Savona, diciannovenne uccisa a coltellate, fermato il fidanzato di 21 anni “Non voleva tornare con me”

Prima ha cercato di legarle le ali, dicendo no alla sua partenza per seguire i corsi di Costa crociere e trovare così un lavoro. Poi le ali gliele ha tagliate con un coltello a serramanico con la lama da 17 centimetri che si portava in tasca. Alessio Alamia, 21 anni, è chiuso nel reparto isolamento del carcere di Oneglia da quando, la notte scorsa, ha massacrato a coltellate l’ex fidanzata, Jamira D’Amato (foto) che di anni ne aveva 19. È accusato di omicidio premeditato ed è sorvegliato a vista per evitare possibili gesti di autolesionismo.

«L’ho visto l’ultima volta la notte scorsa – ha detto Alessandro Vignola, uno dei suoi avvocati – e lo rivedrò lunedì quando ci sarà l’udienza di convalida del fermo. È vero, ha confessato di aver ucciso Jamira, ma non ricorda tutto quello che è successo, è sotto choc». Intanto, i primi pezzi di questa storia vanno a posto: per prima cosa il movente, la folle gelosia di Alessio. Durante l’ultima lite lui ha tirato fuori il coltello a serramanico e l’ha colpita una, due, dieci, venti volte al collo e al viso.

Quindici coltellate, inferte con una «ferocia inaudita», dicono ora i carabinieri. Con un coltellaccio da Rambo, che Alessio Alamia si era portato dietro per quell’ultimo incontro con la «sua» Janira. Una furia cieca. Lui che non accettava la fine di quella storia, iniziata due anni prima con i cuoricini sui messaggi, promesse d’amore eterno, «io e te per sempre insieme».

Ora Alessio Alamia, ex studente del Migliorini di Finale, è in stato di fermo nel carcere di Imperia con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, contestata dal pm Daniela Pischetola, dopo una lunga notte di interrogatori prima nella caserma dei carabinieri di Loano e poi in Procura a Savona alla presenza del comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Dionisio De Masi, e dell’avvocato difensore Alessandro Vignola, che ora sta valutando se chiedere la perizia psichiatrica.

Ha confessato Alessio. Ha raccontato tutto, di quell’amore folle che provava per Janira D’Amato. Lei lo aveva lasciato. Non non ne voleva sapere di tornare con Alessio. Sentiva quella storia come un peso. All’inizio di aprile aveva scritto su Facebook: «Vorrei volare via da questa gabbia». E ancora, in un altro post: «Posso essere triste, inc…a ma nessuno mi può togliere il mio sorriso». Troppo diversi lei e Alessio. «Single» aveva anche scritto nel suo profilo. Per sancire la fine di quella storia.

Lui negli ultimi giorni aveva invano cercato di convincerla a tornare insieme. Una sera si era presentato sotto casa della ragazza, per parlarle. Era rimasto per ore, sotto la pioggia, ad aspettare. Invano. Poi, il giorno del compleanno di Janira, con un mazzo di fiori era andato a cercarla ad Arenzano dove la giovane frequentava un corso di pasticceria per Costa Crociere (a giugno, infatti, si sarebbe imbarcata). Ma niente.

Janira non sapeva più come ripeterlo, che fra loro era tutto finito. Aveva accettato solo quell’ultimo incontro, nella casa di Pietra Ligure, per riprendersi dei vestiti che aveva lasciato lì E lì la ventenne ha trovato la morte. Sopraffatta da quella furia cieca. Ha cercato inutilmente di difendersi, Janira, come dimostrano le ferite da taglio agli avambracci, ma quei fendenti inferti con il coltello con una tale violenza che a un certo punto si è pure staccata la lama, non le hanno dato scampo. Poi Alessio si è lavato, si è cambiato ed è uscito, portandosi dietro il cellulare di Janira.

Ha risposto persino a una telefonata dei genitori della ragazza: «L’ha dimenticato – avrebbe risposto -. Glielo sto portando alla corriera». Alessio ha girovagato per qualche ora, ha incontrato la mamma, casualmente. «Mi vorrai sempre bene?» le ha detto e l’ha salutata. Poi è andato a confidarsi con la nonna: «Ho fatto una cavolata con la ragazza», rimanendo nel vago. È stata la nonna a convincerlo ad andare dai carabinieri. Erano le 21,30 di venerdì sera. Janira, secondo le prime risultanze del medico legale, era già morta da qualche ora. Riversa sul freddo pavimento dell’alloggio, in una pozza di sangue.

I carabinieri hanno fermato il fidanzato, Alessio Alamia, appena 20 anni, che si è costituito alle forze dell’ordine. Uccisa a coltellate dal fidanzato: è morta così a Pietra Ligure, nel savonese, la 21enne Janira D’Amato, trovata morta in casa sua poco dopo le 22. I SEGNALI – La gelosia potrebbe aver spinto Alessio A.ad uccidere la fidanzata Janira D’Amato: l’ipotesi è stata avanzata dagli amici della coppia.

