Debora Serracchiani shock: “Stupro più odioso se fatto da un profugo”. Scoppia la polemica

Onore a Debora Serracchiani, e non in quanto politico Pd, neppure in quanto presidente di Regione, ma semplicemente in quanto donna che ha saputo andare controcorrente e dire qualcosa fuori dal coro. Suscitando le ire, in un colpo solo, dei profeti buonisti dell’accoglienza e delle femministe accecate dall’ideologia.

Onore a lei, perché ha saputo dire, e con forza, che lo stupro è sempre un’aberrazione, «un atto odioso e schifoso», anzi la forma di violenza più grave e insieme più vile che un maschio può commettere nei confronti di una donna. Ma onore a lei anche perché ha aggiunto, e non era scontato, che «la violenza sessuale risulta moralmente e socialmente più inaccettabile quando è compiuta da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese».

Con un tweet, con un semplice tweet, è riuscita a demolire, e a ragione, il mito edulcorato del Buon Profugo. Ha dimostrato che Mekail Govand, l’iracheno 26enne che lo scorso martedì ha tentato di violentare una ragazza 17enne alla stazione di Trieste, era un richiedente asilo indegno della nostra accoglienza, uno che non fuggiva dalle violenze nel suo Paese, ma provava a fare violenze nel nostro, un clandestino che aveva già precedenti per soprusi familiari, alcol e droga, uno che non doveva stare da noi e che non dovrebbe restarci, a maggior ragione dopo quello che ha commesso. Ma la Serracchiani ha anche dimostrato che quell’uomo era tutt’altro che un buono, era solo una bestia capace di tappare la bocca a una ragazza, prenderla per i capelli e trascinarla con forza all’interno di una carrozza abbandonata, quindi costringerla a bere, picchiarla, colpirla con un pezzo di ferro e poi prenderla a morsi, come racconta la stessa ragazza in un’intervista a Il Piccolo. Insomma, né profugo né buono…
E allora, nonostante le reazioni politicamente corrette e sdegnate, capisci che la Serracchiani ha detto due sacrosante verità.
La prima, che è un’aggravante la violenza commessa da chi approfitta della nostra ospitalità, vive a spese nostre e grazie alla nostra bontà, si finge vittima e si scopre un carnefice.
La seconda, che è un’ulteriore aggravante abusare della buona fede altrui, perché il profugo-violentatore aveva simulato di stare male, chiesto aiuto alla ragazza, e pregata di accompagnarlo a casa; era il finto poveretto a cui la buona samaritana ignara aveva prestato soccorso e offerto assistenza, il presunto disperato che, dopo la richiesta di Bene, si apprestava a compiere il Male. Uno così è due volte più reo: si è spacciato per profugo per essere accolto; si è spacciato per sofferente per colpire la sua vittima.
Che dovresti dirgli, a un balistardo del genere, fargli un plauso, rinnovargli l’accoglienza, assicurargli la nostra indulgenza e magari concedergli un’altra chance, perché in fin dei conti è solo un profugo che ha sbagliato, come si diceva un tempo dei compagni terroristi? O invece dirgli che non potrà mai
più mettere piede da noi, che un violentatore non è degno di stare in libertà, e un violentatore migrante non merita di restare neppure di stare nelle nostre prigioni, perché va subito rispedito nel suo Paese?
Per essere chiari, in questa brutta vicenda il vero gesto incivile non sono le parole di Debora – come pure sostiene chi la accusa di «scivolamento sul piano della civiltà» – ma l’atteggiamento di chi è riuscito pure stavolta a difendere i profughi. Anche a costo di risultare impopolare (lei stessa ha ribadito: «Non sono razzista, ho solo detto una cosa di buon senso»), Debora non faccia passi indietro. Ma vada avanti e chiami con il loro nome questa gentaglia. Non sono nient’altro che rapefugees, come li definiscono in Inghilterra, cioè violentatori travestiti da rifugiati.

