Sesso elisir di lunga vita: se lo fai spesso avrai dei benefici, le 5 regole da sapere

L’Università di San Francisco, in California ha condotto uno studio secondo il quale il sesso aiuterebbe a vivere più a lungo. La ricerca, condotta su 129 donne con relazioni stabili e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Psychoneuroendocrinology, ha sottolineato infatti che  le donne che avevano almeno un rapporto sessuale a settimana mostravano telomeri più lunghi del normale e questo indipendentemente dal grado di soddisfazione dato dal rapporto stesso e dalla presenza o meno di conflitti e stress con il partner.

L’Università di San Francisco, in California ha condotto uno studio secondo il quale il sesso aiuterebbe a vivere più a lungo. La ricerca, condotta su 129 donne con relazioni stabili e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Psychoneuroendocrinology, ha sottolineato infatti che  le donne che avevano almeno un rapporto sessuale a settimana mostravano telomeri più lunghi del normale e questo indipendentemente dal grado di soddisfazione dato dal rapporto stesso e dalla presenza o meno di conflitti e stress con il partner.

Ma cosa sono i telomeri? I telomeri sono una sorta di cappuccio situato nella parte finale dei cromosomi: ogni volta che una cellula si divide per replicarsi, questi si accorciano, fino a quando, consumati completamente, indicano la fine del ciclo vitale cellulare. Di conseguenza queste strutture, presenti nel patrimonio genetico di ciascuno, possono essere considerate dei marcatori dell’invecchiamento delle cellule.

 Da questo si può quindi presupporre un legame tra la frequenza dell’attività sessuale e il rallentamento del processo di invecchiamento. “Ci sono molti meccanismi fisiologici e psicosociali che possono mediare il rapporto sesso-telomeri”, ha affermato il dottor Baca in un’intervista al sito PsyPost. “Ad esempio, abbiamo suggerito che l’intimità sessuale potrebbe smorzare gli effetti dello stress, riducendo i sistemi di risposta alle tensioni e regolando la risposta immunitaria. Nel tempo, questi modelli di funzionalità di stress dovrebbero portare a lunghezze di telomeri più lunghi”.

È naturale, non ha controindicazioni (a patto di usare tutte le dovute precauzioni) e, a differenza delle terapie convenzionali, molto molto piacevole: stiamo parlando dell’attività sessuale che secondo varie ricerche sarebbe un portentoso rimedio contro numerosi disturbi.
Ma quali sono le “piacevoli malattie” che si possono curare sotto le lenzuola? E soprattutto, quanto c’è di vero nelle ricerche che lo dimostrano?

Caro facciamolo. Ho mal di testa

Se non avete voglia di far l’amore con il vostro partner non adducete la vecchia scusa del mal di testa: secondo una recente ricerca dell’Università di Munster infatti, l’attività sessuale è un ottimo antidoto contro la cefalea a grappolo, una delle forme più dolorose e invalidanti di mal di testa.
I neurologi hanno tenuto sotto osservazione per due anni oltre 400 pazienti affetti da questo disturbo e li hanno sottoposti a interviste periodiche: oltre la metà di coloro che hanno avuto rapporti sessuali durante un attacco di cefalea hanno riferito una sensibile riduzione dei sintomi dolorosi. E un paziente su cinque ne ha addirittura decretato la completa scomparsa. Secondo i ricercatori l’attività sessuale rilascerebbe endorfine, antidolorifici naturali prodotti dal nostro corpo, che agiscono sul sistema nervoso alleviando o eliminando il dolore. La ricerca, pur essendo realizzata su un campione non vastissimo, è durata a lungo. Dunque ha una certa solidità scientifica e non possiamo catalogarla come “bufala scientifica”.

Dopo, si dorme meglio

Un altro disturbo che sembra migliorare dopo i rapporti sessuali è la sindrome di Ekbom, detta anche sindrome delle gambe senza riposo. Colpisce soprattutto le donne tra i 35 e i 50 anni quando sono a letto, provocando un desiderio irrefrenabile di muovere le gambe ma anche dolori e formicolii che impediscono di prendere sonno.  Uno studio condotto lo scorso anno presso l’Università di San Paolo (Brasile) evidenzia gli effetti benefici del sesso per combattere questo fastidioso disturbo.
Secondo Luis Martin e i colleghi le dopamine rilasciate con l’orgasmo giocherebbero un ruolo determinante nella riduzione dei sintomi. La controprova? I pazienti curati con farmaci a base di dopamina mostravano benefici equivalenti, ma forse non erano altrettanto felici… Raffreddore? Mettiti a letto!