Fermato un ragazzo di ventuno anni – Il giovane avrebbe ventuno anni e si sarebbe presentato spontaneamente in caserma dopo il delitto, forse avvenuto al culmine di una litecon la diciannovenne.

In un primo momento Alamia ha raccontato ai militari che la ragazza aveva avuto un malore. Il suo corpo è stato trovato insanguinato sul pavimento del salotto. La ragazza è stata uccisa a coltellate. I carabinieri stanno verificando le veridicità del racconto del ragazzo che si trova in stato di fermo. Ancora non sono chiare le ragioni che avrebbero spinto il 20enne ad uccidere la fidanzata. “La gelosia nasce quando a quella persona ci tieni davvero”, è scritto in un messaggio.

“FERITE A MORTE”. LA VIOLENZA SULLE DONNE Quotidianamente assistiamo a uno stillicidio di uccisioni di donne da parte di mariti, conviventi, fidanzati, amanti, partner, e ex-partner, ma anche padri e fratelli. Ma sappiamo, analizzando le storie di vita di queste donne uccise, che esse in precedenza nella vita cosiddetta “normale” sono state a lungo ostaggio di una “violenza domestica” sempre più pesante, sempre più feroce da cui a volte avevano cercato scampo attraverso denunce che sono rimaste inascoltate. Le loro vite sono “cronache di una morte annunciata”.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le uccisioni di donne, in quanto tali, da parte di loro familiari è nel mondo del 38%, in Italia secondo le stime del Viminale e delle Forze di Polizia, negli ultimi tre anni oltre il 50% delle donne uccise ha perso la vita per mano di loro familiari, ovvero da parte di coloro che dovrebbero amarle e caso mai aiutarle a vivere. Sono circa un centinaio le donne che in un anno vengono uccise per motivi di possesso e di gelosia e con modalità molto cruente e tragiche, dalle donne soffocate, a quelle strozzate, a quelle accoltellate, a quelle uccise con armi da fuoco, o addirittura gettate dai piani alti di qualche abitazione. Il dato preoccupante è che mentre gli omicidi nel nostro Paese tendono a diminuire nel tempo, il numero di quelli perpetrati sulle donne rimane stazionario, quasi che una “rabbia di genere” permanesse contro di loro, la media, ormai da anni, è di un omicidio ogni tre giorni.

Ciò che colpisce in queste vite fatte di soggezione e di paura, e poi di eliminazione e di morte è il disprezzo di cui sono state fatte oggetto, la totale noncuranza per il loro benessere, la determinazione nel privarle di ogni spazio di libertà. E questo fino ad arrivare alla loro cancellazione fisica, che viene ammantata da termini come l’amore, o la gelosia, o il timore di perderle. Per alcuni individui sembra che l’uccisione di una donna, corrisponda ad una pulsione identitaria profonda, quasi che la morte della persona più debole e soggetta al proprio potere rappresenti una forza catartica, liberatoria di un proprio sé maschile che essi ritengono in qualche modo messo in forse dalla libertà dell’altra da sé. E forse è proprio per questo particolare tipo di soddisfazione che alcuni uomini provano nell’uccidere una donna (che ritengono spesso di loro proprietà), che gli assassinii di donne in questi anni non sono diminuiti. Questa guerra privata contro le donne è diventata talmente eclatante che di recente la violenza omicida perpetrata sulle donne è stata definita con un termine nuovo più mirato: “femminicidio”. Di fatto se uccidere è un reato grave, farlo perché si ritiene che l’altro sia una nostra proprietà è ancora più grave.

Certo non è un termine aggraziato, e alcuni lo rifiutano considerandolo inutile, eccessivo, ritenendo che basti il termine omicidio per definire l’uccisione di un’altra persona umana. Il femminicidio definisce la specificità di un’azione violenta contro la vita di una donna, da parte di un uomo che spesso è legato a lei da vincoli di sangue o parentela. Certo il femminicidio non è un’invenzione femminista, una realtà virtuale, è un fenomeno le cui motivazioni nascono da lontano, da periodi storici in cui le donne tacevano, vivevano nell’ignoranza, erano considerate “mammifere” atte solo a fare figli e a soddisfare i bisogni sessuali dei loro uomini.

Salvo poche classi privilegiate questo, in forma più o meno edulcorata, è stato nei secoli il destino delle donne. Alle donne si addicevano il silenzio e la pudicizia, non dovevano parlare in pubblico e moderatamente nel privato. Potevano essere ripudiate o sostituite, la loro forza stava solo nell’essere madri di figli maschi. Se commettevano adulterio venivano lapidate, se giovanissime si rifiutavano di accettare un matrimonio combinato potevano essere sgozzate. La loro vita era segnata fin dalla nascita: l’infanticidio e l’abbandono di neonate è sempre stato numericamente maggiore secondo i demografi tra le bambine che fra i maschietti. Ed ancora oggi in qualche paese del mondo si attuano aborti selettivi, che mirano ad eliminare le piccole ancor prima della nascita.