STUPRATA E PRESA A MORSI Martedì 9 maggio, agenti di Polizia, attratti dalle urladi tre ragazzine, trovano una giovane italiana di 17 anni per terra, in stato di choc, nei pressi della stazione di Trieste. Si scopre che è stata malmenata, presa a morsi e stuprata da un 26enne iracheno richiedente asilo in Italia.

L’AGGUATO La ragazza stava tornando in autobus da uno stage quando ha visto un uomo riverso a terra. Si è avvicinata per soccorrerlo e l’iracheno le ha chiesto aiuto facendo segno di seguirlo. Quando sono arrivati nei pressi della stazione, all’improvviso il 26enne ha cambiato atteggiamento: ha trascinato la ragazza nel bagno di un vagone in disuso,T’ha rapinata e l’ha costretta a bere whiskey, l’ha colpita con violenza in ogni parte del corpo come dimostrato dalle numerosi ecchimosi e poi l’ha violentata. Alla fine la giovane è riuscita a fuggire.

PRECEDENTI Il 26enne iracheno è stato identificato e arrestato non lontano dalla stazione di Trieste: si è scoperto che aveva precedenti per rapina impropriae maltrattamenti in famiglia. Al momento si trova nel carcere del Coroneo.

«La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». Firmato: Debora Serracchiani, presidente Pd del Friuli Venezia Giulia e fino a quindici giorni fa vicesegretaria dei democratici. Il 10 maggio, a Triste, viene arrestato un iracheno di 26 anni che ha chiesto asilo in Italia: ha obbligato a bere, ha derubato, aggredito a morsi e violentato nel bagno di un treno una ragazzina di 17 anni. La governatrice condanna il crimine con una nota ufficiale, ma le parole scelte scatenano una polemica furiosa e le due precisazioni successive non placano gli animi: «Ho detto una cosa di buon senso, anche se scomoda», afferma.

Per la presidente, di fronte ad aggressioni terribili «riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza». Parole che non scivolano via inosservate. «Leghista», è il commento più frequente in rete. E il leader del Carroccio Matteo Salvini, tirato in ballo, replica definendo la Serracchiani «la bella addormentata nel bosco: peccato che lei e il suo partito siano complici di una invasione senza precedenti, e abbiano sulla coscienza ogni reato e ogni violenza commessa da questa gentaglia.

A prescindere dalla razza, castrazione chimica e buonanotte». Dopo ventiquattr’ore di furioso scambio di accuse, la presidente prova a chiarire. «I razzisti vogliono respingere i richiedenti asilo, io accogliere chi scappa dalla guerra. I razzisti pensano che una violenza fatta da uno straniero sia peggiore di quella fatta da un italiano, per me la violenza è sempre e comunque da condannare, senza colore e senza graduatorie». Rivendica però la sua riflessione sul «patto di fiducia» e conclude: «Credo di aver detto una cosa evidente alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini».

Una precisazione che rinfocola lo scontro. «Non c’è dubbio che per me le cose non stanno così, nel senso che non c’è una distinzione. Uno stupro è uno stupro, punto», dice il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti. Per i Cinque- stelle le parole della Serracchiani sono «semplicemente incommentabili e danno il senso di un partito completamente schizofrenico che non riesce ad avere una posizione su tematiche importanti». Dal fronte Pd, l’unico a dirsi «basito da come sia possibile che tanti abbiano interpretato in modo razzista le affermazioni della presidente regionale» è il deputato Pd Paolo Coppola. «Le polemiche sono assurde e pretestuose. Se una persona commette un crimine è grave. Se lo fa dopo che l’ho accolta in casa è ancora più grave. E soltanto buon senso travisato da chi, evidentemente, ha troppi pregiudizi», rileva. La deputata di Forza Italia Elvira Savino non è d’accordo: «Debora Serracchiani chiarisca e si scusi: non si può fare campagna elettorale sulla pelle delle donne. Non c’è una classifica della gravità degli stupri». Solidarietà, invece, dalla presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: «Per una volta che uno di sinistra dice una cosa sensata…».