Secondo alcune ricerche l’attività sessuale avrebbe effetti benefici anche su malattie banali e diffuse come il raffreddore. Lo sostiene l’immunologo svizzero Manfred Schedlovski, che in uno studio del 2012 ha rilevato, durante i rapporti sessuali, un aumento del 30% nel numero di fagociti (le cellule che si occupano di eliminare gli elementi patogeni presenti nel nostro organismo), con picchi del 150% durante l’orgasmo.10 anni di meno

Volete dimostrare qualche anno in meno rispetto alla vostra età anagrafica? Conducete una vita sana, seguite una dieta equilibrata, fate sport e… sesso almeno due volte alla settimana. Lo prescrive David Weeks, neuropsicologo del Royal Hospital di Edimburgo che ha condotto uno studio su 3500 persone tra 21 e 101 anni. Alle coppie che avevano rapporti almeno 3 volte la settimana venivano attribuiti in media 10 anni in meno rispetto alla loro vera età.
Secondo il ricercatore questo varrebbe soprattutto per donne, poichè gli estrogeni prodotti durante il sesso favorirebbero la brillantezza dei capelli e contribuirebbero a mantenere la pella tonica ed elastica, prevenendo così rughe e cedimenti.Cuore su, colesterolo giù

Ma una vita sessuale attiva e appagante contribuisce anche a tenere sotto controllo anche colesterolo e diabete, soprattutto nell’uomo. Lo ha dichiarato Emanuele Jannini durante il congresso 2010 della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità (Siams).
Secondo Jannini, nell’uomo, l’aumento di testosterone scatenato dall’attività sessuale avrebbe un ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. A patto però di essere fedeli o, al massimo, traditori occasionali. Le relazioni clandestine di lunga durata o troppo frequenti infatti provocano stress e tensioni, che non fanno bene al cuore.

Medicina sessuale: il sesso come barometro di salute

La salute sessuale è considerata diritto inalienabile dell’individuo, a qualunque genere appartenga e qualunque orientamento sessuale abbia. Nel corso degli ultimi decenni accanto alla sola “formale” definizione di tale diritto si è affiancato il concetto completamente nuovo di “medicina Sessuale”, vera espressione di una multidisciplinarietà dedicata allo studio della fisiopatologia dei disordini della sessualità, alle più accurate modalità diagnostiche e alla definizione di potenziali paradigmi di terapia. Ancor più recente è il concetto che le disfunzioni sessuali, tanto al maschile quanto al femminile, non siano solo da considerarsi come malattie in quanto tali, ma molto più spesso come sintomi di problematiche ancor più rilevanti, sottese all’epifenomeno del disagio sessuale stesso e talvolta addirittura misconosciute. Esempio lampante ne sia la disfunzione erettile, quella impossibilità persistente o ricorrente di ottenere o mantenere un’erezione utile ai fini di un rapporto sessuale soddisfacente. La ricerca clinica ha chiaramente insegnato come la comparsa di disfunzione erettile possa essere considerata prodromica di eventi cardiovascolari seri, soprattutto di coronaropatia, con una capacità anticipatoria di oltre 3 anni. Questo sembrerebbe avere particolare rilevanza in uomini giovani, ipertesi e diabetici. Ma, ancor più importante, il dato di correlazione tra la disfunzione erettile e lo stato di salute complessivo dell’individuo di sesso maschile; infatti i disordini della erezione si sono rivelati strettamente associati allo stato di salute dell’uomo anche prescindendo in toto d ai fattori di rischio cardiovascolari e dalle patologie cardiovascolari stesse, ivi comprendendo ancora una volta diabete e sindrome metabolica.
Per questo, e per molti altri motivi, la Medicina Sessuale è medicina di genere e medicina della salute nel suo complesso, finanche barometro dello stato di salute.

Ecco le regole da seguire per rendere il sesso a tre davvero indimenticabile:
1) Essere sicuri: prima di iniziare, tutti i partecipanti devono essere certi al 100% di voler provare questo tipo di esperienza.
2) Evitare l’egoismo: non si è più in due, le attenzioni vengono condivise e non si può esserne ‘gelosi’. Occorre accettare di essere una parte in gioco, ma non l’unica.
3) Moderare l’uso di alcol: bere alcolici può aiutare a superare le inibizioni, ma quantità esagerate possono influire negativamente sulla vostra prestazione sessuale.
4) Concordare le precauzioni: prima di iniziare, i tre partecipanti devono trovare un accordo preciso sulle precauzioni da prendere durante il rapporto.
5) Prestare attenzione ai sentimenti: dal sesso selvaggio, duro e puro, possono nascere anche sentimenti. Può capitare e va accettato, senza particolari gelosie.
6) Rilassarsi e divertirsi: una pratica così particolare può causare anche profondi imbarazzi, per evitarli è bene scherzarci su ed essere ironici.
7) Verificare la compatibilità: prima di iniziare, è bene cercare di capire se i gusti sessuali di tutti i partecipanti sono compatibili. Ciò che piace ad una persona può creare estremo disagio negli altri.
8) Utilizzare sex toys: per rendere il sesso a tre più piacevole, dinamico e inclusivo non esitate a ricorrere a questi ‘strumenti’. Non c’è niente di peggio nel vedere uno dei tre partecipanti con le mani in mano per troppo tempo.
9) Essere rispettosi: ognuno ha i propri gusti e in ogni momento può rifiutarsi di fare qualcosa che non desidera. Fondamentale, in questo caso, rispettare le esigenze di ognuno, senza costrizioni o forzature.

