Scoperta shock: annusare del cibo fa ingrassare arriva la conferma

Una notizia davvero scioccante per molti. Se non odori il cibo, ingrassi meno. Fino a questo momento si trattava solo di un modo dire, quante volte le nonne o le mamme ci hanno ripetuto: basta il profumo di alcuni piatti e si prende qualche chilo. ahimé non sono solo battute ma una nuova verità.

Ingrassare solo annusando i cibi.

Questa ricerca condotta da studiosi dell’Università della California è intervenuta però nel più tragico dei modi, dimostrando che in effetti anche l’olfatto riveste un ruolo decisivo nell’accumulo dei chili di troppo. È questa, in parole povere, la conclusione cui sono giunti un gruppo di ricercatori americani conducendo uno studio su topi di laboratorio. In seguito li hanno paragonati ad altri topi che potevano sentire gli odori.

Patologie legate all’alimentazione come sovrappeso e obesità sappiamo già che si ripercuotono sulla vita degli esseri umani contribuendo all’insorgere di determinate patologie e accorciando inevitabilmente la durata della vita, e tante sono le cause che possono contribuire al problema, dalla vita sedentaria alla cattiva alimentazione, senza dimenticare ovviamente i fattori genetici che in determinati casi possono contribuire al problema rendendo più complicato perdere peso. I topi con che riuscivano ad annusare il cibo al termine dello studio sono aumentati di peso, ma quelli con l’olfatto più sviluppato sono ingrassati ancora di più rispetto agli altri gruppi.

Secondo i ricercatori, l’odore del cibo potrebbe spingere il corpo a conservare le calorie, piuttosto che a bruciarle. Choc a parte, i risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Cell Metabolism, per buona pace di tutte quelle persone perennemente a dieta che ingaggiano una lotta l’ultima caloria pur di apparire sempre in perfetta forma fisica. Acquisire o perdere peso ha a che fare con ormoni, mente e corpo, per questo non stupisce che anche i sensi possano rappresentare un’importante pedina su una così complessa scacchiera.

 

LA MENTE CI FA INGRASSARE
Tutti noi mangiamo per nutrirci e anche perché è piacevole. La fame arriva quando il nostro corpo ha necessità di nutrirsi; a volte però sopraggiunge anche quando non abbiamo bisogno di energia. Spesso non mangiamo spinti dalla nostra volontà o dalla necessità, bensì dalle nostre emozioni.
Si mangia, quindi, anche con il cervello. Può capitare che ci piaccia un cibo perché rievoca un momento felice o che ne rifiutiamo uno perché lo associamo a qualcosa di triste. Il nostro organismo associa, infatti, sapori, odori e sostanze presenti nei cibi a particolari stati d’animo, e mangiare diventa, così, un’attività “cerebrale” più di quanto possiamo immaginare.
Cibo per nutrire lo spirito
A chi non è capitato di mangiare perché era arrabbiato o di consolarsi con della cioccolata in un momento di tristezza? Tutti, almeno una volta, abbiamo mangiato spinti dall’emotività.
Le nostre abitudini alimentari si apprendono fin da piccolissimi. Dal momento in cui un genitore offre per la prima volta una caramella o un biscotto a un bambino per consolarlo o zittirlo, il cibo diventa un modo per nutrire lo spirito. Il cibo è spesso associato a emozioni positive, e viene quindi usato per festeggiare occasioni speciali o celebrare ricorrenze, come da convenzioni sociali antichissime. Accettare una fetta di torta di compleanno è d’obbligo, premiarsi con del cioccolato o dei biscotti per un lavoro ben fatto è appagante, bere un bicchiere di vino o di birra con gli amici è divertente.
Fin dai tempi antichi, però, consideriamo il cibo anche come un valido alleato per attenuare la noia e la depressione, o per consolarci nei momenti di tristezza o angoscia.
Tutto questo è normale, così come le emozioni stesse, che sono innate e che non possiamo controllare. Non possiamo decidere di non provare più paura, tristezza, rabbia, gioia, appagamento; possiamo però imparare a controllare l’impulso di mangiare, connesso ai nostri sentimenti.