In una ricerca svolta sulla violenza sulle donne contadine nelle campagne marchigiane agli inizi del secolo scorso, Paolo Sorcinelli ha notato come la vita delle donne fosse molto coinvolta da violenze di ogni genere, e come le donne stesse, sia pure per reazione, non ne fossero esenti. Scrive Sorcinelli: “La donna appare molto più verosimilmente invischiata e trascinata in una violenza quotidiana (fatta di pugni e calci, ma perpetrata anche con coltelli, falci e bastoni), diffusa e a volte impalpabile, che solo in minima parte approda nelle aule dei tribunali. Contro simili episodi, anche se ripetuti e di dominio pubblico, quasi mai c’è un intervento d’ufficio; del resto è opinione largamente diffusa e condivisa a tutti i livelli sociali che i rapporti all’interno della famiglia rientrano nella sfera privata e che il marito/capofamiglia può e anzi deve esercitare sugli altri membri una severa autorità e un rigido controllo. Magari anche con la sopraffazione”. Dacia Maraini che da anni si occupa di questi drammi che soprattutto avvengono in famiglia, dimostra con i suoi racconti, spesso ripresi da storie vere, che il femminicidio in Italia è solo la punta di un icerberg, che nasconde sotto la superficie una montagna di soprusi e di dolore che va sotto il nome di “violenza domestica”.

Si tratta di una vera e propria tragedia di portata nazionale, che procura lutti e dolore in maniera ricorrente. Dietro le porte, tra le pareti delle nostre case si nasconde questa sofferenza silenziosa che generalmente viene “spiegata” (giustificata?) come una volontà di possesso maschile. Ma nel contesto di una società patriarcale, che ancora in Italia ci appartiene, la violenza domestica rivolta alla partner non è concepita come un crimine, soprattutto quando le vittime dipendono economicamente dagli autori della violenza e dove sia diffusa la percezione sociale che tali comportamenti “ri-educativi” dell’uomo sulla donna siano leciti e accettabili, una norma della dialettica amorosa. Tanto che molti episodi di violenza non vengono denunciati e le donne arrivano alla denuncia solo dopo reiterati episodi di violenza soprattutto quando sono costrette a ricorrere alle cure mediche e ospedaliere e capiscono che è stato oltrepassato ogni limite e la loro vita e alle volte anche quella dei figli o di altri familiari è a rischio (in alcuni casi la violenza contro le ex-partner si scarica anche contro le loro madri o sorelle, la cui colpa è quella di sostenerle o difenderle dalle minacce verbali e dalle violenze agite).

“PEDAGOGIA NERA” E FEMMINICIDIO

Il concetto di genere, come quello di ruoli sessuali, nasce come formulazione non dalla presa d’atto oggettiva e neutrale di una realtà sessuata, quanto dalla diretta constatazione di uno squilibrio asimmetrico tra i due generi. Il genere è il primo terreno di scontro, quello privato, nel quale il potere si manifesta. Definire il genere significa immediatamente evocare il potere di un sesso su un altro. Storicamente questo dato è stato da tempo studiato e analizzato. La differenza che in natura è data tra i sessi ( il corpo femminile e quello maschile presentano caratteristiche proprie e capacità diverse tra loro) è stata utilizzata per la costruzione di una storica disparità, da cui è sorta la divisione del lavoro e dei compiti quotidiani, nonché l’accesso alla sfera intellettuale e simbolica. Nel tempo questa organizzazione dispari si è profondamente radicata nel costume, discriminando le bambine e le donne, a svantaggio del genere femminile. Questa gerarchia tra i sessi ha una valenza secolare e ancora oggi se ne avverte spesso il peso. Ha scritto a riguardo Miriam Mafai: “Ho vissuto per quasi cinquant’anni in un paese nel quale i mariti potevano picchiare la moglie per “correggerla”, nel quale l’unica forma di contraccezione prevista era l’aborto clandestino o il coitus interruptus, nel quale le donne non potevano entrare in magistratura, perché – aveva dichiarato alla Costituente un insigne giurista – per alcuni giorni del mese non sarebbero state in possesso dell’equilibrio necessario per giudicare. Non chiedetemi in che paese vivevo: quel paese era l’Italia”.

È evidente che la violenza sulle donne rappresenta l’ultimo tentativo di ristabilire con la forza uno storico potere degli uomini che di recente è stato eroso e compromesso dalle conquiste paritarie delle donne. È un errore ritenere che il femminicidio sia espressione delle classi più povere e deprivate, in realtà il femminicidio e la violenza sulle donne attraversano tutte le classi anche quelle più ricche e agiate, in cui gli uomini dovrebbero avere una formazione più aperta, civile, rispettosa dell’altro. Ad esempio nell’estate del 2013 un brillante avvocato penalista di Verona, persona stimata e affermata, dopo una cena galante in un ristorante e un tentativo di riavvicinamento alla sua ex-fidanzata, la ha strangolata. Il corpo della giovane donna è stato ritrovato nella Bmw dell’assassino a tre giorni dalla scomparsa. L’uomo catturato dai carabinieri ha confessato. Evidentemente non aveva tollerato la ferita inferta al suo narcisismo dal rifiuto della ragazza di tornare con lui. Nel rapporto di coppia sono presenti spesso dinamiche di potere molto forti, dietro cui c’è da un lato un amore oblativo, dimentico di sé, dall’altro un amore preteso come sottomissione. Sono rapporti, quelli uomo/donna spesso impostati sulla supremazia di un sesso sull’altro.

