Scarponi l’ultima vittima della strage di ciclisti: Ciclismo, ogni anno la media di 250 morti

Michele Scarponi era tornato a casa venerdì sera, in macchina insieme al massaggiatore del suo team, l’Astana. Da Trento a Filottrano (vicino ad Ancona), dopo aver chiuso un ottimo Tour of the Alps con la vittoria di tappa di lunedì scorso, “Scarpa” voleva passare il fine settimana con la moglie Anna e i due gemellini di 5 anni, Giacomo e Tommaso, a cui aveva dedicato proprio il primo successo con la maglia celeste e un tweet, con la foto di loro due seduti sulle sue spalle: il 5 maggio inizia il Giro, ogni minuto è prezioso per stare con la famiglia prima di partire per il “viaggio rosa” lungo tre settimane.

Eppure, nonostante il poco tempo, da professionista esemplare Scarponi ieri è uscito da solo per un breve allenamento, incontrando la morte su quelle strade di cui conosceva ogni curva, ogni buca. La tragedia a circa 5 chilometri da casa. Sono le 8, Michele arriva da Filottrano in discesa in via dell’Industria quando, all’altezza di un’intersezione, un camioncino guidato da un 57enne del posto si immette da una strada laterale senza dare la precedenza: «Ma non l’ho visto, non l’ho visto…», giura il guidatore, ora indagato per omicidio stradale. L’impatto è violentissimo, Scarponi viene sbalzato diversi metri più in là. Alcuni automobilisti assistono alla scena e avvisano i soccorsi. Arrivano un’ambulanza e un elicottero ma è inutile: i traumi sono troppo gravi, Michele muore lì, sull’asfalto, accanto alla sua bicicletta, lì lo piange incredula la sua Anna.

È questa la ricostruzione di un dramma che ha portato via uno sportivo famoso in tutto il mondo, è questa la scena che potrebbe riguardare ognuno di noi, perché al posto del professionista Scarponi in allenamento (uno che la bici la gestisce come un ferro del mestiere e quindi è dotato di padronanza di guida oltre la media) avrebbe potuto esserci chiunque altro, un nostro parente, un nostro amico, il pensionato che al mattino va a comprare il giornale, l’impiegato che va a lavoro, il papà o la mamma che accompagnano i figli a scuola.
Michele, a 37 anni, saràricorda- to negli almanacchi sportivi come il vincitore del Giro 2011, ma finirà pure nel tragico elenco statistico di quanti perdono la vita sulle strade in sella alla bici: le ultime cifre ufficiali dell’Istat raccontano dal 2001 al 2015 di 4.534 morti, dai 366 nel 2001 ai 252 del 2015, uno ogni 35 ore (nel 2015 i motocclisti sono stati 878,1.468 gli automobilisti, 157 i camionisti). Nel nostro Paese 16mila ciclisti ogni anno, 45 al giorno, rimangono coinvolti in un incidente a vario titolo. Un’ecatombe, con cause molteplici ma riassumibili in due macrocategorie: la cronica assenza di manutenzione delle strade, il mancato rispetto per una cultura della circolazione stradale corretta, sia da parte di chi va in bicicletta, sia di chi guida mezzi a motore. Ecco perché la morte di Scarponi non sarà stata vana se aiuterà a salvare anche una sola persona: perché è vero che spesso si va di fretta, ma fra perdere un secondo e perdere una vita (la propria o altrui) la differenza si misura da sola.

Vedremo che fine farà la nuova norma salva-ciclisti da poco presentata in Senato dal senatore Michelino Davico, secondo cui la distanza minima per il sorpasso di un ciclista dovra essere di 1,5 metri, con multe fra 163 e 651 euro e sospensione della patente da 30 a 90 giorni per i trasgressori. Oltre alla tempistica di approvazione, rimane il grande interrogativo sull’effettiva applicazione.

Forse sarebbe anche il caso di iniziare a sanzionare le amministrazioni che non sistemano buche e tombini sul lato destro della strada, non provvedono a illuminare le strade pericolose, non si dotano di piste ciclabili nei punti più critici, non curano i ciottolati né rimuovono i vecchi binari dei tram. Poco più di un secolo fa, in Italia la bicicletta rappresentò una rivoluzione industriale. Oggi, con circa 2,8 milioni di ciclisti (il 6% della popolazione), servirebbe una rivoluzione culturale.

Eral’Aquila di Filottrano, Michele Scarponi, lui che amava portarsi in allenamento il suo pappagallo Frankie. E in qualche modo si assomigliavano: simpatici, scanzonati, sempre fedeli. Perché se Michele era un capo brigata quando c’era da far casino, era anche il principe dei gregari: lui che con la sua esperienza, la battuta pronta e quel suo ghigno beffardo che sapeva rassicurare ha messo le basi per i successi dei nostri ultimi fenomeni delle corse a tappe, Vincenzo Nibali e il baby Fabio Aru, increduli nel loro immenso dolore comune a tutta la comunità ciclistica: da Serse Coppi a Casartelli, dal belga Demoitié al giapponese Noriakhi (pure lui travolto da un camion), la striscia di sangue continua.

Al Giro 2016, sul Colle dell’Agnello, Scarpa manda in scena la grande azione che permette a Nibali di stroncare la resistenza di Kruijswijk; quest’anno avrebbe dovuto aprire la strada ad Aru, ma una caduta ha messo il sardo fuorigioco. Ed ecco allora che l’Astana aveva promosso Michele capitano. Sarebbe stato il suggello alla carriera, senza aspirazioni di vittoria finale ma, chissà, qualche tappa sarebbe stata alla sua portata, lui che lunedì aveva battuto al Tour of the Alps calibri come Thomas e Pinot. Un successo che mancava da 4 anni dedicato ai figli e alle popolazione terremotate.

Vagabondo del pedale, nel 2002 Scarponi esordisce fra i pro con la Acqua & Sapone di Mario Cipollini. Vari piazzamenti, poi le squalifiche per aver frequentato i discussi medici Fuentes e Ferrari, ma senza mai risultare positivo. È nella seconda parte di carriera che Michele diventapiù solido, temibile in montagna e nelle Classiche: secondo ad un Lombardia, sesto ad una Sanremo, due volte nei primi 5 alla Liegi. Nel 2011 la vittoria del Giro, assegnatagli dopo la squalifica di Contador. Ieri aveva preferito tornare ad allenarsi nella sua Filottrano. «Nelle tappe di montagna», diceva a Marco Pastonesi, «il corridore spara all’uomo, cioè a se stesso, e prosegue lino all’arrivo. È per questo che si arriva morti. Adesso scappo. E domani sarò a casa. Stessa spiaggia, stesso mare. Ciao a tutti». Mercoledì o giovedì i funerali.

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