Che cos’è la fame emotiva

Viene definita anche fame nervosa, fame da stress, fame psicologica. Qualunque sia la definizione, una cosa è certa: l’ansia è alla base della fame emotiva, e può essere dettata da diversi fattori, come ad esempio preoccupazioni, insoddisfazione, solitudine, noia, rabbia, ecc.
Come possiamo riconoscere la fame emotiva? Vi riportiamo di seguito alcuni segnali:
• Attacchi di fame frequenti, durante i momenti di relax, la sera, e in assenza di particolari ragioni
• Continui spuntini fuori pasto;
• Ricerca di pezzetti di formaggio, dolcetti, patatine da divorare senza neanche assaporarli;
Vi riconoscete in questi comportamenti? Quelli descritti sono atteggiamenti che tutti assumiamo, più o meno frequentemente, nel corso della vita. Se questo accade raramente non c’è motivo di preoccuparsi, non soffriamo di fame nervosa!
Quando, allora, la fame emotiva diventa un problema?
Il problema si presenta quando non riusciamo più a distinguere i segnali che l’organismo ci invia perché necessita energia da quelli che sono superflui. La fame emotiva può durare da alcuni minuti ad alcune ore , può suscitare la voglia di un cibo specifico o il desiderio generico di mangiare. Questo comportamento si ripete nel tempo fino a diventare automatico e si inizia così ad utilizzare il cibo pe r gestire tutte le situazioni che ci provocano ansia e stress. Se non ci accorgiamo di questo, diventerà impossibile controllare ciò che mangiamo, a livello di qualità e quantità dei cibi.
Questo incide negativamente sul nostro peso, sulla sana alimentazione e sulla salute.
La fame emotiva, o nervosa, è da considerare, in questo caso, un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare, che potrebbe portare anche ad abbuffate compulsive. Se si presenta questo scenario è quindi opportuno rivolgersi al proprio medico che potrà consigliarvi un percorso adeguato per affrontare il problema.
Come combattere la fame emotiva?
Come tutte le cose, anche le emozioni hanno il loro corso naturale: ad esempio un’arrabbiatura arriva violentemente e poi si placa lentamente. Se associate la rabbia, o qualunque altra emozione, al cibo, dovreste cercare di accostarvi agli alimenti prendendo tempo, cercando qualcosa che vi distragga dalla voglia di mangiare e seguendo alcuni consigli.
Mai dopo cena
La fame emotiva ci assale spesso dopo cena e ci porta a mangiare snack e bevande di vario tipo.
Se avete questa abitudine, cercate di cambiare tipo di cibo: preferite carote e gambi di sedano (la cui masticazione richiede tempo e che danno un maggior senso di sazietà perché contengono fibre) e bevete acqua o bevande come tè (classico o verde), caffè (se dopo cena meglio decaffeinato) e bibite anche gassate, ma senza zucchero.
Non mangiate davanti alla TV
Mangiare davanti alla TV è un’abitudine scorretta, che ci distrae da quello che stiamo mangiando perché la nostra attenzione è focalizzata su altro. Mangiamo quindi in modo distratto e spesso veloce, non avvertiamo il senso di sazietà, ingeriamo più di quello che dovremmo e spesso la fame si ripresenta qualche ora dopo.
Nascondete i cibi “pericolosi”
“Lontano dagli occhi, lontano dallo stomaco”: l’organizzazione della cucina (come dimostrato dal Food and Brand Lab della Cornell University) e l’abitudine a tenere a vista solo cibi sani , può aiutarvi a smorzare il desiderio di consumare cibi calorici, dolci o salati, e poco salutari.
Ecco alcuni semplici consigli.
Nascondete:
In frigorifero:
• cibi ricchi di grassi e zuccheri;
• torte, pasticcini, cioccolata, succhi di frutta, salumi.
In dispensa:
• pane, grissini, biscotti, brioches, frutta secca e altri snacks.
Mettete bene in evidenza:
• una grande fruttiera piena di frutti di stagione perché, in caso di fame emotiva, meglio una mela di una barretta di cioccolato! Mangiate lentamente e preferite, quando possibile, frutti da sbucciare, per guadagnare altro tempo.
• Carote, sedano, finocchi e altre verdure pronte da mangiare.
Tenete in borsa:
• carote, sedano e frutta;
• una bottiglietta d’acqua, perché un sorso d’acqua può allentare l’impulso di fame.
Questi semplici consigli vi aiuteranno a placare i vostri attacchi di fame nervosa, senza ricorrere a cibi poco sani o ipercalorici.
Impara ad ascoltare la tua fame
Alcuni semplici accorgimenti possono aiutarvi a capire se soffrite di fame emotiva:
• Annotate su un foglio le emozioni che provate, o cosa è successo, in prossimità di un attacco di fame. Quando avrete appunti a sufficienza, cercate di fare un’autovalutazione su quale potrebbe essere la causa scatenante del vostro disagio.
• Cercate di capire in quale momento della giornata si presenta la fame nervosa.
• Preferite alcuni cibi che inducono tranquillità: pane o pasta, ad esempio, alzano il livello della serotonina (l’ormone del buonumore) nel sangue e vi trasmettono quindi un senso di calma e serenità.
• Fate un po’ di attività fisica: una passeggiata o una corsa vi aiuteranno a liberare la mente dai problemi e ad essere più positivi.