Nella vita dell’essere umano c’è una legge fondamentale: quella riproduttiva, che si esprime sulla base della simmetria imperfetta (asimmetria, che è quella di uomo e donna o di maschile e femminile). La simmetria perfetta, nella nostra specie, non solo è innaturale, perché impedisce la procreazione, ma è anche illusoria, perché al proprio interno riproduce inevitabilmente gli schemi del rapporto uomo/donna, che sono più universali.
Per quale ragione l’essere umano non si riproduce come i “batteri” o come i “vermi”, per semplice scissione binaria, in cui ciascuna delle due parti suddivise vive di vita propria? In realtà la separazione dell’uomo dalla donna fa parte, in un certo senso, di tale scissione binaria. È solo la riproduzione di entrambi che comporta la ricomposizione degli elementi divisi.
La formazione dell’essere femminile esula, in un certo senso, dalla riproduzione sessuale, poiché è intrinseca alla natura stessa dell’uomo. Il concetto di “donna” è intrinseco al concetto di “uomo”, poiché, in origine, vi sono due elementi opposti (maschile e femminile) che si attraggono e si respingono. Il senso di umanità sta appunto in una perfetta asimmetria, che è un dato naturale.
La simmetria, come esperienza duale, è il senso dell’universo. Ma la simmetria dell’universo è in realtà asimmetrica, altrimenti vi sarebbero solo copie più o meno identiche, mentre la copia in nessuna parte dell’universo esiste, come non esiste il vuoto assoluto. La perfezione sta appunto in un rapporto tra identità e differenza. La ricerca d’una simmetria perfetta è indice di ingenuità, di idealismo platonico, ma anche di nevrosi, di follia, come nel mito di Narciso o negli esperimenti biologici del nazismo, quando si voleva creare una “razza pura”.
La simmetria perfetta non ha riscontro nella realtà: essa fa parte delle costruzioni deliranti, fantastiche, di un soggetto che non sa accettarsi e che ha una concezione formalista, estetica, cioè astratta, della perfezione. L’ingegneria genetica, se mai abbia un senso, dovrebbe muoversi entro questi limiti etici.

L’esigenza di una simmetria è segno di naturalezza, di normalità – se vogliamo, di perfezione, come nei cromosomi xx e xy. È la riprova che il singolo non si giustifica mai (in quanto individuo isolato). La perfezione infatti sta nel senso d’incompletezza o di debolezza, che ad un certo punto l’individuo avverte e che con sua grande soddisfazione riesce a superare mediante la simmetria, che è appunto segno di una “alterità”, di una “discontinuità concorde”, la cui presenza pone in essere la “reciproca dipendenza”. La debolezza non è “colpevole”, essendo parte integrante della perfezione umana.
La simmetria quindi è, a un tempo, indice di debolezza e suo relativo superamento. Il singolo che pretende di autogiustificarsi come tale è un illuso, quindi è ancora più debole. Il singolo che ammette invece la propria debolezza, cioè l’esigenza della diversità, è umano. La simmetria infatti lo aiuterà a superare la propria limitatezza.
Ma la simmetria non può mai essere perfetta, perché proprio la sua imperfezione rende possibile una diversa identità. Cioè lo sviluppo dell’identità è il prodotto di una simmetria imperfetta, nel senso che l’imperfezione dell’identità rende possibile il formarsi di una diversa identità. L’imperfezione è una ricchezza, è una garanzia di riproduzione.
Quando si dice “a immagine e somiglianza” si deve necessariamente escludere la copia. Desiderare la copia, come simbolo di perfezione, per riprodurre una determinata identità, significa impoverire l’originale, oltre che escludere la realtà di una nuova identità. La caratteristica principale dell’identità è appunto quella di essere unica, irripetibile, soggetta a simmetria, ma in modo relativo. La simmetria assoluta è la morte dell’identità. Essa, al massimo, può essere ricercata da due diverse identità, che aspirano a unirsi senza confondersi, ma una copia perfetta non esisterà mai.
Il motivo per cui un’identità avverte il bisogno di riprodursi (anche non in modo necessariamente biologico) non è cosa facilmente spiegabile; al massimo potremmo chiederci se sia possibile un superamento assoluto della debolezza. Se sì, quando lo sarà e fino a che punto? Se no, perché? Il superamento assoluto è possibile solo a condizione che avvenga nella consapevolezza che la simmetria è necessaria. Il superamento cioè è possibile se il singolo ammette la necessità della simmetria. Questo ragionamento è tautologico, ma nella tautologia, quella profonda, sta la vera sapienza.
Tuttavia un uomo non si sente attratto da una donna anzitutto per motivi riproduttivi, poiché questi sono derivati, cioè non originari, e neppure per far valere la propria caratteristica di “maschio dominante”, che è frutto di un condizionamento di valori sub-culturali.
Nella dinamica dell’attrazione reciproca deve esserci qualcosa di più profondo e ancestrale, qualcosa che va al di là della fisicità delle persone, nonché della loro cultura. Questo aspetto ontologico è alla base della struttura stessa dell’esserci, ed è l’esigenza di confrontarsi con la diversità.
L’uomo si sente attratto dalla donna (o meglio, il lato maschile si sente attratto da quello femminile) perché in lei vede o percepisce inconsciamente qualcosa che gli manca. Se questo è vero, lo è anche il fatto che l’attrazione è reciproca, per cui, in definitiva, è di tipo genetico, e probabilmente non riguarda solo l’essere umano ma tutte le specie viventi, tutta la natura, organica e inorganica, dell’universo.
Dunque all’origine di ogni cosa non vi è l’assolutezza dell’uno, ma del due, proprio perché il destino di questa unità è quello di sdoppiarsi e di farlo non in maniera esattamente simmetrica. Gli ele – menti di questa unità hanno la consapevolezza di doversi scindere e, nel contempo, di non poter vivere separatamente. Unità e Diversità coincidono, si attraggono e si respingono, per mostrare insieme un aspetto e il suo contrario, relativamente all’essenza della vita.
A va a cercare B e B va a cercare A perché l’identità originaria è AB. Qualunque filosofia di vita che voglia anzitutto porre un primato di uno dei due elementi, considerando l’altro un prodotto derivato, è una forma di abuso intellettuale, di forzatura soggettivistica.

