Selfie e foto negli in corsia: medici e infermieri rischiano il posto di lavoro

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Paura in ospedale a Legnago, in provincia di Verona. Un uomo ha ucciso nella notte un paziente nel reparto di rianimazione. Subito dopo si è scagliato con delle forbici contro medici e infermieri, due dei quali sono rimasti leggermente feriti

Una circolare seguita da un’altra circolare, stavolta della Federazione degli Ordini dei Medici ai propri iscritti, ai quali viene ribadito: «Per un medico che ha prestato giuramento professionale appare inaudito realizzare simili comportamenti, che violano in modo gravissimo le regole della deontologia professionale». Insomma, medico avvisato medico salvato…

Ci sono posti dove anche la forma diventa sostanza. Tra questi figurano gli ospedali, le corsie, le sale operatorie, i laboratori e quant’alto della sfera sanitaria in cui viene esercitata una professione, che ha precise regole anche in merito alla privacy. Ma non solo: si parla anche di serietà, di comportamenti e condotte che non devono far degradare un mestiere in una pagliacciata.

Per questo il Ministero della Salute ha diramato a fine marzo una nota con cui si invitano i professionisti a evitare scatti in corsia.

Ne ha parlato oggi un articolo su Repubblica dove sono riportate diverse foto che ritraggono medici o infermieri nell’atto di immortalarsi sul posto di lavoro.

Il motivo è che da tempo i selfie sono entrati a far parte dei gesti quotidiani di molti utenti della reteche intendono immortalare gran parete della loro vita privata.

E fin qui, le uniche eccezioni sono l’estetica, l’opportunità e la consapevolezza di quello che si sta facendo: un atto che rimane a volte indelebile e che mai muore nei meandri della rete.

Quando si ha a che fare con terzi, e con attività che si basano sul rapporto di fiducia con persone in uno stato di debolezza, vedi i malati, allora la cosa cambia.

Per questo il Ministro ha scritto alla federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomeceo) e quella degli infermieri (Ipasvi) e alle realtà che rappresentano le altre professioni specifiche della galassia sanitaria.

Non a caso l’oggetto della comunicazione è “Diffusione di foto e video da parte di esercenti le professioni mediche realizzati all’interno di strutture sanitarie”, nella quale si legge che “sono oramai frequenti le notizie di stampa che segnalano il dilagare del fenomeno della pubblicazione di fotografie e selfie sui social network scattate da parte di professionisti sanitari durante l’esercizio dell’attività lavorativa presso le corsie di ospedali e sale operatorie in strutture pubbliche e/o private, fino a sfociare in alcuni casi nella violazione della privacy del paziente”.

Selfie in corsia a Napoli: la Federazione Ipasvi accerta eventuali responsabilità Le regole degli infermieri per il controllo professionale dei social

La Federazione Ipasvi e il Collegio di Napoli pronti ad accertare la presenza e le eventuali responsabilità di infermieri nella vicenda dei selfie in sala operatoria postati sui social. Mangiacavalli, presidente Ipasvi:

“Il nostro dovere è la difesa e la tutela dei pazienti”. Carbone, presidente Collegio di Napoli: “Accerteremo le eventuali responsabilità, come sempre e da sempre è costume degli infermieri” “Se dal lato umano è comprensibile il tentativo di scaricare lo stress legato a turni di lavoro massacranti e condizioni di lavoro spesso al limite del burnout con atteggiamenti e meccanismi entrati a far parte ormai della vita di tutti i giorni, da quello professionale non è accettabile e ammissibile che si confonda la vita reale con quella virtuale, specie se nella prima sono coinvolti i pazienti che ai professionisti affidano la loro salute e la loro integrità, fisica, morale e anche sociale”.

Non ha dubbi Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione dei Collegi Ipasvi, che interviene nel merito dei selfie scattati in sala operatoria a Napoli rispetto al quale la Federazione e il Collegio di Napoli stanno verificando eventuali partecipazioni di loro iscritti, ricordando anche che gli infermieri sono sottoposti, oltre alle norme del codice deontologico, a regole precise che la Federazione ha dettato proprio in merito all’utilizzo dei social.

“In un documento messo a punto dalla Federazione nel 2013 – ricorda Mangiacavalli – le regole per la nostra professione sono ben chiare e intendiamo farle rispettare: le potenzialità di comunicazione dei social media sono molto elevate e, di conseguenza, richiedono una maggiore responsabilità nel loro utilizzo. Per sfruttare al meglio i social media, occorre conoscerli bene ed essere consapevoli dei possibili rischi di un loro uso improprio: violazione della privacy di pazienti o colleghi, inappropriata condivisione e diffusione di informazioni sensibili, violazione dei confini professionali, violazione della riservatezza di informazioni sanitarie, compromissione dell’immagine dell’infermiere, dell’organizzazione a cui appartiene o del sistema sanitario.

Un uso improprio dei social media in sanità – aggiunge – si può riflettere lungo tutti i livelli del rapporto tra l’assistito e il sistema sanitario: il rapporto paziente/cittadino, il rapporto tra professionisti e tra questi e l’organizzazione. La professionalità va tutelata anche online: la fiducia dell’assistito nei confronti dell’infermiere e l’immagine della professione infermieristica sono condizionate dalla professionalità espressa dal professionista e percepita dagli assistiti, anche attraverso la comunicazione.

Per questo episodi del genere non possono essere sottovalutati e per questo è compito dei Collegi e nostro, intervenire riportando la situazione nei binari di regole deontologiche certe e condivise”.

