Omicido Mollicone la svolta: picchiata in caserma e poi soffocata con un sacchetto di plastica

Sedici anni dall’omicidio. E poi un labirinto di false piste e indagati e proscioglimenti e arresti che non andavano fatti. Oggi, finalmente, sembra che la verità sulla fine di Serena Mollicone, trovata nel boschetto di Anitrella (Arce/Frosinone) l’1 giugno 2001, sia a portata di mano. Anzi di perizia. Lei aveva 18 anni e venne buttata dentro a un sacco (con le mani legate, laboc- ca serrata con un nastro e un sacco infilato sulla testa), fra le sterpaglie a pochi chilometri dal paese dove viveva col padre Guglielmo Mollicone. Ex maestro della scuola elementare di Arce (a sua volta inizialmente sospettato) e che da sempre chiede di sapere chi ha ucciso sua figlia.


Il colpo di scena arriva con la consegna in procura a Cassino della nuova perizia medico legale eseguita da Cristina Cattaneo, responsabile dell’Istituto di Medicina legale di Milano.
Serena sarebbe stata soffocata dal nastro adesivo legato intorno alla bocca, «dopo aver riportato un trauma cranico (…) provocato da un unico forte impatto contro una superficie ampia e piana», si legge nelle carte. E questo spinge i magistrati ad accendere (nuovamente) i riflettori sulla caserma dei carabinieri del paese in provincia di Frosinone. Le lesioni al cranio sarebbero compatibili con un urto violento contro la porta (che risulta danneggiata) di un alloggio della caserma, sottoposta a sequestro.

La perizia, come spera anche Guglielmo Mollicone, potrebbe presto portare alla svolta tanto attesa. «Stabilito che in via di elevata probabilità le lesioni e le fratture al capo di Serena Mollicone sono la conseguenza di un urto del versante sinistro del capo contro una superficie piana e ottusa, compatibile con la porta in giudiziale sequestro» scrive la dottoressa Cattaneo nelle 250 pagine consegnate ai pm, «va ricordato che la morte non è comunque da ricondursi a questo trauma».

E spiega: «Sembra sia stata la chiusura delle vie aeree con del nastro adesivo (possibilmente anche insieme al sacchetto di plastica intorno al capo) a provocare l’arresto delle funzioni vitali per asfissia meccanica, probabilmente da soffocazione esterna diretta (…)». La perizia serve a documentare l’eventuale relazione tra la morte della ragazza e la sua presenza, il primo giugno (giorno della sua scomparsa), nella caserma dei carabinieri di Arce, dove lei era andata a denunciare alcuni episodi di spaccio che coinvolgevano alcuni militari. «Si può evincere che la lesione alla porta sia stata prodotta da un oggetto simile al versante sinistro del cranio di Serena Mollicone o dal suo stesso cranio», si legge ancora. Per l’omicidio ci sono tre indagati: l’ex maresciallo dei carabinieri di Arce Franco Mottola, la moglie e il figlio, che si sono sempre sottoposti a tutti gli accertamenti ed esami, con esito negativo.

L’ipotesi su cui indagano i magistrati di Cassino è omicidio volontario e occultamento del corpo. Sui vestiti di Serena sono stati trovati «numerosi elementi botanici» che, secondo la relazione firmata da Cristina Cattaneo, sono «del tutto coerenti» con il bosco in cui è stata trovata Serena, 16 anni fa, avvolta da un sacco.

«Mio padre è stato ricattato, qualcuno gli ha prospettato ritorsioni contro i figli e i nipoti: per questo motivo, per anni, ha taciuto sulla morte di Serena». A parlare a una settimana dalla consulenza che ha riaperto il caso attorno all’omicidio di Serena Mollicone, è Maria Tuzi, la figlia del brigadiere dell’Arma morto suicida nel 2008, pochi giorni dopo aver riferito ai pm della Procura di Cassino di aver visto Serena, il primo giugno 2001, entrare in caserma, ad Arce, in Ciociaria.

La svolta l’ha segnata la consulenza della professoressa Cristina Cattaneo, con la quale è stato affermato che le lesioni al capo di Serena «sono compatibili» con l’urto su una porta sequestrata in un alloggio della caserma dei carabinieri di Arce. «Quanto emerso dalla consulenza conferma a pieno la tesi sostenuta da anni da Guglielmo Mollicone: che Serena quel giorni si sarebbe recata in caserma. Per quanto concerne mio padre, credo che il suo silenzio, durato sette anni, sia stato il frutto di un senso di protezione nei confronti della famiglia. Qualcuno – ha aggiunto Maria Tuzi – ha ricattato mio padre, non ho le prove, ma è quello che abbiamo portato all’attenzione della Procura che ha riaperto le indagini sulla morte di mio padre». Maria Tuzi ha un quadro chiaro anche del suicidio.

