è emblematico, con l’Inter costretta a puntare subito su Gagliardini, mentre la Juve può permettersi di lasciar crescere con calma la coppia Caldara-Orsolini.

Esempi tra gli esempi che possono essere racchiusi tutti in una parola magica che in questi anni ha fatto la differenza: programmazione. Senza proclami si prosegue su un cammino tracciato da tempo, che ha visto ad esempio due elementi come Rugani e Sturaro aprire la strada: prima bloccati, poi acquistati e lasciati rispettivamente ad Empoli e al Genoa prima di riportarli a Vinovo quando necessario, quando pronti. Ma la lista è davvero lunghissima, con l’obiettivo unico di cercare e costruire giocatori che possano nel tempo diventare e dimostrare di essere da Juve, non soltanto adatti a trasformarsi in fondamentali fonti di plusvalenze o pedine di scambio. Rugani e Sturaro sono oggi elementi importanti della Juve vera, Caldara (’94) e Orsolini (’97) hanno tutto per diventarlo, insieme a loro continuano a crescere a Sassuolo i vari Lirola (’97) e Sensi (’95), a Empoli i vari Tello (’96) e Matheus Pereira (’98), ad Ascoli anche Cassata (’97) e Favilli (’97). Citando solo i profili più in vista di questi mesi, aspettando che Mandragora (’97) e Mattiello (’95) possano ritrovare la condizione necessaria per spiccare il volo in prestito o restare a dare una mano alla Juve, come dichiarato proprio da Allegri ieri in conferenza stampa. E ancora rimane ricco e produttivo il settore giovanile: molto più importante di quanto possa apparire il ruolo da terzo portiere di Audero (’97), con Kean e Caligara (2000) che sono solo i talenti più in vista di una Primavera sempre più ricca a guidare formazioni di qualità ad ogni livello.

E nel programmare il futuro partendo dal presente, rimane gennaio un mese chiave per quel che riguarda il mercato della Juve tutta. O per meglio dire, per quel che riguarda l’altro mercato. Quello che ha sempre occupato un posto in cima alle priorità del progetto bianconero, anche quando aveva meno fascino. A gennaio è stato riscattato Rugani dalla comproprietà con l’Empoli, un’operazione capolavoro da 3,5 milioni per la seconda metà del cartellino lasciando il difensore in Toscana fino a fine stagione nel 2015. Stesso mese per portare a termine tre affari che poi han proposto tre giocatori veri: a gennaio 2015 arrivarono per la Primavera i vari Tello dall’Envigado, Lirola dall’Espanyol, Cassata dall’Empoli e Favilli dal Livorno, nonostante quest’ultimo poi non sia stato riscattato successivamente. E ancora, lo scorso gennaio è toccato a Mandragora trasformarsi nell’acquisto invernale della Juve, cui han fatto seguito i brasiliani classe ’98 Rogerio e Matheus Pereira o l’affare Sensi in sinergia col Sassuolo.

Sulla scia di tutti questi autentici colpacci, imbastiti guardando avanti quando tutti sono costretti a riparare, ecco che la prossima mossa potrebbe rispondere al nome di Rodrigo Bentancur: ancor più antica l’opzione ottenuta sul centrocampista uruguaiano del Boca Juniors in seguito all’affare Tevez, la Juve proverà a esercitarla prima della naturale attivazione legata alla prossima stagione. Per il classe ‘97 verranno fatti nuovi tentativi al fine di portarlo subito a Torino. Il Boca è un osso duro, ma gennaio da sempre è mese ispirato per la Juve.

C’è un problema di comunicazione? Il presidente esecutivo Mario Cognigni lo risolve nel modo più funzionale e sorprendente. Si presenta, ieri, alle ore 10.20, al bar Ma- risa ((“università del calcio”), si siede al tavolino in compagnia di ElenaTurra, responsabile delle relazioni esterne della Fiorentina, e incontra i tifo- siche, come ogni giorno, arrivano per un caffè. Ognuno ha la sua domanda e ad ognuno Cognigni dà la sua risposta. Non elude nemmeno un quesito, in modo tale che niente sia più interpretabile. Usa il nostro giornale come fosse un notaio, a testimonianza di quello che i Della Valle vogliono fare e di quello che faranno. Arrivano in tanti, vecchi e giovani ultra, per tutti c’è lui frammento di tempo a disposizione. Noi, registriamo.

TUTTO E’ POSSIBILE. «La gara con la Juventus, per Firenze, da sempre è una partita che fa storia a sé. I numeri raccontano di una corazzata, quella bianconera, molto forte, ma questa non è una gara normale. Può succedere di tutto».
OCCHI SUI GIOVANI. «Il campionato italiano è cambiato. Rispetto a 4 o 5 anni fa è tutto diverso. La Fiorentina è stata il primo club a portare avanti la disciplina del fair play finanziario e adesso anche in Lega, sono tutti concordi. U rischio è vedere stravolti i valori, per questo la nostra politica, e ormai non più solo nostra, è quella di farci i “campioni” dentro casa. In che modo? Con i ragazzi del settore giovanile: prendete Valentìe, è un centrocampista sloveno di 17 anni. Si sentirà presto parlare di lui. Il messaggio è uno solo: se io devo rincorrete un sogno, vincente, la strada migliore, quella piti concreta, è costruirmelo in casa. Per questo non d tireremo mai indietro: se indi
viduiamo un talento in erba e se anche il suo prezzo sul mercato, è importante factiamo di tutto per potercelo assicurare. Perché non è che più costa, un giocatore, pili è bravo: adesso si è ingenerato il convincimento die tutti hanno campioni, ma non è così. Le operazioni devo essere interessanti dal punto di vista finanziario, che non è quello numerico».

«Il mercato? La Fiorentina sa già dove muoversi. E, cosa più importante di tutte, ha la forza per difendere i propri campioni, compresi Bemardeschi e Chiesa. Kalinic? Non si è fatto avanti nessuno concretamente. La filosofia della proprietà e che stiamo portando avanti è semplice: non vogliamo indebolire la squadra, ma al tempo stesso non è più il momento di comprare senza avere un ritorno. In passato, ci abbiamo provato. Per Gomez e Rossi sono stati fatti investimenti importanti die avrebbero potuto cambiare qualcosa: poi, la sorte d ha messo lo zampino. Perché, se solo in una stagione di quelle che hanno vissuto con noi tutto fosse filato liscio come speravamo nei nostri progetti, avremmo avuto ritorni anche sul piano economico, magari anche con una qualificazione in Champions. Sono cambiati gli interpreti in campo, mail nostro modo di pensare è esattamente lo stesso. Badelj al Mi- Lui? Ho scherzato conGalliani in Lega Fare affari sul mercato, adesso, è complicato per tutti e noi ripetiamo sempre lo stesso discorso: non intendiamo indebolire la nostra rosa, perché in questa rosa noi crediamo. Vogliamo proseguire nel segno della continuità che il nostro comparto sportivo sta portando avanti».
IL PILOTA AUTOMATICO. «Questa, la famiglia Della Valle, è una proprietà vincente, anzi di più. Volete sapere mia curiosità? Ieri (venerdì, ndr), a Milano stavano preparando la settimana della moda: Andrea Della Valleaveva un appuntamento con dei clienti messicani. Mi ha chiamato raccontandomi che la prima cosa di cui hanno parlato, non è stato il lavoro, ma Salcedo, il messicano che abbiamo in squadra La Fiorentina è il primo pensiero sempre. Abbiamo un direttore dell’area tecnica che viaggia ail “pilota automatico”. E accanto a lui c’è Freitas, un al – tro che lavora senza tregua. E questa deve essere la nostra forza. Il nostro obiettivo adesso è quello di accantonare una certa liquidità per potenziare le infrastrutture: dobbiamo costruire la foresteria, ampliare i campi dove si allenano i nostri ragazzi, oggi sparsi un po’ su tutto il territorio fiorentino e rendere regolari i campi di gioco al centro sportivo. Prendete l’Atalanta, società die tutti stimiamo per il lavoro fatto con i giovani: hanno tanti campi da sfruttare, infrastnitture che le permettono di godere in concreto delle potenzialità che individuano, crescono cianciano nel palcoscenico del calcio».