Venticinquemila persone ogni giorno muoiono di fame o a causa di malattie legate alla fame. È il risultato estremo di una condizione quotidiana che vede circa 925 milioni di persone malnutrite. Mentre questa strage si rinnova, in tutto il mondo i prezzi dei prodotti alimentari sono soggetti a variazioni estreme. Nel biennio 2007-2008 i prezzi dei cereali e di molte derrate alimentari raddoppiarono, in qualche causo aumentrono anche di più, per poi ridiscendere bruscamente in pochi mesi.

Dal giugno 2010, i prezzi del grano e del mais hanno ricominciato ad aumentare, e sono addirittura raddoppiati nel primo semestre del 2011, superando i massimi storici. Ognuno può immaginarsi che cosa questo significhi per chi ha fame.

Perché i prezzi aumentano tanto? È diminuita la produzione in modo così rilevante da rendere rare, e dunque più preziose e care, le derrate alimentari? In realtà, a scatenare la crisi del 2008 non è stata la carenza di cibo. In quell’anno la produzione mondiale era addirittura aumentata. E anche nei primi mesi del 2011 è stata pressoché costante. Per spiegare le impennate dei prezzi occorre guardare altrove, anche ai mercati finanziari. Esistono lobby internazionali in grado di influenzare i prezzi sulla borsa merci di Chicago, dove si negoziano i contratti sui cereali, i cui valori diventano riferimento per i prezzi in tutto il mondo. Alcune operazioni finanziarie sono delle vere e proprie scommesse giocate sulle materie prime, dal cibo al petrolio, che permettono notevoli profitti. Ma chi paga questo gioco sono i tre miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno e non possono più permettersi il pane necessario. Inoltre la cifra scandalosa di 925 milioni di persone malnutrite resta invariata, in un mondo che potrebbe sfamare 11 miliardi di persone.

Di quanto aumenterà il cibo nei prossimi anni? Secondo la Fao e l’Ocse, nel prossimo decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto ad oggi, e quelli della carne potrebbero aumentare anche del 30%. Il cambiamento della dieta nei Paesi emergenti porterà a un aumento della domanda di carne, e secondo la Fao nel 2050 per sfamare gli abitanti della terra sarà necessario produrre almeno una tonnellata in più di cereali.

