Sesso fra adolescenti, la prima volta? alcuni consigli importanti

Ragazzi e sesso una relazione tutta da espandere. Infatti, la pubertà è il momento della crescita in cui l’individuo sia maschile che femminile scoprono le proprie attitudini sessuali.  Conseguenze abbastanza inquietanti per chi non ha una vita sessuale soddisfacente!
In mancanza di attività sessuale corpo e mente subiscono una serie di effetti abbastanza negativi.

Leggete quali sono, dateci ragione o smentiteci!

1 – MENO SI FA E MENO SI VUOL FARE
Se l’attività sessuale e diradata nel tempo, il nostro corpo ha una reazione fisiologica: produce meno ormoni sessuali.
Se si trascura il sesso dunque, si rischia di avere sempre meno voglia di farlo.
2 – AUMENTA LO STRESS
In modo abbastanza intuitivo, possiamo dire che il sesso porta ad un indole più rilassata nella vita di tutti i giorni.
Tecnicamente, una vita sessuale regolare aiuta a mentenere sotto controllo gli ormoni che provocano stress.
Quante volte dopo un’astinenza prolungata, vi siete sentiti come una bomba ad orologeria?

3 – IL SESSO ALLONTANA I MALANNI
Il fatto che l’astinenza sessuale favorisca la circolazione di germi nel nostro corpo e che il sistema immunitario tenda ad indebolirsi in mancanza di sesso, porta a subire più spesso dei malanni, influenza o raffreddori.
Spesso cerchiamo mille farmaci per prevenire i mali di stagione ed invece il rimedio è il più naturale del mondo!
4 – DIMINUISCE L’AUTOSTIMA, AUMENTA LA DEPRESSIONE
Una vita sessuale insoddisfacente può essere fonte di tristezza cronica, e nel peggiore dei casi di depressione.
Al contrario un’attività sessuale felice è un anti depressivo naturale tra i più efficaci.
5 – MENO SI FA, PIU’ SI HA DIFFICOLTA’ A FARLO
Se il sesso è un’attività sporadica nella nostra vita, potremmo avere difficoltà, quando lo facciamo a raggiungere una piena ed appagante eccitazione.
Vuol dire per le donne raggiungere a fatica l’orgasmo e per gli uomini difficoltà a mantenere l’erezione, entrando in un circolo vizioso pericoloso: meno si fa e più si ha difficoltà a farlo.
6 – IL PARTNER SI ALLONTANA
Se si ha una relazione stabile, la mancanza di sesso può portare ad un’allontanamento progressivo, non solo in termini fisici, ma anche e soprattutto emotivi.
LEGGI anche: I 10 NO da dire al Partner per Costruire una Relazione Sana
7 – AUMENTA IL RISCHIO DI TUMORE PER GLI UOMINI
E’ stato dimostrato che un’attività sessuale costante previene l’insorgenza di tumori alla prostata.

Sessualità ed adolescenza: alcuni dati E’ noto che le esperienze sessuali nell’adolescenza svolgono funzioni più complesse del semplice scambio sessuale.

La sessualità è, spesso, un mezzo per raggiungere altri obiettivi come la rassicurazione sulla propria identità o un modo per affermarsi nelle relazioni con gli altri; può servire come mezzo per sfidare le altre generazioni, come strumento della propria affermazione nel proprio ruolo di adulto, come mezzo per conformarsi al gruppo e alle aspettative sociali. In una dimensione più individuale, può servire a diminuire il senso di solitudine o gli stati d’ansia, soprattutto quando sono legati alla difficoltà di comunicare con gli altri.

Afferma Ensminger che, se la sessualità adolescenziale è accompagnata ad un adeguato sviluppo della sfera emotivo – affettiva, e vissuta in modo consapevole e sicuro dal punto di vista della salute fisica e psichica, può fornire un contributo positivo per lo sviluppo, conducendo a più indipendenza, competenza sociale ed autostima. Al contrario, mancando questi prerequisiti, può diventare un fattore in grado di generare problemi al soggetto in crescita. Come riportato nella Relazione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi, approvata dal Parlamento Europeo nel giugno 2002, il tasso di gravidanze in età adolescenziale è generalmente in aumento nell’U.E. con un tasso stimato tra 7 e 28 gravidanze ogni 1000 ragazze tra i 15 e i 19 anni.

Insieme a Svezia, Inghilterra e Galles, l’Italia è tra i paesi con il tasso più elevato. Si stima che ogni anno vengano contratte 12 milioni di nuove infezioni di malattie a trasmissione sessuale negli Stati Uniti (CDC, Division of STD/HIV prevention 1994) e che siano circa tre milioni gli adolescenti che contraggono almeno una malattie a trasmissione sessuale con conseguenze che variano da sintomi urogenitali lievi, all’esito inevitabilmente fatale dell’infezione da HIV. IL 72,4% del totale dei casi di AIDS registrati in Italia dal 1982 al 2001 (Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità), si concentra nella fascia d’età 25 -39 anni e la distribuzione nel tempo mostra un aumento della proporzione dei casi attribuiti alla trasmissione sessuale.

Nonostante i grandi sforzi preventivi ed educativi realizzati in seguito all’emergenza AIDS, a tutt’oggi solo il 54% degli adolescenti sessualmente attivi riporta un uso consistente del profilattico negli USA, e in Italia un terzo di tutti i rapporti sessuali degli adolescenti scolarizzati avviene senza alcuna protezione (Pellai A., 2000). I giovani sono al momento tra i sottogruppi di popolazione in cui l’incidenza dell’infezione da HIV è ancora in crescita. Per quanto riguarda le gravidanze, l’1% delle donne che partoriscono in Italia, appartiene alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni e le interruzioni di gravidanza tra minorenni sono passate dal 4,5/1000 dei primi anni novanta, al 6,6/1000 del 1998.