La natura del rapporto di coppia

L’uno in sé non esiste, non si autogiustifica. Esiste l’uno che si sdoppia, in maniera asimmetrica, formando una diade, e dallo sdoppiamento nasce il terzo elemento, e così via, in una catena senza fine. Si parla appunto di “sdoppiamento asimmetrico” e non di reduplicazione o di replicante: il due non è copia dell’uno.
L’uno è isolamento, solitudine. Quello vero, positivo, è intrinsecamente duale, nel senso che il due è una necessità inevitabile. Infatti l’identità dell’uno, la creatività che lo caratterizza, sta nel suo sdoppiarsi. Non ha senso parlare di identità dell’uno a prescindere da quella del due. Uno e due hanno due identità diverse, altrimenti non si spiegherebbe lo sdoppiamento, e tuttavia un’identità senza l’altra non sussiste.
L’uomo, in un certo senso, cerca la donna (e la donna l’uomo) nel momento in cui s’accorge che, per definirsi, deve cercare al di fuori di sé. Quanto più aumenta la consapevolezza di sé tanto più ci si rende conto d’aver bisogno dell’altro, cioè ci si rende conto che l’altro è una necessità di cui non si può fare a meno, per il bene di se stessi. È come se, guardandosi allo specchio, non si vedesse se stessi ma l’altro e nell’altro ci si riconoscesse.
Noi dobbiamo soltanto esigere dalla società che certi meccanismi non avvengano in maniera automatica (ad es. sposarsi, fare dei figli, mettere su casa, ecc.).
Non si va a cercare qualcuno perché si è perso qualcosa di sé, ma perché si scopre di non avere in sé quanto basta per essere se stessi. Questa esigenza non è facilmente spiegabile. È come se uno ritrovasse se stesso dimostrando, per mezzo dell’altro, di poter essere “utile”, di poter convivere, nel particolare, con la “diversità”. Noi riusciamo a trovare veramente un’altra persona solo quando questa persona ci aiuta a ritrovare noi stessi.
Ecco perché si parla di un unico “essere umano” quando, pur nella diversità naturale delle identità, l’uomo e la donna riescono a realizzare una forte comunione d’intenti.
La complessità del rapporto uomo-donna è sicuramente più profonda di quella di qualunque altro rapporto umano. Le motivazioni che possono portare a rifiutare tale profondità sono tante e su di esse si basa spesso la fortuna di molti filosofi, teologi e altri famosi pensatori della storia, nonché di tanti psicanalisti che hanno in cura persone affette da disturbi che paiono insuperabili. In tal caso spesso ci si illude di poter ovviare al proprio deficit, sublimandolo in altre attività (fisiche o intellettuali).

La diversità fisica

Nei sistemi antagonistici la diversità fisica, nell’ambito dei generi, pesa come un macigno sulla testa delle donne: è una oppressione in più, cui la donna si sente costretta, non perché ve la costringe la natura, ma perché la discriminazione sociale in generale fa sentire la sua condizione un handicap.
Oggi non è più possibile pensare che la donna si debba sentire diversa proprio perché diversa. La diversità dovrebbe essere una scelta, non una forzatura, dovrebbe essere un atteggiamento interiore, un prodotto della coscienza e non il peso dei condizionamenti esterni (che poi vengono anche interiorizzati). O comunque, poiché nessuno vive come Robinson, la donna dovrebbe esser lasciata libera di scegliere i propri condizionamenti: ecco perché si dovrebbero tollerare tutte le esperienze possibili di socializzazione.
Questo – lo si comprende facilmente – non è un problema che può essere risolto affermando la pura e semplice uguaglianza giuridica. Forse non lo si risolve neppure affermando l’uguaglianza sociale. Nell’uguaglianza infatti la scelta dei ruoli dovrebbe essere libera, ovvero l’affermazione della personalità non dovrebbe essere sottoposta a condizionamenti che dipendono dalla diversità fisica. Siamo in grado di realizzare un’uguaglianza del genere?
La donna è troppo soggetta a etichettature da parte dell’uomo: è l’uomo che, in ultima istanza, decide cosa la donna può fare, cosa deve pensare, come deve essere. I mezzi di comunicazione appartengono agli uomini e quando le donne se ne impadroniscono, la cultura continua a restare maschilista.
Non ci può essere nessuna forma di uguaglianza, neppure quella fra uomo e uomo, se prima non si precisa il tipo di relazione umana fra uomo e donna.