Perché il cibo costerà sempre di più? L’aumento e la volatilità dei prezzi dipendono da tre ragioni principali: la crescita dell’uso di colture alimentari per i biocarburanti; eventi meteorologici estremi e cambiamento climatico; e aumento del volume di scambi sui mercati a termine delle materie prime, ovvero la speculazione tramite i “futures”, strumenti finanziari coi quali si stabilisce “oggi” a quale prezzo comprare “domani” un certo bene alimentare, come il grano o il riso.

Quali sono i Paesi dove la fame sta aumentando? Bulgaria, Repubblica democratica del Congo, Burundi, Comore, Costa D’Avorio e Corea del Nord. La Banca Mondiale nel 2011 ha calcolato che 44 milioni di persone sono finite in povertà come conseguenza dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari.

L’ Indice Globale della Fame 2011 mostra che, anche se il mondo ha fatto qualche progresso nella riduzione della fame, la percentuale di persone vulnerabili rimane troppo alta. I Paesi dove la situazione è “estremamente grave” sono in Africa: Ciad, Burundi, Repubblica democratica del Congo, Eritrea. Insieme ad Haiti hanno più del 50% della popolazione malnutrita. Questo grafico, realizzato con le ultime rilevazioni effettuate, non riflette ancora le conseguenze della crisi alimentare che nel 2011 ha colpito milioni di persone nel Corno D’Africa (in particolare in Somalia) e delle impennate dei prezzi dei beni alimentari sul mercato internazionale, che hanno raggiunto nuovi record nella prima metà del 2011.
Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (Ifpri), che redige l’Indice globale della fame, è importante affrontare le cause della volatilità dei prezzi alimentari rivedendo le politiche sui biocarburanti, regolando l’attività finanziaria nei mercati alimentari e adattandosi ai cambiamenti climatici e mitigandone gli effetti. È inoltre di vitale importanza costituire riserve alimentari e condividere informazioni sui mercati alimentari, migliorandone la trasparenza.
Per alleviare gli effetti del caro-cibo bisognerebbe inoltre investire nell’agricoltura sostenibile su piccola scala, migliorare le opportunità di sostentamento per la popolazione povera sia rurale che urbana, e potenziare l’offerta di servizi di base come l’istruzione, la sanità e i servizi igienico-sanitari.

LA COMPRAVENDITA DI TITOLI LEGATI AL CIBO NON È UN FENOMENO NUOVO: È DAL 1865 CHE ALLA BORSA DI CHICAGO SI COMPRANO E SI VENDONO CONTRATTI (I COSIDDETTI FUTURES) LEGATI AL RACCOLTO DI FRUMENTO.
Sia i produttori sia i grandi compratori (ad esempio le industrie alimentari) hanno interesse a garantirsi in anticipo un prezzo di vendita (o di acquisto) della propria merce, mettendosi al riparo da aumenti o crolli legati a eventi imprevisti tipo un raccolto più magro o più abbondante del previsto.
Le due parti – per questo – stipulano un contratto future in cui si stabilisce un prezzo di vendita a una certa data. Rispetto al cibo, dunque, la finanza avrebbe principalmente una funzione assicurativa e stabilizzatrice (il cosiddetto hedging).
Il problema è che negli ultimi vent’anni un fatto nuovo ha cambiato le carte in tavola. A partire dal 1991 nel mercato finanziario sono stati introdotti i Commodity Index Fund, cioè fondi di investimento il cui rendimento è legato a un indice matematico calcolato combinando le variazioni delle quotazioni dei futures sulle materie prime (petrolio, gas naturale, oro… ma anche mais o frumento). E che cosa è cambiato?
I futures sui prodotti agricoli adesso non li compra più solo chi ha un interesse diretto in quel determinato mercato (e dunque opera seguendo le leggi classiche della domanda e d e ll’offerta), ma anche soggetti finanziari come i fondi pensione, che investono grandi somme di denaro con l’obiettivo esclusivo di ottenere il miglior rendimento. A loro non interessa quanto costerà il frumento a una determinata data, ma solo che faccia guadagnare soldi. Così il cibo è diventato come una nuova moneta, e la speculazione ha iniziato a galoppare.

