Shock “mucca pazza” muore a Castellammare una donna di 58 anni

Dopo essere trascorso circa un ventennio dall’epidemia riguardante il caso della ” mucca pazza”, che ha allarmato l’intera Italia, torna ancora ad oggi a dare allarmismo. Il caso sospetto di “mucca pazza” è accaduto in Campania, una donna di 58 anni di Castellammare di Stabia, nella provincia di Napoli è morta dopo che i medici le hanno riscontrato il morbo di Creutzfeldt-Jacob. Il calvario della donna era cominciato nel mese di luglio, da quando aveva cominciato ad avvertire alcuni sintomi un po’ particolari, come perdita di memoria di equilibrio e capogiri.

La donna si era recata da diversi specialisti, per capire che cosa stava accadendo, dopo molteplici cure è stata ricoverata all’ospedale di Isernia dove gli è stato diagnosticato il morbo “mucca pazza”, che sarebbe la variante umana della sindrome che affligge la carne bovina. E proprio nell’ospedale molisano che la donna, purtroppo è deceduta, circa una settimana dopo il suo ricovero. Il ministero della salute adesso effettuerà tutte le valutazioni del caso. Purtroppo già alcuni mesi fa, con esattezza lo scorso giugno, ci sono stati alla base di alcuni casi, nuovamente accesi i riflettori sul morbo di Creutzfeldt-Jakob, quando una donna di Pescia settantaseienne, era deceduta in circostanze che avevano lasciato supporre che potesse trattarsi del morbo “mucca pazza”.

Dopo gli esami autoptici effettuati sulla salma sarebbe stato confermato dapprima, dai medici del nosocomio toscano, poi appunto, da quelli dell’ospedale di Bologna, che il decesso della malattia neuro degenerativa, sia dovuto dal morbo della mucca pazza. C’è da aggiungere che si tratta di una malattia molto rara, che purtroppo però in Italia, dall’inizio dell’anno 2017 ha riportato almeno cinque casi di sospetta “mucca pazza” che sono stati segnalati al ministero della salute.

La nuova variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob, la forma umana del morbo della mucca pazza, ha già provocato solo in Gran Bretagna la morte di 99 persone; e ci sono altri 7 malati ancora vivi. Dato il lungo periodo di incubazione, gli scienziati però temono che nei prossimi anni le vittime potrebbero essere migliaia.

La cura di Pruisner, per la quale inizierà prestissimo la sperimentazione sull’uomo, ha già dato
risultati sorprendenti su una ragazza britannica alla quale è stata somministrata in via
compassionevole, nonostante l’assenza di sperimentazione medica sufficiente.
La ricerca degli scienziati californiani è ancora alla fase di sperimentazione in laboratorio, e lo
studio sugli animali si preannuncia piuttosto lungo. I ricercatori hanno condotto in provetta, su cellule infettate dallo scrapie – l’equivalente della mucca pazza negli ovini – test per verificare la capacità di alcuni anticorpi di legarsi a differenti aree del prione allo stato normale.

Alla fine è stato individuato l’anticorpo più potente, chiamato dai ricercatori FabD18: si lega al prione sano e gli impedisce di trasformarsi nel prione killer. “Le cellule trattate con questo anticorpo – spiega Anthony Williamson – diventano inattaccabili dalla proteina killer, e inoltre i prioni impazziti preesistenti vengono eliminati. Cosa che suggerisce che l’anticorpo sia in grado di curare anche l’infezione”.

Il prossimo passo sarò valutare l’efficacia dell’anticorpo negli animali. Per avere risposte sarà però necessario attendere ancora almeno un anno, a causa del lungo periodo di incubazione della malattia. Il principale problema sarà vedere se gli anticorpi riusciranno a superare la difficile barriera sanguecervello che serve per impedire alle sostanze tossiche di entrare nel cervello. Williamson ha detto che spera che le sue ricerche, assieme a quelle di Pruisner, possano servire per una svolta nella possibilità di curare la forma umana della mucca pazza, che al momento è una condanna a morte certa. “Noi possiamo imparare qualcosa dai farmaci per la malaria e la schizofrenia (usati dall’équipe di Pruisner) e loro possono imparare da noi; speriamo che assieme ne nasca qualcosa”.

L’olio di palma della Malesia, la lotta all’obesità e alle malattie cardio-circolatorie, il miglioramento dell’efficienza energetica, possono avere collegamenti con la filiera del sistema agroindustriale e la “mucca pazza”? A prima vista questi argomenti possono sembrare poco attinenti l’uno all’altro. In questo intervento si cercherà di mostrare che non è così. Ma che, anzi, vi sono delle strette e complesse relazioni che concorrono a strutturare il sistema agroindustriale e agroalimentare “globalizzato” moderno.
