Salviamo Elisa malata di leucemia: cercasi donatore di midollo osseo, oppure morirà presto

La bimba, di 3 anni, è affetta da una rara forma di leucemia. L’appello dei suoi genitori è stato condiviso da tanti personaggi dello spettacolo, da Fiorello e Anastacia. I medici sono alla ricerca di un donatore di midollo osseo con la massima compatibilità.

È una corsa contro il tempo, quella per aiutare la piccola Elisa bimba di Pordenone di appena tre anni affetto da una rara forma di leucemia infantile, già nei mesi precedenti si è parlato di questa povera bambina purtroppo non resta molto da vivere il papà ha fatto della mamma Sabina lancia un appello anche sui social creando una pagina sei chiamata salviamo Elisa. La bimba ha l’urgente necessità di un trapianto di midollo osseo. Quindi si cerca un donatore compatibile.

Le probabilità di trovare il giusto donatore è di 1/centomila. Una probabilità difficile ma non impossibile spiega il padre dal letto di ospedale dove si trova la piccola bambina. La situazione di Elisa e piuttosto critica in quanto la piccolina emanata da un anno e mezzo e si trova da circa due mesi ricoverata al Bambin Gesù di Roma il suo calvario inizia con un piccolo brufoletto situato sulla testa e alcune bollicine, inizialmente innocue sulla lingua.

Inizialmente fu curata come se fosse una semplicissima gastroenterite, ma ad oggi la piccolina sta cominciando il quinto ciclo di chemioterapia, purtroppo l’ultimo possibile, ad Elisa restano solo 50 giorni di tempo quindi non rimane altro che sperare in un miracolo e trovare un donatore con la giusta compatibilità. Fino ad oggi la ricerca riportata dal database delle 30 milioni di persone tipizzate nel mondo non è risultata utile. Sono diverse le persone che hanno contribuito alla ricerca per un giusto profilo del donatore, svariati sono stati anche italiani tra cui molti anche appartenenti al mondo dello spettacolo, che non si sono tirati indietro vi elenchiamo, Umberto tozzi, Fausto leali, Paolo Ruffini, Paolo conte, i calciatori del Sassuolo Francesco acerbi, tutti si sono sottoposti a specifici prelievi di sangue.

C’è da aggiungere inoltre che i genitori della bimba oggi vivono a Roma lontani dalla loro casa natale, il papà Fabio ha dovuto lasciare il suo lavoro mentre la mamma Sabina lavora come infermiera per cercare di sostenere le spese per far fronte al sostegno per la piccola Elisa genitori non lasciati soli in quanto affiancati dall’associazione donatori midollo osseo della regione Friuli-Venezia Giulia con l’aiuto di altre associazioni locali. Per coloro che volessero aiutare la piccola di possono iscriversi al registro donatori basta sottoporsi a un semplice prelievo di sangue per la tipizzazione inoltre bisogna avere un’età compresa tra i 18 e i 35 peso corporeo non superiore ai 50 chili e ovviamente avere una buona salute. La donazione del midollo avviene tramite una trasfusione speciale senza anestesia. Un’ottima operazione di solidarietà potrà comunque, avere un vantaggio nei riguardi di tutti i malati affetti da leucemia, speriamo, che possa venirmi a trovare una compatibilità di midollo osseo comparabile a quello di Elisa.

Che cos’è il trapianto di midollo osseo o di cellule staminali periferiche

Tutti sappiamo cosa significa trapianto di un organo, ma per capire il significato di trapianto di midollo osseo (TMO), o più correttamente di cellule staminali emopoietiche (CSE), bisogna sapere che cos’è il midollo osseo, cosa sono le cellule staminali emopoietiche e a che cosa servono.
Il midollo osseo si trova nella parte interna delle ossa, è di consistenza gelatinosa o semi fluida, ed al suo interno ci sono le cellule staminali emopoietiche che producono globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Questa funzione viene chiamata emopoiesi.