«Juve, andiamo a comandare». Massimiliano Allegri si presenta al mese fondamentale per la corsa scudetto con il vento in poppa di «numeri che sono dalla nostra parte» e mutua il ritornello di un tormentone della scorsa estate per lanciare i bianconeri. «Il nostro obiettivo è migliorarci, anche quando le cose vanno bene – spiega il tecnico bianconero -. E bisogna porsi degli obiettivi: subire meno gol, gestire la partita in determinati momenti, tenere la spina attaccata e stare in campo in modo ordinato. Lo step che deve compiere questa squadra è andare a comandare la partita, migliorare sul piano tecnico, come velocità di palleggio e passaggio e fare la fase difensiva quando è necessario. E non è una vergogna, perché i gol fatti sono importati quanto quelli che non si subiscono». C’è lui messaggio chiaro nella parte finale del ragionamento di Max: non sono ammessi blackout come nel finale della gara di mercoledì di coppa Italia quando, a partita in totale controllo juventino, l’A- talanta si è avvicinata alla rimonta « Entrare nella testa di trenta giocatori è dura – sottolinea -: la Juve sta facendo cose importanti e belle, con l’Atalanta mi sono divertito, è stato piacevole veder giocare la squadra. Abbiamo giocato con grande velocità e qualità tecnica. Ora dobbiamo essere bravi a far colli mare queste cose con la fase difensiva. Perché poi abbiamo subito un gol inaspettato, ma la squadra si è subito riversata in attacco con cattiveria per chiudere la partita e questa è una qualità molto importante. Gli ultimi dieci minuti, sul 3-2, sono stati quelli più pericolosi perché dopo aver segnato il terzo gol abbiamo staccato la spina».

MESE TOP. O ra arri va la prim a verifica importante: parte da Firenze il ciclo che dirà tanto sul futuro ancora tricolore dei bianconeri. «Inizia un mese con Fiorentina, Lazio, i quarti di finale di coppa Italia con il Milan, Sassuolo e Inter: in queste quattro partite di campionato non dico che si decida lo scudetto ma, uscendo con un buon vantaggio, è normale che avremmo grosse possibilità di portarlo fino in fondo». II bilancio finora è comunque positivo: «Al momento stiamo disputando una discreta stagione – rileva l’allenatore livornese -. Per farla diventare più bella e migliore bisogna vincere almeno campionato, poi provare a vincere la Champions League e la coppa Italia. Sono tre obiettivi in cui abbiamo possibilità importanti di arrivare in fondo».
SCELTE. Vincere, dunque, è la solita magnifica ossessione. Primo ostacolo, appunto, la Fiorentina. Allegri ritrova Alex Sandro (« Partirà titolare») e Bonucci, anche lui verosimilmente dal primo minuto. In dubbio c’è Chiellini, reduce da qualche linea di febbre, si decide oggi. La tentazione è di continuare con il doppio trequarti sta die buoni risultati ha dato con Bologna e Atalanta. Il problema è il terzino destro, visto che Dani Alves è ai box e Licht- steinerè squalificato. Barza- gli potrebbe quindi allargarsi sulla destra. «Con la difesa a quattro abbiamo più sviluppo di gioco e più linee di passaggio e Pjanic e Dybala stanno migliorando molto» sostiene Allegri. Al momento però sembra privilegiata l’opzione della difesa a tre per dare maggiore solidità. Anche perché di fronte ci sarà un certo Federico Ber- nardeschi, uno degli interpreti della meglio gioventù italiana che tanto bene sta facendo in questa stagione. Allegri, che tanto bene lavora con igiovani, che non esita a lanciare tra i grandi, commenta con una punta di ironia: «Bemardeschi, e lo stesso Berardi, sono due talenti, giocatori diversi, ma veramente, veramente bravi. Ora abbiamo scoperto che in Italia ci sono tanti giocatori italiani bravi. Ci sono sempre stati, non è che si scopro – no ora…».

QUESTIONE DI EMOZIONI. «Gestire una società di calcio, non è come gestire un’azienda. Perché dietro al pallone, dietro agli uomini che scendono in campo, ci sono le emozioni dei tifosi. Per questo sono convinto che gli investimenti debbano essere finalizzati a due elementi: la vittoria e l’emozione, che si autoalimentano a vicen – da. Cosa penso quando sento dire die sono Cognigni l’austero e Cognigni l’uomo dei conti? Che sono la persona fonda – mentale per mantenere certi equilibri interni ed esterni, ma i numeri, credetemi, non li vedo più».
LASPINTAITAUANA. «Cosa pen – soquandovedoPioli sulla panchina dellTnter? Che abbiamo fiducia in Sousa e con lui c’è collaborazione Chi mi piace? Maran è mi ottimo allenatore, così come Giampaolo e pure Di Francesco. In generale, credo che tutti questi allenatori italiani siano in grado di far giocare le rispettive squadre molto bene e, al tempo stesso, siano abili nel valorizzare i giovani. Se credo serva lui allenatore aziendalista? Io credo solo che qualunque nostro allenatore deve partire dal presupposto della solidità della proprietà: serve solo che condivida e porti avanti il progetto die ti siamo prefìssi. L’in – contro con Ranieri? Eravamo a casa sua, io e Macia, avevamo già trovato un accordo di massima, poi non se ne fatto di nulla. Se è possibile un suo ritorno? Adesso, mi pare difficile. E Prandelli? Abbiamo vissuto anni importanti, ma dobbiamo guardare avanti».
IL NUOVO STADIO. «Il nuovo stadio? La Fiorentina ha consegnato i propri documenti nei tempi prestabiliti, ma non sono io che decido. Accantonare soldi delle cessioni dei giocatori per investirli sullo stadio? No, perché sarebbe un serpente che si morde la coda. Abbiamo bisogno di tuia squadra competitiva, altrimenti che factiamo, ti presentiamo con la Pri – mavera? La situazione economica? Abbiamo chiuso il mercato estivo con un avanzo di 700 mila euro, tra quanto abbiamo incassato e incasseremo delle operazioni in uscita fatte e quanto ci siamo impegnati a pagare per i calciatori già arrivati»

C’è un problema di comunicazione? Il presidente esecutivo Mario Cognigni lo risolve nel modo più funzionale e sorprendente. Si presenta, ieri, alle ore 10.20, al bar Marisa ((“università del calcio”), si siede al tavolino in compagnia di Elena Turra, responsabile delle relazioni esterne della Fiorentina, e incontra i tifo- siche, come ogni giorno, arrivano per un caffè. Ognuno ha la sua domanda e ad ognuno Cognigni dà la sua risposta. Non elude nemmeno un quesito, in modo tale che niente sia più interpretabile. Usa il nostro giornale come fosse un notaio, a testimonianza di quello che i Della Valle vogliono fare e di quello che faranno. Arrivano in tanti, vecchi e giovani ultra, per tutti c’è lui frammento di tempo a disposizione. Noi, registriamo.
TUTTO E’ POSSIBILE. «La gara con la Juventus, per Firenze, da sempre è una partita che fa storia a sé. I numeri raccontano di una corazzata, quella bianconera, molto forte, ma questa non è una gara normale. Può succedere di tutto».
OCCHI SUI GIOVANI. «Il campionato italiano è cambiato. Rispetto a 4 o 5 anni fa è tutto diverso. La Fiorentina è stata il primo club a portare avanti la disciplina del fair play finanziario e adesso anche in Lega, sono tutti concordi. U rischio è vedere stravolti i valori, per questo la nostra politica, e ormai non più solo nostra, è quella di farci i “campioni” dentro casa. In che modo? Con i ragazzi del settore giovanile: prendete Valentìe, è un centrocampista sloveno di 17 anni. Si sentirà presto parlare di lui. Il messaggio è uno solo: se io devo rincorrete un sogno, vincente, la strada migliore, quella piti concreta, è costruirmelo in casa. Per questo non d tireremo mai indietro: se individuiamo un talento in erba e se anche il suo prezzo sul mercato, è importante factiamo di tutto per potercelo assicurare. Perché non è che più costa, un giocatore, pili è bravo: adesso si è ingenerato il convincimento che tutti hanno campioni, ma non è così. Le operazioni devo essere interessanti dal punto di vista finanziario, che non è quello numerico».
SAPPIAMODIFENDEREI CAMPIONI. «Il mercato? La Fiorentina sa già dove muoversi. E, cosa più importante di tutte, ha la forza per difendere i propri campioni, compresi Bemar- deschi e Chiesa. Kalinic? Non si è fatto avanti nessuno concretamente. La filosofia della proprietà e che stiamo portando avanti è semplice: non vogliamo indebolire la squadra, ma al tempo stesso non è più il momento di comprare senza avere un ritorno. In passato, ci abbiamo provato. Per Gomez e Rossi sono stati fatti investimenti importanti che avrebbero potuto cambiare qualcosa: poi, la sorte d Ita messo lo zampino. Perché, se solo in una stagione di quelle che hanno vissuto con noi tutto fosse filato liscio come speravamo nei nostri progetti, avremmo avuto ritorni anche sul piano economico, magari anche con una qualificazione in Champions. Sono cambiati gli interpreti in campo, mail nostro modo di pensare è esattamente lo stesso. Badelj al Mi- Lui? Ho scherzato conGalliani in Lega Fare affari sul mercato, adesso, è complicato per tutti e noi ripetiamo sempre lo stesso discorso: non intendiamo indebolire la nostra rosa, perché in questa rosa noi crediamo. Vogliamo proseguire nel segno della continuità che il nostro comparto sportivo sta portando avanti».
IL PILOTA AUTOMATICO. «Questa, la famiglia Della Valle, è una proprietà vincente, anzi di più. Volete sapere mia curiosità? Ieri (venerdì, ndr), a Milano stavano preparando la settimana della moda: Andrea Della Valleaveva un appuntamento con dei clienti messicani. Mi ha chiamato raccontandomi che la prima cosa di cui hanno parlato, non è stato il lavoro, ma Salcedo, il messicano che abbiamo in squadra La Fiorentina è il primo pensiero sempre. Abbiamo un direttore dell’area tecnica che viaggia ail “pilota automatico”. E accanto a lui c’è Freitas, un altro che lavora senza tregua. E questa deve essere la nostra forza. Il nostro obiettivo adesso è quello di accantonare una certa liquidità per potenziare le infrastrutture: dobbiamo costruire la foresteria, ampliare i campi dove si allenano i nostri ragazzi, oggi sparsi un po’ su tutto il territorio fiorentino e rendere regolari i campi di gioco al centro sportivo. Prendete l’Atalanta, società che tutti stimiamo per il lavoro fatto con i giovani: hanno tanti campi da sfruttare, infrastnitture che le permettono di godere in concreto delle potenzialità che individuano, crescono cianciano nel palcoscenico del calcio».