Il documento della Federazione degli infermieri dichiara esplicitamente la necessità rispetto ai social di mantenere la privacy e la riservatezza, obblighi deontologici ma anche giuridici.
Per questo detta cinque regole a cui gli infermieri devono attenersi:

1. Prima di postare informazioni online considerare la solidità delle ragioni per farlo, assicurarsi di avere il consenso deN’assistito, che la sua identità sia protetta e che le informazioni pubblicate online non ne permettano l’identificazione
2. Non diffondere mai attraverso i social media immagini o informazioni relative all’assistito che possano violare i suoi diritti di privacy e riservatezza
3. Non pubblicare, condividere o diffondere immagini, dati o informazioni dell’assistito acquisite nella relazione infermiere-paziente
4. Non esprimere commenti sugli assistititi anche quando gli stessi non possono essere identificati
5. Non acquisire immagini (fotografie, video) utilizzando dispositivi personali ivi inclusi i telefoni cellulari.
“Convocheremo gli infermieri presenti in sala operatoria per avere la loro versione dei fatti – ha dichiarato Ciro Carbone, presidente del Collegio Ipasvi di Napoli, dove il fatto è accaduto e componente del Comitato centrale della Federazione Ipasvi – riservandoci, nel caso, di richiamare i nostri iscritti al rispetto del Codice deontologico e delle regole dettate dalla Federazione che prescrivono il massimo rispetto del paziente e delle sue condizioni e della legge sulla privacy che vieta qualunque ipotesi di identificazione della persona malata. Certi costumi – ha aggiunto – sono entrati ormai nell’uso comune soprattutto quando si è sottoposti a stress e si cerca una valvola di sfogo ‘naturale’ nella vita di tutti i giorni. Ma non c’è nulla di naturale in un atteggiamento e in un atto che, anche se in buona fede (ancora da accertare) pone a rischio la riservatezza e la dignità del paziente. Accerteremo le eventuali responsabilità, come sempre e da sempre è costume degli infermieri”.

Selfie e scatti nelle sale operatorie La moda (choc) di medici campani

Le equipe si immortalano durante gli interventi chirurgici con tanto di guanti e camici insanguinati. Il tutto all’insaputa del paziente che dorme intubato su quel lettino.

La moda del selfie arriva anche in sala operatoria. La tentazione di scattarsi una foto mentre si sta operando sta contagiando molti medici che, sorridenti, con guanti insanguinati e mascherine colorate, salutano all’obiettivo. Foto rigorosamente con il paziente disteso, intubato, o un taglio in primo piano che dia il senso dell’intervento. Scatti che poi vengono postati, come se fosse la cosa più normale del mondo, sui social network, o pubblicati da alcuni blog, diventando di dominio pubblico. Come accaduto ad una équipe medica tutta al femminile di Napoli che ha pensato bene di pubblicare una foto mentre era in corso l’intervento. Si vede e anche bene l’incisione sull’addome. Il sangue. Già, il sangue che è in bella mostra sui guanti delle dottoresse che ferme, immobili, fissano il cellulare che le sta immortalando. Immortala le mascherine alla moda come i copricapo sterili con stelline e cuoricini.

Il pollice è all’insù in segno di vittoria, di un buon lavoro che stanno facendo.

All’insaputa del paziente che dorme su quel lettino sul quale si è addormentato speranzoso. Il selfie in sala operatoria non è un reato né la violazione di un divieto imposto da alcun direttore ospedaliero, ma certo non appare sinonimo di classe e buon gusto. Tantomeno di rispetto per un paziente che entra in una sala operatoria. Ma se a Napoli l’équipe medica sorride dinanzi all’addome, nel salernitano, sempre due dottoresse, postano sui social una foto con un paziente intubato. Il cui volto è parzialmente riconoscibile. E riecco il copione: capello appena curato dal parrucchiere, trucco marcato sugli occhi, mascherine alla moda. Una sfilata che contagia. Anche i colleghi uomini. In provincia di Avellino, un medico entra in sala operatoria con una tuta anti contaminazione. Di spalle, fa capolino la gamba del paziente. Lo stesso che rende reale, bella e affascinante una professione spettacolarizzata sui social. «Simpatica», ancora, anche quella foto che vede in primo piano l’anestesista del salernitano con il pollice all’insù mentre alle sue spalle, in sala operatoria, i colleghi lavorano. Ma non la dottoressa che ha il tempo di distrarsi e partecipare al selfie.

Sorridendo e sporgendosi verso l’obiettivo. Un numero di scatti destinato a crescere.

Sempre più medici, ogni giorno, postano su facebook una foto in camice, in corsia, con i colleghi, in pronto soccorso. Altro luogo preferito per dimostrare che si sta salvando una vita. Non prima di un autoscatto che vede un direttore d’unità di un ospedale del salernitano in primo piano vicino al paziente reduce da un incidente. Dulcis in fundo, i commenti. Neanche a consumarsi le dita per far scivolare con il mouse verso il basso lo schermo del computer, si trova chi condanna queste foto. Una sola timida voce ha scritto: «Ma che fate». Forse era un collega e non è stato preso in considerazione. Poi i complimenti si sprecano: «Belli, bravissimi, che bella dottoressa». Sarà. E saranno anche bravi. Ma il paziente si sentirebbe più sicuro, forse, sapendo che l’attenzione è tutta su di lui. E non al cellulare pronto a scattare.

1 COMMENT

  1. Credo che i bacchettoni temano che sullo sfondo dei selfie compaiano immagini compromettenti per politici ed amministratori in ordine all’interesse che nutrono per le strutture sanitarie. I pazienti ovviamente non devono mai comparire se non danno il loro consenso.

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