Non ha senso che la donna si concepisca al servizio dell’uomo – come tutte le religioni hanno sempre detto. La donna non può affermarsi socialmente assumendo, in maniera precostituita, atteggiamenti favorevoli all’uomo o assumendo atteggiamenti di tipo maschilista, che fanno sempre gli interessi di una cultura non democratica.
Bisognerebbe che culturalmente passasse l’idea secondo cui l’uomo che pensa di servirsi della propria mascolinità per imporsi sulla donna, cioè per dominarla o circuirla, è semplicemente un essere ridicolo, da biasimare o da compatire.
In una situazione del genere è del tutto naturale che la donna si senta diversa anche in contrapposizione all’uomo, ovvero che la propria diversità risulti essere il frutto di una rivendicazione.
Il problema tuttavia resta sempre quello di come far convivere in maniera pacifica e democratica le diversità, di cui quella fra uomo e donna è senza dubbio la più universale.
Le regole della democrazia non possono essere dettate da nessuno, non possono essere imposte né dai più forti né dai più deboli che si ribellano ai più forti, né dalla maggioranza né dalla mino – ranza che vuole diventare maggioranza, né dagli uomini né dalle donne.
Probabilmente quando tutte le forme di disuguaglianza verranno un giorno risolte, rimarrà ancora da risolvere quella tra uomo e donna. O forse sarebbe meglio dire che fino a quando non si realizzerà l’uguaglianza dei sessi, ogni altra forma di uguaglianza risulterà manchevole di qualcosa.
L’uomo deve abituarsi ad accettare l’idea che la donna, per sentirsi veramente libera, ha bisogno di esercitare un potere più grande di quello che l’uomo può esercitare nei suoi confronti. In altre parole l’uomo dovrebbe limitarsi a intervenire quando la donna, nel- l’esercitare il proprio potere, confonde la disponibilità dell’uomo in un segno di debolezza.
Come principio generale di una minima emancipazione femminile si potrebbe far valere questo: poiché nella società antagonistica la differenza fisica tra persone di sesso opposto viene fatta pesare fortemente sul cosiddetto “sesso debole”, si dovrebbe considerare reciproca la libertà sessuale solo quando nella coppia l’iniziativa viene presa dalla donna; forse questo può garantire meglio ch’essa non si senta indotta ad accettare, per debolezza o quieto vivere, la volontà dell’uomo. Cioè prima di aspettare che la fine delle discriminazioni sociali comporti anche la fine di quelle fisiche, si potrebbe partire dalla lotta contro quest’ultime per arrivare a superare le altre.

Il rapporto di coppia, in generale

Che cosa vuol dire, per un uomo, che, posto l’amore come condizione, una donna vale l’altra (e l’uomo per la donna, naturalmente)? Semplicemente che nel momento della scelta del partner non bisogna avere dei modelli precostituiti, ovvero bisogna essere disposti ad amare chiunque sia disposto a fare altrettanto. L’amore infatti o è reciproco o non esiste. Poiché chiunque ha bisogno d’amore, non si può amare senza essere ricambiati.
La posizione della chiesa romana, relativamente all’indissolubilità del matrimonio, qui è davvero assurda. Se c’è vero amore, il divorzio non si pone, e se l’amore non c’è, prima o poi il divorzio sarà inevitabile. Un amore obbligato è una schiavitù, e illudersi che sia libero vero autentico, quando non è reciproco, significa cadere in una doppia schiavitù. Ritenere poi che la propria libertà debba passare attraverso mortificazioni e sofferenze, questo è addirittura follia, anche se in questa follia chi più ci ha rimesso, nella storia, è stata la donna.
La scelta del partner quindi è relativa alla propria capacità d’amare. E nessuno può essere autorizzato a sentirsi così speciale, nella sua capacità d’amare, da ritenere impossibile trovare il giusto partner.