QUESTIONE DI EMOZIONI. «Gestire una società di calcio, non è come gestire un’azienda. Perché dietro al pallone, dietro agli uomini che scendono in campo, ci sono le emozioni dei tifosi. Per questo sono convinto che gli investimenti debbano essere finalizzati a due elementi: la vittoria e l’emozione, che si auto alimentano a vicenda. Cosa penso quando sento dire che sono Cognigni l’austero e Cognigni l’uomo dei conti? Che sono la persona fonda – mentale per mantenere certi equilibri interni ed esterni, ma i numeri, credetemi, non li vedo più».
LASPINTAITAUANA. «Cosa pen – soquandovedoPioli sulla panchina dellTnter? Che abbiamo fiducia in Sousa e con lui c’è collaborazione Chi mi piace? Maran è mi ottimo allena – tore, così come Giampaolo e pure Di Francesco. In generale, credo che tutti questi allenatori italiani siano in grado di far giocare le rispettive squadre molto bene e, al tempo stesso, siano abili nel valorizzare i giovani. Se credo serva lui allenatore aziendalista? Io credo solo che qualunque nostro allenatore deve partire dal presupposto della solidità della proprietà: serve solo che condivida e porti avanti il progetto die d siamo prefìssi. L’in – contro con Ranieri? Eravamo a casa sua, io e Macia, avevamo già trovato un accordo di massima, poi non se ne fatto di nulla. Se è possibile un suo ritorno? Adesso, mi pare difficile. E Prandelli? Abbiamo vissuto anni importanti, ma dobbiamo guardare avanti».
IL NUOVO STADIO. «Il nuovo sta- dio? La Fiorentina ha consegnato i propri documenti nei tempi prestabiliti, ma non sono io che derìdo. Accantonare soldi delle cessioni dei giocatori per investirli sullo stadio? No, perché sarebbe un serpente che si morde la coda. Abbiamo bisogno di tuia squadra competitiva, altrimenti che facrìa- mo, d presentiamo con la Pri – mavera? La situazione economica? Abbiamo chiuso il mercato estivo con un avanzo di 700 mila euro, tra quanto abbiamo incassato e incasseremo delle operazioni in uscita fatte e quanto ci siamo impegnati a pagare per i calciatori già arrivati».

Dare tutto per onorare la maglia e pure per i tifosi. Paulo Sousa sa bene che la gara contro la Juventus, a Firenze, è diversa da tutte le altre, «per questo cercheremo di superarci, anche se non d si fa ricordare per una partita sola ma per come si lavora nel quotidiano». Di motivazioni extra, ribatte, non ne servono: «Di solito spingo molto di piti quando gli avversari sono altri. Non c’è bisogno di motivare nessuno, conosda- mo molto bene l’importanza de Ila partita». Ultimamente, a dire il vero, la “scossa” del portoghese ha viaggiato a corrente alternata, ma oggi è lui altro giorno e comunque la ri monta vista contro il Napoli può diventare un ottimo punto di ri-partenza. «Se dovessi definire questa gara con un solo aggettivo? Vincente. La bellezza del calcio è che si può vincere, pareggiare e perde- recon tutti. Ho sempre sostenuto che la Juve è la migliore squadra in Italia e anche a livello europeo, io sarei molto soddisfatto se domani ripetessimo la prestazione fatta in casa lo scorso anno con i bianconeri, ovviamente con un risultato diverso. So che si può e si deve». Nove mesi fa, il 24 aprile, la maledizione fu addirittura tripla: rigore di Kalinic parato da Buffon, gol annullato a Bernardeschi e traversa del croato, con i bianconeri costretti a rimandare la festa per la vittoria dei quinto scudetto consecutivo solo di qualche ora, in virtù del posticipo che ancora si doveva giocare (Roma-Napoli). E’ sulla cattiveria agonistica vista in quella gara che, fin qui, si è provato a lavorare: «Ogni gruppo ha

le proprie caratteristiche, noi comunque stiamo cercando di migliorare anche da questo punto di vista, puntando a giocare sempre con intensità, senza limiti contro qualsiasi avversario, non solo contro le big contro cui non c’è mai bisogno di motivazioni speciali».
ANDIAMO ACOMANDARE. Di certo, Sousa non si accontenta: «Allegri vuole comandare il gioco? Sono contento, perché anche io la penso così. Il caldo non è solo difendere e contrattaccare, ma anche saper emozionare. A Torino all’andata soffrimmo nella prima parte, poi fummo noi più pio-

tagonisti. Paghiamo i troppi errori individuali? Stiamo lavorando anche su questo, di sicuro però avremmo meritato fin qui almeno 6-8 punti in più». Punti che adesso si dovrà provare a rosicchiare, se non altro per non restare a galleggiare in quella terra di mezzo della classifica che non sa emozionare. «Nemmeno quando eravamo primi ero completamente soddisfatto: serve sempre l’ambizione di crescere senza porsi limiti, perché solo così, nel calcio, si migliora. L’obiettivo è quello di non ripetere erroricommessi in passato». Sousa non ha intenzione di sua
turare la sua filosofia di gioco, poco inporta se davanti d potrà essere un centravanti della stazza di Higuain: «Io non uso marcature individuali. Il mio concetto difensivo è quello di tenere il più possibile il pallone per evitare che gli avversari ci creino pericoli: questo è sempre stato il nostro modo di intendere la gara e continueremo».
ALLENATORE PER PASSIONE.
Quanto a Kalinic e alle voci di mercato, Sousa non ha dubbi: «Su di lui ci sono tante speculazioni, ma Nikola sta bene e si sta allenando regolarmente. Borja Valero? Non so se avrà i 90 minuti nelle gambe, ma ha grande capacità di capire il gioco e gli spazi: questo lo facilita anche nel dosare lo sforzo. Astori oggi (ieri, ndc) si alleneràe sarà a disposizione». Quanto al futuro, al suo futuro, il portoghese è pragmatico: «Se tra i miei sogni c’è quello un giorno di allenare la Juve? Se come ha detto Stiletti sono pronto ad allenare ovunque? Io amo fare l’allenatore: fin quando ci riuscirò sarò felice, perché questa èia mia passione. Quando ho deciso di fare questo mestiere ho cominciato dalle giovanili, dal basso, poi ho avuto altre opportunità importanti. Tutto dipende da quello che facciamo ed anche il mio futuro, a prescindere da tutto, è legato al presente. Ed io sono concentrato su questo». Cliiu- sura su Sportiello, neo aCqLli- sto della Fiorentina che come numero di maglia ha scelto il 57: «Uno dei fattori di crescita di tuia squadra è la concorrenza interna. Più la alzi, più i calciatori migliorano. E Marco aumenta la competitività tra i pali».