In queste relazioni, costruite in maniera sbagliata e asimmetrica, capita che la vittima sia complice, in maniera conscia o inconscia, del suo aguzzino. I maltrattamenti sono fatti risalire da coloro che esercitano la violenza ad una perdita di controllo, spesso addebitata all’insipienza e all’incapacità femminile. Gli uomini definiscono le donne (fidanzate, mogli, compagne, ecc.) come ansiose, rompiscatole, ignoranti, disubbidienti. In altri termini la donna è uguagliata ad un minore, considerata come una persona su cui agire in varie forme coattive psicologiche e anche fisiche per convincerla ai comportamenti imposti, una sorta di “pedagogia nera” considerata necessaria nel rapporto. Spesso gli autori di episodi di pesante maltrattamento tendono a minimizzarli e comunque cercano di superarli con episodiche forme di pentimento, che convincono le donne maltrattate a tentare nuovamente una convivenza. E poi ci sono le pressioni sociali, il timore del giudizio della comunità, i parenti che invitano alla pazienza, la preoccupazione di allontanare i figli dal padre e in taluni casi anche la dipendenza economica, nel caso di donne casalinghe. Negli anni di convivenza le donne vengono educate a sottostimarsi, a sentirsi inadeguate, a non intravedere alcuna via di fuga. Spesso la rassegnazione e l’accettazione di maltrattamenti sottili o bestiali sembra l’unico modo per sopravvivere. Nota giustamente in proposito Barbara Felcini: “I valori, le regole, i miti familiari ancora presenti nel tessuto sociale delle province italiane, le pressioni esercitate dai genitori e dalla rete parentale, la dipendenza economica, la paura della solitudine sono tutti elementi che contribuiscono a trattenere le donne in situazioni di abuso e di dipendenza, di inferiorità e di sottomissione, impedendo loro di vivere una vita piena e gratificante”

. POLITICHE FORMATIVE PER CAMBIARE LA MENTALITÀ VIOLENZA

Da pedagogisti e da educatori occorre chiedersi come contrastare con adeguate politiche formative tali comportamenti del tutto inaccettabili, come definire e promuovere modalità educative che esprimano concretamente nei fatti il rispetto a cui ognuno ha diritto, indipendentemente dal sesso di appartenenza (come pure dall’orientamento sessuale). Di recente nel nostro Paese si è sviluppato tutto un positivo movimento democratico per rendere più precise e mirate le norme di legge che colpiscono chi si rende colpevole di omicidi efferati contro le donne, partendo dall’opinione, purtroppo ancora diffusa, che le donne appartenenti alla propria famiglia o con cui si hanno relazioni amorose e/o sessuali siano una proprietà su cui si ha diritto di vita e di morte. Certo è importante che anche le leggi ribadiscano il diritto di ogni cittadino e cittadina a vedere rispettata la propria libertà ed integrità personale. Ma le norme giuridiche sono un quadro all’interno del quale sono la società, la famiglia, la scuola che devono mutare atteggiamento. La legge deve perimetrare ciò che la cultura civile ritiene giusto e lecito. Ma più che a punire, una legislazione che si opponga al femminicidio, come cultura di odio e violenza diffusa contro le donne, dovrà guardare a favorire il cambiamento delle mentalità più retrive, facendo sì che le regole di una corretta convivenza si radichino nella società, soprattutto nella mente e nel cuore delle persone, attraverso una educazione al rispetto dell’altro. Cosa significa ad esempio cambiare la mentalità di chi picchia abitualmente la moglie o la compagna, magari davanti ai figli? Probabilmente quell’uomo violento ritiene che questo comportamento ri-educativo della partner, sia pure educativo per i figli e le figlie, insegnando loro, attraverso i comportamenti quotidiani quale sarà il loro ruolo in una vita futura. C’è chiaramente una circolarità della violenza. Sicuramente quell’uomo maltrattante ha avuto esempi analoghi in famiglia, dove le modalità relazionali si imparano per exemplum, ripetendo ciò che si è visto fare.

Quella è l’educazione che quell’uomo ha avuto in famiglia e nella comunità di appartenenza, quelli sono i gesti violenti che ha visto e le parole arroganti che ha ascoltato per decenni intorno a sé fino ad acquisire la sicurezza della legittimità di compierli. “Se nella vita quotidiana e nelle decisioni che contano – come ha scritto di recente Chiara Saraceno – le donne continueranno ad essere considerate cittadine di serie B, molti uomini continueranno a sentirsi autorizzati a trattarle come tali anche nei rapporti privati. E molte donne continueranno a ritenersi persone di serie B, con meno diritti, accettando richieste e violenze rischiose”.