Come si preleva il midollo osseo

Le cellule staminali si possono trovare in misura nettamente inferiore anche nel sangue periferico e quindi, con tecniche che descriveremo in seguito, possono essere raccolte mediante un normale prelievo di sangue.
Sia il midollo che il sangue circolante, dunque, rappresentano una possibile fonte di cellule staminali emopoietiche.
Il midollo viene prelevato da un osso del bacino e, se necessario, dallo sterno.
L’intervento, che in genere dura 1 ora, può essere fatto sia in anestesia generale che in anestesia locale (spinale). Con un grosso ago si punge fino a raggiungere la cavità interna dove c’è il midollo e con la siringa si aspirano piccole porzioni, 3-5 ml per volta, fino a raggiungere la quantità necessaria per il trapianto,circa 700-1000 ml, a seconda del peso corporeo del donatore e del ricevente.
Per evitare l’anemia, conseguente al prelievo di circa 1 litro del proprio midollo osseo, il donatore generalmente riceve una trasfusione del proprio sangue che viene prelevato circa 2 settimane prima (per evitare il basso rischio di epatite o AIDS eventualmente legato ad una trasfusione da banca del sangue).
Nel donatore non vi è una perdita della funzionalità midollare, in quanto il midollo prelevato viene ricostituito interamente nell’arco di poche settimane.

Come si prelevano le cellule staminali periferiche

Le cellule staminali emopoietiche, anche se in misura molto limitata , si trovano anche nel sangue circolante.
Per aumentare il loro numero si fa uso di farmaci denominati fattori di crescita granulocitari, che vengono somministrati per via sotto cutanea per 4-6 giorni.
Questa fase di stimolazione viene chiamata mobilizzazione.
Successivamente, le cellule staminali emopoietiche vengono prelevate e separate da altri elementi del sangue mediante un separatore cellulare, concentrando il prodotto finale in 200-250 ml. Questa tecnica viene definita aferesi. Oggi si dispone i programmi computerizzati che hanno permesso di ridurre sia la durata delle procedure (3-4 ore) sia il numero di aferesi (1-4).

Le cellule staminali emopoietiche prelevate dal midollo o dal suo sangue periferico devono essere trattate in laboratorio per ridurre il volume della sospensione cellulare e per eliminare, per quanto possibile, globuli rossi, piccoli coaguli di grasso e frammenti ossei.
Una volta prelevate e trattate in laboratorio, le cellule vengono congelate in vapore di azoto a -136° C.
In questo modo le cellule possono essere conservate per alcuni anni.

Vari tipi di trapianto

Quando si parla di trapianto si sa che ci deve essere necessariamente un donatore e un ricevente. Si parla di un trapianto autologo o autotrapianto nel caso in cui donatore e ricevente siano la stessa persona. Se donatore e ricevente sono invece due persone diverse, si parla di trapianto allogenico o allo trapianto. Nel trapianto allogenico il donatore può essere un fratello, una sorella o un altro familiare, una persona al di fuori della parentela o sangue da cordone ombelicale. Sia nel trapianto autologo che in quello allogenico si re-infondono le cellule staminali emopoietiche. Queste possono essere prelevate sia dal midollo osseo (trapianto di midollo osseo), che dal sangue circolante (trapianto di cellule staminali emopoietiche periferiche).
a-Il trapianto autologo o autotrapianto.

Donatore e ricevente sono la stessa persona.
Esistono alcuni tipi di leucemie e di tumori solidi che hanno mostrato un aumento delle risposte in funzione della quantità di farmaci o di radiazioni ionizzanti somministrate. I farmaci antitumorali e le radiazioni però non possono essere somministrate al di sopra di una certa dose, pena la distruzione totale del midollo con conseguente morte del paziente.
Per tale motivo, prima si espiantano le cellule staminali del paziente, poi il paziente viene ricoverato in un reparto idoneo, in camera singola o doppia, e sottoposto a trattamento radio e/o chemioterapico a dosi molto elevate, infuse attraverso un catetere venoso centrale inserito in succlavia (un piccolo tubo di gomma inserito chirurgicamente in una vena nella parte superiore del torace), allo scopo di distruggere tutte le cellule malate dell’organismo. Questa fase viene chiamata condizionamento.

Durante questa fase che può durare da 3 a 9 giorni, oltre ai farmaci antiblastici il paziente è sottoposto ad idratazione (flebo) allo scopo di eliminare i prodotti di degradazione dei farmaci e le sostanze tossiche. Dopo 48-72 ore dal termine del condizionamento, ma sempre con paziente sottoposto ad idratazione, vengono re-infuse le cellule staminali emopoietiche precedentemente prelevate, allo scopo di riformare il midollo osseo. Le cellule precedentemente criopreservate vengono scongelate a 37° in bagno termostato e re-infuse attraverso il catetere venoso centrale in 510 minuti.