«Qualcuno – dice – lo ha istigato e gli ha complicato la vita fino al punto di indurlo alla morte. Personalmente leggo il suicidio di mio padre, come l’estremo gesto di protezione nei confronti della famiglia. Pochi giorni dopo aver parlato con il pm avrebbe dovuto confrontarsi di nuovo in Procura, non sappiamo cos’è successo, ma la sua morte ha evitato ritorsioni».
Le indagini sulla morte di Santino Tuzi sono ancora in corso, ma il procuratore capo di Cassino Luciano D’Emmanuele e il sostituto Beatrice Siravo che da un decennio sui occupa del caso, hanno può volte tenuto distinti i fascicoli.

Serena, potrebbe aver ricevuto il colpo alla testa e poi, tramortita è stata imbavagliata ed è morta soffocata. «Stabilito – si legge nelle consulenza – che in via di elevata probabilità le lesioni contu- sive e le fratture al capo sono la conseguenza di un urto del versante sinistro del capo contro una superficie piana e ottusa, compatibile con la porta in giudiziale sequestro, va ricordato che la morte non è comunque da ricondursi a questo trauma. L’ipotesi maggiormente suffragata dai dati scientifici che Serena Mollicone, colpita alla testa, abbia riportato un trauma cranico, molto probabilmente produttivo di una perdita di coscienza, e che sia stata la chiusura delle vie aeree». Ma come si è arrivati, nella consulenza, ad affermare la compatibilità tra la frattura cranica e il segno di rottura trovato sulla porta? C’è un importante elemento: l’altezza di Serena e il punto in cui è stato trovato il segno di rottura sulla porta. Serena era alta 1 metro e 55 e la porta è rotta a 1 metro e 54. «Se immaginiamo una forte spinta – conclude il consulente – della parte sinistra della testa contro la porta (..) l’impatto avverrà all’incir- ca a quell’altezza. Mentre un pugno di un maschio alto tra 1.75 e 1.80, se dato di nocca va ad impattare a un livello più basso, se dato di piatto va ad impattare a un livello superiore». Ancora:il corpo è stato abbandonato subito a Fonte Cupa (località a pochi chilometri da Arce). Ma quando è morta Serena?

«La valutazione dell’epoca della morte di Serena Mollicone – scrive la consulente – è inficiata dalla mancanza di dati certi. Ma, tenuto conto di alcuni fattori riportati nei verbali di sopralluogo e di autopsia, la morte sembrerebbe da ricondurre tra le 24 e le 48 ore prima del sopralluogo medico-legale. Purtroppo l’assenza di elementi fondamentali, tra cui la mancanza di rilievi termici, non permette di raggiungere risultati più accurati». Questa la conclusione della professoressa Cattaneo, per cui Serena ha avuto diverse ore di agonia, considerato che l’ultimo avvistamento certo è intorno alle 11 del primo giugno 2001 e la morte è collocata tra le 24 ore, massimo 48 ore prima del ritrovamento, vale a dire il 3 giugno.

Tesi (1). Carmine Belli è colui che accompagnava Serena a scuola e di cui più volte anche gli stessi mass media avevano parlato.

Tesi (2). Carmine Belli è colui di cui Serena aveva più volte p arlato con le amiche senza dire il nome.

Le tesi (1) e (2) non hanno presupposti certi e validi e sono privi di riscontri oggettivi; sono errate perché basate su un presupposto falso (inteso come sbagliato) come si evince dal primo punto che si va a illustrare; sono logicamente attaccabili come si evince dai successivi quattro punti:

Punto 1 – Colui che accompagnava Serena Mollicone e la lasciava nei pressi della stazione è un soggetto coniugato e che è stato ascoltato nel processo: trattasi di Bernardo Leo ne che lavorava realmente in Sora, il quale il 6.8.2001 ha dichiarato ai Carabinieri di avere dato alla Mollicone più volte passaggi con la propria vettura (di colore scuro); che la prendeva al trivio di Arce (zona cimitero) e la lasciava a Sora nei pressi della stazione; quindi non è Carmine Belli; il suddetto soggetto all’epoca dei fatti aveva 48 anni e, si badi bene, mai nessuna delle amiche di Serena ha dichiarato che tale soggetto avesse 30 – 40 anni, è solo una loro deduzione in base alla certezza che Serena parlasse di un soggetto non suo coetaneo in quanto sposato e lavorante in Sora. Da ulteriori indagini è emerso che altri uomini, oltre al suddetto, con macchine scure davano passaggi a Serena, fra cui, come si evince da un rapporto dei Carabinieri anche tale Davide il siciliano.
Punto 2 – Nessuno ha mai visto Belli accompagnare Serena e lo stesso Belli ha ammesso di averla accompagnata solo due volte, e se Belli non lo avesse dichiarato tale circostanza non sarebbe mai emersa, però, tale ammissione di Belli diviene agli occhi degli Inquirenti indizio di colpevolezza. Se lo avesse taciuto e sarebbe emerso sarebbe stato un indizio contro Belli! Poiché non è emerso ma Belli lo ha dichiarato spontaneamente diviene lo stesso indizio contro Belli! Belli ha dichiarato di averlo omesso per un po’ di tempo perché aveva paura!
Belli aveva paura della divisa: è una colpa? Anche il PM Arcuri ha dichiarato che se vede i Carabinieri e lui sta guidando la macchina si preoccupa, ha paura! Immaginiamoci Carmine Belli che ben sapeva di essere attenzionato su Serena Mollicone come doveva sentirsi quando era in Questura o in Procura, e quando era interrogato! Sicuramente ha sbagliato, ma poi si è ravveduto ed ha detto la verità che poteva anche tacere!

Cosa accade? Il PM può avere paura della divisa come egli stesso ha gridato con veemenza nella sua requisitoria e Belli invece no? A dire la verità dovrebbe essere ed è proprio il contrario: il PM nessuna paura ha della divisa, qualunque altro cittadino “normale” sì, ha pa ura della divisa per il classico metus pubblicae potestatis !
Punto 3 – Non poteva essere Belli l’assiduo accompagnatore di Serena perché i movimenti di Belli in macchina che ogni mattina da Arce si recava a Rocca d’Arce non erano compatibili con i moviment i di Serena che da Arce si recava a Sora in orario scolastico, tale da fermarla ripetutamente alla stazione di Sora.
E anche l’avverbio “ripetutamente” che il PM ha sempre gradito e insistito nell’appioppare a Belli che non si addice minimamente all’imput ato.
Punto 4 – Carmine Belli non lavorava a Sora, bensì, lavorava a Rocca d’Arce: quindi non è compatibile con l’uomo che accompagnava Serena e la lasciava presso la stazione di Sora o a poca distanza dall’Istituto scolastico, uomo che – si ripete – essere Bernardo Leone. E si ricorda che altri uomini risulterebbero avere accompagnato Serena, fra cui quelli segnalati dai carabinieri e in particolare Davide Bonsignore.

Le tesi (1) e (2) del PM che apoditticamente vorrebbero dimostrare che Carmine Belli è col ui che accompagnava Serena a scuola e che è colui di cui Serena aveva più volte parlato con le amiche senza dire il nome sono chiaramente errate perché basate su presupposti errati nonché sconfessati dall’elemento oggettivo “Colui che accompagnava Serena n on era Belli, bensì altri soggetti noti ai Carabinieri ed alcuni ascoltati in questo processo, fra cui anche Bernardo Leone e Davide Bonsignore”.

Tesi (3).

Carmine Belli è colui che sapeva esattamente come Serena era vestita il giorno della scomparsa, senza che ce ne fosse giustificato motivo.
Carmine Belli ha fornito una descrizione sommaria della Mollicone in quanto l’ha descritta con una maglia completamente rossa e con uno zainetto, mentre la vittima indossava una canottiera a bretelline in fantasia a fiorellini rossi, bianchi e gialli su sfondo rosso ed era stata descritta da tutte le persone informate sui fatti che l’hanno vista la mattina del 1.6.2001 con una borsetta. Usare l’avverbio di modo “esattamente” così come è stato usato è un supporto diale ttico rafforzativo alla propria ipotesi per farla divenire tesi: significa forzare la realtà e volere travisare i fatti per spostare il baricentro argomentativo! In realtà la tesi (3) è mera supposizione adattativa che fungerà, per gli Inquirenti, da presu pposto fondamentale per impostare lo scenario di Carmine Belli quale soggetto consapevole ed autore del doloso depistaggio e sviamento delle indagini dotato di scaltrezza e insidiosità. La tesi (3) si basa sul presupposto dell’avverbio “esattamente” mentre tale avverbio risulta essere esattamente “con incertezza e vaghezza”. La tesi (3) non è “logicamente certa”, bensì è incerta e non riscontrata da alcuna dichiarazione certa e diretta del Belli, ed è intrinsecamente pericolosa per la Giustizia, per la Veri tà e per il ragionamento analitico oggettivo scientifico, perché potrebbe portare – come del resto è accaduto – a inferenze soggettive e non corroborate da elementi certi.