È evidente infatti che la nuova stagione inaugurata negli anni Settanta dal neo-femminismo di “liberazione delle donne” e che tendeva a superare e a rimuovere tutta una serie di norme comportamentali più rigidamente dirette al controllo delle loro condotte, come pure l’accesso non più negato al campo dell’istruzione secondaria e universitaria, come anche l’ingresso diffuso nel lavoro extradomestico e quindi di conseguenza l’autonomia economica, come pure la rapidità e la diffusione dei mezzi di comunicazione, abbiano progressivamente permesso alle nuove generazioni di donne di compiere scelte esistenziali del tutto inimmaginabili nelle precedenti generazioni delle loro madri e nonne. In questo nuovo contesto di forte sapore emancipativo e comunque di maggiore autonomia decisionale delle donne, anche le scelte affettive vengono gestite di conseguenza come scelte di libertà e di condivisione. In certe realtà tuttavia, malgrado la patina di modernizzazione nelle relazioni di coppia, il rapporto paritario tra i sessi rimane spesso solo apparente, e a volte le scelte di libertà e di autonomia delle giovani donne creano nei partner un forte senso di disagio, la messa in discussione del loro tradizionale dominio secolare, minacciando la stessa identità maschile vissuta spesso come un’identità forte e di potere, anche all’interno della relazione d’amore. Si potrebbe parlare in senso freudiano della “passione fallica” dell’avere, del possedere che viene delusa dall’abbandono. Secondo questa lettura psicanalitica anche il fenomeno ossesivo della gelosia maschile che spesso è alla base di tanti atti di violenza, può essere interpretato non come paura di perdere l’oggetto amato, ma come proiezione sull’oggetto di gelosia delle forti spinte al tradimento che invece appartengono (incosciamente o cosciamente) al partner geloso.

Il fenomeno del “femminicidio” ci deve rendere consapevoli che le donne si sono configurate e modellate nei secoli secondo i modelli richiesti dagli uomini (anche grandi pedagogisti come J.J. Rousseau non sono sfuggiti alla tentazione di definire una educazione e istruzione inferiori e subalterne per le donne). Occorre ripensare le identità culturali, il “maschile” e il “femminile”. Le immagini di uomo e di donna tradizionali a cui siamo abituati non funzionano più. Soprattutto gli uomini, messi in contatto con le nuove realtà di genere, non solo non le accettano, ma esplodono in comportamenti di folle violenza. Gli studi condotti di recente sul femminicidio dimostrano che alla base della violenza omicida c’è la punizione, la cancellazione della donna, perché può mettere in crisi, con il suo agire con logiche di autonomia, un’immagine di maschio possessore e dominatore. Notano Lipperini e Murgia che il femminicidio definisce “un tipo di delitto che avviene all’interno di relazioni impregnate di una struttura culturale arcaica, che ancora non si dissolve”.

Anche le storie di donne uccise nel 2012, raccolte da Riccardo Iacona, mostrano generalmente figure di donne semplici, ma capaci di tirare avanti la famiglia, donne che lavoravano e portavano a casa anche il denaro per la sopravvivenza del nucleo familiare; sono quindi donne brave, donne forti che si accollano la responsabilità. I loro uccisori, mariti o compagni, sono uomini deboli, che non lavorano, che si sentono umiliati nella loro difficoltà di essere “veri” maschi. Le donne sono cambiate nei fatti, nella realtà quotidiana, di conseguenza anche sul piano culturale deve modificarsi la visione tradizionale del “maschile” e del “femminile” che ancora circola in alcuni ambienti e che i mass-media continuano a propinarci e a diffondere.

Il corpo femminile esibito segna il confine tra liberazione e reificazione della donna. La mercificazione del corpo femminile è un messaggio tragico rivolto alle giovani donne, insegna loro ad umiliarsi, o sottomettersi per ottenere di fare una qualsiasi carriera. Scrive Serena Dandini: “Sempre più spesso i delitti avvengono per l’incapacità di elaborare il lutto di una separazione, per la difficoltà di trasformare in dialogo la frustrazione di un fallimento. Le donne hanno imparato a lottare per la loro autonomia economica, cominciano a trovare il coraggio per inventarsi una vita diversa, anche a costo di stare da sole con i figli; gli uomini invece non ce la fanno a lasciarle andare, non reggono l’abbandono che è vissuto come un affronto atavico che colpisce e annienta orgoglio e amor proprio”. Se ripensare l’identità femminile è uno dei compiti primari, non è meno importante trasformare l’identità maschile nelle relazioni, nell’educazione, nella cura.

Gli uomini, fin dall’infanzia devono essere aiutati a gestire questo cambiamento epocale. Da adulti possono trovare altre strade per gestire la loro rabbia e la loro sofferenza. Il nostro è un mondo contraddistinto dall’analfabetismo sentimentale, spesso si viene educati a considerare la prevaricazione e la violenza come forme possibili della relazione uomo/donna. Femmine e maschi crescono ingabbiati in questi ruoli rigidi, che trovano legittimazione in valori antichi, di divisione dei ruoli che ancora oggi vengono contrabbandati come naturali. Il dover essere del “sii uomo”, pronunciato o implicito, segna e accompagna tutta la crescita maschile. Ad esempio diventa sinonimo di virilità la lontananza e l’estraneità dal “prendersi cura”, mentre alle donne, facendo leva sul periodo breve della maternità, la cura è attribuita come ruolo sacrificale per tutta la vita.