Alcuni sostengono che quanto più un uomo è determinato da una consapevolezza generale o universale delle cose (come p.es. un profeta, un filosofo, un santo, un predicatore, un fondatore di religioni, un politico rivoluzionario ecc.), tanto meno è disposto a scegliersi una donna particolare con cui vivere un’esistenza che rientra nella normalità. Naturalmente la stessa cosa si potrebbe dire per alcune donne (Ipazia, Giovanna d’Arco, Caterina da Siena ecc.).
In ogni caso questa è una caratteristica che riguarda poche persone, disposte a sacrificare la vita personale per il bene dell’umanità, e non è affatto detto che chi invece sceglie di mettersi con un partner non s’impegni nella stessa maniera per realizzare il bene universale.
In verità spesso succede che l’uomo non incontra il proprio partner perché è troppo incentrato su di sé, sui suoi problemi, sul suo modo particolare di vedere la realtà.
Naturalmente, una volta fatta la scelta, è assurdo sostenere che un partner vale l’altro. All’uomo non è data la possibilità di amare con la stessa intensità due o più donne contemporaneamente, scelte in maniera particolare, specifica, come partner della propria vita. L’uomo potrebbe farlo solo se in ogni donna si limitasse a vedere un essere umano in generale, cosa che dovrebbe però fare nei confronti di qualunque essere umano, prescindendo quindi dalla differenza di genere.
È ovvio che nessun uomo può prescindere dalla differenza sessuale nel mentre considera la donna come essere umano in generale. Ma è altresì evidente che quando un uomo guarda la donna come essere umano in generale non può compiere una scelta particolare, innamorandosene, altrimenti tra uomo e donna non potrebbe esserci alcuna libera collaborazione per il bene dell’umanità. Una scelta particolare condiziona in modo particolare, anche se la persona scelta ha una grande capacità d’amare in maniera universale. La vicenda di Abelardo ed Eloisa è emblematica, a tale proposito.

È infatti impossibile che una persona non abbia degli elementi positivi da valorizzare e per i quali non si sia disposti a rinunciare a qualsiasi altro rapporto di coppia. Se vi è una reciproca disponibilità alla valorizzazione degli elementi positivi, nulla potrà impedire la stabilità del rapporto.
Ogni essere umano possiede vizi e virtù, pregi e difetti: se si è consapevoli di questa realtà, non ci si può illudere di poter trovare l’assoluta perfezione. Anzi, ci si rende subito conto che, entro certi limiti, un partner vale l’altro (i limiti sono quelli entro i quali una convivenza qualunque è formalmente possibile).
L’amore vero, profondo, non nasce nel momento della scelta ma dopo un certo tempo, cioè dopo che si è imparato ad accettare il partner così com’è, valorizzandone non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi, cioè facendo di quelli negativi un’occasione per discutere, per confrontarsi reciprocamente, mettendo alla prova se stessi, senza sperare che il partner diventi a nostra immagine e somiglianza.
È solo a questo punto, dopo anni di duro tirocinio, che il proprio partner diventa una sorta di “assoluto”, cui non si rinuncerebbe tanto facilmente. Sarebbe bene che queste cose le sapessero coloro che desiderano divorziare.

Teoricamente la legge islamica non vieta a un uomo di sposarsi con quattro donne contemporaneamente. Come noto lo stesso diritto non viene riconosciuto alle donne. Ma il punto non è questo.
Che la poligamia sia illimitata o ridotta a un numero massimo di partner non fa molta differenza. Infatti l’uomo non è più “universale” quanto più è ampia la sua possibilità di scelta. È illusorio far dipendere un concetto spirituale, come la coscienza universale delle cose, da una mera questione quantitativa.
L’uomo è universale quando rinuncia ad amare la donna semplicemente per la sua specifica caratteristica fisica. Se si vuole realizzare un rapporto particolare (e quindi anche fisico), è evidente che questo rapporto deve diventare esclusivo di altri. Quanto più la particolarità è forte, tanto più deve essere esclusiva di altre particolarità, onde permettere all’universalità di potersi esprimere il più liberamente possibile.
In un regime monogamico una donna libera può collaborare più facilmente, per il bene dell’umanità, con un uomo sposato. Non a caso in un regime poligamico le donne sono costrette a subire maggiori restrizioni nei loro rapporti personali.
Oggi abbiamo una tale consapevolezza delle esigenze dell’amore che non possiamo tollerare finzioni o privilegi di qualsivoglia genere. L’idea stessa di “capofamiglia” ci risulta estranea. Un uomo non può vivere con due diverse donne una medesima esperienza d’amore, proprio perché viene meno all’esigenza di assolutezza nel particolare.
È infatti assurdo pensare che nella scelta di un rapporto particolare venga meno l’esigenza di un rapporto universale con le cose. Gli stessi uomini islamici sono spesso costretti a investire sulle loro madri un’aspettativa universale superiore a quella che possono investire sulle loro mogli. Una religione poligamica finisce sempre col dare alle madri un peso maggiore che alle mogli. Da noi è il contrario. Anzi quando un uomo sposato resta troppo attaccato alla madre, viene considerato un cattivo marito.
Nella cultura occidentale il bigamo può sì esistere, ma solo ufficiosamente, non solo perché la legge gli impedisce di manifestarsi pubblicamente, ma anche perché la moglie chiederebbe immediatamente il divorzio, a meno che non avesse interesse a comportarsi diversamente. La bigamia è considerata un reato peggiore dell’adulterio, anche se sul piano pratico sono la stessa cosa. L’aspetto maggiormente ridicolo è che la bigamia non costituisce reato se uno dei matrimoni è celebrato con rito religioso senza effetti civili. Difficilmente un islamico potrebbe accettare regole giuridiche di questo genere, anche perché i figli che ha dalle sue donne li considera tutti suoi, mentre in occidente la cosa dipende da vari fattori (materiali e psicologici).