Maggiore solidità o più fantasia? E quindi 3-5-2 o 4-3-2-1 ? Questo il dubbio di Massimiliano Allegri in vista della grande sfida di questa sera a Firenze, primo bivio importante del nuovo anno per la Juve. Il dilemma si potrebbe riassumere nella scelta di uno traCuadrado ePjanic che, secondo il tecnico, non sono alternativa ma alla fine potrebbe giocare solo uno dei due. C’è infatti un problema a destra: Dani Alves è lungodegente, Lichtsteiner è squalificato. Quindi per mantenere la difesa a quattro bisognerebbe trovare una soluzione di emergenza per il terzino destro: Barzagli, la più logica, Sturaro o Cuadrado in alternativa.
ALTERNATIVE. La via piti semplice porterebbe alla conferma del modulo che ha aperto la strada alla crescita di Pja- nice Dybala, ovvero il 4-3-2-
1, con il bosniaco e l’argentino alle spalle di Higuain e liberi di muoversi e creare. Con Bologna e Atalanta si è vasta una Juve in crescita dal punto di vista del gioco, anche e forse soprattutto grazie alia «soluzione fantasia». Che rappresenterebbe 1 a contimi – ita di questo inizio d’anno. Riassumendo: sarebbe difesa a quattro con Barzagli-Bo-
Da due mesi e mezzo i tre alfieri azzuiri non giocano insieme C’è anche l’idea a 4 con Barzagli a destra
nucci-Chiellini-Alex Sandro, mediana di tecnica e muscoli con Khedira-Marchisio-Sturaro e la coppia Dybala-Pja- nic dietro il Pipita. L’alternativa è il canovaccio noto su cui sono stati costruiti i trionfi degli ultimi cinque anni, il 3-5-2. Il rientro di Bonucci e il possibile recupero
di Chiellini, convocato dopo la febbre di venerdì, possono portare al ritorno della BBC. Su Chiello si deciderà oggi ma le sensazioni sono positive e quindi si avrebbe il ritorno della difesa titolare. Barzagli-Bonucci-Chiel- lini non giocano insieme dal 29 ottobre scorso in occasione dello scontro saidetto con il Napoli. E si contano sulle dita di tuia mano le presenze contemporanee dei tre totem della retroguardia bianconera in questa stagione: il trio ha giocato dai primo minuto soltanto cinque volte (tre in campionato e due in Cham- pionsLeague, più una a gara in corso contro l’Inter).
ESARA* 1 ANCORA HD. A Firenze potrebbe essere l’occasione giusta per rivedere tutti e tre all’opera da titolari in una serata importante per il cammino dei campioni in carica. Il 3-5-2 è la soluzione più probabile al momento, con la BBC davanti al rientrante Buffon. La novità sarebbe a
centrocampo con il rilancio di Cuadrado come esterno destro a centrocampo, Alex Sandro, recuperato dall’infortunio muscolare patito a Doha, a sinistra e il sacrificio di Pjanic in un centrocampo formato da Khedira- Mar- chisio-Sturaio. In attacco, Hi- guain-Dybala.
La fornitila in HD ha iniziato lanno nel migliore dei modi contro il Bologna; in coppa Italia, il ritorno all’antico con Dybala e Mandzukic in coppia ha dato le risposte positive di un tempo. Allegri riconosce che lasciare fuori Mandzukic, come tanti altri, è difficile: «Per Mario parla la storia, è un giocatore di livello intemazionale. Dybala e Higuain piti giocano insieme e più migliorano l’intesa». Un siste ma di gioco o un altro non fa differenza in ogni caso per il tecnico perchè, assicura, «non cambierà assoluta- mente l’atteggiamento della squadra che è la cosa più importante».

«Riccardo Orsolini e un ragazzo eccezionale, nella Juventus diventerà un campione»: la previsione è illustre, perché arriva dal presidente dall’altra parte dell’oceano, direttamente dalla voce di Francesco Bellini. Il presidente dell’Ascoli certifica ciò che diventerà ufficiale lunedì: il passaggio, dalla prossima stagione, dell’esterno offensivo classe 1997 alla Juventus. Un’operazione importante per entrambi i club, un affare reso possibile dal prezioso lavoro del manager Donato Di Campli. Le cifre: 5,5 milioni alla società marchigiana con ulteriori bonus che potrebbero portare l’incasso finale a 9 milioni. In più il riscatto dell’attaccante Favilli, seguito sempre dall’agente Di Cam- pli, e altri tre giovani bianconeri: i nomi caldi sono quelli di Garcia Tena, Beltrame e Macek. L’intesa già raggiunta verrà formalizzata lunedì, a seguire Orsolini svolgerà le visite al J Medical e tornerà ad Ascoli Piceno per concludere la stagione di Serie B. In estate diventerà un calciatore della Juventus a tutti gli effetti, legandosi ai bianconeri per cinque anni, fino al 2022. Per la Juventus non è una novità anticipare a gennaio operazioni per i giovani, specialmente italiani: è successo anche un anno fa con il Pescara e Rolando Mandragora. Orsolini avrà il tempo di maturare con pazienza, intanto l’ad Beppe Marotta e il ds Fabio Paratici piazzano un altro colpo per il futuro, bruciando la concorrenza nonostante gli assalti decisi prima del Milan e poi del Napoli. Volontà decisiva
Il presidente Bellini racconta i dettagli alla base della decisione e della chiusura della trattativa:
«Abbiamo trovato un accordo con la Juventus perché il club ha dimostrato di credere nel ragazzo e di volerlo valorizzare. E poi ha pesato in maniera determinante la volontà del ragazzo: preferiva i bianconeri, nonostante noi avessimo sul tavolo delle proposte estremamente competitive da parte di altre società di Serie A. Sono sicuro che Riccardo esploderà e ritengo che la Juventus sia per il giocatore il miglior posto possibile per diventare grande». Rapporto speciale
La società marchigiana con questa operazione va a rafforzare un prezioso legame di collaborazione con la dirigenza di corso Galileo Ferraris. Come conferma il presidente Bellini: «La Juventus è un club che stimo molto da sempre. Ha una strategia vincente: non si accontenta di quello che ha nel presente, pensa già al futuro e a come pianificare nuovi trionfi. E’ la mentalità che fa la differenza. Ecco perché penso che Orsolini si troverà molto bene quando andrà a Torino». Nei prossimi giorni Bellini arriverà in Italia. Per affari e per il suo Ascoli: «Stiamo svolgendo un buon lavoro, sono soddisfatto di quello che stiamo facendo. Resterò tre settimane in Italia per occuparmi di varie questioni e ne approfitterò per trasmettere la mia vicinanza alla squadra. Ogni anno l’Ascoli riesce a disputare buone stagioni e lancia giovani interessanti, pronti per la Serie A. Orsolini è uno di questi, ne arriveranno anche altri». E la Juventus sarà lì, a osservare e valutare potenziali fuoriclasse. Mercoledì in Coppa Italia il ritorno di Leonardo Bonucci 45 giorni dopo l’infortunio: la manciata di minuti in campo sono stati benauguranti in vista della sfida di domani sera al Franchi che lo dovrebbe vedere protagonista tra i titolari. Ma quello del centrale non dovrebbe essere l’unico rientro per la Juventus. E’ atteso ai nastri di partenza anche Alex Sandro che giovedì si è allenato parzialmente con la squadra ma ieri invece ha svolto tutta la seduta con i compagni. Il segnale che il brasiliano è arruolabile in attesa che Massimiliano Allegri lo inserisca oggi nella lista dei convocati.
E con i due bianconeri nuovamente al servizio della squadra, l’infermeria è pressoché vuota: ci resta soltanto Dani Alves, che si è fratturato il perone a line novembre (e l’esperienza di Piaca insegna che i tempi di recupero sono piuttosto lunghi), il cui ritorno è previsto a febbraio.
Riecco la Bbc
Con la squalifica di Lichtstei- ner e il contemporaneo rientro di Bonucci gli indizi portano al ritorno al passato in difesa: contro i viola la Juventus potrebbe schierare nuovamente la BBC. Gli infortuni hanno infatti impedito a Barzagli, Bonucci e Chiellini di continuare ad alzare il loro muro davanti a Buffon, anche a lui al rientro dopo l’influenza: è dal 29 ottobre, 2-1 contro il Napoli, che la Bbc non gioca insieme titolare. L’occasione può essere ghiotta anche se in questi mesi Allegri ha virato verso la difesa a quattro, ma
mancando i due terzini destri (Lichtsteiner e Dani Alves) può optare verso lo schieramento a tre. Oppure Barzagli si sacrifica a destra e Alex Sandro agisce a sinistra con Bonucci e Chiellini centrali.
Anche il rientro del brasiliano, che si è infortunati il 23 dicembre durante la Su- percoppa a Doha (risentimento muscolare ai flessori), è quanto mai propizio: con Evra che sta decidendo del suo futuro lontano dalla Juventus, è rimasto su quella fascia il solo Asamoah. Il ghanese ha giocato sia contro il Bologna sia contro l’Atalanta: la prospettiva di una terza partita in una settimana dopo essere rimasto per lungo tempo in panchina appare un azzardo.
Compleanno
Intanto, l’acquisto di gennaio Tomas Rincon si è inserito completamente nella famiglia bianconera, e non soltanto per aver già debuttato da titolare: ha infatti festeggiato i 29 anni insieme con la moglie Karina e alcuni compagni, Marchisio, Dybala, Higuain e Sturaro. Domani sera, però, il venezuelano dovrebbe partire dalla panchina: Allegri sembra infatti intenzionato a schierare contro la Fiorentina l’usato sicuro a centrocampo, ovvero Khedira, Marchisio e Sturaro.
Variabile Cuadrado
E se in attacco Dybala dovrebbe affiancare o supportare Higuain, resta ancora un dubbio a metà campo legato alle scelte sul sistema di gioco: se sarà 3-5-2 allora Cuadrado avrà una chance e Pjanic potrebbe partire dalla panchina, se invece sarà 4-3-2-1 (come contro il Bologna), Pjanic e Dybala dovranno essere pronti a sostenere l’unica punta Higuain. O, al massimo, il solo bosniaco nel ruolo di trequartista alle spalle della coppia di bomber argentini.