Contemporaneamente, o subito dopo, c’è la fase detta di aplasia, in cui c’è una diminuzione notevole di tutti gli elementi del sangue, ovvero globuli rossi, bianchi e piastrine, per effetto della chemio radio terapia sovramassimale.
Tale periodo ha una durata variabile in base ai trattamenti precedenti, al tipo di malattia, alla fase della malattia e ai farmaci usati.

Generalmente, questa fase si protrae per circa due-tre settimane e rappresenta il periodo di maggior rischio per il paziente in quanto possono subentrare febbre, emorragie, anemie e mucositi.
La febbre insorge per una diminuzione delle difese immunitarie, con conseguente rischio infettivo. Per questa ragione, il paziente viene solitamente sottoposto a terapia antibiotica preventiva.
Le emorragie sono causate da una diminuzione delle piastrine. Tale evenienza si presenta con ecchimosi, ematomi, petecchie sulla pelle o mucose e perdita di sangue dal naso.
In questo caso si somministrano trasfusioni di piastrine.

L’anemia consegue alla mancata produzione di globuli rossi da parte del midollo osseo. Se l’emoglobina scende al di sotto di certi valori si fanno delle trasfusioni.
Le mucositi sono infiammazioni della bocca e della gola, abbastanza fastidiose, che possono rendere difficile una sufficiente alimentazione. Con una corretta igiene orale è comunque possibile sia prevenirle che alleviarne la gravità. Dopo il periodo di aplasia inizia il periodo di ricostituzione ematologica.
Le cellule staminali emopoietiche re-infuse aiutano la ripresa della funzionalità del midollo osseo, che inizierà a produrre nuovi globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.

Donatore e ricevente sono due persone diverse.
Quando non è possibile effettuare l’autotrapianto, sia per una forte riduzione del numero delle cellule staminali emopoietiche che per una loro alterazione patologica acquisita (leucemia) o congenita (talassemia major), si effettua l’allotrapianto, cioè il midollo osseo viene prelevato da un donatore sano. L’indicazione principale comunque, è rappresentata da alcune forme di leucemia.
Per poter infondere il midollo osseo di un donatore occorre che questo sia compatibile con il ricevente.

Poiché ognuno di noi ha un sistema di istocompatibilità specifico, la ricerca del donatore, in genere viene fatta nell’ambito familiare, dove esiste la possibilità del 25% che ogni fratello o sorella sia compatibile. Per aumentare questa percentuale si è tentato in questi ultimi anni, di infondere midollo osseo non perfettamente identico e si è visto che quando la disparità si limita ad un solo antigene di istocompatibilità i risultati sono accettabili. Per questo motivo sono state costituite in Europa e in Nord America delle “banche di midollo osseo”, dove ci sono i dati di moltissimi donatori volontari disponibili a sottoporsi ad un espianto di cellule staminali emopoietiche.

Per raggiungere l’obbiettivo che si prefigge il trapianto di midollo osseo, cioè la guarigione, bisogna cercare di distruggere completamente le cellule leucemiche del paziente. Questo avviene con un regime di condizionamento molto aggressivo che comporta dei rischi. Il condizionamento è imperniato su farmaci antitumorali e radiazioni ionizzanti (irradiazione di tutto il corpo). Ciò può comportare tossicità a carico del fegato, del tubo gastroenterico e di altri organi, oltre a frequenti e temibili complicanze infettive causate da germi, funghi e virus. Per questo motivo, il paziente viene ricoverato in camere “di isolamento” (ambienti protetti, dotati di filtri per l’aria, dove si accede indossando camice e mascherina) e sottoposto a terapie profilattiche con antibiotici, antifungini e antivirali, oltre che ad una alimentazione accurata.

In questo tipo di trapianto una conseguenza temibile è la cosiddetta reazione da trapianto contro l’ospite (graft versus host disease). Ciò avviene perché insieme alle cellule staminali emopoietiche del donatore vengono infuse cellule responsabili della sorveglianza immunitaria (linfociti).

Queste cellule, anche quando il donatore e il ricevente sono perfettamente compatibili, riconoscono sempre qualche differenza, con il risultato che, attaccando tessuti che riconoscono come estranei, provocano l’infiammazione dell’organo interessato. Questa reazione compare in genere entro 30 giorni dal trapianto (reazione acuta), ma può comparire anche dopo 3 mesi (reazione cronica).