Anche nell’educazione, soprattutto là dove l’accudimento sembra prevalere sulla trasmissione della cultura, come se i due termini, cura e cultura fossero tra loro in opposizione. Costruire intorno alle donne un recinto di sola cura, tracciare divisioni nette tra lavori di donne e lavori di uomini, ha permesso un rafforzamento degli stereotipi di genere, condannando i maschi a percorsi di aggressività e di autoaffermazione considerati naturali, senza prepararli alla complessità della relazione. Se le donne non devono essere più viste e pensate come vittime predestinate, anche gli uomini non vanno abbandonati ad una cultura di riferimento che li vuole violenti, dominanti, ossessionati dal possesso e dal timore dell’abbandono. Come scrive Antonio Genovese, va superata “l’idea perversa che la forza risolva i problemi, anzi che solo la forza possa risolvere i problemi: la forza militare, quando sono in causa scontri fra popoli ed etnie, la forza statale per risolvere i conflitti interni, sociali e/o politici, e addirittura la forza privata, individuale e di gruppo, che viene esercitata sia nell’ambito familiare, sia nel tentativo di trovare soluzione ai conflitti interpersonali o di intergruppo”. Questo percorso che cerca nuove forme di dialogo, che mira a ripristinare una relazione positiva e simmettrica tra i sessi, deve trovare diffusione in tutta la società, a partire dall’educazione dei figli, dando uguale valore e chances ai maschi e alle femmine, deve partire dalle scuole in cui nell’insegnamento e nei libri scolastici sia presente un’ottica di genere, in cui nella normale prassi scolastica sia consentito alle femmine quello che è consentito ai maschi, dalla formazione di insegnanti consapevoli che il loro lavoro non si esaurisce nella didattica, ma va ben oltre anche con il messaggio implicito dei loro comportamenti.

La violenza contro le donne, il femminicidio e la discriminazione di genere pervadono ogni ambito della società contemporanea, senza limiti geografici e culturali. Ancora oggi, un numero allarmante di donne è bersaglio di violenze fisiche e psicologiche per mano della controparte maschile. Violenze dirette, spesso fatali, a cui si affianca una violenza linguistica, più nascosta, diffusa in modo implicito a più livelli. Partire da questa premessa aiuta a comprendere lo scopo di questo lavoro di ricerca che, come si evince dal titolo, verterà sull’analisi di due micro-corpora in lingua italiana e francese e sulla ricerca delle modalità con cui idee e stereotipi sessisti possano passare, in modo indiretto, attraverso il linguaggio giornalistico. La scelta dell’argomento parte da un interesse personale nei confronti del femminicidio, un tema molto attuale nella stampa, ma che riteniamo dibattuto in modo discutibile. Sfogliando le pagine dei quotidiani nazionali in entrambe le lingue, infatti, abbiamo notato che molte testate di qualità raccontano la violenza contro le donne attraverso una struttura lessicale e discorsiva che giustifica, indirettamente, il carnefice e il suo gesto, e che colpevolizza la vittima, in uno schema che si basa sul concorso di colpe e che stravolge la reale natura del crimine. È da queste fondamentali considerazioni che prende avvio la nostra analisi. Più nello specifico, partendo dal presupposto che «la discriminazione sessista e gli stereotipi di “genere” pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa» (Lepschy, 1989: 62), ci proponiamo di studiare come il discorso giornalistico racconti i casi di femminicidio, per capire se e in che modo la lingua possa, nel nostro caso specifico, favorisca un immaginario simbolico fortemente discriminatorio. Il nostro lavoro si articolerà in quattro capitoli, i primi due di carattere teorico e gli ultimi due di natura analitica. Il primo capitolo si configura come un approfondimento teorico sulla tematica del femminicidio, una definizione di violenza onnicomprensiva e di recente coniazione . Ne offriremo una spiegazione approfondita sia per quanto riguarda la genesi, sia per quanto riguarda il suo significato. Un’analisi lessicografica del termine italiano femminicidio e del corrispondente francese féminicide ci permetterà, di mettere in luce il grado di diffusione del termine nelle due lingue e di interpretare l’importanza riconosciuta a questa realtà specifica. Approfondiremo il tema del femminicidio attraverso un’analisi della preoccupante tendenza a banalizzare o addirittura a nascondere i casi di violenza contro le donne, per poi dedicarci ad esaminarne la causa sociale. A questo dedicheremo un intero paragrafo, in cui sosterremo le ragioni di un approccio non fatalista alla violenza, intesa non come realtà naturale o inevitabile, ma come prodotto del contesto socioculturale in cui gli uomini interagiscono con le donne. Una parte del capitolo, inoltre, sarà dedicata alla definizione di sessismo e di stereotipo sessista e al rapporto intrinseco che intesse con il femminicidio. La parte finale verterà sul riconoscimento giuridico internazionale del femminicidio, e terminerà con la presentazione dei dati ufficiali sul fenomeno in Italia e in Francia. La prima parte del secondo capitolo sarà dedicata alla stampa quotidiana scritta, e ai motivi che, in questo lavoro di ricerca, ci hanno spinto a sceglierla come strumento preferenziale dell’uso della lingua. Dopo aver fornito una descrizione approfondita di questo supporto mediatico, mettendo in evidenza le principali “distorsioni” che operano al suo interno, analizzeremo il ruolo del linguaggio giornalistico nella costituzione del MCSI – Micro-Corpus di Stampa Italiana e del MCPF – Micro-Corpus de Presse Française, che verranno brevemente presentati alla fine del capitolo, dopo un’introduzione teorica sull’Analyse du Discours (AdD), ai cui strumenti faremo ampio riferimento nel corso del nostro lavoro empirico.