Qualche anno fa l’epidemia di Encefalite Spongiforme Bovina (Bovine Spon- giform Encephalitis, BSE in inglese), meglio conosciuta come “mucca pazza”, ha portato, in modo assai drammatico, la società a riflettere sulla qualità dei processi produttivi del sistema agroindustriale moderno. Il problema è stato spesso identificato in responsabilità precise: il “cannibalismo bovino”, la mancata adozione di misure di precauzione da parte delle istituzioni (lo scandalo BSE), il cambio delle pratiche di estrazione del grasso ecc. Raramente si è tentata un’analisi più approfondita.
Il sistema agroalimentare (o agroindustriale) moderno è tuttavia caratterizzato da un’alta complessità. Ciò che succede in un settore della società si ripercuote negli altri, sia a livello locale che internazionale. Questo intervento non pretende di offrire un’analisi esaustiva del caso BSE. Intende invece usare il caso BSE per dimostrare che:
1) il sistema agro-alimentare (o agro-industriale) è caratterizzato da un’alta complessità (ciò che succede in un settore della società si ripercuote negli altri, sia a livello locale che internazionale);
2) è necessario un approccio multicriteriale al sistema agro-industriale moderno;
3) è altrettanto necessario un approccio precauzionale che si sviluppi tenendo in conto tale complessità.
Cos’è la BSE
L’Encefalite Spongiforme Bovina (Bovine Spongiform Encephalitis, BSE in inglese), è una malattia degenerativa del tessuto nervoso che fu diagnosticata ufficialmente nei bovini britannici nel 1987. Si sospetta però che il Ministero dell’Agricoltura, Alimentazione e Pesca (MAFF) britannico, ne fosse informato anche prima ma abbia taciuto le informazioni al pubblico (Lacey, 1995; Shaoul, 1996; 1997b). La malattia è caratterizzata da un’incubazione di alcuni anni e da un decorso drammatico che, attraverso la progressiva distruzione del tessuto nervoso spinale e celebrale, porta alla morte degli animali che ne sono colpiti. Attraverso il consumo della carne bovina (del tessuto nervoso in particolare) la BSE si trasmette all’uomo, provocando ancora la degenerazione del tessuto nervoso. Nell’uomo la malattia, ancora di lunga incubazione (anche una decina di anni o più), è nota come morbo di Creutzfeldt-Jakob. Il decorso è altrettanto drammatico e porta alla morte delle persone colpite (Prusiner, 1996; The BsE Inquiry, 2000; Eigen, 2001; Parchi, 2001).
La trasmissibilità della BSE dai bovini all’uomo venne comunicata ufficialmente
dal governo britannico nel 1996 (Shaoul, 1996; 1997b; The BSE Inquiry, 2000).
Gli specialisti ritengono che le cause della BSE siano da attribuire alla presenza di un prione patogeno (una proteina), che si differenzia dal prione normale per una diversa struttura spaziale (nel modo in cui la catena degli amminoacidi si avvolge nello spazio). Tale diversa struttura lo renderebbe patogeno, mettendolo in grado di reagire col tessuto nervoso dell’animale infetto e quindi di distruggerlo a poco a poco (Prusiner, 1996; The BSE Inquiry, 2000; Eigen, 2001; Parchi, 2001). Recentemente Prusiner (uno dei maggiori esperti in materia) ha ipotizzato che vi sia anche un’altra proteina coinvolta nella patologia (Parchi, 2001), anche se la questione non è ancora stata sufficientemente chiarita (Edsker e Wicker, 2004).
Origine e diffusione del contagio
Sull’origine della BSE si sono fatte varie ipotesi; riassumeremo brevemente le più accreditate (Prusiner, 1996; Rhodes, 1997; The bSe Inquiry, 2000; Eigen, 2001; Parchi, 2001; Brown, 2004):
1) BSE come variante della scrapie nei bovini: La scrapie è un’altra malattia degenerativa del tessuto nervoso che colpisce però gli ovini (le pecore). La malattia si sarebbe trasmessa ai bovini a causa dell’uso delle frattaglie e delle ossa di ovini infetti nelle farine per la nutrizione bovina. Va evidenziato come fosse ufficialmente noto, fin dal 1939, che la scrapie fosse una malattia trasmissibile a specie diverse (Royal Society of Chemistry, 1996);
2) mutazione puntuale del prione in un bovino, il prione patogeno si sarebbe quindi propagato ancora attraverso il riciclo dei suoi resti nelle farine animali (ipotesi ritenuta molto improbabile da alcuni autori, p.es. Brown, 2004).