Ha la faccia pulita che piace a tutti, dai 5 ai 90 anni. Ha la classe nella quale tutti intravedono tracce di Messi. Ha un carattere e una saggezza inversamente proporzionale alla sua età. Palilo Dybala ha sostanzialmente tutto per cambiare la storia o, se volete, ripeterla. Non un altro fenomeno di passaggio alla Juventus come Paul Pogba, ma un altro ragazzino die diventa bandiera come Alessandro Del Piera Si può fare. Anzi la Juventus lo vuole fare e ha studiato un piano per la delpierizzazione di Dybala, che scatterà con l’imminente firma del nuovo contratto. E Dybala? Dybala ci sta seriamente pensando e quello che

lia raccontato mercoledì notte, dopo aver dato spettacolo in campo, ha folgorato un intero popolo: «Ieri sera in ritiro ho visto un filmato dell’ultima partita di Alessandro Del Piero. Beh, devo ammettere che mi sono commosso un pa’ Mi piacerebbe ripercorrere la sua strada, lui è stato un grandissimo». Dybala ispirato da quelle immagini, che hanno fatto versare almeno una lacrima a qualsiasi juventino, apre uno scenario nuovo. Perché, difficile sostenere il contrario, da quando i tifosi bianconeri hanno visto andare via Pogba hanno messo in conto che, prima o poi, lo stesso destino si sarebbe abbattuto anche su Dybala. «Siamo un campionato di passaggio, purtroppo, non più un campionato di approdo», ha sempre detto Andrea Agnelli per spiegare il perché anche la Juventus, frenata dal sistema Italia, non può competere a certi livelli economici e di competitività con le grandissime d’Europa. Ma attenzione, perché qualcosa sta cambiando e proprio Dybala potrebbe essere il simbolo della svolta.
Fuori tentazione
La Juventus, molto probabilmente, entrerà con il prossimo bilancio nelfesclusivo circolo dei 400 milioni, intesi come valore del fatturato. Barcellona e Reai Madrid restano lontani, ma si avvicinano altre grandi potenze europee, come peresempio il Ba- yem e aumenta la potenza di fuoco, ovvero la disponibili –

tà economica per acquistare i campioni più importanti e, soprattutto, di pagare loro ingaggi all’altezza di quei club che fino ad ora hanno rappresentato una tentazione per i più appetibili fuoriclasse bianconeri II rinnovo che Dybala firmerà nei prossimi giorni è a cifre da top player di un top club: quasi 7 milioni di euro tra parte fissa e bonus. Una somma che lo mette al sicuro dalle tentazioni (a parte quelle cinesi, ma è un’altra storia e non sembra la strada di Dybala). E oltre ai soldi, la Juventus può offrire a Dybala una prospettiva: perché se la direzione intrapresa dal mercato è quella dell’ultima estate, Agnelli e Marotta stanno costruendo un futuro da pennanenza fìssa almeno nei quarti di Champions, rimanendo sempre nel ristretto giro di quelli che possono anche vincere. Tutto quello che può chiedere un giocatore.
La scommessa Anche perché Dybala sarà messo al centro di un progetto tecnico e commerciale, come lo fu Del Piero nel 1995, quando con coraggio la Juventus di allora cedette Baggio credendo nel ragazzino di San Vendemiano. Probabilmente neppure Moggi e Giraudo, all’epoca, potevano immaginare vent’anni in bianconero per Del Piero, ma certo avevano capito che intorno a lui e ali’amore che i tifosi provavano per lui si poteva costruire qualcosa di importante. La stessa intuizione che hanno avuto i vertici juventini di oggi. Pronti a costruire una macchina di marketing per far viaggiare l’immagine dell’argentino come quella dei grandissimi, affidandogli progressivamente responsabilità da leader. Dybala ha tutto per sviluppare lo stesso carisma dei senatori attuali, che lo stanno allevando alla loro scuola, consapevoli dei rapidissimi progressi del giovane compagno. Perché i fenomeni si riconoscono subito fra di loro.

La partita contro la Fiorentina incombe, ma in casa Juventus non erano e non sono propensi ad archiviare con eccessiva rapidità e/o leggerezza alcuni risvolti e spunti di riflessione legati alla sfida di mercoledì scorso in Coppa Italia contro l’Atalanta.
Risvolti mentali e motivazionali, innanzitutto. Perché se è vero – come è vero – che nella prima parte del match i bianconeri hanno offerto livelli tecnici e qualitativi eccellenti, è altrettanto incontrovertibile che nella fase conclusiva della sfida i giocatori della Juventus abbiano accusato un crollo netto, finendo addiritura per complicarsi clamorosamente la serata e rischiando anche una nuova beffa, simile a quella già vissuta a Daha contro il Milan in Supercoppa.
Disappunto
Ragione per 1 quale il tac- nico Massimiliano Allegri non ha nascosto disappunto (sia pure senza arrivare a minacciare calci in c…), rimarcando la cosa. «Il problema è che stacchiamo la spina e poi diventa tutto difficile – ha detto il tecnico dopo la partita -. Ogni mesetto ci capita, soprattutto quando le partite sembrano chiuse: ci è già successo a Doha e ora è accaduto allo Stadium contro l’Atalanta. Dobbiamo metterci ài testa che fino a quando non c’è il triplice fischio dell’arbitro la partta non è chiusa e non dobbiamo prendere gol, invece in questa circostanza ne abbiamo presi addirittura due».
Costante Già, “ogni mesetto” capita. Ogni mesetto (solo a ottobre capitan Gigi Buffon e compagni l’hanno scampata) la Juventus ci ricasca: si ritrova invischiata in match nei quali parte bene, passa in vantaggio, ma a un certo punto stacca la spina. E il copione si ripete in maniera costante. A caldo rammarico e rabbia, poi si parla di lezione capita, di schiaffo salutare. A seguire si riprende la marcia da schiacciasassi per un po,’ salvo poi inciampare nuovamente (o rischire di farlo). Come si evince dalla tabella a lato, a settembre c’è stata la rimonta subita dall’l’inter previa blackout dopo il vantaggio iniziale;novembre quella rifilata dal Lione, a dicembre quella del Milan in Supercoppa e ieri, appunto, quel finale thrilling contro l’Atalanta.
Gol subiti
Non solo, c’è un altro dato emblematico. Il fatto che la Juvents abbia incassato la maggior parte delle reti nell’ultima mezz’ora degli incontri: 10, contro i 9 dei primi 60 minuti di gioco. E’ evidente che alla base vi siano risvolti motivazionali e psicologici. «Non è sbagliato pensare al classico “braccìno del tennista” – spiega Umberto Longoni, uno dei più noti psicologi italiani del Mental Training, ora in edicola con “Il tennis e l’arte di allenare la mente” -.Quando il vantaggio è netto, inconsciamente si dà per scontata la vittoria e si finisce per giocare con sufficienza. Di contro, l’avversario “sente” la situazione e prende coraggio. A maggior ragione trovandosi nella condizione, piti agevole, di chi non ha più nulla da perdere. Sì, la stuazione è molto chiara dal punto di vista psicologico». I possibili correttivi? «Occorre prevenire questi cali di concentrazione, facendo allenamento mentale in settimana E poi, compito dell’allenatore, è leggere per tempo, durante la partita, le avvisaglie e i sintomi di cali mentali in trista. La parola chiave, comunque, è “presunzione”: non bisogna essere presuntuosi. Non dimentichiamo che noi da fuori li vediamo come grandi giocatori, ma nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi, di giovani, di uomini ancora da formare. E’ inevitabile che la mancanza di esperienza possa farsi sentire in certe situazioni».

