Sesso in giardini fuori Reggia: due divieti di ritorno a Caserta

Divieto di ritorno nel comune di Caserta per la coppia ripresa nel far sesso nei giardini dinanzi la Reggia. I due, un 34enne di San Nicola la Strada e una 27enne di Casagiove, erano stati già sanzionati con un’ammenda dai 5mila ai 30mila euro per atti osceni in luogo pubblico dai carabinieri della Compagnia di Caserta.

Ora i carabinieri, grazie anche alle telecamere del sistema di video sorveglianza del Comune di Caserta, hanno individuato i due protagonisti del video.

Il Questore di Caserta, Antonio Borrelli, ha disposto il divieto di ritorno nel Comune di Caserta per la durata di un anno nei confronti dei due giovani.

Il rapporto sessuale tra i due fu ripreso con il telefono cellulare da alcune persone presenti e il video è stato poi diffuso su Internet.

Il delitto degli atti osceni e la ‘obscenity law’.
La legislazione dei paesi occidentali conosce comunemente il delitto degli atti osceni (c.p. italiano artt. 527-528-529) o obscenity law (nel mondo giuridico anglosassone). Si tratta di delitti tutt’altro che di recente introduzione, le cui origini sono radicate nella storia e nella cultura occidentale. Tuttavia, l’evoluzione sociale e del costume ha messo spesso in discussione non soltanto le singole applicazioni del concetto di oscenità ma anche il concetto stesso.

La pervasiva influenza dei mass-media ha – insieme ad altri fattori – prodotto la ‘non inaccettabilità’ generale di comportamenti, come il transessualismo, sconosciuti e impensabili fino a pochi decenni fa’. Se prendiamo spunto dalla definizione degli atti osceni dell’art. 529 c.p., ovvero “atti e oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore”, una riflessione sulla soglia del pudore nella società contemporanea è doverosa.

Questa riflessione non ha soltanto una importanza sociologica – sia pure con conseguenze giuridiche – ma può scendere in profondità nei delicati rapporti tra diritto e morale. Infatti, da un lato, nel codice penale italiano gli articoli segnalati sono contenuti nel Titolo IX del libro II, dedicato ai delitti contro ‘la moralità pubblica e il buon costume’, dimostrando l’interesse dello stato a proteggere certi valori anche in mancanza della lesione evidente di interessi individuali.

È difficile negare che la società italiana, il suo regime politico e il suo ordinamento giuridico siano molto mutati dalla emanazione del Codice Rocco nel 1930. Tuttavia, ancora nel 2004 la Corte di Cassazione si richiama al sentimento del pudore dell’uomo normale per presidiare i beni giuridici tutelati dal suddetto Titolo IX, libro II, del codice penale. Si riconosce, però, che il pudore come fenomeno biologico dipende anche – e soprattutto – da
costumi ed esigenze morali.

Dall’altro lato, la obscenity law anglosassone – variegata è l’espressione della giurisprudenza ed approfondita la riflessione della dottrina americana – si muove all’interno del Primo Emendamento che protegge la libertà di culto, parola e stampa. È immediatamente evidente il contrasto di punto di vista con il nostro ordinamento: mentre il Titolo IX del codice penale tutela la moralità pubblica, invece, la obscenity law tutela, innanzitutto, la libertà individuale e, quindi, tende ad una interpretazione riduttiva di ciò che va proibito in quanto osceno. Appare tanto più delicato il giudizio sulle oscenità che è lecito proibire, quanto più si consideri che si tratta di categoria che produce ‘offense’ e non ‘harm’, secondo una plausibile distinzione della dottrina anglosassone.

Le offese al senso del pudore, per usare la terminologia italiana, ricadrebbero nella categoria dell’offense perché si tratta di fatti che producono ‘disturbo, fastidio, imbarazzo, dispiacere, umiliazione, spavento, irritazione, allarme, inquietitudine, ansia, ostruzione
fisica temporanea, disagio, disgusto, vergogna, nausea, ribrezzo’. In alternativa, dovremmo riconsiderare la categoria del harm anche in relazione alle oscenità, ma attraverso la più sfuggente concettualizzazione del ‘danno morale’ (moral harm) – già introdotto – che richiede ampia discussione per essere legittimato nella dottrina anglosassone.

Tuttavia, se questa legittimazione fosse possibile, potremmo riaccostare il dibattito anglosassone a quello italiano, sebbene con uno spostamento di baricentro
dalla moralità pubblica alla libertà individuale. Il concetto di oscenità appare, allora, di particolare interesse per chi voglia riprendere la secolare questione della connessione tra diritto e morale in una chiave di lettura contemporanea.

L’idea di fondo di questo saggio è quella di incrociare la disputa teorica tra diritto e morale con una discussione pragmatica sul modo in cui i due concetti si intrecciano concretamente nelle decisioni giudiziarie che hanno affrontato il tema dell’oscenità soprattutto nei casi di pornografia. Si è già accennato ad una decisione recente della Corte di Cassazione ma è soprattutto nella giurisprudenza della Corte Suprema americana che possiamo ritrovare, nel
momento applicativo, quelle categorie filosofiche e giuridiche cui dobbiamo dedicare attenta disamina.

Come è noto, la centralità del precedente nel common law e, quindi, del ragionamento giuridico per analogia, conferisce alle decisioni giudiziarie un ruolo di creazione del diritto che i giudici di un sistema codificato come il nostro non hanno nella stessa misura e, dunque, nel corso di questo scritto focalizzeremo l’attenzione sul momento applicativo
del diritto per affrontare i concetti già emersi dalla discussione teorica sull’oscenità: ad esempio, offense e danno morale; persona ragionevole e reazioni di disgusto; depravazione dei costumi e paternalismo verso i giovani; tessuto morale della comunità e libertà di espressione.

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