Le cronache di ordinario razzismo che qui documentiamo parlano da sole: testimoniano l’infondatezza della tesi che tenta di liquidare come “casi isolati” quelle violenze razziste che, per la loro gravità, riescono ad acquisire visibilità sui media e divengono oggetto del discorso pubblico. Il razzismo in Italia non è ormai più un’“emergenza”, nel senso che è quotidiano e diffuso da tempo in tutte le aree del paese.

Eppure, dovrebbe allarmarci la facilità con la quale tendiamo ad abituarci alla sua presenza accettandolo come un fatto sociale ordinario. Non contribuisce certo a frenare questa deriva, quel processo di legittimazione culturale, politica e sociale del razzismo di cui gli attori pubblici, in particolare istituzionali, sono i principali protagonisti: esso svolge un ruolo di primo piano nel mutamento delle modalità con le quali la società italiana si relaziona con i cittadini di origine straniera. Tale legittimazione, che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e delle istituzioni europee, ha alimentato e continua ad alimentare quei sentimenti diffusi di intolleranza e di ostilità che costituiscono l’humus favorevole per la proliferazione di atti e violenze razzisti.

Qui analizziamo questa evoluzione indagandone le radici storiche e soffermandoci sul ruolo che il mondo della politica, i media e il diritto speciale “riservato” ai migranti hanno svolto e svolgono nella produzione di un’immagine stigmatizzante dei cittadini di origine straniera e dei rom. La decostruzione dei pregiudizi e degli stereotipi veicolati dal discorso pubblico e dai media viene svolta grazie a un’attenta analisi del carattere performativo del linguaggio che li contraddistingue e attraverso la narrazione di otto casi esemplari delle cronache del razzismo degli ultimi due anni.

Cronache che la raccolta dei 319 casi monitorati sulla stampa tra l’1 gennaio 2007 e il 15 aprile 2009, qui descritti sommariamente, riesce a rappresentare solo in piccolissima parte. Tra i molti protagonisti del razzismo quotidiano vi sono i giovani, nel ruolo di attori o di vittime. E’ questa una delle tendenze che devono più preoccuparci. Dovrebbe sollecitare le istituzioni e la società civile a guardare con maggiore attenzione i disagi, ma anche le aspettative, dei “figli dell’immigrazione”. Dovrebbe anche suggerire il rilancio delle politiche di inclusione sociale, una, anche se non la sola, delle scelte necessarie da intraprendere per combattere le molteplici forme del razzismo contemporaneo.

Il razzismo italiano visto “da fuori”

“E’ un’esagerazione” ci si sente dire spesso allorché si definisce preoccupante la montata del razzismo in Italia. L’ostentazione di ottimismo, si sa, è una delle strategie degli apologeti dell’ordine presente, così che chiunque ne mostri le derive, i lati oscuri, gli indizi di degenerazione è bollato come un fastidioso profeta di sventure. Banalizzare e occultare il male torna a vantaggio della sua apologia, per parafrasare Adorno: coperto dal silenzio, esso può continuare indisturbati.

Per non essere messi a tacere dal senso comune che oppone l’ottimismo falso e superficiale all’analisi lucida e impietosa del presente, una buona mossa è quella di decentrarsi rispetto al piccolo Paese periferico in cui si vive e provare a guardare la stato dell’Italia con gli occhi di osservatori internazionali. Il rapporto più recente (6 marzo 2009) dell’Ilo, l’Agenzia per il Lavoro dell’Onu, sull’applicazione delle convenzioni e raccomandazioni internazionali, è del tutto esplicito: per responsabilità anche dei suoi leader politici – vi si afferma – l’Italia discrimina gravemente i lavoratori immigrati, le minoranze e soprattutto i rom .