Tale reazione si presenta con rossore del palmo delle mani e della pianta dei piedi, ma può estendersi a tutto il corpo. Può interessare il fegato con ittero (colorazione gialla della pelle) e l’intestino con diarrea profusa.

Per evitare o ridurre il fenomeno della reazione da trapianto contro l’ospite, vengono solitamente somministrati dei farmaci che hanno lo scopo di ridurre le difese immunitarie del paziente.
Per questa ragione, anche dopo le dimissioni il paziente trapiantato dovrà seguire una vita riservata per diversi mesi, in quanto possono sopraggiungere delle infezioni, soprattutto a livelli polmonare, causate da virus o batteri.

Per tale motivo, il paziente deve essere seguito per diversi mesi prima di potersi allontanare dal Centro dove è stato sottoposto a trapianto. Abbiamo tentato di chiarire gli scopi e i motivi di una tecnica che ha aumentato le possibilità di curare i tumori, con la convinzione che la conoscenza possa diminuire la paura. Oggi, disponendo di valide terapie di supporto, molti effetti collaterali sono prevedibili e curabili, tanto che in alcuni tipi di trapianto (autologo) l’età delle persone da sottoporre a tale terapia è aumentata fino a 65 anni, e ci sono protocolli sperimentali applicabili fino a 70 anni. Abbiamo cercato di dare risposte ad alcune domande, ma sicuramente altre ne insorgeranno; per queste, demandiamo ai medici del Centro Trapianti della U.O. Ematologia sono a disposizione per colloqui di informazione che vengono effettuati prima e dopo le procedure.

Elisa ha tre anni e 50 giorni di tempo per non morire, per trovare un donatore di midollo compatibile che le salverà la vita. La piccola paziente da un anno combatte contro una leucemia aggressiva e resistente ai farmaci, e la sua unica speranza è un trapianto di cellule staminali idonee che sconfiggerà la sua malattia.
Fino ad ora la ricerca nel database tra le 30 milioni di persone schedate nel mondo è stata vana, e la compatibilità con un donatore di questa bambina è stata calcolata una su centomila. Una impresa disperata e una corsa contro il tempo che però non ha scoraggiato suoi genitori, i quali hanno creato l’hashtag #SalviamoElisa e chiesto aiuto su Facebook per la loro piccola, postando una sua foto, che ha cominciato a fare in pochi giorni il giro dei social, raccogliendo milioni di condivisioni ed adesioni che hanno coinvolto molti personaggi intemazionali del calibro di Anastasia e nazionali come Fiorello, Fausto Leali, Umberto Tozzi, Paolo Conte, oltre a molti altri noti cantanti, calciatori, personaggi dello spettacolo e migliaia di anonimi cittadini.

Elisa, originaria di Pordenone, è ricoverata al Bambin Gesù di Roma, nel reparto di onco- ematologia pediatrica diretto dalprof Franco Locatelli, il massimo esperto in leucemie infantili, il quale ha appena iniziato sulla piccola paziente il quinto ciclo di una chemioterapia sperimentale, probabilmente per lei l’ultimo possibile. Ma mentre Elisa è sotto flebo, imprigionata in un lettino di ospedale, non sa che centinaia di persone stanno rispondendo al suo appello, recandosi nei nosocomi, iscrivendosi tra i donatori, per testare le loro caratteristiche di compatibilità. Una operazione insperata di grande generosità e di grande solidarietà, che andrà a vantaggio anche dei tanti malati di leucemie, mielomi e linfomi in attesa di trapianto, l’unico che spesso salva loro la vita, portandoli addirittura alla guarigione.

I tumori maligni del sangue originano dal midollo osseo e dal sistema linfatico, non è possibile prevenirli ed in passato erano spesso mortali, ma oggi l’uso di chemioterapie combinate con l’immunoterapia ha radicalmente cambiato la prognosi di tali patologie, e con l’aggiunta del trapianto di midollo, o meglio di cellule staminali, si sono ottenute grandi percentuali di remissioni di malattia. Tale procedura ha lo scopo di ricostruire il tessuto midollare osseo non più funzionante per effetto del processo morboso, e di sostituirlo completamente con cellule nuove, quelle donate, ed il trapianto avviene semplicemente per via endovenosa, come una normale trasfusione di sangue, e dal circolo venoso le cellule staminali trasfuse vanno ad aderire al parenchima midollare, dove proliferano, si differenziano e maturano, riattivando la ripresa dell’ emopoiesi, cioè ricominciando a produrre nuove e sane cellule del sangue, offrendo possibilità di guarigioni fino a vent’anni fa considerate impossibili. Per il successo di tale percorso terapeutico è fondamentale che vi sia la maggiore compatibilità possibile tra le cellule che vengono donate e quelle del ricevente, per favorirne l’attecchimento sicuro e scongiurare il rigetto.