Uno entra, un altro esce, un altro ancora ci pensa su. E, sullo sfondo ma non troppo, uno dei colpi che possono infiammare il mercato estiva Nell’ordine: Mattia Caldaia, Simo- ne Zaza, Patrice Evia, Mattia De Sciglio, accomunati dalla partecipazione al gioco delle porte girevoli in casa Juventus. Avanza il primo, ieri ufficializzato: il22enne difensore dell’Atalanta resterà a Bergamo in prestito gratuito fino a giugno 2018, poi comince- rà l’esperienza in bianconera Un’esperienza quinquennale valutata fino a una quota massima di 25 milioni, così suddivisi: 4 come premio di valorizzazione per il club nerazzurro da ora ai prossimi 18 mesi in base al raggiungimento di determinati obiettivi, 15 pagabili in 4 esercizi e altri 6 di bonus. «Sono un po’ timido, migliorerò nell’Ata- lanta per essere pronto per la Juventus. E imparerò a essere
piò spavaldo, a credere di più in me stesso»: le prime parole al sito bianconero. Avrà tempo per imparate, il ragazzo (nato il 5 maggio, i tifosi gradiranno…): a Torino, gradualmente; prenderà il {xisto di Andrea Barzagli.
Intrecci e cifre
Per un ingresso certo nel 2018, ecco una probabile uscita a meno di un repentino colpo di scena: SimoneZaza al Valencia è prospettiva quasi certa, e quel quasi è legato alle velleità del Villarreal pronto a offrire un ingaggio più allettante alla punta rientrata dal Wèst Ham. Ma nel caso dell’uomo scudetto 2015-16 il denaro conta meno del desiderio di voltar pagina dopo le 11 presenze con gli Hammers, lontane dalle 14 che avrebbero “costretto” gli inglesi a riscattarne il cartellino, pagando 20 milioni dopo i 5 per il prestita Ieri a Milano sono sbarcati due rappresentanti del Valencia: il ds José Ramon Alexan- co e il dirigente Vicente Ro- driguez. La coppia ha incontrato Zaza e il padre-agente Antonio, quindi il summit tra gli spagnoli e Beppe Marotta. Tra i club l’intesa sarebbe sottoscritta sulla base di un prestito per due milioni con obbligo di riscatto fissato a 16 e legato al raggiungimento delle 10 presenze o della salvezza del Valencia in Liga.
De Sciglio: accelerata
Gli spagnoli puntano anche Patrice Evra, ma il francese pare voler aspettare la Premier. Zaza, a differenza del terzino, ha invece compreso che sarebbe stato inutile aspettare la chiamata di club forse più graditi, come Milan e Fiorentina. «Zaza dovrebbe andare.. Evra? Vediamo?»: cosà parlò Marotta.
Aspettando il bosniaco Sead Kolasinac dallo Schalke 04 (il cui arrivo è bloccato finché Evra non parte), in entrata per giugno prende quota De Scigiio: ieri, dopo aver incontrato il Valencia, l’ad bianconero si è intrattenuto con Giovanni Bianchini e Donato Or- gnoni, procuratori del terzino che ha il conti atto in scadenza con il Milan nel 2018. Il rossonero è un obiettivo vero per l’estate, tanto che ieri si sono poste le basi per l’accelerata
Un mediano per l’estate Sondaggio bianconera per il tedesco Emre Can, in scadenza tra un anno a Liverpool
(manca, comunque, l’intesa confi Milan).
Oggi, intanto, i vertici juventini resteranno a Milano per l’assemblea di Lega: previsto un alno incontro con l’A- scoliper il ’97 Riccardo Orso- lini, l’accordo si può chiudere fra oggi e lunedì. In tema di centrocampisti scitierabili davanti alla difesa o pure centrali in retroguardia, cé stato un sondaggio per il tedesco Emre Can, 23 anni, legato al Liverpool fino al 2018. Utilissimo, soprattutto se Claudio Marchisio tornasse a giocare costantemente da mezz’ala..

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Marco S{X)rtiello è già a Firenze e oggi potrebbe allenarsi con la sua nuova squadra E’ arrivato ieri, da Milano, accompagnato dal suo agente Giuseppe Riso e lia raccontato le sue prime ore fiorentine: «E’ stata una giornata molto lunga, ma ne è valsa la pena Sono arrivato in dub mollo importante. Voglio integrarmi in questo gruppo, capire le richieste dello staff tecnico e restare alla Fiorentina il pili a lungo possibile Voglio dimostrare di poter far parte di questa squadra. Sono qui con tutto il mio entusiasmo ed energia So che questa città vive di calcio e di Fiorentina: Firenze ed il suo pubblico mi hanno sempre affascinato. Ho sognato di fame parte e finalmente d sono e non voglio più andare via: conosco un po’ Bemardeschi ed Astori, ma ho tutto da scoprire. Ringraziola famiglia Percas- si per l’affetto ricevuto a Bergamo in questi anni». Domani Soiisa potrebbe convocarlo
per la gira con la Juve. Sportiello è alla Fiorentina in prestito con diritto di riscatto dali’Ata- lanta, come si legge sul comunicato diramato dalla sodetà subito dopo le visite mediche di rito e la firma sul contratto: un anno e mezzo, poi, la possibilità di riscattarlo ad un prezzo fissato, attorno ai 6 milioni di euro. E’ stato l’ex bergamasco a spingere per la soluzioneviola. Curiosità: allAtalanta è finito, dall’Aston Villa, Pierluigi Gollini, cresciuto nel settore giovanile della Fiorentina che da viale Fanti, nel marzo 2012 passò al Manchester United
SILENZIO CINESE. Intanto continua il silenzio attorno aNikola Kaiinic. Le tuiidie parole cinesi sono arrivate dal Safe, l’organo amministrativo nazionale che controlla il flusso degli investimenti all’estero e che, di fatto, ha smentito le severe limitazioni per gli investimenti da parte dei club del dragone. Se il Tinanjin vorrà, dunque, potrà passane dalle parole ai fatti, accendendo la clausola rescissoria
per assicurarsi il centravanti croato o comunque avvicinando il più possibile la soglia di quei 50 milioni ricliiesti dalla Fiorentina. Fin qui, tuttavia, si è viaggiato sottotraccia. Il caldatore, dunque, dovrà concentrarsi sulla sfida contro la Juventus, perché adesso i suoi gol servono alla Fiorentina, ma paradossalmente andie a lui, magari per convincere i dnesi a muovere la prima pedina ddlo scaccltiere. QuelladiGabbiadi- ni resta, al momento una suggestione: De Laurentiis non è intenzionato a lasciarlo partire a 0 euro. Intanto, in avanti, sulle tracce di Zarate ce anche il Watford. Il giocatore, come ha ribadito pure ieri il fratello manager spera di poter rimanere a Firenze, pronto a giocarsi una maglia da titolare, specie dopo aver giocato le ultime tre gare consecutive (Lazio, Napoli e Chievo), ma se dovesse arrivare un’offerta importante la società viola potrebbe anche lasciarlo partire. Viceversa, al termine della stagione, dunque lui anno prima della naturale
scadenza del suo contratto (2018) verrà discussala sua situazione.
REBUS BADEU. Corvino, dal canto suo, monitora il mercato, a caccia di eventuali occasioni. A centrocampo, tutto ruota intorno a MilanBadelj. Il suo procuratore sta cercando la strada giusta per portarlo via da Firenze, ma fin qui nessuno ha ” bussato” alla porta dei viola. Servono milioni, tra i 10 e i 12, e non saranno fatti sconti. In caso di partenza resta sempre aperta la strada die porta a Larsson del Sunderland, che per altro al temiine della stagione si svincolerà a parametro zero, ma l’ideaGiaccherini, per quanto caldatore con caratteristiche molto più offensive, continua a restare un’idea. Sulle sue tracce ce anche la Roma. Sussurri raccontavano anche di un possibile interesse per Gnoukouri, classe ’96 delTInter, ma la Fiorentina ha fatto sapere di non essere interessata.