Le regole per stare insieme il più possibile
1. Disponibilità ad accettare i cambiamenti dei sentimenti, propri e del partner. Col tempo si cambia e per stare sempre insieme bisogna cambiare insieme.
2. Rispettare sempre la dignità del partner, anche quando si è convinti che, per amore, non si offenderà a causa di un nostro comportamento sbagliato.
3. Rispettare la diversità del partner, perché lo stare insieme non è possibile solo a persone uguali o simili.
4. Rispettare la reciproca libertà, che permette di affrontare esperienze diverse.
5. Accettare l’idea che non si può condividere tutto del proprio partner.
6. Affrontare insieme i problemi della vita.
7. Rivolgersi costantemente reciproca attenzione, per non rimanere sorpresi da comportamenti inaspettati.
8. Evitare la reciproca competitività.
9. Restare disponibili al mondo esterno.
10. Non cercare nell’altro quello che non si è avuto dal padre o dalla madre.
L’abc per capire se ti ama
• Ti contatta spesso e si rende disponibile appena può?

• Si ricorda dei tuoi desideri o delle tue esigenze?
• Tiene presente i tuoi interessi e ogni tanto ti fa un regalo,
magari modesto ma sincero?
• Il suo viso tradisce emozione ad ogni contatto fisico?
• È contrariato/a quando tu sei distratto/a nei suoi confronti?
• Ti fa partecipare ai suoi problemi?
• È curioso su ciò che ti riguarda?
• Sa conservare un tuo segreto?
• Sa mantenere una promessa che ti ha fatto?
• Ti difende da chi ti critica?
I sette miti capitali
1. Immutabilità, l’idea cioè che l’amore debba restare sempre uguale a se stesso e che se cambia ciò dipende da un calo d’intensità. Fingendo che nulla sia cambiato i due partner smettono di confrontare i propri sentimenti e piombano nella finzione e nella solitudine.
2. Sincerità, è l’idea che ci si debba dire assolutamente tutto. Nessuno dice mai davvero tutto. Inoltre bisogna cercare di sorprendere il partner nei momenti di crisi. La sincerità può anche ferire, deludere, schiacciare.
3. Identicità, cioè l’idea che la coppia è sana se ha tutto in comune: gusti, idee, abitudini. L’autonomia, la differenza è vista come un tradimento. In realtà bisogna essere “persone”, prima che marito e moglie.
4. Completamento, cioè l’idea di dover trovare nel partner ciò che ci manca, invece di dover far la fatica di cambiare. Si sceglie il partner non per quello che è, ma per quel pezzo di sé che deve ricomporre la nostra personalità.
5. Possessività, cioè l’aver la pretesa o il diritto di possedere l’altro. Ci si appartiene per libera scelta. È sbagliato anche il fatto che uno senta di doversi sacrificare ad ogni costo per il bene dell’altro.
6. Sesso salvatutto, cioè l’illusione che col sesso si possano risolvere i problemi affettivi.

7. Esclusività, cioè la gelosia morbosa, la paura che, se uno fa qualcosa di autonomo, l’altro si senta tradito, abbandonato.
Che cos’è l’intimità?
Normalmente la s’intende riferita a questioni sessuali (“rapporti intimi”), ma è sbagliato. Nella coppia, la vera intimità viene raggiunta solo dopo molto tempo, a prescindere, in un certo senso, dalla sessualità, anche se questa può contribuirvi. Occorre una certa intensità affettiva.
L’attività sessuale può anche mancare per un certo tempo, ma l’intimità resta. Infatti, intimità significa svelare il proprio mondo interiore, nella speranza e anzi convinzione d’essere capiti, e nella speranza, anzi convinzione, che anche l’altro sappia fare altrettanto.
Per raggiungerla non occorrono fiumi di parole, né solo un rapporto di gesti, sguardi, atteggiamenti. Occorre disponibilità a comunicare se stessi e ad essere ascoltati. Si può essere estranei anche dopo 50 anni di matrimonio e intimi dopo pochi mesi, se c’è reciproca volontà.
Che cos’è la gelosia?
Normalmente diciamo che è la paura di perdere la persona amata. In realtà è anche la paura di non essere più considerati dal partner come unici e irripetibili. Quindi è paura di perdere se stessi.
La gelosia è una malattia quando è vissuta come una continua tensione, un perenne stato d’allarme.
Prova gelosia chi non è sicuro di se stesso o chi ama solo se stesso, chi ha perduto durante l’adolescenza i legami con persone e luoghi che gli davano sicurezza.
Prova gelosia chi ha poco da dare e molto da chiedere. Non è raro che addirittura si sia più gelosi dei propri oggetti che non del proprio partner.