E’ superfluo sottolineare che questi dati, non tenendo conto delle interruzioni di gravidanza clandestine cui le minorenni fanno frequentemente ricorso, sono certamente sottostimati. Da una ricerca sui comportamenti a rischio degli adolescenti realizzata nel 1999 su un campione di circa 4000 giovani di entrambi i sessi, frequentanti le scuole superiori di 5 diversi territori del nord Italia, nell’ambito del III progetto nazionale “Prevenzione HIV”, condotto dall’Istituto di Igiene dell’Università di Milano, relativamente all’area dei comportamenti sessuali, è emerso che:  17 anni rappresenta l’età in cui con maggiore frequenza viene sperimentato il primo rapporto sessuale.  Circa il 37% di tutta la popolazione considerata (alunni/e delle 5 classi di scuola superiore) ha già avuto rapporti sessuali, salendo al 50% tra gli alunni del 5° anno.  Nessun metodo anticoncezionale durante l’ultimo rapporto viene riferito dal 19% dei ragazzi e dal 10% delle ragazze, dato che, se unito alla percentuale di coloro che riferiscono l’adozione del coito interrotto o di coloro che non ricordano, fa concludere che circa il 29% dei ragazzi ed il 25% delle ragazze non ha utilizzato alcun tipo di metodo anticoncezionale e di protezione da malattie a trasmissione sessuale durante il più recente rapporto sessuale.

 Solo il 17% delle ragazze che ha un’attività sessuale si affida alla pillola come metodo anticoncezionale.  Il 5% delle ragazze sessualmente attive è rimasta incinta almeno una volta ed il 7% dei ragazzi ha messo incinta una ragazza almeno una volta. Se confrontiamo questi dati con quelli da noi raccolti dopo tre anni di attività di sportello d’ascolto all’interno di entrambe le scuole superiori del territorio, si può desumere una realtà locale monrealese ancora più inquietante: • un grande numero di giovani affronta le prime esperienze sessuali non solo senza alcuna protezione, ma anche con poca o nessuna consapevolezza delle possibili conseguenze, soprattutto per quanto riguarda l’infezione da HIV; • la maggior parte di coloro che si pone il problema della contraccezione, si affida al coito interrotto; • chi usa il condom lo fa solo sporadicamente.

Sessualità, passione, amore romantico, attaccamento: se fino a qualche anno fa questi termini non comparivano mai assieme nelle teorizzazioni psicoanalitiche o in quelle degli studiosi dell’attaccamento, da quando hanno iniziato ad essere distinti, messi a confronto e indagati nei loro reciproci rapporti hanno aperto un dibattito piuttosto acceso e ancora non risolto. Sebbene infatti le teorizzazioni psicoanalitiche abbiano superato la concezione che considerava il legame di attaccamento come secondario al soddisfacimento pulsionale, riconoscendo quindi all’attaccamento e alla sessualità statuti indipendenti, fino ad anni recenti sono stati relativamente pochi i lavori che hanno indagato teoricamente e clinicamente i rapporti tra questi due sistemi motivazionali. Del resto queste due diverse tradizioni teoriche raramente si sono incontrate per mettere a confronto i due temi, dal momento che la letteratura in proposito tende a fare riferimento essenzialmente al paradigma di appartenenza. In linea generale, gli psicoanalisti vedono la sessualità come qualcosa di irriducibile al legame di attaccamento, mentre i teorici dell’attaccamento sono più propensi a considerare le esperienze di attaccamento come determinanti anche per il modo in cui si vive la sessualità. Indicativi di queste posizioni e fondamentali ai fini dell’esplorazione del tema in oggetto sono stati da una parte la pubblicazione di un numero monotematico di Psychoanalytic Dialogues del 2006, dall’altra il volume Attachment & Sexuality, curato da Diamond, Blatt e Lichtenberg. Entrambe le pubblicazioni sono state fortemente influenzate dal libro di Mitchell  L’amore può durare?, che dieci anni fa ha rilanciato la riflessione sul tema dell’amore romantico come parte fondamentale dell’esperienza umana la cui natura non è riconducibile alle sole vicissitudini della sessualità. Mantenendo una tensione costante tra le due prospettive teoriche nell’indagare il tema dei rapporti tra attaccamento e sessualità, cercheremo dunque di offrire una visione specifica per quanto riguarda lo sviluppo adolescenziale e le vicissitudini a cui possono andare incontro in questo particolare periodo evolutivo.

L’educazione sessuale e la scuola Quando, circa quindici anni fa, si iniziarono a proporre alle scuole di Monreale progetti di educazione alla sessualità, gli operatori dei servizi territoriali avevano non poche difficoltà da superare. Oggi, immersi come siamo in un mondo “massmediale ipersessualizzato”, si parla molto più apertamente di sesso e spesso ci si trova a dovere arginare le molteplici, e a volte incongrue, richieste del mondo della scuola di interventi in questo ambito. Se capita infatti di osservare, da un lato, adulti sgomenti per i quali parlare di sessualità ai propri figli o ai propri alunni è ancora un grosso problema (motivo per cui è spesso evidente il tentativo di risolvere la questione delegando ad altri il compito), dall’altro c’è il rischio, o in qualche caso l’evidenza, che i giovani assimilino sempre più l’idea che il sesso è, in fin dei conti, uno strumento per procurarsi molte cose e quindi, perché no, utilizzabile per ottenere gratificazioni immediate, nonché per placare le ansie legate al loro percorso evolutivo. Nel contesto scolastico le tradizionali strategie di prevenzione, sempre più numerose in seguito all’emergenza AIDS, sono accomunate da alcune evidenti caratteristiche: • impostazione troppo “scientifica” e riduttiva, • argomenti affrontati con una prospettiva prevalentemente “adulta”, • uso di metodologie poco coinvolgenti ed inadeguate all’età, • uso di toni troppo allarmistici ed invio di messaggi più o meno sessuofobici. Riguardo a quest’ultimo punto Grandolfo, nel rapporto ISTISAN 00/7 (ISS), rileva come talvolta “la sessualità sia infelicemente entrata nella scuola collegata al pericolo di malattia e morte piuttosto che al piacere, alla gioia, alla fiducia”, e quali conseguenze può avere questo messaggio preoccupante su individui in formazione non è ancora dato di sapere. Questa overdose di informazione sessuale, standardizzata ed acritica, ha spesso determinato nei giovani la convinzione di saperne, tutto sommato, abbastanza, riducendo o annullando la loro percezione del rischio. Una revisione sistematica condotta su 26 studi controllati randomizzati, pubblicata in British Medical Journal nel 2002, fornisce una sintesi quantitativa (metanalisi) di tre esiti di interventi di educazione sanitaria: l’età del primo rapporto, l’incremento nell’impiego di contraccettivi, la riduzione delle gravidanze nelle adolescenti.