Il terzo capitolo sarà interamente dedicato al MCSI. Gli articoli di quotidiani che lo compongono sono incentrati sulla violenza carnale e sull’omicidio nei confronti di ragazze e donne “comuni” da parte di uomini “comuni”. Dopo un’iniziale panoramica sullo status e sulle caratteristiche della stampa italiana, illustreremo i criteri di selezione del materiale utilizzato per la costituzione del corpus. Il paragrafo finale sarà consacrato all’analisi del MCSI. Il quarto capitolo illustrerà lo studio del MCPF, il cui argomento principale è il cosiddetto «Affaire DSK», formula che fa riferimento al caso giudiziario in cui Dominique Strauss-Kahn, economista francese nonché futuro candidato alle elezioni presidenziali francesi del 2012, è accusato di tentata violenza sessuale da Nafissatou Diallo, una cameriera del Sofitel Hotel di Manhattan. I primi paragrafi offriranno alcune informazioni fondamentali sulla biografia dei due protagonisti, sulla copertura mediatica dell’«Affaire», e sui criteri che hanno guidato la costituzione del corpus. L’analisi linguistica del MCSI e del MCPF seguirà un percorso speculare, fatto di due fasi complementari. In un primo momento, ci focalizzeremo sul componente lessicale e su alcune parole-chiave strettamente ricollegabili alla tematica del femminicidio. Nella seconda fase, invece, esploreremo gli articoli giornalistici attraverso gli strumenti dell’AdD, con lo scopo di capire se il giornalista-énonciateur modifica il proprio grado di implicazione nel discorso, in che modo pesa la propria presenza all’interno della situation d’énonciation e come contribuisce, in modo implicito, a far passare il proprio punto di vista tramite l’impiego della polifonia, dell’argument d’autorité, di forme impersonali, della présupposition o del condizionale giornalistico. Il fine ultimo di questa ricerca è, vale la pena ricordarlo, quello di trovare un riscontro concreto alla nostra ipotesi iniziale, e cioè che la stampa di qualità veicola una visione discriminatoria e un’immagine sessista e stereotipata del femminicidio e della vittima di questo crimine.

Nel corso di questo elaborato, e soprattutto in fase di trattamento dei dati, prenderemo in debita considerazione la linea editoriale e il posizionamento ideologico delle testate di riferimento, e la loro influenza sulle scelte discorsive del giornalista- énonciateur. Terremo altresì conto della non coincidenza contenutistica dei due microcorpora che, benché trattino entrambi il “femminicidio”, non appaiono però caratterizzati dai medesimi valori-notizia. Obiettivi della ricerca In conclusione, con la creazione del MCSI e del MCPF ci prefiggiamo di rispondere alle seguenti domande: – Che percezione ha la stampa italiana del tema della violenza contro le donne? E quella francese? – Quali sono i vocaboli riferibili allo stupro e al femmicidio che maggiormente ricorrono nei due micro-corpora? – Esistono delle scelte lessicali comuni che avvicinano la trattazione mediatica italiana e francese? – Quali sono gli strumenti dell’AdD più utilizzati dal giornalista-énonciateur? È possibile ipotizzare un uso strategico di questi strumenti teso ad esprimere un significato specifico? – È possibile effettuare un paragone tra le scelte lessicali e discorsive di quotidiani appartenenti a diversi paesi ma che trattano il medesimo argomento? – Si può trovare un riscontro concreto, che accomuni la Francia e l’Italia, nel veicolare in modo implicito un immaginario degradante, discriminatorio e sessista del femminicidio? Trovare una risposta a questi quesiti ci permetterà di fornire, in conclusione, nuove possibili prospettive di approfondimento sul tema del femminicidio e degli studi di genere, affiancati alla linguistica dei corpora e all’Analyse du Discours.