1 La finanza fa sempre male al cibo?
No. Strumenti come i futures per decenni hanno svolto una funzione positiva. Il problema è nato quando – a partire dagli anni Novanta – l’intreccio tra la nascita di nuovi strumenti finanziari e la deregolamentazione di questi mercati ha creato una situazione ideale per l’ingresso della speculazione nelle Borse in cui si trattano tito li legati a materie prime come il mais, il frumento, lo zucchero o il cacao.

Dove il cibo viene scambiato come moneta?

Oggi dappertutto. Esistono infatti delle borse di riferimento: quella di Chicago (Cbot) lo è per le quotazioni dei futures sul mais, sul frumento e sulla soia; per lo zucchero e il cacao invece la quotazione più importante avviene a New York (Ice). Ci sono poi anche altre piazze minori.
È bene ricordare – però – che con i mercati telematici oggi questi tito li si possono comprare e vendere da ogni angolo del mondo.

Chi sono i principali soggetti coinvolti?
La prima società a lanciare nel 1991 i Commodity Index Fund è stata la statunitense Goldman Sachs, che insieme a Morgan Stanley e alla britannica Bar-clays Capitals restano i colossi di questa parte del mercato finanziario. I futures oggi sono usati anche da chi non è interessato ai prodotti agricoli.
Molti di questi contratti vengono rescissi prima della scadenza, senza scambio merci, sono quindi delle vere e proprie scommesse, ma influenzano ugualmente i prezzi del prodotto fisico.

Questo grafico è tratto da Broken Markets, un rapporto che l’ong inglese World Development Movement nel settembre 2011 ha dedicato al tema della speculazione sul cibo.
Si basa su stime di mercato fornite da Barclays Capital e mostra la quantità di denaro investita dalle società finanziarie in titoli derivati legati alle materie prime agricole. Come si può vedere si è passati dai 65 miliardi di dollari del 2006 ai 126 del 2011: in soli cinque anni il dato è praticamente raddoppiato.
Ma c’è di più: proprio il 2008 – l’anno che, dopo il picco di inizio estate ha visto precipitare improvvisamente i prezzi del cibo sui mercati internazionali – è stato l’unico anno in cui questo tipo di investimenti è diminuito.
Quanto pesa questa massa di denaro immessa dalle società finanziarie sul totale dei futures agricoli attualmente in circolazione? Sempre Broken Markets fornisce un altro dato interessante, basato sui rapporti della Commodity Futures TradingCommission (Cftc), l’authority americana competente su questi mercati: il 25 giugno 1996 alla Cftc risultava che alla borsa di Chicago l’88% dei futures sul frumento fossero legati all’hedging e solo il 12% alla speculazione. La stessa rilevazione compiuta il 21 giugno 2011 sugli stessi titoli mostra un rapporto radicalmente mutato: solo il 39% è detenuto da chi sta facendo hedging, contro il 69% degli istituti finanziari.
Oggi – dunque – ci sono giornate o addirittura interi periodi in cui la maggioranza di questi titoli non sono nelle mani di chi ha a che fare con i raccolti, ma in quelle di chi pensa solo a trarre profitto da un indice.
Si può ancora dire che il prezzo del frumento è guidato solo dalle leggi della domanda e dell’offerta reale?