1. La metanalisi condotta su tredici studi in cui erano incluse 9642 ragazze e undici studi nei quali erano inclusi 7418 ragazzi, ha concluso che gli interventi esaminati non posticipano l’inizio dei rapporti sessuali tra gli adolescenti oggetto dell’intervento.

2. La metanalisi di otto studi (1967 ragazze incluse) e tre studi (1505 ragazzi inclusi) non ha mostrato aumento dell’utilizzo di contraccettivi ad ogni rapporto, a seguito di programmi di educazione sessuale nelle scuole. Anche la rilevazione dell’uso di contraccettivi durante l’ultimo rapporto, che ha compreso 1799 ragazze e 1262 ragazzi, non ha mostrato un effetto positivo dei programmi di educazione sessuale. In questo caso la metanalisi risulta condizionata dalla notevole eterogeneità degli studi a disposizione.

3. La revisione sistematica di dodici studi condotti su 8019 ragazze e 3759 ragazzi non ha mostrato una riduzione delle gravidanze nelle ragazze partecipanti ai programmi di educazione sanitaria o nelle partner dei ragazzi esposti agli interventi formativi. Quattro dei programmi esaminati erano centrati sull’astinenza sessuale ed hanno mostrato un aumento delle gravidanze nelle partner dei ragazzi esposti all’intervento. Gli studi inclusi in questa ricerca sono stati condotti in America settentrionale, Australia, Nuova Zelanda ed Europa Occidentale. In oltre la metà degli studi risulta sovrarappresentata la componente di minore livello socioeconomico, dal momento che la maggior parte dei partecipanti erano afroamericani o ispanici. Gli autori rilevano che gli interventi esaminati potrebbero raggiungere migliori risultati in una diversa popolazione bersaglio. La revisione sistematica conclude che non abbiamo a disposizione un intervento di provata efficacia per affrontare il problema dell’alta percentuale di gravidanze in adolescenti in Gran Bretagna, USA, Canada. La già citata Relazione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi, approvata dal Parlamento Europeo nel giugno 2002, dà alcuni suggerimenti per le ricerche future: Sarebbe utile analizzare l’esperienza dei Paesi Bassi, caratterizzata dal minor tasso di gravidanze nelle adolescenti. Questo risultato viene spiegato dagli autori olandesi con la diffusione dell’educazione sessuale, il carattere aperto della discussione sulla sessualità nei mass media, la presenza di servizi per la contraccezione di facile accesso e di metodologie di educazione alla contraccezione legate all’esperienza reale dei gruppi bersaglio.

Pochi interventi di educazione sessuale sono disegnati con il contributo attivo degli adolescenti bersaglio. Viene sottolineato come i programmi di educazione sessuale dovrebbero mostrare meno enfasi sull’anatomia e sulle tattiche per suscitare timori, mentre dovrebbero essere più giocosi e finalizzati a migliorare comunicazione e capacità di negoziazione nelle relazioni sessuali. Materiale informativo dettagliato sui servizi per la salute sessuale degli adolescenti dovrebbe essere disponibile nei luoghi maggiormente frequentati dagli adolescenti (i bagni delle scuole, i centri commerciali o i luoghi di aggregazione). Relativamente all’opportunità di far partecipare gli insegnanti ai programmi di prevenzione, uno studio controllato randomizzato ha valutato in Scozia l’efficacia del programma Sexual Health and Relationships: Safe, Happy and Responsible (SHARE), basato sull’attività di insegnanti specificamente formati che applicano nelle classi un pacchetto di venti sessioni di attività, dieci ad allievi di 13-14 anni e dieci a allievi di 14-15 anni. Obiettivi del programma sono la riduzione dei comportamenti sessuali a rischio, la riduzione delle gravidanze indesiderate e il miglioramento della qualità delle relazioni sessuali tra gli adolescenti. Il programma SHARE è stato sviluppato dopo due anni di consultazioni con insegnanti, specialisti di educazione sessuale e servizi per la promozione della salute. Paragonato ad un programma convenzionale, il programma SHARE ha mostrato un modesto effetto positivo sulla qualità delle relazioni affettive, ma nessun effetto sull’uso del profilattico tra gli adolescenti che avevano rapporti sessuali e che costituivano un terzo del totale.

Adesso non è il momento. L’ imbarazzo di noi genitori nel parlare di sessualità ai figli.

Tutti i bambini fin da piccoli esprimono interesse nei confronti della sessualità e appena sanno parlare fanno domande sul sesso. Ciò avviene un po’ per curiosità ma in gran parte è dovuto al fatto che essi dal primo istante della loro esistenza vivono la sessualità come il mezzo privilegiato di comunicazione tra essi ed i loro genitori. Per esempio, nell’accudire il bimbo (pensiamo all’allattamento) è presente una fortissima componente emotiva che scorre tra la mamma ed il suo bambino, sono gesti densi di reazioni corporee che generano piacere reciproco. Il cambio del pannolino, il bagnetto e tanti altri gesti ancora sono ricchi di affettuosità ed intimità: si instaura una intensa relazione fatta di gesti pieni di affetto. Il messaggio che il genitore dà a suo figlio attraverso tutte queste azioni è: “Io ti voglio bene. Tu sei importante per me”. Dunque la sessualità è una dimensione che ci ha accompagnato fin dal primo istante della nostra vita e così accompagna anche i nostri figli. Alla luce di tutto ciò quindi non ci dovrebbe sorprendere che le prime domande arrivino presto, prestissimo, appena il bimbo comincia a comunicare, a due anni, due anni e mezzo e a questa età il nostro bambino ha già fatto un sacco di scoperte sulla sessualità, sa già molto. E’ interessato ad alcune parti del proprio corpo, al corpo del papà e della mamma, è incuriosito dall’arrivo di un fratellino che lo spinge a fare le prime grandi domande: “Com’è entrato nella pancia? Anch’io ero lì dentro?”, ecc. Queste sono domande relativamente facili; poi arrivano anche le domande difficili, quando sono più dirette e toccano ambiti della sessualità più intimi. Vi porto un esempio di domanda difficile tratto dal libro del Prof. Veglia, “C’era una volta la prima volta”: «Durante un corso di educazione sessuale un’insegnante che vi stava partecipando racconta che la sua bambina di quattro anni, in un momento di intimità e di grande tenerezza le ha chiesto: “Mamma, vuoi che ti lecchi la topina?” La mamma, con notevolissima presenza di spirito resa possibile dal corso che stava frequentando le risponde: “Sei proprio un tesoro, ma mi piace soltanto se me lo fa papà.”» Non tutte sarebbero state pronte a dare una risposta così equilibrata ad una domanda del genere perché domande del genere avrebbero bisogno di un determinato spazio per essere accolte: in questo modo la mamma, al di là del contenuto della risposta che ha dato, ha saputo accogliere una dimensione emotiva importante della bambina senza lasciarsi spaventare. I bambini ci chiedono e ci parlano fin dalla prima infanzia: tutti i bambini chiedono e tutti i genitori forniscono delle risposte ai loro figli. Alcuni genitori sostengono che i loro bambini non fanno domande, la verità invece è che tutti i bambini chiedono e tutti i genitori rispondono, anche quando “non rispondono”, quando cioè manifestano imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento. Non si può non comunicare: anche il silenzio è una forma di comunicazione.