Nell’indagine sulla violenza contro le donne nel mondo del 2010, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha reso noto che la violenza nelle relazioni intime e la violenza sessuale toccano un’alta percentuale della popolazione, e che « dans l’immense majorité des cas, ce sont les femmes qui font les frais de ces violences et les hommes qui les infligent »1 . Un rapido sguardo alla letteratura storica di stampo femminista ci consegna come dato di fatto che la «deliberata e sistematica subordinazione delle donne da parte degli uomini in un dato contesto culturale» (Offen 2000:20) è sempre esistita, e questo allo scopo di mantenere saldo il controllo del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna. All’interno di questo meccanismo di controllo, l’atto violento contro una donna (dal femmicidio, passando per lo stupro, arrivando allo stalking e al sessismo linguistico) ha origine da un improvviso riposizionamento delle parti nel rapporto di potere uomo-donna; rapporto che, come accennato, è storicamente fondato sulle forzate «condizioni di inferiorità e di subordinazione della donna» (Ribero 2007:177) rispetto all’uomo, all’interno di una determinata società. Potremmo affermare, quindi, che ogni tentativo da parte della donna di staccarsi dal ruolo sociale prestabilito di controparte inferiore e funzionale all’uomo è passibile di una punizione che, nel caso specifico, si esplicita nel femminicidio, usato come metodo per ripristinare quell’ordine di ruoli sedimentato a livello sociale.

Il femminicidio, una definizione onnicomprensiva di violenza Ma qual è la realtà di riferimento del termine femminicidio? In Femminicidio , Barbara Spinelli spiega che questo recentissimo neologismo è una moderna categoria generale di violenza contro le donne che include in un’unica sfera semantica tutte quelle pratiche sociali violente volte a limitare la libertà delle donne o che attentano alla loro vita. Il termine femminicidio è usato per indicare ogni atto con cui una «donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori», ovvero ogni forma di «violenza o discriminazione esercitata contro la donna in quanto donna […], in ragione del suo genere » (Spinelli 2008:21). Strettamente collegato alla parola femminicidio è anche il neologismo femmicidio, con cui si indica «la causa principale delle uccisioni di donne, ossia la violenza misogina e sessista dell’uomo nei loro confronti» (Karadole 2011:19), «l’atto estremo di violenza di genere» (Karadole 2011: 21). Il concetto soggiacente al termine femminicidio era già presente sotto “violenza di genere” nel paragrafo 6 della Raccomandazione generale n°19 del 1992, un documento successivo alla CEDAW – Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, e che si esprime sull’interpretazione della stessa. La Raccomandazione definisce la violenza basata sul genere come: la violence exercée contre une femme parce qu’elle est une femme ou qui touche spécialement la femme. Elle englobe les actes qui infligent des tourments ou des souffrances d’ordre physique, mental ou sexuel, la menace de tels actes, la contrainte ou autres privations de liberté3 . Dal 1992, quindi, la violenza di genere diventa una realtà internazionalmente riconosciuta e giuridicamente definita. Con tale Raccomandazione, inoltre, si afferma che «la violenza basata sul genere è discriminatoria e viola i diritti umani, sia essa pubblica o privata» (Spinelli 2008:143).

Le forme in cui può esplicitarsi la violenza contro le donne sono state classificate nell’articolo 2 della DEVAW – Dichiarazione ONU sull’Eliminazione della Violenza sulle Donne del 1993, che inserisce tra le forme di violenza: la violence physique, sexuelle et psychologique exercée au sein de la famille […]; la violence physique, sexuelle et psychologique exercée au sein de la collectivité, y compris le viol, les sévices sexuels, le harcèlement sexuel et l’intimidation au travail, dans les établissements d’enseignement et ailleurs, le proxénétisme et la prostitution forcée; […] la violence physique, sexuelle et psychologique perpétrée ou tolérée par l’Etat, où qu’elle s’exerce . Sono quindi tre i principali tipi di violenza riconosciuti a livello internazionale: la violenza fisica, quella sessuale e quella psicologica. Ognuno di essi, separatamente o congiuntamente, può essere esercitato sia dentro la famiglia (da partner o ex partner) (ISTAT 2007:1), e in questo caso parliamo di “violenza nelle relazioni intime”, ma anche fuori dalla famiglia (da sconosciuto, conoscente, amico, collega, amico di famiglia, parente ecc.) (ISTAT 2007:1), quindi all’interno della comunità di appartenenza. La terza categoria, riconosciuta anche da Amnesty International, è la «violenza per motivi di genere perpetrata o consentita dallo stato o da “attori non statali” » (2004: 21). Il termine femminicidio è stato usato e diffuso per la prima volta nel 1992 dalla sociologa e criminologa femminista statunitense Diane Russell. Da allora, questa categoria criminologica è stata ripresa da molte studiose messicane per analizzare, in primo luogo, le sevizie e le uccisioni sistematiche di donne e ragazze a Ciudad Juarez, cittadina al confine fra Messico e Stati Uniti e, in seguito, per descrivere «non solo le uccisioni di genere ma ogni forma di violenza e discriminazione contro la donna “in quanto donna”»  . Sarà in particolare l’antropologa messicana Marcela Lagarde a usare estensivamente e ad ampliare il significato di questo termine a partire dal 1997, specificando che il femminicidio si configura come violenza privata, violenza sociale (ossia accettata nella società), ma anche e soprattutto come violenza delle istituzioni, nel momento in cui esse non si attivano per garantire la vita delle donne come un bene prioritario (Spinelli 2008:42). Si tratta di un termine onnicomprensivo, che attraversa ogni cultura e ogni luogo e che ha avuto una discreta fortuna anche nel continente europeo, con gradi di diffusione diversi.

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