LI ABBIAMO SENTITI ADDITARE COME UNA DELLE CAUSE DELLA CRISI FINANZIARIA, MA CHE COSA SONO I CONTRATTI DERIVATI?
Sono titoli il cui valore è – appunto – «derivato» dalle variazioni del valore di qualcos’altro.
Ci sono oggi un’infinità di contratti derivati, perché sono tanti gli indici a cui si possono agganciare: esistono derivati sulle monete, sui tassi di interesse, sull’andamento di uno o più indici azionari. Ma a noi il caso che qui interessa è quello dei derivati legati all’andamento dei prezzi delle materie prime, tra cui ci sono anche quelle agricole: i futures sono un tipo di questi contratti derivati.
A generare problemi è il fatto che questi titoli sempre più spesso non sono agganciati a un bene o a un’attività reale, ma al mero andamento di un indice. Per fare un esempio strettamente legato al nostro tema: alla borsa di Chicago non esiste un limite all’emissione di futures sul mais, sul frumento o sulla soia: un compratore e un acquirente possono concordare una vendita virtuale in una determinata data al di là del fatto che poi, quando arriverà il raccolto, quel quantitativo di mais o frumento esista davvero. Perché molti di quei titoli, ben prima che si arrivi alla scadenza, saranno già stati scambiati con altri titoli. E comunque – anche quando si dovesse onorare il contratto – nella maggior parte dei casi si provvederà a una compensazione in denaro anziché alla consegna del bene fisico.
Ecco perché si parla di «bolla dei derivati»: sono strumenti finanziari che, se lasciati senza regole, alimentano un’economia solo di carta. La domanda sulla speculazione finanziaria sul cibo, dunque, oggi significa anche chiedersi se abbia senso continuare a vendere e comprare in grandi proporzioni anche il cibo che non c’è.

Quanti sono i derivati oggi in circolazione?
In un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore nel maggio 2011 Mark Mobius – il presidente di una grande società che opera nel settore del risparmio gestito – ha fornito una stima eloquente: «Il valore totale dei derivati in tutto il mondo supera di dieci volte il totale mondiale del prodotto interno lordo».

Come si è arrivati alla bolla dei derivati?
Uno snodo fondamentale è stata nel 2000 l’adozione del Commodity Futures Modernization Act, la completa liberalizzazione dei mercati finanziari su cui si scambiano i futures, varata dal Congresso americano e controfirmata da Bill Clinton negli ultimi giorni del suo mandato..

Chi gestisce tutti questi titoli?
Essendo così tanti e molte volte nelle mani di operatori presenti contemporaneamente su mercati diversi, spesso i derivati sono amministrati in automatico da algoritmi matematici che – come tali – reagiscono sempre nello stesso modo alle variazioni dell’indice di riferimento. Questo non fa altro che aumentare le probabilità che la speculazione si concentri su un determinato titolo, accrescendo così la volatilità dei mercati.

Come abbiamo detto i futures sono la forma principale di derivati utilizzati per le materie prime agricole. Sono standardizzati, cioè legati tutti a determinate scadenze ed emessi in tagli ben precisi: questo rende possibile la loro contrattazione in specifiche Borse. Il grafico qui sopra mostra quanto sono cresciuti negli ultimi anni gli scambi di futures legati alle materie prime agricole. Per il mais – in particolare – si è passati da 1 milione di operazioni di inizio 2002 alle punte di oltre 9 milioni registrate nel 2010.
Oltre ai futures, però, ci sono almeno altri due tipi di prodotti finanziari rilevanti rispetto alla speculazione sul cibo. Il primo sono le opzioni: acquistandole non compro un bene, ma la possibilità (non l’obbligo) di acquistarlo a un certo prezzo a una certa data. Questo sistema permette di giocare sull’effetto leva: per acquistare un’opzione si mettono infatti in gioco molti meno soldi rispetto a quelli che guadagnerò se questo investimento si rivelerà conveniente. Ad esempio: compro per 10 dollari un’opzione sull’acquisto di 100 bushel di mais a 700 dollari nel marzo 2012. Se da qui alla scadenza il prezzo del mais aumenta del 10% per quei 100 bushel di mais pagherò comunque 700 dollari al posto di 770 dollari. E i 10 dollari che avrò investito mi avranno fruttato non il 10% ma il 600% di interesse.
Un terzo tipo di prodotti sono infine gli swap, contratti stipulati non direttamente tra un venditore e un compratore ma attraverso la mediazione di una finanziaria che emette – appunto – lo swap. A differenza di futures e opzioni, gli swap non sono standardizzati: si può decidere di volta in volta taglio e durata. Questa flessibilità ha però una contropartita: gli swap non sono trattati all’interno di una Borsa ma nel cosiddetto Over the counter, cioè in un sistema di compravendita di titoli meno trasparente e meno vincolato. Come facilmente intuibile è la parte meno controllabile della speculazione sul cibo.