Quando si parla di imbarazzo, esitazione, senso di smarrimento, silenzio, si parla di vere e proprie forme di comunicazione che il bambino sa cogliere perfettamente e che traduce all’incirca in questo modo: “Quando parlo a mamma e papà di queste cose, che in genere si dimostrano forti, sicuri, hanno sempre una risposta pronta, sanno sempre tutto, si mostrano invece deboli e incerti”. Per il bambino percepire questi stati d’animo dei suoi genitori può essere estremamente faticoso, si ritiene un po’ responsabile di questa situazione, capisce che sono certi argomenti a creare queste situazioni e di conseguenza ne trae che se parlare di sesso suscita queste situazioni spiacevoli ai genitori, allora è preferibile fare per essi azione di confinamento, è preferibile porre certi argomenti nel silenzio e di conseguenza essi diventano argomenti proibiti. Da questo punto in poi il bambino non farà più domande perché in questo modo è come se il bambino cerchi di tutelare il genitore e se stesso da situazioni destabilizzanti. Allo stesso modo anche l’imbarazzo del genitore a suo modo nasce da un desiderio di tutelare il bambino: con la sua risposta il genitore teme di anticipare i suoi tempi, di turbarlo, di contaminare il mondo dell’infanzia, l’innocenza dei bambini. Sembra molto complicato parlare di sessualità ad un bambino, ma quando ci troveremo di fronte al figlio divenuto adolescente ci si renderà conto che è molto più facile parlare di sesso con un bambino che con un adolescente di 11-13 anni. Verso figli di questa età il genitore si sente più disponibile a parlare di queste cose (bisogna volersi bene, non c’è nulla di cui vergognarsi, si deve aspettare), vorrebbero che i figli si confidassero con loro, parlassero dei loro dubbi e problemi, ma ora sono i figli a rifiutare il dialogo. Quando si domanda a ragazzi di questa fascia di età con chi parlano di sesso, emerge che i genitori vengono quasi sempre rifiutati perché provano verso di essi imbarazzo e vergogna: da un’indagine statistica è emerso che più della metà dei ragazzi non era disponibile a trattare questi argomenti in famiglia, anche se la maggior parte dei genitori dichiarava di essere disponibile e di sentirsi a suo agio nei confronti di questi argomenti. La maggior parte degli adolescenti preferisce cercare risposte all’argomento del sesso da amici (42%) anziché alla mamma (28%) o al papà (5%). Dunque se a questa età non chiedono nulla a riguardo del sesso non è perché non abbiano nulla da chiedere e da dire: la preadolescenza è il periodo di massima confusione, ma ormai si è alzata come una barriera tra loro e i loro genitori, mentre è assolutamente aperto il dialogo con i coetanei. Certamente questa è una difficoltà “fisiologica” del periodo, nel quale uno dei compiti evolutivi importanti per loro è proprio quello di rimarcare la differenza tra loro ed i loro genitori, hanno bisogno di intimità personale, di riservatezza, hanno paura di reazioni spiacevoli da parte dei genitori e di essere presi in giro: il tono ironico, a volte usato nei loro confronti, è spesso deleterio. Nonostante ciò se i ragazzi, stimolati ad aprirsi ai loro genitori, riescono a parlare con i genitori, rivelano di avere fatto un’esperienza positiva e soddisfacente. Un altro aspetto importante è prestare attenzione a non essere invadenti nei loro confronti.