E favorisce la diffusione di forme di intolleranza, xenofobia e razzismo, violando in tal modo la convenzione 143 sulla promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti, ratificata dall’Italia nel 1981. Gli esperti del Comitato dell’Ilo partono dalla condizione dei migranti nel mercato del lavoro – che definiscono preoccupante e discriminante, con punte intollerabili per quel che riguarda le lavoratrici straniere – , per denunciare apertamente le “gravi violazioni dei diritti umani dei lavoratori immigrati irregolari, soprattutto quelli provenienti dall’Africa, dall’Europa orientale e dall’Asia, che comprendono maltrattamenti, salari bassi e pagati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico, in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati, senza acqua né elettricità”.

E non solo: essi puntano il dito contro i maltrattamenti delle forze di polizia verso i rom, specialmente di origine rumena, durante i raid per lo sgombero dei campi; e contro “la retorica discriminatoria di alcuni leader politici che associano i rom alla criminalità, creando nell’opinione pubblica un clima diffuso di ostilità, antagonismo sociale e stigmatizzazione”. Il Comitato richiama infine il governo italiano al rispetto dei diritti dei lavoratori immigrati, “indipendentemente dal loro status”, e ricorda che esso ha il dovere di garantire anche ai lavoratori “illegali” i loro diritti, rispettando le norme su “remunerazioni, sicurezza sociale e altri benefici”. Altrettanto severo e preoccupato è il rapporto reso pubblico il 16 aprile 2009, che Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha redatto in seguito alla sua visita in Italia dal 13 al 15 gennaio 20093 . Egli rileva che nel nostro Paese si va manifestando una preoccupante tendenza al razzismo e alla xenofobia, “talvolta sostenuta dalle azioni delle collettività locali, cosa che ha provocato atti di violenza contro rom, sinti e cittadini italiani di origine straniera”.

Il commissario esprime “un’inquietudine particolare” per il fatto che “un tale clima d’intolleranza verso gruppi etnici o sociali non dominanti e vulnerabili continui ad essere incoraggiato dalle dichiarazioni di certe personalità politiche”. Esprime inoltre “viva inquietudine” per i nuovi provvedimenti su immigrazione e asilo, già adottati o in corso di discussione, come l’aumento della pena per i migranti irregolari, l’aggravante della “clandestinità” per chi commette un reato, l’obbligo di fatto per il personale medico di denunciare i migranti “irregolari” che ricorrono alle strutture sanitarie pubbliche. “La criminalizzazione dell’immigrazione irregolare è una misura sproporzionata che va oltre gli interessi legittimi di uno stato a tenere sotto controllo i propri confini, una misura che erode gli standard legali internazionali”, aggiunge Hammarberg, avvertendo che una tale politica finisce per provocare “ulteriore stigmatizzazione ed emarginazione dei migranti, nonostante la maggioranza di questi contribuisca allo sviluppo degli stati e delle società europee”.

Il commissario osserva ancora che la raccolta e il trattamento dei dati personali sensibili, “connesso con il clima politico estremamente polarizzato che si è determinato con la dichiarazione dello ‘stato di emergenza’ e con le dichiarazioni pubbliche di certe autorità, hanno avuto gravi ripercussioni sulle popolazioni dei rom e sinti, divenute un bersaglio, e sulla loro immagine presso l’opinione pubblica”. Egli esprime infine “la sua disapprovazione a proposito degli accordi bilaterali per il rimpatrio forzato di migranti irregolari, stipulati con paesi dei quali si sa da lunga data che praticano la tortura”.

Questi due rapporti si aggiungono a una lunga lista di prese di posizione internazionali che negli anni più recenti hanno deplorato o condannato la grave violazione dei diritti umani dei cittadini stranieri e delle minoranze che si consuma in Italia, paese che nella classifica negativa è accomunato a Portogallo, Slovenia, Benin, Burkina Faso, Camerun, Uganda. In effetti, gli anni più recenti sono contrassegnati da un netto peggioramento non solo della condizione obiettiva, sociale e giuridica, della gran parte dei lavoratori immigrati – anche delle minoranze, soprattutto dei rom e dei sinti – , provocato fra l’altro da una normativa discriminatoria, segregazionista, quasi persecutoria come è la legge Bossi – Fini; ma anche dall’aggravamento della percezione e delle rappresentazioni pubbliche negative delle quali sono oggetto migranti, rom e sinti.