Metafisica del sesso
L’essere umano, con i medesimi organi genitali, svolge due funzioni completamente diverse: sessuale e metabolica. La seconda è univoca (nutrizione = assimilazione + deiezione). La prima invece è ambivalente: edonistica (estetica) e riproduttiva (etica, quando viene assunta come scelta consapevole). Di queste ultime due, quella riproduttiva è limitata nel tempo, avendo, nella vita di una persona, un inizio e una fine. Nell’uomo questo periodo è più lungo che nella donna, il che contrasta, statisticamente, col fatto che la donna vive più di un uomo. In pratica le uniche due funzioni a non avere alcun limite di tempo sono quella metabolica e quella edonistica.
Detto così, sembra tutto chiaro ed evidente. Ma è sufficiente porsi delle semplici domande, ed ecco che la matassa s’ingarbuglia in maniera inestricabile. Perché, ad es., delle funzioni piacevoli, come quelle edonistiche, sono strettamente correlate a quelle ripugnanti, come appunto le metaboliche, o a quelle onerose, come quelle riproduttive? Per quale motivo la natura s’è preoccupata di fare una cosa che ha tanto il sapore di un accorgimento psicopedagogico preventivo, quello cioè di ridurre il rischio che un uso eccessivo della libido possa rompere un equilibrio ancestrale, che appare persino di tipo etico? E, anche dando per scontato che di precauzione educativa si tratti, che importanza può avere essa per il mondo animale, dominato dagli istinti? Che senso recondito può avere il fatto di stemperare delle esigenze edonistiche (estetiche) con lo strumento della dissuasione oggettiva (etica)? Come può la natura avere delle astuzie così sofisticate, tipiche dell’essere umano?
Se non esistesse la specie umana, si potrebbe pensare che la suddetta correlazione di funzioni non abbia tanto uno scopo etico, quanto piuttosto uno di tipo tecnico. Infatti, rendendo polivalenti gli organi genitali, la natura ha indubbiamente compiuto un efficace risparmio di risorse, dimostrando già da questo una notevole intelligenza.
Tuttavia se le funzioni degli organi genitali fossero state separate (come si tende a fare oggi con la fecondazione artificiale), probabilmente la riproduzione sarebbe stata avvertita come una necessità inderogabile, poiché sarebbe apparso anomalo il non uso di un organo strutturale alla fisiologia dell’essere umano, preposto a uno scopo preciso. Invece, il fatto che vi sia un certo margine di libertà di scelta nell’uso ambivalente delle funzioni genitali è indicativo dell’esigenza di far convivere pacificamente etica ed estetica, due condizioni esistenziali destinate a integrarsi, in quanto l’una svolge la funzione di alleggerire il peso dell’altra, il cui rigore oggettivo potrebbe risultare poco sopportabile (è noto che l’eccessiva perfezione può diventare meno umana dell’istintiva debolezza).
Ma se è così, vien quasi da pensare che in natura le funzioni etiche ed estetiche siano in un certo senso equivalenti. La moralità, in natura, non sarebbe altro che un equilibrio dinamico di elementi opposti, relativamente autonomi, cioè in grado di agire, di muoversi da soli all’intero di determinati parametri (range). Quindi l’immoralità non sarebbe altro che uno squilibrio a danno di uno dei due elementi. E quando un elemento pretende d’essere indipendente dall’altro, lo squilibrio si manifesta in forme alienanti, persino violente, su di sé e sugli altri.
Ma se l’etica si basa su un presupposto tecnico di equilibrio (in cui l’estetica o il piacere gioca un ruolo significativo), potremmo anche dire il contrario, e cioè che l’equilibrio tecnico si basa su una qualche fondamentale eticità, di cui ignoriamo, al momento, le caratteristiche di fondo. Infatti, quel che più ci risulta incomprensibile è come sia possibile che la tecnica si basi su presupposti etici, quando il significato profondo dell’etica può essere colto (compreso, intuito) soltanto dalla specie umana.
Nel mondo animale l’etica ha basi molto primitive, connesse alla tutela della prole e, al massimo, all’aiuto reciproco tra membri appartenenti alla stessa specie o comunque tra loro non in competizione. Di regola tra gli animali vige la legge del più forte o della gerarchia e della selezione naturale tramite adattamento…
Viceversa, nell’essere umano l’etica non è basata su princìpi evidenti. Cioè il fatto che nella nostra specie esistano dei princìpi etici non sta di per sé a significare ch’essi vengano applicati; anzi, il fatto di doversi dare dei princìpi può anche significare che la pratica, ad un certo punto, ha perduto la propria eticità, rischiando di causare squilibri insopportabili per la convivenza.

One comment

  1. Se prima di fare l’amore una persona, uomo o femmina che sia, dovrebbe pensare a tutte queste cose……
    Ma lasciate perdere, almeno quando siamo a letto lasciateci in santa pace!!!,

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