Quando arriva l’adolescenza, quindi, le cose si complicano… «Sono Lulù. I miei genitori la sera mi fanno sempre le stesse domande, vogliono sapere sempre le stesse cose! E poi litighiamo per il mio modo di vestire, perché voglio uscire di più, fare più tardi come tutte le mie 4 amiche. Così non possiamo andare d’accordo… Penso che se dovessi raccontare cosa mi passa per la testa non ce la farebbero ad ascoltarmi; ci provo da quando ero alle elementari, ma prima hanno avuto una crisi, poi dovevano ritrovarsi ed io ero quella che doveva sempre capire… E invece non li capisco proprio! Anzi, anche se avessi bisogno da morire non direi nulla perché penso che sono inaffidabili e pretendono solo di imporre regole». Sono pensieri e reazioni tipiche di un adolescente. Ora, ancora di più di quando erano piccoli, diventa importante il ruolo di educatore dei genitori, il mettere a fuoco tutte le forme di comunicazioni esplicite ma anche e soprattutto implicite e non verbali che diamo ai nostri figli, perché in realtà, il modo dell’adolescente di porsi in relazione con il genitore, attraverso il quale poter avere un dialogo su argomenti che tocchino anche la sfera dell’emotività, dei sentimenti, della sessualità, è strettamente connesso alla nostra capacità di tenere aperto un dialogo con loro. Non possiamo pretendere che i nostri figli adolescenti ci parlino se noi non parliamo a loro. Quando parliamo di dialogo non ci si riferisce a frasi del tipo: “Come è andata a scuola? Come va con il tuo ragazzo, la tua ragazza? Perché sei triste? Cosa fai questa sera? Perché sei tornato tardi? Perché non hai ancora sistemato la tua stanza?” Solitamente frasi di questo tipo sono vissute dai ragazzi come fastidio, sofferenza. Con queste frasi si ottiene il risultato contrario, segnalano una mancanza di fiducia del genitore verso il figlio e quindi determinano una chiusura al dialogo. La vera comunicazione che dobbiamo essere capaci di aprire con i nostri figli deve essere proprio una comunicazione di natura emotiva, che ci permetta di capire cosa passa loro nella testa, passare con loro del tempo nel quale non si fa nulla di particolare se non stare insieme e cercare di aprire canali di empatia, di capire gli stati dell’umore, i sentimenti, comunicazioni sul sesso, infatuazioni, passioni, dolori, paure, … «Cara Terry, mi domando quel giorno che siamo andate di corsa dal mio ginecologo come mai non mi fossi accorta di nulla, perché ero così distratta, così fuori dalla tua esperienza. Ho capito che non ti ho preparato per niente ad affrontare questo momento. Sono felice che tu abbia deciso di condividere con me la tua paura e sono rassicurata perché sono stata capace di aiutarti. Mi sento un po’ infelice per il mio e tuo silenzio. Forse possiamo stabilire una nuova regola: non lasciarmi fuori, ci sono tante cose che posso fare per te. Siamo riuscite a superare un pericolo, ma da oggi cercherò di capire meglio cosa ti può proteggere». A volte sapere come la pensiamo, quali sono le nostre paure, può “aiutarci ad aiutare”. Se con un bambino piccolo è importante mostrarsi sicuri, forti, con l’adolescente le cose cambiano e per entrare in dialogo autentico con l’adolescente bisogna saper aprire spazi di vulnerabilità, ammettere che non abbiamo tutte le risposte che essi cercano altrimenti le mamme per esempio, rischiano di assumere atteggiamenti di competizione con le altre mamme o peggio, con le figlie stesse, come se il vero senso materno consistesse nell’elogiare le figlie dicendo loro che sono le più belle, le più brave… mentre i papà tendono a ritenere che crescere i figli, educarli siano cose da donne; per i figli maschi il rischio delle madri è quello di “tenerli troppo nella bambagia”, rischiando così di crescerli insicuri nella vita e nelle relazioni con l’altro sesso e di coinvolgere il padre solo quando si deve infliggere una punizione. Quando un ragazzo (maschio) cresce un po’  insicuro, introverso, timido, nel genitore scatta come un campanello d’allarme che lo porta a fare considerazioni sulla capacità del figlio di gestire le relazioni, a rapportarsi con l’altro sesso: un ragazzo un po’ “imbranato”, che non riceve inviti, che non stringe relazioni con i coetanei, finisce per mettere in crisi i genitori. Si cercano allora modi per esplorare il suo mondo, compreso quello della sessualità, anche se goffamente: difficilmente un genitore arriverà a chiedere in modo diretto al figlio: “Come va con il sesso? Tutto bene?… Tutto ok? Ti lascio questo libro, poi se vuoi possiamo parlarne.” Nei maschi la “prima volta” accade intorno ai 16, 17 anni; essi “sanno” che per la loro prima volta servono un sacco di cose, che ci vuole molta competenza per svolgere il rapporto sessuale: devono conoscere le posizioni, sapere come aprire l’imene, come prendersi cura della ragazza, come annullare i rischi di una gravidanza. Il genitore spesso si limita a cercare di evitare il peggio (gravidanze) o a cercare con l’ironia una qualche forma di dialogo. L’ironia è molto apprezzata tra i ragazzi, ma non tra loro e l’adulto. A questa età, soprattutto se non si è già costruito prima un buon dialogo, risulta molto difficile per il ragazzo confidarsi con il proprio genitore, è più facile cercare un’altra figura adulta con cui parlare (amico più grande, fratello o sorella maggiore, educatore, medico, sacerdote); sono tutte figure utili per il ragazzo e se il genitore avrà saputo coltivare una buona relazione con il figlio negli anni precedenti condividendo gioie e dolori, esso saprà apprezzare anche i gesti, seppur maldestri, di comunicazione sull’affettività e sulla sessualità, magari fatti al momento sbagliato, che i genitori tenteranno di fare con loro. Se al nostro tentativo di dialogo il figlio non è stato disponibile, si può tranquillamente rimandare ad un momento più opportuno, e i figli sapranno apprezzare questa attenzione del genitore. «Cara mamma, hai scoperto brutalmente che ho avuto il mio primo rapporto sessuale e ti sei arrabbiata perché l’ho fatto senza protezione e con un ragazzo conosciuto da poco ma era così importante per me smettere di essere “diversa”, anche se tu dici che ho solo 16 anni. Volevo stare bene con il mio gruppo e avere anch’io questa esperienza da condividere con le mie amiche. Mi sentivo strana e sola ed ora che sai tutto voglio essere sincera con te, senza tutte le bugie che ti ho detto ultimamente: che tu ci creda o no, adesso che tu lo sai sono più serena». Se un adolescente ha deciso di “fare sesso” sarà veramente difficile impedirglielo con codici e divieti (Non lo devi fare!). In rari casi può accadere che un divieto porti un ragazzo/ragazza a somatizzare questo impedimento al punto tale che quando sarà il momento di avere un rapporto questi non siano in grado di compierlo (es. vaginismo). La grande sfida è quella di trasmettere ai nostri figli la positività, la ricchezza, la gioia, la normalità di una sessualità vissuta bene nella quale entra in gioco l’amore, lo stupore, il dono, il gioco. Non si tratta semplicemente di far passare delle informazioni, ma c’è in gioco la nostra esperienza, il nostro vissuto, altrimenti ci si limita all’anatomia, alla fisiologia, un po’ di morale. Dunque la sessualità raccontata ai figli deve essere impregnata del vissuto dei genitori; i figli fino ai 12-13 anni desiderano sapere come si sono incontrati i loro genitori, quando si sono dati il primo bacio, ecc… Attraverso questa semplice modalità si contribuisce a creare un dialogo con i propri figli, saremo in grado di evitare silenzi imbarazzanti che contengono messaggi negativi su tutto ciò che riguarda l’affettività e la sessualità che spingerà l’adolescente verso “altri” canali (coetanei, mass media, internet, …) e allora veramente non ci verrà più lasciato spazio per comunicare l’affettività e la sessualità ai nostri figli. Domande dei partecipanti. D: Se non si è riusciti a dare risposte ai figli durante la loro infanzia, è possibile recuperare il dialogo quando saranno adolescenti? R: Il problema non è tanto non sapere dare le risposte giuste, ma di non lasciarsi sopraffare dall’imbarazzo od altro; se non ce la sentiamo di rispondere è meglio rimandare, magari dandosi un appuntamento, così si prende tempo ma non si evita l’argomento: può essere la mossa giusta per esempio se nascono delle domande del grandicello quando si è in presenza del fratellino più piccolo che è meglio non coinvolgere. In questo caso rimandare le risposte a qualche ora dopo o al massimo al giorno dopo può essere la strategia giusta. I nostri figli ci danno moltissime e occasioni per palare di questi argomenti, sta a noi aprire gli orecchi per saperle riconoscere. D: Mamma di figlio quattordicenne, disponibile a parlare con lui di questi argomenti, ma il figlio ritiene di essere ancora “piccolo” per parlare di sessualità, amore, ecc. E’ dovuto forse al fatto che preferisce parlare con il gruppo di amici invece che con i genitori? R: Solitamente a quattordici anni i ragazzi sanno già molte cose; è anche vero che a questa età (12-15 anni) le differenze fisiche e psicologiche possono essere enormi ed influire sulla loro esigenza o meno di conoscere queste cose, soprattutto nelle femmine queste differenze sono più evidenti. Capita di valutare se e come eventualmente “tutelare” i ragazzini ancora non maturi di fronte a questi argomenti. In realtà si è constatato che se il ragazzino non è ancora pronti per affrontare questi argomenti, in pratica non li comprende e non rimangono turbati dalla discussione. D: La vergogna l’imbarazzo del ragazzo/a produce a volte silenzi che vanno rispettati e che portano a costruire nella persona il senso del pudore che va rispettato e non deriso. R: Giusta considerazione. D: Come affrontare l’argomento omosessualità: mi sento in difficoltà nell’affrontare il tema con mio figlio di otto anni. R: E’ una domanda frequente anche nei bambini piccoli, perché ne sentono parlare alla tv, o dagli adulti o dai ragazzi. La difficoltà che si prova in gergo tecnico si chiama contrattitudine; le contrattitudini (difficoltà a fare o ad esprimere qualcosa) si superano studiando, conoscendo l’argomento più a fondo. Il problema poi non è tanto il “cosa dico” ma “cosa passa” anche l’imbarazzo di fronte a questa domanda comunica qualcosa sull’argomento che il bambino pone. D: Dobbiamo aspettare che il bambino/ragazzo faccia le domande o dobbiamo forzare un po’ noi l’argomento?