La xenofobia dei “piccoli bianchi”

Si è prodotto, in Italia, un circolo vizioso preoccupante fra il discorso e l’azione dei governi e di alcuni partiti politici, il ruolo di riproduzione di cliché, stereotipi e pregiudizi svolto dal sistema mediatico, le forme diffuse di xenofobia popolare, spinte fino alla spedizione punitiva e al pogrom, all’omicidio e alla strage razzista. In certi quartieri popolari metropolitani sono ormai quotidiane le aggressioni fisiche indiscriminate contro migranti, rom, cittadini italiani di pelle scura, talvolta prive di ogni movente o pretesto che non siano riconducibili al razzismo. E’ interessante osservare che per lo più si tratta di quartieri un tempo operai e di sinistra, spesso nati dopo lo smantellamento di baraccopoli ove si ammassavano lavoratori immigrati provenienti dalla campagna, da altre zone urbane oppure da regioni del Sud: si pensi a Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli, ed a Tor Bella Monaca, borgata romana al di là del raccordo anulare, entrambi colpiti, in misura differente, dagli effetti della deindustrializzazione e caratterizzati da disoccupazione, disgregazione sociale, speculazione edilizia, presenza di reti malavitose organizzate… E’ qui che si manifesta con più evidenza il “razzismo dei piccoli bianchi”, cioè di coloro che, essendo in una posizione sociale critica, sfogano la propria frustrazione e rabbia verso quelli che occupano il gradino immediatamente inferiore al loro nella scala della condizione e dello status sociali: tanto più disprezzabili in quanto ricordano ai “piccoli bianchi” un passato di precarietà, duro lavoro e sacrifici, rimosso o da dimenticare. Questo che abbiamo sommariamente descritto non è un processo spontaneo e ineluttabile: se non vi fossero gli imprenditori politici e mediatici del razzismo – ad inferiorizzare e nemicizzare quel bersaglio, ed a legittimare xenofobia e razzismo – e se vi fossero soggetti politici organizzati, capaci di suggerire il nome giusto da dare al disagio sociale, la frustrazione e la rabbia si indirizzerebbero probabilmente verso forme di protesta politica. Insomma, il circolo vizioso al quale abbiamo fatto cenno si alimenta di campagne sicuritarie e razziste, per lo più orchestrate a partire da fatti di cronaca che abbiano per protagonisti degli “estranei”.

Dalle campagne sicuritarie all’ipertrofia del penale La tendenza a subordinare il dibattito pubblico, anche politico, ai fatti di cronaca – selezionati, gerarchizzati, drammatizzati – ed a costruire “emergenze”, al fine di conquistare il consenso popolare e i voti dell’elettorato, non è un processo che riguarda solo l’Italia né solo il tempo presente. E’ bensì una specie di patologia della democrazia rappresentativa, che tocca il culmine con la mediatizzazione dello spazio pubblico. Del pari, il sistema- razzismo nel suo complesso è una sorta di patologia della modernità o, potremmo dire in altri termini, la sua ombra in senso junghiano, ovvero il suo lato tanto oscuro quanto intrinseco.