Vi sono tuttavia anche altre ipotesi di maggior complessità. Alcuni autori ipotizzano, ad esempio, che vi siano delle relazioni tra la BSE e l’uso di pesticidi. Essi rilevano una serie di coincidenze tra l’epidemia di BSE in alcune zone della Gran Bretagna, e la precedente infestazione di parassiti che colpì gli ovini nelle stesse zone alcuni anni prima, per debellare la quale si ricorse ad un uso intenso di pesticidi (fosfor- ganici). Dato che le frattaglie degli ovini erano riciclate nelle farine per l’alimentazione bovina, la concentrazione di pesticidi nei bovini sarebbe stata tale da interferire con il normale funzionamento dei prioni, alterandone la struttura. Per un completo resoconto sulle varie ipotesi si veda The BSE Inquiry, (2000). Per l’ipotesi fosforganici si veda il sito del dottor Purdey <http://www.purdeyenvironment.com/i ndex.htm>
Riassumendo: l’insorgenza della BSE si imputa alla modificazione della struttura dei prioni e la trasmissione della malattia sembra essere dovuta all’uso di farine alimentari di derivazione animale (ovini e bovini) nella nutrizione bovina. Si è discusso per qualche tempo se la responsabilità ultima fosse in qualche modo imputabile alle nuove tecniche di produzione dei mangimi che, operando a temperature più basse, non sarebbero più state in grado di distruggere i prioni mutati. Questa tesi è stata però smentita da varie considerazioni (The BSE Inquiry, 2000), che saranno analizzate in seguito.
Oltre le farine: la necessità di un approccio complesso
Spesso, in particolare in Italia, la lettura del caso BSE si ferma qua. Riteniamo che letture semplicistiche di un problema così complesso siano fuorvianti, perché limitano la comprensione della complessa natura del sistema agroalimentare moderno. Il caso BSE offre un’interessante opportunità per esplorare questa complessità, e nelle sezioni seguenti cercheremo di offrire un quadro più ampio dell’industria dell’allevamento e del riciclo.
Il sistema agroalimentare, o agroindustriale, è, da tempo, un sistema molto dinamico e globalizzato. Con l’espansione dei mercati, lo sviluppo tecnologico, l’entrata in gioco di grosse multinazionali, letture locali o a breve scala temporale non sono sufficienti a disegnarne i quadri (a volte, dato il livello di
complessità, non è addirittura possibile stabilire con precisione le adeguate relazioni).
Nelle prossime sezioni analizzeremo la questione BSE come un caso che può aiutarci a comprendere le complesse relazioni che caratterizzano il sistema agro-industriale. Serie ed efficaci politiche di sviluppo in questo campo dovrebbero riservare una speciale attenzione al problema “complessità”.
La BSE, l’industria del riciclo, i solventi e il costo dell’energia
Nei primi anni ‘90, un’ipotesi per spiegare l’epidemia individuava le cause nei cambiamenti dei processi di estrazione del grasso dalle carcasse (“rendering process’’), in particolare la sostituzione dei solventi usati per l’emulsione del grasso, che avrebbe permesso la diffusione del prione nella sua forma patologica (i prioni sono proteine normalmente presenti negli animali), tra i bovini e da questi all’uomo (p.es. Carr, 1996; Brown et al., 2001; Brown, 2004). Carr (1996) ad esempio, sulla rivista Nature scrive che: “… solo i solventi o il riscaldamento estremo possono ridurre Tinfettività…”, (si parla di ridurre non eliminare). Questa ipotesi è stata tuttavia smentita da una serie di esperimenti (The BSE Inquiry, 2000). Brown (2004), pur riconoscendo i risultati sperimentali, tuttavia suggerisce che potrebbe trattarsi di una combinazione di situazioni che come tale non è stata riconosciuta dagli esperimenti specifici su singole situazioni.
Cambio della tecnologia del riciclo Verso la fine degli anni ‘60 per l’estrazione del grasso dalle carcasse, dopo la macellazione, si cominciarono a impiegare i solventi, metodo che divenne presto lo standard per l’estrazione del grasso (Sheoul, 1996; 1997a; 1997b; The BSE Inquiry, 2000; Brown, 2004). Questo metodo risultava molto più efficiente e veloce del precedente, anche se richiedeva un notevole dispendio di energia.
Il processo consisteva nel pompare dei solventi a base di benzene, sintetizzati a partire dal petrolio quindi, nei contenitori delle carcasse previamente riscaldati, così da far dissolvere il grasso nel solvente. Il grasso era, quindi, separato dalla poltiglia riscaldando ulteriormente il tutto, così da estrarre il solvente mediante vaporizzazione (The BSE Inquiry, 2000). Il metodo operava ad una temperatura di 130 °C, alla pressione di tre atmosfere (The BSE Inquiry, 2000). In realtà i controlli da parte delle autorità competenti alla supervisione dei macelli e delle industrie di trasformazione erano quasi inesistenti,
e questo si è protratto fino ai giorni nostri, quindi non vi sono certezze che tali indicazioni fossero seguite dalle industrie di trasformazione (Sheoul, 1998). (Sullo stato di funzionamento dei macelli negli USA si veda, ad esempio, Rifkin, 2001). Alcune fonti assicurano invece che le temperature di esercizio effettive erano spesso inferiori a quelle di esercizio stabilite, per risparmiare sui costi di gestione (Sheoul, 1996; 1997a; 1997b; 1998).