La non esattezza della descrizione di Serena Mollicone è un dato ricorrente nelle de scrizioni e negli avvistamenti della stessa, tanto che a) Enzina Iafrate, il tecnico di laboratorio dell’ospedale di Sora, la descrive con orecchini, senza catenina e con orologio, b) un’amica che l’ha vista sull’autobus la descrive senza orecchini, c) un amico di Arce la descrive con pantaloni neri e maglietta nera, altri la descrivono per connotati senza ricordarne l’abbigliamento, e in tale contesto occorre ricordare che una ragazza che si vuole somigliante a Serena Mollicone, il giorno 1.6.2001 indossava per sua stessa ammissione “maglietta rossa, pantaloni neri e anfibi alti marroni”. In ogni caso, Carmine Belli si è espresso sui vestiti della persona che egli credeva ed ha voluto credere essere Serena dopo avere iniziato a fare “l’investigatore ricerca tore e coordinatore delle ricerche”, ad attingere notizie, a confondere avvenimenti e circostanze come sicuramente ha fatto. E poi, se Belli fosse quell’astuto depistatore manipolatore, perché mai avrebbe dovuto avvistare falsamente la Mollicone per creare un pericolosissimo nesso – e così è stato – fra lui e la ragazza stessa? Non è letteratura che l’assassino cerca di tagliare sempre, subito e in modo invisibile i legami che lo possano fare accostare alla vittima? La tesi (3) non individua il “giustificat o motivo” per cui il Belli sapesse descrivere come era vestita “esattamente” la vittima, e ne fa un indizio; in realtà, il “giustificato motivo” in un contesto logico non esiste in quanto il Belli ha agito e parlato nel suo habitus di spavalderia, da sbruf fone e da chiacchierone, e così egli è conosciuto nell’ambiente di Arce.

L’avvistamento di Serena da parte di Belli sicuramente non c’è stato perché la ragazza strattonata non era Serena e perché Serena quel giovedì 31 maggio era a scuola. Però un avvistam ento da parte di Belli c’è stato quella mattina, è una realtà storica, è un dato oggettivo: l’avvistamento è accaduto nei pressi del bar Chioppetelle la mattina del giovedì 31 maggio mentre Belli e Tomaselli tornavano da Isola Liri per avere acquistata la vernice presso la Sikkens.

Un avvistamento di una ragazza che poi, piano piano, Carmine Belli con il suo acume e l’intelligenza a sapere infilarsi in mezzo ai guai ha fatto divenire l’avvistamento di Serena Mollicone. Però Belli ha sempre dichiarato che l’ avvistamento c’è stato quando stava tornando da Isola Liri con Tomaselli dal negozio Sikkens, dall’acquisto della vernice: ebbene, investigazioni più incisive e oggettive di quelle che ci sono state avrebbero potuto appurare sin dall’inizio dei fatti che i l viaggio in Isola Liri era datato 31 maggio e non 1° giugno e che era veridico; che Belli e Tomaselli non potevano essere stati in Isola Liri perché erano stati prima da Ferdinando Petrucci a ritirare l’Alfa Romeo e poi in Rocca d’Arce; che Belli si era sbagliato e che quella ragazza da lui segnalata il giorno prima non era Serena Mollicone, ma trattavasi di altra persona!

Invece gli Inquirenti non hanno attivato il circuito di controllo sull’errore e non sono tornati indietro dall’intuizione iniziale. Hanno pensato: “Questo Carmine Belli mente, questo qui sta depistando, questo è un genio criminale del depistaggio e del gioco sporco!”. Ed è successo quello che si è visto nel film “Il Mostro” con Roberto Benigni, dove, qualunque azione di Benigni era interp retata dagli inquirenti e dal loro psicologo come e soltanto indizio di colpevolezza, poi si scoprì che il mostro era altra persona!
Si è verificato che l’avvistamento c’è stato; che l’avvistamento è del 31 maggio 2001, quindi il giorno prima della scomparsa di Serena e della ipotetica aggressione da parte di Belli alla stessa nell’ipotesi accusatoria. Ed allora gli Inquirenti non si sono avveduti di avere assegnato a Belli il dono della preveggenza, perché ritengono che Belli il 31 maggio vada a precostitu irsi un alibi per il delitto che commetterà il giorno dopo a danno di Serena Mollicone sapendo già come Serena si sarebbe vestita il giorno dopo senza poterlo sapere; dove l’avrebbe caricata (in Isola Liri) il giorno dopo senza poterlo sapere (giova ricordare che nemmeno Serena lo sapeva che il giorno 1 giugno sarebbe stata sulla piazzola a fare l’autostop); dove l’avrebbe uccisa (in Fontecupa) senza potere sapere! Mancano i passaggi logici, mancano i presupposti logici, manca la verosimiglianza!

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