Oggi assistiamo in Italia ad una fase acuta di questa tendenza, nella quale gioca una parte assai importante l’accresciuta potenza dei media, che tuttavia, lo ricordiamo, anche in altre fasi storiche sono stati un ingranaggio decisivo per la costruzione della macchina della propaganda e del sistema- razzismo. Il dispositivo mediatico che permette l’orchestrazione di campagne allarmistiche è ben noto. Si selezionano dalla cronaca e si deformano fatti, anche minori o minimi, che possano presentarsi come una catena di accadimenti simili, catena a sua volta tematizzabile come fenomeno, piaga o emergenza: da crimini gravi, come l’omicidio e lo stupro, a fatti meno gravi come gli incidenti stradali, dagli sbarchi di migranti e profughi fino a comportamenti sociali non conformi come la mendicità o i mestieri di strada. In tal modo si induce nel pubblico l’idea che, per responsabilità di questa o di quella categoria di “estranei”, si sia in presenza di un’emergenza che minaccia la nostra sicurezza. A loro volta, istituzioni, partiti politici, governi traggono profitto dalle campagne allarmistiche per varare provvedimenti discriminatori e/o liberticidi, destinati a colpire non solo coloro che sono abitualmente inferiorizzati, criminalizzati e nemicizzati – migranti e minoranze – ma, alla lunga, anche chiunque non si adegui, non si conformi, dissenta o protesti. Ne è una spia preoccupante l’inclinazione ad affidare alle forze di polizia e al diritto penale il compito di risolvere drasticamente situazioni di marginalità e di disagio sociale. Basta dire che la norma che intendeva legalizzare le “ronde”  – poi stralciata dal decreto-legge n. 11/2009 che la conteneva, a sua volta facente parte del “pacchetto – sicurezza” – attribuiva ad esse il compito di segnalare alle forze di polizia non solo “eventi che possano recare danno alla sicurezza urbana”, ma anche “situazioni di disagio sociale”. Che questa tendenza verso l’estensione abnorme del diritto penale finisca per pesare anche sui cittadini italiani è dimostrato da molti fatti. Riportiamo brevemente un solo esempio, tratto dalla cronaca recente, che rappresenta, a nostro avviso, un indizio tanto preoccupante quanto banalizzato: ad aprile del 2009 una studentessa di 22 anni, afflitta da qualche disagio psicologico e relazionale, è arrestata dai carabinieri di Torino per molestie nei confronti di un quindicenne, che si dice ossessionasse con l’invio di sms. Ai carabinieri dirà piangendo: “Sono sola, non ho amici, volevo che lui diventasse mio amico”.

Che una turba dell’anima o del carattere sia da criminalizzare e punire con l’arresto è un’idea altrettanto mostruosa delle norme che criminalizzano la marginalità sociale, che sottraggono la libertà personale a degli individui solo in base al loro status di “irregolari” e istituiscono questo status come aggravante di reati. Se può accadere che una giovane con problemi relazionali sia arrestata, invece che esortata a rivolgersi a uno psicoanalista, è perché uno dei dispositivi del decreto-leggecitato – frutto della cultura sicuritaria che riproduce e alimenta il razzismo – introduce, fra i tanti mostri giuridici, anche il reato penale di stalking, cioè di molestie assillanti.

One comment

  1. A mio modestissimo parere, nelle parole della Serracchiani ci sono forti verità. Se uno si introfula, s’imbuca, in casa mia e poi ne combina di tutti i colori, io ho tutto il diritto di buttarlo fuori dalla porta, senza tante cerimonie. E un qualcosa di analogo vale per gl’immigrati. Quindi, tutto sommato la Serracchiano ha detto una cosa giustissima. Ma….. e c’è un ma! Dato che questa situazione, ormai fuori controllo, degli immigrati è frutto della dottrina Kyenge (che possa il dio delle termiti, quello adorato da suo padre, fargliela ripagare ccon gl’interessi) ed anche del PD che lo ha adottato. Quindi la Serracchiani, come politica, ha torto, come tutto il PD ed anchee tutte le altissime sfere della Repubblica che continuano a chiedere agli italiani tolleranza e sopportazione verso uno status ormai intollerabile ed insopportabile. Questa gente, di altissimo rango, parla senza conoscere la realtà quotidiana della convivenza con gente che è venuta qui da noi, nella stragrande maggioranza, per farsi mantenere e comportarsi come a loro aggrada, senza regole e senza leggi (nostre).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.