Le ragioni che portarono alla sostituzione dei solventi
L’uso dei solventi combinato con l’alta temperatura fu sospeso verso la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, nell’ambito di politiche agroindustriali volte al taglio dei costi di produzione dell’estrazione del grasso (Sheoul, 1996; 1997a, 1997b). L’abbattimento dei costi di produzione si stava allo stesso tempo praticando negli allevamenti. Qui venivano portati alle estreme conseguenze le pratiche di allevamento intensivo atte a massimizzare la produttività: uso intensivo di ormoni comprati al mercato nero, antibiotici, farine animali ad alto contenuto proteico ecc. (Jailette, 2001).
Le direttive del governo britannico per l’industria dell’estrazione del grasso, lanciate nel 1977 (direttiva citata in Sheoul, 1997a) raccomandavano:
i) di regolare la temperatura per evitare sovrariscaldamento dei materiali animali;
ii) di ridurre i rischi di emissione di cattivi odori;
iii) di adottare nuovi impianti che potessero operare a temperature più basse.
A metà degli anni ’70, il prezzo del petrolio era salito alle stelle (con la sopravvenuta crisi petrolifera mondiale), e in tutti i paesi industriali si attuarono politiche di risparmio energetico in tutti i settori produttivi. Date le caratteristiche dell’industria di estrazione del grasso, sotto il profilo energetico, queste risultavano altamente inefficienti e l’attività risentì quindi fortemente dell’aumento del prezzo del petrolio. I solventi erano basati sul benzene e sintetizzati a partire dal petrolio, alla fine del processo inoltre dovevano essere estratti dalla poltiglia mediante vaporizzazione, altra spesa energetica. L’eliminazione dei solventi e l’abbassamento della temperatura a cui avveniva l’estrazione del grasso erano un’ottima opzione per ridurre le perdite e far fronte alla crisi. Le direttive del governo conservatore in tal senso non erano un’iniziativa completamente autonoma, piuttosto una soluzione nata da un accordo congiunto governo industrie dell’agribusiness britannico, sotto la pressione di queste ultime (Sheoul, 1996; 1997a; 1997b). Tali corporation costituivano, e costituiscono tuttora, una sorta di oligopolio dove poche grandi aziende controllano la quasi totalità del sistema agroalimentare: industrie di trasformazione, distribuzione e vendita (catene di supermercati). Ai produttori quindi non resta che adeguarsi alle politiche produttive dettate di volta in volta dalle grandi corporation (Sheoul, 1996; 1997a; 1997b). Vi sono naturalmente anche altre ragioni quali il rischio di incendi e esplosioni (nelle quali alcune persone persero la vita), e la salvaguardia della salute dei lavoratori (The BSE Inquiry, 2000). Tali ragioni tuttavia rimangono marginali e da sole non avrebbero certo indotto il cambio del sistema produttivo (Sheoul, 1996; 1997a; 1998).
In conclusione possiamo dire che l’eliminazione dei solventi va imputata, innanzitutto, ai tagli dei costi di produzione, e alle politiche volte al risparmio energetico. Ma anche questa è solo una parte della storia. Prima di analizzare il problema da altri punti di vista, desideriamo però vedere se l’uso dei solventi avrebbe potuto impedire il diffondersi della BSE.
L’uso dei solventi avrebbe potuto impedire il diffondersi della BSE?
Alla fine degli anni ‘70, l’estrazione basata sui solventi fu sostituita con metodi basati sul semplice riscaldamento a basse temperature (80 °C) e pressatura. All’adozione di questo procedimento sarebbe da imputare quindi, secondo alcuni autori, la diffusione dei prioni patogeni e la seguente epidemia bovina e la trasmissione all’uomo.
Fino all’inizio degli anni ‘90, l’ipotesi secondo cui i solventi potevano giocare un ruolo nell’eliminazione dei prioni patogeni dai residui animali non era stata testata. Già all’epoca comunque non esisteva alcuna evidenza di metodi capaci di eliminare i prioni patogeni (Lacey, 1995; Taylor et al., 1995; Shaoul, 1997b; 1996; The BSE Inquiry, 2000; The Institute of Food Science & Technology, 2000). Una serie di lavori sperimentali, divenuti di riferimento, di un gruppo di ricerca dell’Unità di Neuropatologia dell’Università di Edimburgo (UK), concluse che il cambio del processo di estrazione non poteva avere alcun effetto specifico nella trasmissione dell’agente prionico (Taylor et al., 1995; The BSE Inquiry, 2000). Infine, nella relazione ufficiale del governo britannico sul caso BSE, “The BSE Inquiry: The Report” (pubblicato nel 2000 e disponibile in internet), dopo la revisione
delle conoscenze in proposito, si afferma che la teoria secondo la quale la BSE è il risultato del cambio del metodo di estrazione del grasso non ha alcuna validità.