R: Parliamo o quando il bambino pone delle domande, oppure quando riteniamo che certe circostanze ci permettono o ci richiedono degli interventi da parte nostra (per esempio se il ragazzo ci racconta che a scuola è successo qualcosa di particolare legato alla sessualità o all’affettività, la notizia in tv, ecc). D: Alla bambina di sei anni ho già parlato del ciclo: mi ha vista in bagno mentre cambiavo l’assorbente… Ora ogni tanto mi chiede: “Ma questo mese non ti arriva?” Ho anticipato troppo i tempi? R: Penso di no. Mi preoccupano di più le situazioni dove la mamma tiene nascosto questo fatto alla figlia che rimane all’oscuro di tutto fino a quando non capita a lei stessa. Qui ci possono essere più rischi di fare un danno alla bambina. D: Quanto gli argomenti riguardanti la sessualità devono andare di pari passo ai valori? R: I due argomenti devono intersecarsi tanto: il rispetto del corpo (corpo “abitato”), la protezione alla violenza che insegna a portare rispetto (rispettare i “no”: se non te la senti tu puoi sempre dire di no e questo no va rispettato). D: Se alla tv per esempio si sentono espressioni volgari e il bambino chiede cosa significhino, è giustificabile dire una “bugia” anziché dare la spiegazione dell’espressione (la bimba aveva sentito alla televisione l’espressione “lavoro di bocca” e la mamma l’ha spiegata dicendo che significava mordere la mano)? R: Sostanzialmente al figlio di dieci anni non sapere cosa significhino certe espressioni non gli cambia nulla. Un’altra discriminante nel decidere se affrontare o no un argomento è chiedersi se gli è utile in quel momento oppure no. D: Come riaccendere un dialogo quando la bambina dopo aver chiesto una volta non ha più voluto affrontare questi argomenti (la mamma mostrava molto imbarazzo di fronte a questi argomenti: non si sentiva all’altezza, la bambina lo ha capito ed ora “protegge” la mamma non affrontando più questi argomenti). R: Come iniziare l’argomento? “Oggi parliamo di sesso!”, “Chiedimi tutto quello che vuoi sulla sessualità”. Nessun genitore esordisce in questo modo con il proprio figlio. Nel caso specifico se la mamma comincia a dimostrare che ora è più preparata e l’argomento non la imbarazza più probabilmente la bambina si aprirà al dialogo. Poi esistono dei “mediatori” per esempio un libro, un film. I cambiamenti fisici che stanno avvenendo se trattati con naturalezza e spontaneità possono innescare il dialogo. Anche i cambiamenti “interiori” possono essere occasione di dialogo e aprire ad argomenti più profondi sulla sessualità. Le occasioni per parlare di sessualità non devono essere solo “a domanda do la risposta” ma si deve saper cogliere gli eventi della quotidianità per intrecciare argomenti che sappiano far crescere e maturare i figli sul piano della sessualità e dell’affettività, a noi sta il compito di trovare le parole giuste per esprimere i concetti di cui i nostri figli hanno bisogno. Intervento del 22-09-2010 della dottoressa Silvia Dierico, Psicolga e formatrice preso il Consultorio Familiare Scarpellini, Bergamo. Trascrizione non rivista dalla relatrice

