epa06357389 A series of four video stills taken from a live video feed by the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) showing Bosnian Croat Slobodan Praljak, taking an unknown substance at the court in The Hague, The Netherlands, 29 November 2017, during the appeals judgement in the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY), for war crimes committed during the bloody break-up of Yugoslavia. Praljak took the substance after the court ruled the 20-year sentence he received would be upheld, and claimed he took poison. EPA/ICTY HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES
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Slobodan Praljak, ex generale croato si suicida in diretta col veleno


Invece della mitica capsula di cianuro, l’ex generale croato Slobodan Praljak si era procurato una boccetta di vetro marrone piena di veleno. Un metodo più prosaico di quello utilizzato dai gerarchi nazisti a Norimberga, ma altrettanto potente, per passare alla storia come una vittima della giustizia dei vincitori. Se l’è bevuto tutto d’un fiato, intorno alle 11.30 del mattino, alla salute del Tribunale penale intemazionale per i crimini di guerra nella exjugoslavia. Riunita per confermare una condanna del 2013 a vent’anni per la pulizia etnica a Mostar, la Corte dell’Aja si trova improvvisamente catapultata, da quel sorso finale, sul banco degli imputati.

L’ultima parola, prima di stramazzare al suolo, l’ha urlata lui: «Non sono un criminale!». La sentenza che, dopo undici anni di processo, doveva essere definitiva, ora è carta straccia. Ne aveva già scontati due terzi e avrebbe potuto essere liberato già da ieri. Ma in gioco non c’era mica la libertà. C’era l’onore. Per un militare sta sopra ogni altro valore. Anzi, è il valore guerriero per antonomasia.

Lo fu per i samurai giapponesi che si immolavano con il rituale del seppuku. L’ultimo a inscenarlo fu lo scrittore Yukio Mishima, che il 25 novembre 1970 si squarciò il ventre per protestare contro l’umiliazione del Giappone, sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale.

Si può legittimamente dubitare che, suicidandosi, si riscatti il destino di una Patria. Il gesto di Praljak, deceduto nel primo pomeriggio in un ospedale dell’Aja, comunque, un effetto politico lo ha già ottenuto. Il parlamento di Zagabria ha interrotto una sessione e il presidente della Repubblica, Kolinda Grabar-Kitarovic, ha sospeso la visita in corso in Islanda per rientrare con urgenza. Parlando in conferenza stampa, il premier croato, Andrej Plenkovic, giudica l’esito tragico del processo come la dimostrazione della «profonda ingiustizia morale commessa» dal Tribunale penale intemazionale dell’ex Jugoslavia «contro i sei croati di Bosnia e il popolo croato» e ha poi rivolto «le più sentite condoglianze alla famiglia del generale». Per ottenere l’indi

pendenza, gli eredi degli usta- scia hanno versato il sangue. Quel che non volevano perdere era la dignità. Nonostante che nel 2011 le assoluzioni di alcuni generali come Ante Gotovina avessero sollevato dalle responsabilità la Croazia, nel 2013 l’ex presidente Franjo Tudjman era stato giudicato politicamente colpevole e, con il verdetto di ieri, quel giudizio è stato confermato.

Gli altri imputati, riconosciuti colpevoli di 22 capi di imputazione, sono l’ex leader dei croati di Bosnia Jadranko Prlic, ex presidente del Consiglio di difesa croato e successivamente a capo del governo de l’entità auto pròclamata in Bosnia fra il 1992 e il 1994, lTlerzeg-Bosnia, condannato a 25 anni di detenzione. Bruno Stojic.Milivoj Petkovic, Valentin Coric e Berislav Pusic, invece, avevano ricevuto a pene comprese tra i 16 e i 20 anni di reclusione.

Erano stati accusati di aver messo in atto un’operazione di pulizia etnica per espellere i non croati da alcune aree del territorio della repubblica di Bosnia Erzegovina, da annettere poi in una «grande Croazia». Per farlo commisero crimini nei confronti dei musulmani e di altri non-croati che comprendevano omicidi, aggressioni sessuali e stupri, distruzione di proprietà, detenzione e deportazione, recitava l’atto di accusa del tribunale ad hoc dell’Onu che li aveva condannati in primo grado.

Il Tribunale, nell’atto d’accusa, si concentrava sui crimini commessi in otto municipalità, tra cui Mostar, capitale bosniaca, dove «i crimini non vennero commessi da alcuni soldati indisciplinati, ma furono al contrario il risultato di un piano elaborato dagli accusati per allontanare la popolazione musulmana». Fin qui la ricostruzione delle carte giudiziarie. La storia, invece, ricorda che i croati combattevano contro i veterani dell’Afghanistan che proprio in Bosnia Erzegovina avevano dato vita ad Al Qaeda. Fra loro, anche Ayman Al-Zawahiri, il luogotenente di Osama Bin Laden. Slobodan Praljak era un loro nemico.

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