Nel rapporto dell’Istituto di Scienza e Tecnologia Alimentare britannico (The Institute of Food Science & Techno- logy, 2000), il comitato scientifico veterinario indica che una procedura a +133 °C, ad una pressione di 3 atmosfere per 20 minuti, è incapace di garantire la rimozione completa dell’agente prionico in materiale ad alta infettività, e che l’unico trattamento chimico che sembra essere efficace è l’uso di ipoclorito di sodio (a una concentrazione di 20.000 parti per milione), per un’ora.
In un altro rapporto ufficiale britannico “The Origin of BSE in the UK” redatto su incarico del Ministero dell’Agricoltura, Pesca e Alimentazione (MAFF) e reso pubblico il 5 luglio 2001, si fa notare che, in molti casi, la sostituzione dei solventi avvenne già all’inizio degli anni ‘70 e che, quindi, se la BSE fosse dovuta alla sostituzione dei solventi, casi di BSE avrebbero dovuto comparire ben prima dei primi riscontrati in realtà (The BSE Inquiry, 2000). Il rapporto conclude che in ogni caso il tasso di diluizione potrebbe essere al massimo solo di 1/10, comunque inadeguato ad inattivare il prione patologico ed a bloccare il diffondersi della BSE.
In conclusione i solventi non avrebbero, comunque, consentito di eliminare i prioni patogeni e bloccare l’epidemia.
Come si innesca l’iperciclo canniba- listico?
Abbiamo visto che il problema energetico fu alla base del cambio di tecnologia di estrazione del grasso. Ma cosa portò ad usare il grasso e i prodotti del riciclo bovino nelle farine animali? E, quindi, come potè la produzione e l’impiego di farine animali (bovine) raggiungere le dimensioni di una vera e propria industria a livello europeo? Per comprendere questa situazione dobbiamo considerare l’effetto sinergico di forze alquanto diverse (come abbiamo premesso il sistema agro-industriale è altamente complesso). Come fu possibile che le vacche diventassero alimento per le vacche stesse, come si finì nell’iperciclo cannibalistico? “Un iperciclo è un legame ciclico fra cicli autoreplicanti’ (Eigen, 1986, p. 206). Un sistema quindi che si stabilizza con dei meccanismi – cicli di retroazione (feedback), mediante i quali i segnali in uscita fanno ritorno al sistema stesso e sono quindi ulteriormente amplificati. Il termine è stato introdotto da Manfred Eigen (Eigen e Schuster, 1979) e forse
in questo caso è usato in maniera forzata rispetto al significato originale. Riteniamo tuttavia che, in qualche modo, questa idea possa essere utile nel rappresentare il complesso evolversi del caso BSE: una serie di sistemi che interagiscono tra loro rinforzandosi a vicenda e amplificandone all’estremo uno in particolare, l’alimentazione bovina.
Quanto segue vuole dare al lettore un’idea delle complesse relazioni che l’industria del riciclo ha con gli altri settori della società, e la storia delle sue relazioni, con il mercato internazionale del grasso, ha con l’allevamento e con la salute pubblica.
Il grasso animale e l’industria del riciclo Che fine fanno i bovini una volta abbattuti? Come sono lavorati e che ne è dei residui? Come funziona l’industria del riciclo insomma? Che importanza riveste il riciclo nel contesto agro-industriale? Queste sono domande cruciali per capire come funziona il sistema. Domande che, tuttavia, pochi si pongono data la lontananza della bistecca, che troviamo nel piatto, dalla mucca che la origina e dal sistema che la produce.
Innanzi tutto va detto che solo poco più della metà di un manzo macellato viene effettivamente usato direttamente come carne per il consumo umano o animale (Rifkin, 2001; Watkins, 2001). Il resto entra nell’industria del riciclo. L’industria del riciclo è di fondamentale importanza per l’industria dell’allevamento. Una vera e propria chiave di volta. I proventi del riciclo forniscono agli allevatori quel margine di guadagno aggiuntivo che permette loro di rimanere sul mercato e in vita. Se il loro reddito dovesse dipendere solo dalla carne venduta ai consumatori l’attività non sarebbe sostenibile (Sheoul, 1996; 1997a). Questo nonostante l’elevato prezzo al consumo della carne in Europa (mercato chiuso all’importazione), e il sistema di sussidi governativi (diretti, es. premi di produzione e indiretti, es. alleggerimento fiscale) volti ad assicurare agli allevatori un reddito socialmente accettabile. Senza tali aiuti l’industria dell’allevamento sia in Gran Bretagna che negli altri paesi della comunità europea (e anche negli USA), risulterebbe economicamente un’impresa disperata. Va fatto notare che lo stesso vale per tutto il comparto agro-alimentare. Come fa notare la Sheoul: il mercato degli alimenti è, come quello dei medicinali, fuori dal mercato! (Sheoul, 1996; 1997a; Grant; 1997; Myers and Kent, 2001; Pye- Smith, 2002 ). E tutto ciò senza contare il costo dell’impatto ambientale che ne deriva (si veda per esempio il lavoro sui costi dell’agricoltura in UK di Pretty, et al., 2000).