Attaccamento e sessualità

Mitchell (2002) riconosce l’importanza di indagare la relazione tra sessualità ed attaccamento. Tale relazione viene inquadrata in una definizione dell’ amore romantico come epifenomeno universale dell’antinomia mai risolta (e mai risolvibile) tra ricerca di 2 stabilità (il «senso della casa», la nostra identità nella continuità che serve per ancorarci) e avventura e rischio (il suo «lato oscuro», ovvero il bisogno di allontanarsene, di viaggiare e trascendere il già noto). Laddove l’attaccamento riguarda la stabilità e la sicurezza, la sessualità è maggiormente al servizio della ricerca di novità e del sensation seeking. E così, è inevitabile secondo Mitchell che l’attaccamento sia «il grande nemico dell’erotismo: le sensazioni di eccesso, enigma, mistero – spostate, a partire dalla prima infanzia, da genitori ansiosi di darci sicurezza – costituiscono la vera sensualità dell’erotismo, e queste sono proprio le qualità che cerchiamo in tutti i modi di eliminare dalla nostra vita normale di adulti, dalle nostre relazioni primarie, da quelli che vogliamo credere attaccamenti “sicuri”» (Mitchell, 2002, 57, corsivi nostri). Notevoli sono le implicazioni che ne discendono. In primo luogo, l’autore «mentalizza» la sessualità, caratterizzandola come un’esperienza biopsicologica in cui si incontrano tanto gli aspetti di eccitazione sessuale quanto gli elementi psichici (che ne conferiscono l’attrattiva sensuale) enigmatici e sempre ricercati provenienti dalle interiorizzazioni delle esperienze di caregiving. Anzi, sono proprio questi ultimi elementi a conferire l’elemento peculiare e continuamente ricreato nel desiderio sessuale di «attrattività sensuale». In secondo luogo, implicitamente Mitchell riconosce in questa convergenza il precoce legame di interdipendenza tra attaccamento e sessualità – in una sorta di cerchio che si chiude, nella esperienza che facciamo della sensualità e dell’erotismo vi è il precipitato di processi mentali (difensivi) che riguardano i legami di attaccamento. In terzo luogo, Mitchell illustra il tentativo di difenderci da questo horror vacui della sensualità dell’erotismo, attraverso la creazione di attaccamenti che «vogliamo credere» sicuri. Ecco in che modo, quindi, l’attaccamento è il grande nemico dell’erotismo. È parso utile fermarsi attentamente su questo passaggio di Mitchell che ci sembra la chiave esplicativa della sua concettualizzazione circa i rapporti tra attaccamento e sessualità, e che secondo l’autore spiega come l’amore romantico possa degradarsi nelle relazioni a lungo termine proprio a causa di questa sua natura profondamente fragile e rischiosa. Non solo in amore cerchiamo di alterare la realtà forzandola nella direzione della stabilità della continuità e della certezza; allo stesso tempo, anche nel desiderio che alimenta la ricerca di novità ed ignoto «cerchiamo quello che ci manca, i pezzi di noi stessi che abbiamo rinnegato e qualcosa che si trova al di là di noi stessi». In ultima analisi, per Mitchell tanto l’amore quanto il desiderio hanno una natura illusoria (allo stesso tempo causa e conseguenza della loro caratteristica «pericolosa e rischiosa») di cui è necessario tenere conto nel discorso attorno all’amore romantico. Ai fini del nostro lavoro, è certo, comunque, che per Mitchell l’attaccamento ha, come ricordato in precedenza, un profondo coinvolgimento nelle vicissitudini amorose, ma non ne costituisce un modello sufficientemente valido: «e così l’attaccamento “sicuro” non è un modello molto utile per l’amore romantico, adulto e reciproco, tranne che nelle sue dimensioni fantastiche, illusorie e capacità di sostenere la sicurezza. L’amore, per la sua natura più profonda, non è sicuro; ma noi continuiamo a volerlo tale» .

Le conoscenze, le attitudini e i comportamenti degli adolescenti che hanno partecipato all’indagine riflettono i profondi mutamenti nei modi di pensare e di vivere la sessualità e l’affettività che hanno caratterizzato il nostro paese. Movimenti sociali e culturali hanno provocato negli ultimi 30 anni una crisi degli stereotipi precedenti, una maggiore flessibilità dei ruoli sessuali e una connotazione più positiva dell’identità sessuale femminile. Gli atteggiamenti sociali nei confronti della sessualità sono cambiati nel tempo: oggi si parla in modo più esplicito di tematiche inerenti la sessualità sia nei rapporti interpersonali sia attraverso i mass-media. Tuttavia la maggior parte degli adolescenti giunge alla scoperta della sessualità senza un’informazione e un’educazione sessuale adeguata ai loro bisogni . I giovani denunciano bisogni di maggiori approfondimenti a fronte di conoscenze insufficienti e approssimative, determinate da fonti non qualificate . Secondo Bertinato  le variabili principali che incidono sui comportamenti dei giovani sono: il livello informativo, la percezione del rischio, l’atteggiamento psicologico e le abilità preventive. Possedere un buon livello informativo è un’ottima, ma non sufficiente, base di partenza per l’acquisizione di abilità preventive. In ogni caso, numerose ricerche condotte in diversi paesi  hanno evidenziato che le conoscenze sulla salute riproduttiva aumentano con l’età e sono maggiori e più accurate tra le ragazze rispetto ai ragazzi. È stata anche osservata una relazione significativa tra la conoscenza e l’uso dei contraccettivi . L’indagine ha quindi la finalità di delineare un quadro del panorama giovanile, alla ricerca di indicazioni per la programmazione di interventi volti a soddisfare le richieste degli adolescenti rispetto all’educazione sessuale non più intesa come sola acquisizione di informazioni, ma inquadrata nell’ambito più globale dello sviluppo delle capacità comunicative e affettive della persona.

Lo studio, di tipo trasversale, ha riguardato un campione random di studenti del primo biennio di tutte le tipologie di scuole secondarie superiori residenti in 24 ASL di 11 regioni coinvolte nell’indagine. L’adesione delle ASL è stata volontaria, in seguito alla partecipazione di operatori dei consultori familiari ad un corso di “Metodologia delle indagini campionarie” tenutosi presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) nel 1997. Il campione non si può pertanto considerare rappresentativo dell’intera realtà nazionale. Al fine di poter raggiungere una precisione sufficiente delle stime è stato previsto un campione di circa 250 soggetti per Azienda USL, questa numerosità ha quindi permesso ad ogni referente di ricavare dalla ricerca un quadro rappresentativo della propria realtà locale. Per quanto riguarda la metodologia della selezione del campione, ogni referente ha seguito la seguente procedura concordata durante il corso di indagini campionarie tenutosi presso l’ISS:

1) redigere una lista delle classi del biennio ordinata per tipo di Istituto separando per ognuno di questi l’elenco delle prime classi da quello delle seconde;

2) calcolare il numero totale di classi e il numero totale di alunni;

3) calcolare il numero medio di alunni per classe;

4) calcolare quante classi includere nel campione tenendo conto della necessità di intervistare almeno 250 ragazzi;

5) calcolare il passo di campionamento dividendo il numero totale delle classi per il numero delle classi che sarebbero entrate a far parte del campione;

6) estrarre un numero a caso tra uno e il passo di campionamento;