Per iscriversi al registro dei donatori basta recarsi, in qualunque momento della giornata, senza appuntamento e senza essere a digiuno, in un qualsiasi centro trasfusionale nazionale, dove, con un semplice prelievo di sangue si otterrà la tipizzazione, e dove si verrà schedati e registrati. La richiesta di donazione verrà inoltrata soltanto nell’ eventualità che qualche paziente sia compatibile e ne abbia necessità urgente, ma è sempre un atto spontaneo e mai obbligatorio.

La donazione di midollo attualmente non si esegue più in sala operatoria, ma avviene tramite una trasfusione speciale, senza anestesia e senza alcun dolore fisico, perché il prelievo dalle ossa del bacino, che si effettuava in passato, oggi non è più necessario. La tipizzazione del vostro sangue fatta oggi potrebbe aiutare Elisa, e domani o tra dieci anni un altro bambino. Per diventare donatori di midollo bisogna avere tra i 18 ed i 35anni, anche se si resta donatori fino a 55anni, bisogna avere un peso * ™ corporeo superiore ai 50 chili e godere di buona salute.
C’è da dire che dall’ospedale i medici si mostrano ottimisti. «Le condizioni cliniche della bimba, attualmente in trattamento farmacologico, sono stabili – precisano dal Centro nazionale trapianti assieme al Registro Donatori di Midollo Osseo e all’ospedale Bambino Gesù – e si è già proceduto a ricercare dei potenziali donatori».

I genitori di Elisa hanno comunque concluso il loro appello con questa frase: «Ognuno di voi può darci una mano, condivida la pagina Fb e, se ne ha le caratteristiche, si iscriva ai donatori, perché i miracoli a volte avvengono». E tutti noi, anche se non crediamo ai miracoli, speriamo che entro 50 giorni si riesca a trovare, nel mondo, una sacca di staminali compatibile, per strappare alla leucemia anche questa piccola vita.

La diagnosi di leucemia acuta è un processo in continua evoluzione grazie all’introduzione di nuove tecniche analitiche destinate a fornire le informazioni necessarie per una moderna pratica clinica. Negli anni settanta, la diagnosi era relativamente semplice: anche un medico non specialista, con limitate nozioni di ematologia era in grado di identificare nel sangue periferico o nel sangue midollare la presenza di cellule anomale e di porre la diagnosi di leucemia acuta.

Questo era tutto quello che allora era necessario; non esistevano protocolli terapeutici specifici per i diversi tipi di leucemia acuta, ma solo una monochemioterapia. I risultati erano limitati e transitori, indipendentemente dalla natura della cellula coinvolta nel processo leucemico. I progressi terapeutici derivanti dall’utilizzo di nuovi farmaci e soprattutto dal loro uso combinato (poli chemioterapia), hanno posto fortemente il problema di conoscere in modo più approfondito la cellula leucemica, dal momento che la risposta alla terapia con i primi protocolli di polichemiote- rapia, risultava molto diversa nelle leucemie acute di origine linfoide da quelle di origine mieloide.

Nasceva, pertanto, l’esigenza di associare la morfologia a tecniche più obbiettive in grado di aumentarne la capacità discriminante e di dirimere i casi dubbi: a tal fine, venivano introdotte inizialmente tecniche di citochimica. Nel tentativo di spiegare la risposta eterogenea alla terapia è stato introdotto negli anni ottanta, lo studio immunologico dei linfociti; dapprima mediante lo studio delle rosette per identificare i linfociti di origine T e le immuglobuline di superficie per i linfociti di origine B, e successivamente con l’uso di anticorpi poli e monoclonali. L’introduzione nella routine diagnostica di ampi pannelli di anticorpi e di strumenti come i citometri a flusso ha aperto nuove prospettive alla definizione diagnostica delle leucemie: è possibile valutare contemporaneamente, in un numero elevato di cellule, molti parametri per ogni singola cellula. La successiva introduzione delle tecniche di biologia molecolare, citogenetica e genetica molecolare hanno ulteriormente ampliato la comprensione dell’eterogeneità delle cellule leucemiche, con la relativa importanza clinica.