Ma a che serve il grasso che si estrae dalle carcasse (il tallow(1))? Questo grasso trova una varietà di impieghi che vanno dagli usi alimentari (per l’uomo e gli animali), ai saponi e alle creme di bellezze, dalle candele, fino ad essere incluso nei copertoni delle auto. Le differenti destinazioni dipendono dallo standard di purezza e di estrazione e questi a loro volta dai prezzi di mercato del grasso (Watkins, 2001). Va ancora fatto notare che il grasso per uso alimentare si estrae ad alte temperature ed è controllato prima di essere immesso sul mercato. Il grasso per usi non alimentari è invece di qualità inferiore e si estrae a temperature più basse. La temperatura di estrazione gioca un ruolo importante sui costi di produzione e quindi sul prezzo finale del prodotto (Watkins, 2001).
Il crollo del mercato del grasso e la BSE
Nel 1976 i grassi provenienti dalle vacche costituivano circa il 12,4% della produzione annuale globale dei grassi e degli oli. Nel 1999 la percentuale scese al 7,7% con una perdita quindi di circa il 40% del mercato (Watkins, 2001). Un mercato, che dobbiamo ricordare, è sempre al limite della sopravvivenza. La drammatica perdita di mercato dei grassi animali a livello globale, iniziata a metà degli anni ‘70, ebbe un impatto enorme sull’industria del grasso animale che, ricordiamo, già soffriva per l’aumento dei costi di produzione.
Le cause di questo crollo del mercato sono molteplici ma agirono in sincronia portando a mutamenti fondamentali nell’industria agroalimentare del grasso.
– L’impiego degli oli provenienti dai paesi tropicali (effetti della globalizzazione)
I grassi animali soffrirono la concorrenza di quelli vegetali come l’olio di soia e di palma (con il quale si fabbrica il sapone liquido), molto più economici perché provenienti dalle piantagioni dei paesi tropicali, per esempio il Brasile per la soia, e il Sud Est asiatico, Malesia e Indonesia in particolare per l’olio di palma e altre sostanze oleose (Gunstone, 2001). In questi paesi, dove il costo della manodopera e della terra é irrisorio, comparato ai paesi sviluppati, le foreste vengono rapidamente convertite in piantagioni di palma, soia, cassava (detta anche manioca, un tubero che rappresenta la base alimentare per i maiali europei e di cui la
Tailandia è il fornitore principale), per fornire sostanze oleose e farine a basso prezzo ai mercati dei paesi sviluppati. Questo, in comune accordo tra multinazionali, attirate dagli alti margini di profitto, governi locali, desiderosi di trasformare velocemente le loro risorse in dollari sonanti e investirli in sviluppo (anche se a volte solo in quello del proprio conto in banca), e agenzie per lo sviluppo, come la Banca Mondiale, e il Fondo Monetario Internazionale, interessate a farsi rimborsare quanto più velocemente possibile, e con i dovuti interessi, i loro prestiti per lo sviluppo.
– La guerra al colesterolo nei paesi sviluppati
Verso la fine degli anni ‘70, le autorità sanitarie dei paesi sviluppati, preoccupate per il progressivo diffondersi di malattie dell’apparato circolatorio, promossero forti campagne di educazione alimentare (la famosa lotta al colesterolo) per indurre la popolazione a modificare le abitudini alimentari; in particolare a limitare l’assunzione di grassi animali (grassi saturi), per sostituirli con gli oli vegetali (grassi insaturi). Dalla metà degli anni ‘80, anche l’industria del fast food ha smesso usare il grasso animale come olio da frittura sostituendolo con i più salutari oli vegetali (che, anche se a volte, comunque, tanto salutari non sono, sono certamente più economici) (Watkins, 2001).
– Richiesta di farine animali negli allevamenti
I mangimi di origine animale erano in uso da tempo, ma erano derivati, principalmente, da scarti ovini. Il grasso bovino, infatti, risultava più remunerativo per altri impieghi: per l’uso alimentare ed industriale (The BSE Inquiry, 2000).