7) individuare sulla lista ordinata e numerata delle classi, la prima classe come quella corrispondente al numero random estratto, la seconda classe come quella corrispondente alla prima più il passo di campionamento, la terza come quella corrispondente alla seconda più il passo di campionamento e così via, fino ad individuare tutte le classi che avrebbero costituito il campione. In caso di rifiuto a partecipare da parte di una scuola, la classe era sostituita con la prima classe dello stesso anno della scuola successiva. Una volta individuato il campione e prima di iniziare l’indagine, ciascun referente ha inviato all’ISS, per verifica, il protocollo dell’indagine. Le interviste sono state effettuate da personale delle Aziende USL aderenti all’indagine, addestrato dai referenti secondo quanto appreso durante il corso tenutosi presso l’ISS e con l’ausilio di un apposito manuale. Preso contatto con le scuole selezionate si sono stabiliti i giorni e gli orari di accesso alle classi da intervistare. Pertanto il campione totale da intervistare era costituito da tutti gli studenti delle classi selezionate. Alcuni Istituti hanno richiesto l’autorizzazione dei genitori per la partecipazione all’indagine da parte degli studenti minorenni. La somministrazione del questionario è avvenuta in classe, in presenza dell’insegnante. Gli intervistatori si sono presentati alla classe specificando la finalità dell’indagine e richiedendo il consenso dei ragazzi. Nella presentazione dell’iniziativa gli intervistatori hanno espresso la loro disponibilità a chiarire eventuali dubbi durante la compilazione del questionario e hanno poi controllato che gli studenti lavorassero individualmente. Quale ulteriore garanzia di anonimato, insieme ai questionari sono state distribuite delle buste in cui i ragazzi hanno chiuso il questionario compilato prima di riconsegnarlo. Non è stato prefissato un tempo massimo per la compilazione del questionario, ma in tutti i casi è stata sufficiente un’ora di lezione per svolgere tutte le operazioni. In un secondo momento gli intervistatori hanno eseguito una prima verifica della completezza e accuratezza dei questionari e hanno stilato, per ogni classe, un breve rapporto riguardo l’andamento della somministrazione. Il questionario utilizzato per l’indagine (in allegato) è stato costruito nelle sue parti principali durante il corso di indagini campionarie. È stato quindi sottoposto a un pre-test al fine di validarne la qualità. La versione definitiva è stata poi inviata a tutti i partecipanti al corso i quali, aderendo all’indagine, hanno assunto il ruolo di referenti per la loro Azienda USL.

Goldner (2006), nel suo lavoro, che all’interno del numero di Psychoanalytic Dialogues riformula in termini più chiaramente riferiti alla teoria dell’attaccamento la tesi principale espressa da Mitchell, ben evidenzia una contraddizione nel pensiero di quest’ultimo. Infatti, probabilmente oltre il suo stesso intendimento, la posizione di 3 Mitchell circa le manovre illusorie e difensive messe in atto per denegare la nostra vulnerabilità nelle relazioni amorose è esattamente una posizione «attaccamentista». Le modalità di attaccamento «insicure» sono esattamente, nota l’autrice, strategie difensive che vengono messe in atto dal soggetto per minimizzare l’angoscia relativa al timore del rifiuto e della presenza intermittente dell’altro. In più: proprio come nell’attaccamento infantile, la figura di «base sicura» è la stessa che accudisce e regola emotivamente ma che allo stesso tempo può ferire e abbandonare Perciò: «Mitchell aveva sia ragione che torto. Le relazioni romantiche che durano a lungo non sono pericolose piuttosto che sicure: è piuttosto l’oggetto di amore ad essere, nel contempo, fonte di sicurezza e di pericolo» (Goldner, 2006, 635, traduzione nostra). Il rischio è legato, cioè, all’eccessiva dipendenza da un’altra persona che non controlliamo, una condizione di impotenza potenzialmente umiliante. In una diversa prospettiva, nella loro introduzione al volume Attachment & Sexuality (Diamond, Blatt, Lichtenberg, 2007), Diamond e Blatt ricordano come tutti i lavori del libro si basino sull’idea originaria di Bowlby secondo la quale attaccamento e sessualità sono sistemi comportamentali separati ma sovrapposti. Il tratto unificante dei contributi del volume è l’idea che il sistema di attaccamento, e specificamente il grado di sicurezza percepita – o la sua mancanza – nelle relazioni precoci con le figure di attaccamento, fornisca un paradigma della relazionalità che impronta le vicissitudini della sessualità in tutte le sue manifestazioni: infantile e adulta, masturbatoria e reciproca, normativa e perversa. Fin dall’infanzia sessualità e attaccamento formano una matrice bidirezionale, con l’influenza di un sistema sull’altro, che si modifica a seconda dello stadio evolutivo, delle esperienze di vita e delle predisposizioni costituzionali dell’individuo. Da un’altra prospettiva, come afferma Holmes (2007) nello stesso volume, deve esistere un ponte nella prospettiva evoluzionistica tra lo scopo del sistema di attaccamento – che è quello di avere una base sicura – e lo scopo del sistema sessuale – che è quello di aumentare le probabilità riproduttive, dal momento che un individuo necessita che i suoi bisogni di attaccamento siano soddisfatti al fine di sopravvivere fino alla maturità e riprodursi. A questo proposito si può aggiungere che la parziale convergenza dei fini non implica allo stesso tempo che i vissuti soggettivi fra attaccamento e sessualità possano sovrapporsi. Il saggio che dà l’avvio al volume è quello di Eagle: «Attachment and Sexuality». Per l’autore, attaccamento e sessualità sono sistemi funzionalmente separati e per certi versi antagonisti. L’integrazione dei due è una sfida evolutiva che dipende almeno in parte dai pattern di attaccamento individuali. Citando Mitchell (2002), Eagle riprende alcune considerazioni in merito alla scissione che Freud (1912) intravedeva tra amore e desiderio nell’Edipo non risolto. Freud attribuiva questa scissione nell’uomo ad una fissazione incestuosa alla madre che scinde la corrente affettiva da quella sensuale così caratteristica del conflitto edipico irrisolto e dovuta principalmente alla persistenza dei desideri incestuosi. Mitchell attribuisce questa scissione al fatto che le persone sono motivate a «svalutare l’amore passionale» a causa dei loro bisogni di renderlo sicuro e prevedibile, caratteristiche che, come abbiamo visto, egli ritiene contrarie all’esperienza del desiderio.

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