Oggi la diagnosi si è adeguata al nuovo concetto di qualità, e non solo per quanto riguarda le esigenze espresse, ma anche per quelle implicite. Tutto questo trova un esempio nella crescente complessità della prestazione offerta: si è passati dai criteri minimi necessari per fare una diagnosi, alla individuazione di classi di rischio, per la stratificazione dei pazienti, fino allo studio di quella che oggi si definisce come malattia residua minima (MRD), precisi marcatori di malattia che permettono di seguire la risposta alla terapia.

Gli innumerevoli progressi terapeutici ottenuti in oncoematologia pediatrica, ed in particolare nelle leucemie acute, sono principalmente dovuti alle conoscenze derivate dal laboratorio che hanno permesso un più approfondito approccio diagnostico, una classificazione del rischio basata anche su variabili biologiche, lo sviluppo di terapie specifiche in rapporto alla risposta alla terapia e alla comprensione dell’attivazione di caratteristiche vie di segnale intracellulare. Le metodologie che attualmente costituiscono lo standard diagnostico in tutti i migliori gruppi internazionali sono: la morfologia, la citochimica, la citogenetica classica e molecolare, la genetica molecolare, la citometria a flusso. L’applicazione contemporanea di tali tecnologie è volta ad ottenere il risultato più informativo possibile per coloro che dovranno alla fine applicare un adeguato protocollo terapeutico.

Ogni metodologia ha una definita sensibilità e specificità; è solo il loro uso combinato che contribuisce alla diagnosi finale e permette di valutare accuratamente la risposta alla terapia formulando una possibile prognosi. Le nuove tecnologie che valutano contemporaneamente l’espressione di migliaia di geni rappresentano oggi la nuova frontiera nella diagnostica delle leucemie acute: grandi sono le aspettative su una possibile applicabilità routinaria di queste metodologie. Anche lo studio delle proteine e dei circuiti di attivazione cellulare rappresentano un nuovo approccio rivolto al disegno e alla produzione di farmaci intelligenti; se ne intravede un possibile ruolo nel curare non più la malattia, ma il difetto specifico alla base della malattia.
In questi ultimi anni si è passati da una diagnosi sostanzialmente morfologica, utilizzando la classificazione FAB sia per le leucemie linfoblastiche acute (LLA) che per quelle mielo- blastiche (LMA) ad una più complessa. L’introduzione negli anni ’80-’90 dei marcatori immunologici e di quelli citogene- tici ha cambiato profondamente l’approccio diagnostico nelle leucemia acute.

Identificazioni di classi a diverso rischio di ricaduta
Una corretta stratificazione dei pazienti in diverse classi di rischio assume un ruolo fondamentale nel trattamento, nel tentativo di selezionare una terapia che sia adeguata e non ingiustificatamente troppo tossica. Sono stati identificati alcuni fattori genetici responsabili di maggior resistenza alla chemioterapia o di abnorme tossicità. Si riconoscono tre classi di rischio nelle Leucemie Acute pediatriche: Standard, Intermedio e Alto.

Fattori che predicono l’outcome clinico
Attualmente la possibilità di guarigione è di almeno il 80% nelle LLA.
I fattori che influenzano l’outcome sono rappresentati principalmente dalle caratteristiche genetiche della cellula coinvolta e dalla sua responsività ai regimi di chemioterapia valutabile mediante lo studio della Malattia Residua Minima (MRD).
II primo fondamentale momento nel trattamento di una leucemia è una diagnosi adeguata.

Morfologia
L’esame morfologico costituisce ancora un cardine nella diagnosi di leucemia; ha il grande vantaggio di non essere costoso, di essere rapido, di essere in grado di definire nella maggior parte dei casi se si tratta di una leucemia. E’ inoltre, al momento il golden standard nelle mielodisplasie, anche se nuove tecnologie sembrano poter essere più informative.

Il grande limite di questa tecnica sta nell’operatore: l’interpretazione è soggettiva, soprattutto nelle forme più immature e dipende in gran parte dall’esperienza dell’esaminatore. La morfologia, associata alla citochimica è in grado di distinguere tra LLA e LMA in oltre 80% dei casi; un esaminatore esperto, inoltre, può riconoscere da caratteristiche peculiari, alcuni sottotipi geneticamente. Limite di tale tecnica è il non essere molto sensibile, oltre ad avere una bassa specificità.