Verso la fine degli anni ‘70 cominciarono ad aumentare le richieste di mangimi ad alto contenuto di proteine e grassi animali da parte produttori e quindi dei mangimifici (Lacey, 1995; Sheoul, 1996; 1997a; 1998; Royal Society of Chemistry, 1996; The BSE Inquiry, 2000 – in particolare il Volume 1, punto 138: http://www.bse.org.uk/report/ volume1/chapte24.htm). Questo sia per il collasso degli stock di pesce marino (p.es. l’Anchoveta peruviana), che costituiva da sempre la base principale delle farine animali, sia per la spinta produttiva impressa al comparto agricolo, con la quale si voleva la massimizzazione della produzione e che richiedeva alimenti a resa sempre maggiore. Una spinta pianificata dalle
politiche agricole comunitarie che si tradusse, da un lato, in un aumento dei sussidi pubblici all’agricoltura e, dall’altro, nel crollo dei prezzi al produttore e nella distruzione delle eccedenze (come “prodotti collaterali” di tale politica produttiva possiamo elencare la contaminazione delle falde idriche da nitrati e pesticidi, l’inquinamento degli alimenti, il dissesto del territorio).
L’uso del grasso animale nelle farine è una maniera efficiente di aumentare le rese di allevamento. Si è visto, infatti, che un aumento di grassi animali dal 2% al 5% nelle farine porta ad una maggiore velocità d’ingrasso e riduzione del tempo di macellazione degli animali (Watkins, 2001). Negli Stati Uniti, ad esempio, dal 1986 al 2000 l’uso di grassi animali nelle farine alimentari é aumentato del 25% (Watkins, 2001).
Crisi di domanda per il grasso, le farine come nuova nicchia di mercato: si innesca “l’iperciclo”
Sul finire degli anni ‘70, l’industria del grasso si trovò quindi di fronte a una drammatica crisi di domanda, mentre costi di gestione aumentavano con l’aumentare del prezzo dell’energia (i lavoratori del settore sono in tutto il mondo sottopagati e costretti a lavorare spesso in condizioni durissime, sia per i ritmi di macellazione – una carcassa ogni due minuti – che per le condizioni dell’ambiente di lavoro, Sheoul, 1998, 1997a, 1996; Rifkin, 2001).
Dagli anni ‘60 si é assistito all’inne- scarsi di un effetto di portata mondiale: gli agricoltori e le industrie agroalimentari lavoravano per aumentare il più possibile la velocità d’ingrasso dei manzi e la produzione di latte delle vacche. Questo si tradusse nella richiesta di alimenti a sempre più elevato potere nutrizionale ed energetico e di sostanze atte ad incrementare l’assimilazione del cibo (p.es. ormoni), ed a prevenire il diffondersi delle malattie negli allevamenti (p.es. antibiotici, che servono anche il punto precedente). Dove trovare alimenti sufficientemente nutritivi per queste nuove esigenze produttive? Le farine animali si rivelarono il nuovo affare per i mangimifici e gli allevatori. Le farine animali non erano una novità, da decenni si usavano le farine di pesce e in minor misura carcasse riciclate. L’uso del grasso, prodotto dall’industria del riciclo, per le farine permise a questa di trovare nuovi sbocchi per il proprio prodotto, che il mercato usuale domandava in misura sempre minore. A questo si aggiungeva che le nuove farine, arricchite di concentrati animali, risultavano molto più nutrienti per i manzi e ne aumentavano la velocità di ingrasso. Le vacche arrivarono cosi ad essere il cibo di se stesse; il sistema produttivo entrò in un circolo vizioso che si autoalimentò fino a “scoppiare”.
Lo scandalo BSE: precauzione e presunzioni
A dire il vero, a qualcuno non era sfuggito che questa situazione avrebbe potuto creare qualche problema. La Royal Commission on Environmental Pollution, già nel 1979 metteva in guardia sui pericoli del processo di riciclo degli animali: “Il problema maggiore di questo processo di riciclo è il rischio di diffondere malattie contagiose negli allevamenti e quindi nelle persone.” (citato in Sheoul, 1997a, traduzione dell’autore). La Royal Society of Che- mistry (1996), dichiara che questo risultato poteva essere previsto, visto quanto era successo negli anni ’40, quando si ebbe una grande epidemia di “scrapie” (la forma di encefalite che colpisce gli ovini) quando si usarono i resti di pecore come alimento per le pecore stesse. In quel caso si scoprì anche che nemmeno la formaldeide era capace di inattivare l’agente della scrapie. Il processo di riciclo degli animali come cibo di sé stessi fu bandito nel 1988 – 89 dopo l’epidemia di BSE nei bovini anche se le evidenze scientifiche per un approccio precauzionale erano disponibili da parecchio tempo. Dagli anni cinquanta, si sapeva che una malattia endemica in una tribù della Papua Nuova Guinea, il kuru (dai tratti simili alla scrapie), si trasmetteva nelle persone, dai morti ai vivi grazie a pratiche cannibalistiche. Pratiche in cui i parenti del defunto ne assimilavano lo spirito e sopratutto le carni. In ambienti dove le proteine sono difficili da trovare il cannibalismo è una pratica piuttosto comune (Harris, 1990). Gajdusek vinse il Nobel per la medicina nel 1976 per aver dimostrato che sia il kuru (da lui stesso descritto) che la malattia di Creutzfeldt-Jakob (nota dal 1921) erano trasmissibili nelle scimmie (Parchi, 2001). In sintesi sia la scrapie, che il kuru, che il morbo di Creutzfeldt- Jakob che la BSE fanno parte delle malattie da prioni che si possono trasmettere da una specie all’altra. Questa caratteristica era conosciuta, da tempo, per le prime tre, ma nonostante la BSE mostrasse caratteristiche identiche, le autorità britanniche per decenni negarono questa possibilità. Studi recenti indicano che le proteine prioni- che bovine e umane hanno strutture molto simili, e questo ne facilita il passaggio da una specie all’altra (Eigen, 2001).