Sentita mercoledì pomeriggio al Franchi, poco prima di F io re nt in a- Gli ie vo.
“Sousaha tenuto fuori Sal- cedo per averlo fresco contro la Juve”
“Sì, per la felicità di Dybala’!
Il fiorentino è questo, graffia, dissacra e non si accontenta mai. Ma se quella battuta l’avesse fatta uno juventino sarebbe scoppiato il finimondo.
Usciamo dalla battuta perché non si può negare che oggi fra Dybala, ma anche Higuain, e il miglior difensore della Fiorendna (al lettore la libera scelta) ci sia un abisso. Questo però non significa che la partita di domani sera sia già segnata. Nessuno può pensarlo e di sicuro non lo pensa Allegri che, da toscano vero, conosce la mentalità dei fiorentini. La Juve sta dominando anche questo campionato però ha già perso 3 partite, più quella in Supercoppa anche se ai rigori. Ha perso contro la squadra più scombinata fra quelle di media-alta classifica, l’Inter allora allenata da Frank De Boer, contro il Mi- ian che la Fiorentina non è riuscita a battere nonostante la sua netta supremazia solo perché Ilicic ha calciato il rigore sul palo e contro il Genoa che in classifica ha 4 punti in meno e una partita in più dei viola.
IL SISTEMA. La Fiorentina deve pensare a tutto questo, consapevole però che i primi a pensare agji inciampi del loro cammino sono proprio i campioni d’Italia. La forza della Juve è anche la conoscenza dei propri limiti. Che in Italia non appaiono così evidenti, ma ci sono. Ciò che servirà domani sera ai viola è l’equilibrio, mentale oltre die tatdco, è la calma, è la freddezza. La Fiorendna deve aspettare non la Juve ma l’atdmo buono, anzi, l’episodio. Magari proprio l’ultima parata col Chievo può essere d’insegnamento: l’espulsione di Radovanovic nel finale del primo tempo ha favorito l’attacco della squadra di Sousa che nei primi 45’ non si era mai vista. Poi,
nei 26’ del secondo tempo, prima dell’espulsione di Zarate, ha spinto al massimo.
IL VARCO. Ruolo per ruolo o anche duello per duello la sfida è impari. Tanta differenza molto spesso è un vantaggio, ma non sempre. Un’idea può essere decisiva, insieme all’organizzazione, la compattezza e, appunto, l’equilibrio. L’ultima Juve non è stata immune da errori, Allegri avrebbe preso a calci nel sedere i suoi giocatori a Doha e il finale rallentato della sfida di Coppa Italia con l’Atalanta, la squadra
I campioni d’Italia stanno dominando però hanno già perso tre partite con Inter, Milan e Genoa
Sousa dovrà aspettare non gli avversari ma l’episodio a favore e sfruttarlo
più bella di questi mesi, può aprire un pertugio nella nota solidità dei campioni d’Italia.
Da sempre a Firenze, specialmente in mancanza di altri obiettivi, tutto ruota intorno a questa partita. Il 4-2 in rimonta sulla Juve di Conte entra fra le prime 10 gai e della storia viola, come c’entra, ma nella parte opposta, lo 0-3 in Coppa Italia, con conseguente eliminazione, dopo la vittoria per 2-1 dell’andata allo Juventus Stadium. O entusiasmo o depressione, non c’è mai una mezza misura figuriamoci di fronte alla luve. Questo vale per Firenze, ma non può valere in quei 90 minuti per la Fiorentina. Che dovrà giocare seguendo linee opposte fra loro: aggredire ma con gli occhi etile spalle, attaccare ma difendendosi, usare la tecnica ma badando al sodo. E quando arriverà l’episodio, lì dovrà svoltare. Contro la Juve, soprattutto questa Juve, ci vuole per forza la partita perfetta.

Prima della Juventus, la Juventus era solo una panchina e una dozzina di ragazzi della Torino di fine Ottocento all’uscita dal liceo D’Azeglio. Al suono della campanella si danno appuntamento al solito posto, su una panchina di corso Re Umberto, e lì, nelle lunghe discussioni dell’adolescenza, pian piano si fa strada l’idea di formare un club sportivo in piena regola. Un club sportivo… ma di quale sport?
Le discipline più in voga al tempo erano la ginnastica, il canottaggio, la scherma e l’alpinismo, ma quei ragazzi sono in cerca di qualcosa di più emozionante e competitivo. Qualcosa che vedono fare agli svizzeri e agli inglesi che lavorano nelle fabbriche di pizzo e merletti a piazza d’Armi. Sembrano dare stupidi calci a un pallone, in realtà quel gioco nuovo proveniente dall’Inghilterra unisce il talento alla resistenza, la forza alla creatività, il divertimento alla fatica. Lo chiamano football, perché bisogna usare i piedi. Ed è quello il gioco che seduce i ragazzi seduti sulla panchina di corso Re Umberto, i ragazzi che faranno la Juventus.

Il giorno in cui Iuliano e Legrottaglie sembrarono una scatola di sardine in preda a un gruppo di marinai affamati cadde domenica 25 aprile del 2004.
Il Lecce guidato da Delio Rossi arriva a Torino alla caccia disperata di punti-salvezza. Quella domenica la Juve toccherà il momento peggiore della sua altalenante stagione. I pugliesi, con la splendida coppia d’attacco Konan-Chevanton, scherzano con la difesa bianconera, si prendono gioco della coppia Iuliano-Le- grottaglie e segnano un poker a domicilio alla Vecchia Signora. Quella del Lecce è una lezione di calcio a Marcello Lippi: i ragazzi vestiti di giallorosso aprono la difesa bianconera come una scatola di sardine. I velocissimi attaccanti Konan e Chevanton sembrano dei piccoli Ronaldo ventenni, e invece sono rispettivamente uno sconosciuto ragazzino ivoriano e un uruguaiano dal talento incerto costretto a sgobbare per tutto il campo alla ricerca di palloni giocabili. Sono loro a tenere sotto scacco la difesa dei campioni d’Italia.
È solo un lontano ricordo la Juventus di un anno prima, quella capace di subire solo ventinove gol in tutto il campionato, e mai più di due in una stessa partita (escluso un Juve-Chievo 4 a 3).
Sul secondo governo Lippi iniziano ormai a scorrere i titoli di coda.

La Coppa Italia era stata soprannominata la Coppa dei Piccoli, un trofeo minore utile a far giocare le riserve, e le squadre che hanno già fallito nei tornei più importanti. Il 12 febbraio del 2004 qualcuno cambiò idea dopo aver visto Juventus e Inter dar vita a una battaglia aU’ultimo sangue.
La gara di andata era finita 2 a 2, ma i bianconeri erano rimasti impressionati dai due gol dell’Imperatore Adriano.
A San Siro si gioca la semifinale di ritorno: chi vince va in finale. Adriano si conferma in forma smagliante e trova subito il gol, ma tutto il primo tempo è una sofferenza senza fine per la difesa juventina, finché, all’ultimo minuto Igor Tudor ne ha abbastanza e sale in attacco realizzando il gol del pareggio. Nel secondo tempo gli scontri si fanno sempre più aspri. A chi dice che la Coppa Italia non è una competizione sentita, Cordoba risponde facendosi espellere e Del Piero uscendo dalla panchina per lanciarsi nella mischia e segnare il gol del vantaggio. L’Inter, tuttavia, nel 5’ di recupero, all’ultimo assalto, trova il pareggio.
A questo punto l’unica soluzione a una contesa così sentita pare quella dei calci di rigore. E qui, alla fine di un’altalena che sembra spinta da un titano per quanto oscilli, Fabrizio Miccoli pone termine al dondolio del punteggio con il rigore decisivo.
Ecco la partita che diede nuovo prestigio e dignità alla Coppa Italia.

Piacenza mancano tre minuti alla fine e la Juve, bloccata sullo 0 a 0, guarda lo scudetto volare via lontano, verso Milano sponda interista. Ci vorrebbe un po’ di fortuna o un po’ di audacia, o una che porti l’altra. Pavel Nedved, da vero combattente qual è, non ha mai fatto troppa distinzione tra le due cose. Lui intanto ci prova. Riceve un pallone da Nicola Amoruso al limite dell’area. E un palla bastarda,di quelle che rimbalzano chissà dove. Pavel non si pone il problema, lui la calcia di contro-balzo e infila un sinistro imprendibile alla sinistra del portiere del Piacenza Paolo Orlandoni. Il giocatore che aveva gironzolato nel campo senza meta per ottantotto minuti, ora corre come un matto per festeggiare il gol. La Juve bruttina, anzi proprio brutta, di quella primavera del 2002, non si sa come, si ritrova a solo un punto dall’Inter e davanti alla Roma. Gli scudetti sono fatti così: devi farti trovare pronto anche quando non sei abbastanza bello. E il bello e il brutto dello scudetto.

Che inno canterà Mauro Ger- man Camoranesi alla prima partita con la maglia azzurra? Lui, nato e cresciuto in Argentina e con un solo lontano antenato italiano, perché dovrebbe cantare l’inno composto da Mameli quando un giorno incontrò Michele Novaro?
La pensa così anche Mauro, che tace, infatti, al momento dell’inno. La telecamera carrella sui primi piani dei giocatori, arriva all’argentino che resta impassibile. Il giorno dopo si scatena una ridda di polemiche sulla purezza italica di Mauro Ger- man. Lui resiste, abbozza, si volta dall’altra parte e dribbla tutte quelle chiacchiere inutili.
Tempo dopo, con un tìtolo mondiale in tasca da titolare della fascia destra, Camo- ranesi decide che è stanco delle frecciatine e risponde a tutti, in un colpo solo, con un dardo: «È da tre anni che mi rompono con la storia dell’inno italiano, fanno la solita domanda per provocarmi. Dio mio, i giornalisti italiani. Da dieci anni non canto l’inno argentino, figuriamoci quello italiano».