QUANDO SI PARLA DI SPECULAZIONE SUL CIBO C’È UNA DATA CHE RAPPRESENTA UN PUNTO DI RIFERIMENTO OBBLIGATO: LA PRIMAVERA 2008, QUANDO I PREZZI DEI TRE ALIMENTI PRINCIPALI DI BUONA PARTE DELLA POPOLAZIONE DEL MONDO – IL MAIS, IL FRUMENTO E IL RISO – SCHIZZARONO QUASI CONTEMPORANEAMENTE ALLE STELLE.

Si gridò all’allarme per la crisi alimentare, fu convocato un vertice straordinario della Fao, si parlò di creare riserve speciali di cibo a cui attingere nelle situazioni di emergenza. Ma è stato soprattutto in quelle settimane che si è cominciato davvero a riflettere sul fenomeno della speculazione sul cibo e sulla necessità di introdurre regole nel rapporto tra finanza e agricoltura. A nessuno poteva sfuggire, infatti, un dato: proprio in quelle settimane i futures sulle materie prime agricole facevano segnare livelli record negli scambi.

Primavera 2008: la data è importante. I tempi sono troppo vicini per poterlo dimostrare con certezza, ma probabilmente non è un caso che la crisi alimentare sia avvenuta proprio mentre stava per esplodere anche la questione dei mutui subprime (guarda caso un altro tipo di prodotti finanziari derivati). Un crack che avrebbe portato al crollo della Lehman Brothers e a quella crisi finanziaria globale che abbiamo imparato a conoscere.

Chi ha pagato il conto di tutto questo? Il 2008 è stato un anno contrassegnato dalle rivolte del pane nei Paesi non autosufficienti da un punto di vista alimentare. Perché in Messico i prezzi delle tortillas – il cibo nazionale – sono diventati improvvisamente inaccessibili. Nelle Filippine i fast food hanno cominciato a servire per lo stesso prezzo porzioni più piccole. Tra l’Africa e il Medio Oriente un po’ ovunque è venuta a galla la difficoltà a reperire cibo. In quell’anno sono state una sessantina in tutto il mondo le rivolte del pane. Proprio mentre sui mercati dei futures – una volta raggiunto il picco – le quotazioni delle materie prime agricole precipitavano e gli investitori spostavano i loro soldi altrove. Pronti comunque a ritornare alla prima inversione di tendenza.

Che cosa è successo nel 2008?

I prezzi sui mercati internazionali delle tre materie prime agricole più importanti per l’alimentazione – mais, frumento e riso – nella primavera del 2008 hanno fatto segnare livelli record. E questo ha portato la Fao a denunciare pochi mesi dopo che il numero degli affamati nel mondo aveva raggiunto la cifra record di 1,020 miliardi di persone.

Quanto è durata questa situazione?

Poco. Già nell’autunno del 2008 i prezzi di tutte e tre queste materie prime erano precipitati ai livelli minimi. E contemporaneamente anche gli investimenti nei futures sul mais e sul frumento erano diminuiti altrettanto rapidamente. Un meccanismo – questo – tipico delle bolle speculative. Ciò che invece è rimasto alto è il numero degli affamati, che tuttora resta molto vicino a quota 1 miliardo.

No. La scintilla che fa scattare un aumento o una discesa dei prezzi è normalmente un fattore legato alla domanda o all’offerta di un determinato bene. Il problema, però, è che la speculazione finanziaria aumenta anziché ridurre queste oscillazioni, e nel caso delle materie prime agricole trasforma anche carestie o alluvioni in occasioni per guadagnare soldi. Così quelle che sarebbero normali situazioni di difficoltà finiscono per trasformarsi in catastrofi per migliaia di persone.

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