Scoperti altri 219 pianeti, 10 abitabili come la Terra

I relatori spiegheranno a stampa e pubblico anche quali sono le attuali linee scientifiche e quali i progressi compiuti recentemente nella ricerca di esopianeti simili alla Terra. Ricordiamo infine che quella oggetto dell’annuncio odierno è l’ottava versione del catalogo dei candidati esopianeti scoperti da Kepler, un prezioso strumento “per rispondere a una delle domande più interessanti in astronomia: quanti pianeti come la Terra ci sono nella galassia?” sottolinea Susan Thompson, scienziata di Kepler, primo autore dello studio e ricercatrice per il SETI.

Il telescopio spaziale Kepler è stato lanciato nel 2009. Tra i 50 candidati situati in zona abitabile, più di 30 sono stati a loro volta confermati.

Mario Perez, scienziato del programma Kepler, spiega che “la raccolta di dati di Kepler è unica, in quanto è l’unica che contiene una popolazione di pianeti con all’incirca le stesse dimensioni e l’orbita della Terra“. Ad oggi il numero si è attestato a quota 4.034. Il Sistema Solare, come lo conosciamo, non rappresenta una regola fissa, è uno dei tanti. Se andiamo avanti con le caratteristiche sappiamo che i pianeti più simili alla nostra Terra sono, per adesso, almeno una trentina. Dalla valutazione di insieme delle proprietà dei pianeti scoperti emerge a questo punto con significatività statistica l’esistenza di pianeti rocciosi (quindi in questo simili alla Terra) ma di dimensione simile a quella di Nettuno (che è in pianeta gassoso). Con quest’ultima terminologia, in particolare, si intendono tutti quei pianeti posizionati ad una distanza tale dalla propria stella da permettere all’acqua di scorrere allo stato liquido sulla superficie rocciosa.

Ricordiamo che il telescopio spaziale Kepler va a caccia di pianeti con la tecnica del transito, che consiste nell’osservare la luminosità di una stella madre: se si riduce per un breve periodo di tempo potrebbe essere il segnale di un transito, ossia di un pianeta che passa davanti alla stella stessa.

SI ATTENDE IL TELESCOPIO SPAZIALE JAMES WEBB Ma per una più accurata ricerca e per avere risposte certe, riferite ad una eventuale presenza di atmosfera, servono strumenti più potenti di quelli in dotazione di Kepler. Il prossimo telescopio spaziale, il James Webb, consentirà invece un’analisi più dettagliata dei mondi al di fuori del Sistema solare grazie ad una lente dal diametro di sette metri. E allora ne vedremo sicuramente delle belle.

Grazie ai dati raccolti dalla sonda Kepler è stato possibile indagare quale è il tipo di combustibile che brucia all’interno di stelle simili al Sole ma che si trovano in uno stadio evolutivo più avanzato. Una scoperta importante, che ci permetterà di conoscere meglio quale sarà il destino della nostra stella nei prossimi miliardi di anni.

Non solo pianeti extrasolari negli obiettivi scientifici della missione Kepler della NASA. La sonda spaziale, grazie alle accurate misure delle variazioni di luminosità in migliaia di stelle, sta rivelando importanti novità anche sulla loro vita e sulla loro struttura interna, tanto da
permettere di capire cosa accade all’interno delle cosiddette “giganti rosse”, stelle molto
luminose e raggio molto ampio, ma con una bassa temperatura superficiale, che rappresentano uno degli stadi evolutivi stellari in cui si troverà anche il nostro Sole tra qualche miliardo di anni. I risultati di questo studio condotto da un team internazionale di ricercatori a cui hanno partecipato anche Maria Pia Di Mauro e Paolo Ventura dell’INAF, vengono pubblicati oggi in un articolo sulla rivista Nature.

Le stelle osservate da Kepler, così come il Sole, sono pervase da vere e proprie onde sismiche, che viaggiano all’interno della stella, ma che possono essere rivelate come piccole oscillazioni della superficie. Come i terremoti sulla Terra ci portano informazioni su ciò che avviene sotto la crosta terrestre, così le oscillazioni nelle stelle ci svelano i segreti dell’interno di un astro, a cui altrimenti non avremmo mai accesso. Kepler, utilizzato in questo ambito come un “sismografo stellare”, è in grado di registrare queste onde che, espandendo e contraendo la struttura dei corpi celesti, producono le variazioni della luminosità misurate dai sensibilissimi strumenti di cui è equipaggiato. Questi veri e propri “stellamoti” hanno caratteristiche di durata e periodicità uniche, attraverso le quali è possibile risalire addirittura alla composizione dell’interno delle stelle e ai processi di produzione e trasporto di energia che avvengono in esse.

“Lo studio sismologico delle stelle, noto con il nome di Asterosismologia, rappresenta l’unico
metodo per sondare direttamente l’interno di una stella misurando le piccole oscillazioni della
Fotosfera” dice Maria Pia Di Mauro. “Le oscillazioni, infatti, dipendono proprio dallo stato
evolutivo e dalle caratteristiche strutturali della stella. Questo metodo, benché ben noto da
anni, è stato limitatamente utilizzato per l’ impossibilità di riuscire ad identificare
adeguatamente le piccole oscillazioni con i telescopi da Terra. Oggi, grazie alle osservazioni
spaziali di Kepler, siamo in grado di comprendere meglio l’evoluzione stellare e a determinare
età, massa e raggio delle stelle nella nostra Galassia. Tutto ciò è considerato di fondamentale
importanza nell’astrofisica moderna e in particolare modo per l’identificazione dei pianeti
extrasolari, le cui caratteristiche possono essere delineate solo determinando la struttura dellastella attorno a cui il pianeta si è formato”.

Nel lavoro sono stati analizzati i modi di pulsazione di circa quattrocento stelle giganti rosse. I ricercatori hanno scoperto che pur avendo tutte caratteristiche osservative piuttosto
omogenee, le giganti rosse possono essere raggruppate sostanzialmente in due gruppi,
identificati con periodi di oscillazione diversi. Le giganti rosse più giovani, che sono quelle in cui le reazioni di fusione nucleare dell’idrogeno stanno avvenendo in uno strato prossimo al
nucleo, possono essere identificate con oscillazioni più rapide. Le oscillazioni più lente sono
tipiche di stelle più “vecchie”, dove le reazioni di fusione nucleare stanno impiegando come
combustibile l’elio nel nucleo della stella.
“Nelle giganti rosse siamo riusciti ad identificare onde sismiche che penetrano fin dentro le
zone più interne della stella, portandoci informazioni sulle condizioni del nucleo dove avviene la  produzione di energia nucleare e quindi sullo stato evolutivo ed età della stella osservata”
prosegue Di Mauro. “Questa scoperta rappresenta il primo passo nella comprensione
dell’evoluzione del nostro Sole e su cosa succederà una volta che tutto l’idrogeno si sarà
esaurito dentro il suo nucleo. Infatti restano ancora forti dubbi sui fenomeni della perdita di
massa, rotazione e rimescolamento della materia che accompagneranno il passaggio dalla
sequenza principale alla fase di gigante rossa”.

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