Nonostante queste conoscenze, il MAFF e i suoi esperti si ostinarono per
dieci anni a negare l’evidenza. Nel 1988 il “Comitato Southwood” incaricato dal governo Tory di occuparsi della faccenda, dichiara impossibile che la malattia dei bovini nota come BSE, possa trasmettersi ad altre specie. Si arriva perfino al comico quando nel 1990 il ministro dell’agricoltura John Gummer per calmare gli animi dei cittadini, cerca di far mangiare un hamburger alla figlia di fronte alle televisioni, fuori del parlamento. Per la cronaca, la figlia rifiutò (una di quelle sconcertanti esibizioni attuate anche da alcuni personaggi italiani, ad esempio per reclamizzare la sicurezza degli organismi geneticamente modificati).
Il dogma dell’impossibilità durò fino al marzo 1996 quando il governo annunciò ufficialmente che la BSE è trasmissibile all’uomo (The BSE Inquiry, 2000). Scoppiò lo scandalo BSE. Uno scandalo che bruciò la credibilità sia della classe politica e delle istituzioni ufficiali britanniche, sia di alcuni scien- ziati-tecnici del governo colpevoli di aver coperto gli interessi politici e quelli delle lobby agroindustriali a spese della salute dei cittadini e dei consumatori (Nature, 1996; Sheoul, 1996; 1997a; 1998).
Il riciclo del grasso per le farine animali da un lato, e gli abbattimenti dei costi di produzione (in particolare la temperatura di esercizio degli impianti) dall’altro hanno consentito di mantenere intatti o incrementare i profitti delle industrie. Va fatto notare che le grosse multinazionali agroalimentari controllano direttamente o indirettamente tutte le fasi della produzione: gli allevamenti, i macelli, le industrie di trasformazione e la vendita dei prodotti (Sheoul, 1996; 1997a). Ciò significa che possono ottimizzare a loro vantaggio la filiera produttiva in tutti i suoi reparti. Alcuni autori (p.es. Lacey, 1995; Sheoul, 1996; 1997a; 1997b), sostengono che l’epidemia si diffuse grazie alla politica di deregulation dell’industria alimentare promossa dal governo che incoraggiò il profitto privato a spese della salute pubblica. Il famigerato prione potrebbe essere dunque solo una causa prossima di un disastro annunciato.
Conclusione
In questo intervento si è cercato di porre in evidenza come molti fattori hanno concorso a creare il caso “mucca pazza”. In una società sempre più globalizzata e sempre più complessa è difficile individuare le relazioni che legano settori e paesi, tra loro apparentemente distanti. Adeguate analisi multicriterio sono perciò necessarie al fine di meglio comprendere la struttura
del sistema agroalimentare moderno. Allo stesso tempo è anche necessario intraprendere un lavoro di prevenzione al fine di evitare che tragedie annunciate possano ripetersi.
In quest’ultimo decennio l’agricoltura europea ha vissuto un periodo estremamente critico. Il comparto agricolo e i governi stessi sono stati investiti dal susseguirsi di scandali (BSE, polli alla diossina, uso di ormoni e antibiotici negli allevamenti, truffe alla comunità e ai consumatori), contestazioni pubbliche (contro gli OGM, per la difesa dell’ambiente e della salute) (De Marchi et al., 2001; Jailette, 2001), e da una serie di crisi economiche del settore (anche sotto la competizione di produzioni estere che potendo usufruire o di costi del lavoro molto più bassi o di disponibilità di terra molto più alte sono economicamente più competitive). La portata della crisi pone problemi di credibilità istituzionale, scientifica e di governabilità (De Marchi et al., 2001). La situazione é tale per cui sarebbe auspicabile lavorare per cercare di ridefinire il ruolo dell’agricoltura e del sistema agroindustriale nella società moderna, recuperando al contempo la fiducia tra le parti sociali. L’agricoltura deve quindi ripensare se stessa e rivedere la natura delle relazioni che la legano agli altri attori sociali, all’ambiente e agli ecosistemi, al processo di sviluppo e al futuro della società stessa. Per far ciò sono necessari un nuovo approccio allo studio dei sistemi agroindustriali, che tenga conto della loro complessa natura e nuovi strumenti di analisi che possano operare in maniera multicriteriale alla luce di tale complessità.

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