Citogenetica e genetica molecolare
La leucemia è una malattia genetica, infatti, nella maggior parte dei casi una anomalia genetica è identificabile; circa il 50% di queste anomalie sono anomalie ricorrenti. Recentemente anche la WHO ha riconosciuto l’importanza diagnostico-prognostica di alcune anomalie genetiche, tanto da considerarle fondamentali per una attuale classificazione internazionale.
La citogenetica classica offre alcuni vantaggi come quelli di identificare tutte le anomalie eventualmente presenti, il costo relativamente basso, senza la necessità di attrezzature particolarmente sofisticate. Gli svantaggi principali sono: la percentuale di successi non è mai troppo alta, con numerosi falsi negativi; l’analisi è molto operatore dipendente; il tempo impiegato è generalmente non compatibile con scelte terapeutiche tempestive. Questo ha stimolato l’applicazione di tecniche molecolari come la RT-PCR per identificare i prodotti di fusione derivanti dalle più frequenti traslocazioni, e la FISH. I vantaggi sono principalmente l’identificazione rapida e veloce delle traslocazioni cercate, la possibilità di lavorare su RNA o nuclei interfasici e una facile interpretazione dei risultati. Lo svantaggio principale è rappresentato dall’incapacità a identificare in genere il gene partner o le aberrazioni aggiuntive. La FISH è in genere costosa e necessita di multiple reazioni per uno screening adeguato. La RT- PCR è rapida, economica, estremamente specifica ed utilizzabile per la MRD, ma non è in grado di identificare traslocazioni complesse ed è applicabile a solo il 40% di tutte le leucemie.

La citometria a flusso
E’ attualmente la metodica più accurata per identificare e numerare le cellule leucemiche.
E’ una metodologia molto versatile e può essere alla portata di qualsiasi laboratorio di analisi. I vantaggi più rilevanti consistono nella rapidità di analisi, con capacità di formulare un referto in breve tempo, senza essere troppo costosa (anche se non propriamente economica, considerato il costo iniziale dell’attrezzatura); è in grado di identificare sottogruppi di pazienti con rilevanza prognostica e sottotipi di leucemie geneticamente ben definiti, oltre ad essere in grado di valutare il follow up della malattia con lo studio della malattia residua minima. I maggiori limiti sono legati alla capacità dell’operatore, basata anche su un’esperienza adeguata, e ai controlli che il laboratorio è in grado di attivare.

Gene profiling
La nuova frontiera si basa sulla possibilità di miniaturizzare l’analisi di espressione dei geni; sull’analisi di alterazioni piccole (mutazioni) e grandi (delezioni e amplificazioni) del genoma; su metodi accurati per identificare in modo selettivo l’espressione di un gene; sulla identificazione di pathways metabolici specifici; e infine sullo sviluppo di terapie personalizzate. In questa fase, distinguere tra ciò che è veramente necessario per la diagnosi e per l’approccio terapeutico e ciò che è destinato a rimanere nell’ambito della ricerca è ancora prematuro. Sicuramente nell’ambito delle nuove acquisizioni, i microarray, in grado di analizzare l’espressione di migliaia di geni simultaneamente, rappresentano un segno concreto delle mutate prospettive di conoscenza biologica (basi molecolari delle malattie) e clinica (diagnosi, classificazione, prognosi, terapia) su cui attivarsi, sia per seguire gli sviluppi della biologia molecolare, sia per percepire i ritorni e le potenzialità sul piano più strettamente clinico e i primi contributi che queste nuove tecnologie offrono in alcuni percorsi diagnostici di interesse pediatrico, relativi alle, leucemie acute. Nonostante i limiti impliciti in un così vasto campo di conoscenza e innovazione, emergono nuove possibilità di aumentare le nostre conoscenze sull’eziologia di alcune patologie, di avere diagnosi più accurate con classificazioni più precise, probabilmente in tempi più brevi, e di formulare quesiti importanti specie per quanto concerne la definizione di pathways metaboliche delle malattie e l’identificazione di nuovi bersagli per interventi terapeutici sempre più mirati.

In conclusione l’approccio diagnostico delle leucemie acute si sta avviando ad una semplificazione dovuta ad una sempre maggior sofisticazione delle tecnologie a disposizione del laboratorio, per cui non è lontano il momento in cui gli arrays di espressione entreranno nella pratica routinaria insieme alla morfologia e alla citometria a flusso, tecniche che al momento non appaiono sostituibili

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