Tutti i cuori bianconeri ricordano con rabbia la pioggia di Perugia. Cuori bagnati di una pioggia che si portava via lo scudetto. Uno scudetto a lungo tenuto a bada fino a queU’ultima maledetta giornata di pioggia. In pochi, invece, hanno ringraziato e venerato Giove Pluvio per un’altra pioggia che quattro anni più tardi lanciò la Juve verso la fuga-scudetto.
Il 14 novembre del 2004 i bianconeri si presentano sul campo di Lecce. Piove ininterrottamente da 24 ore. Un autentico nubifragio che trasforma il campo di gioco in un pantano. Un campo dove il gioco veloce professato dalla squadra sa- lentìna guidata da Zdenek Zeman è completamente
vanificato. La Juve, invece, ha un fuoristrada come Zlatan Ibrahimovic, capace su qualsiasi superficie di scattare, saltare e regalare assist,
I bianconeri conquistarono così altri tre punti: su trentasei disponibili fino a quel momento, ne aveva guadagnati trentuno. Capello disse che il campionato iniziava a entrare nel vivo.
In realtà, con quella vittoria la Juve aveva già ammazzato il campionato. La rincorsa della Vecchia Signora verso lo scudetto numero ventotto sarebbe stata una passeggiata in solitudine come Coppi verso Pinerolo.

Nell’estate del 1997 Filippo In- zaghi non era ancora Superpippo, e così, quando arrivò alla Juve, qualcuno storse il naso. Che coppia formerà con Alex Del Piero? Chi metterà quella stazza fisica indispensabile nelle aree di rigore? L’autunno seguente l’allenatore Marcello Lippi non ha ancora risolto il suo dubbio del centravanti da affiancare a Del Piero. Il 30 novembre contro il Milan il titolare è Nicola Amoruso. Ma quel giorno gli dèi del calcio hanno in mente un nuovo piano. Dopo un duro scontro di gioco Amoruso resta immobile a terra. Il medico e il mas- saggiatore corrono a vedere di cosa si tratta, ma si capisce subito che la partita di Nick finisce lì. Per Filippo Inzaghi è il momento di salire sul palcoscenico. E il momento di recitare una parte mandata a memoria fin da quando era bambino. Dopo appena trenta secondi, dal suo ingresso in campo, infatti, si produce nel suo classico monologo del gol.

Un giovane uruguaiano di diciannove anni, con le sue movenze da pantera, ammalia la Juventus nel 1997. Si chiama Marcelo Danubio Zalayeta e la dirigenza mette sul piatto della bilancia ben cinque miliardi di lire, per ottenere il talento sudamericano. Tanti soldi per un ragazzo poco più che diciannovenne.
Zalayeta, appena sceso dalla bilancia, gioca con estrema disinvoltura: il piede è ottimo, come la capacità di proteggere il pallone con il corpo. La potenza e la velocità sono al di sopra di ogni sospetto.
In fondo i cinque miliardi di lire sembrano ben spesi. Non resta che aspettare la maturazione del ragazzo, non resta che aspettare che la pantera si trasformi in un
panterone. Quando, però, Zalayeta finisce in prestito in Spagna al Siviglia, il club andaluso si ritrova presto con le casse vuote, e senza soldi per prolungare raccordo con la Juventus. Marcelo finisce così tra i disoccupati del calcio: si allena con la Nazionale uruguaiana per tenersi in forma ma non ha una squadra di club dove giocare. Per fortuna, dopo qualche mese, Marcello Lippi decide di credere ancora in lui, e Zalayeta finalmente veste la maglia bianconera.

Non sono bastate quasi cento partite; non sono bastati più di cinque anni in bianconero. Jonathan Zebina, il difensore francese non è ancora riuscito a segnare il suo primo gol con la maglia della Juventus. Il suo giorno arriva PII marzo del 2010. A Torino si gioca l’andata degli ottavi di Europa League. Lo stadio è mezzo vuoto, nonostante i 1500 inglesi che hanno attraversato le Alpi per sostenere i giocatori del Fulham. Eppure i bianconeri giocano con voglia e ambizione, nella speranza che resti vivo almeno l’ultimo obiettivo di una stagione da dimenticare, e già al 9’ Legrottaglie segna il vantaggio per i padroni di casa. Il bello, però, deve ancora venire e ha il nome di Jonathan.
Il gol inimmaginabile di Zebina va in onda al 25’ del primo tempo: il difensore francese stordisce in dribbling due difensori, poi carica come una fionda un prepotente destro che fila dritto in porta passando giusto giusto tra palo e traversa.
Zebina esulta in modo dissennato per il gol atteso da una vita. Corre sotto la curva che spesso l’ha insultato e odiato. È il suo momento di rivincita e sembra voler litigare con tutti gli ultra. A fatica lo trattengono i compagni; nessuno l’aveva mai visto così bello e agguerrito in quattro anni di Juve.

Nell’estate del 2002 la Juventus mette le mani sul regista difensivo più prolifico del campionato. Salvatore Fresi, infatti, non solo ha condotto il Bologna fino al settimo posto e alla qualificazione per il torneo Intertoto, ma ha anche segnato 8 gol. Un bottino da centrocampista d’attacco più che da difensore.
Il 15 settembre dello stesso anno, al 17’ della ripresa, arriva il giorno dell’esordio in bianconero. Salvatore entra e non si fa prendere dall’emozione nemmeno per un attimo. Anzi, quando al 91’ gli capita l’occasione buona, non si fa pregare e calcia in porta il gol del 3 a 0. Salvatore, con quel tiro, pensa di avere acceso la miccia della sua carriera in bianconero, già immagina fuochi d’artificio nel suo futuro, e invece ha acceso solo un fuoco di paglia.
Fresi, infatti, non riuscirà a trovare molto spazio, a parte qualche tiepida consolazione in Coppa Italia, e mette insieme solo sedici presenze con la Juve. L’anno seguente le cose peggiorano ancora e a gennaio, dopo una sola presenza, Fresi va in prestito al Perugia.
Non metterà più piede alla Juve e quello dell’esordio resterà, beffardamente, il suo unico gol in bianconero.

Agosto, per la Juve, ha sempre significato amichevoli estive e sgambate con squadre di dilettanti. Mai le era successo prima di giocare una partita decisiva proprio ad agosto. Ma c’è sempre una prima volta e quella della Juve venne il 10 agosto del 2004. È il giorno dell’andata del terzo turno preliminare di Champions League, Juventus-Djurgaarden, una partita che vale l’ingresso al torneo delle più forti squadre d’Europa. Fabio Capello è sulla panchina bianconera da soli due mesi e finisce subito nei guai. Gli svedesi, infatti, vanno presto in vantaggio di due gol a Torino. Sotto un diluvio senza fine, la Juve si rimbocca le maniche e segue il suo nuovo condottiero. Si chiama Emerson Ferreira da Rosa. Ha tecnica brasiliana e mentalità europea. Si piazza davanti alla difesa e da li inizia a fare il suo gioco: recupera palla, fa ripartire l’azione e appena può si presenta in area di rigore. Non sembra affatto infastidito dalla pioggia battente, come se avesse degli speciali scarpini da pioggia. Al 60’ Emerson corona la sua partita perfetta, incornando nella rete svedese il gol del 2 a 2. Quindici giorni più tardi la Juve vincerà in Svezia per 4 a 1 e per la prima volta avrà qualcosa da festeggiare già ad agosto. L’Era-Capello è iniziata.

Edgar Davids colpì la palla istintivamente, scivolando sul ginocchio destro. Una palla calciata in quel modo, lo sanno bene tutti calciatori, può finire letteralmente ovunque, anche in fallo laterale, in tribuna o magari fuori dallo stadio. Era dal campionato precedente, da quasi dieci mesi, che il Pitbull olandese non faceva un gol. Ma perché sarebbe dovuto entrare proprio quel pallone?
Le sue treccine quel giorno si erano agitate più del solito in campo. Andava in cerca di qualcosa, forse di una rivincita.
Quel tiro del lottatore bianconero fu guidato da questa misteriosa voglia di vendetta e si infilò spietatamente nell’angolino basso. Dopo il gol l’olandese si lasciò andare a una corsa scatenata, ma non corse davanti alla sua panchina, corse a esultare davanti a quella giallorossa. Perché?
Basta chiederglielo dopo la partita per scoprire il motivo: «Ho esultato davanti alla panchina della Roma per far vedere a qualcuno che sono capace di dare sempre un contributo alla squadra, e di segnare gol importanti».
Sulla panchina giallorossa sedeva quel Fabio Capello che due anni prima aveva scaricato Edgar Davids quando entrambi militavano nel Milan.
I gol che valgono una rivincita sono così: istintivi e coraggiosi.

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