Spinaci shock, confezioni con erba velenosa in vendita: ecco i numeri dei lotti ritirati dal mercato

Il Ministero della Salute ha divulgato un avviso di richiamo istantaneo da supermercati e negozi per alcuni lotti di confezioni di spinaci prodotti di recente e già sul mercato.

Il richiamo, avvenuto per segnalazione da parte dello stesso produttore, è stato necessario per un pericolo di rischio chimico dopo la constatazione di una possibile presenza di erba infestante velenosa nelle buste. In particolare si tratta di mandragola, che sarebbe finita per sbaglio tra gli spinaci durante la fase di preparazione del prodotto.

Oltre ad annunciare il ritiro dagli scaffali, il Ministero ha avvertito i possibili acquirenti che avessero già comperato il prodotto a non consumarlo perché potenzialmente molto pericoloso . Diversi i lotti di spinaci interessati dal richiamo, tutti  commercializzati in confezioni da 500 grammi e con marchio Buongiorno Freschezza.

In particolare quelli con numero 24110968M2, 24010864M2, 23910773M2 e 24211071M2. I lotti sono denominati Spinacio e prodotti dalla società agricola Ortoverde e distribuiti da Ortofin Srl.

Nei prodotti richiamati è stata riscontrata la presenza di erba infestante velenosa, la Mandragora, un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae. Il prodoto non deve essere consumato.

In tempi antichi, si diceva che questa erba potesse avere proprietà afrodisiache e nel favorire la fecondità, o combattere la sterilità. In particolare si tratta di mandragola, che sarebbe finita per sbaglio tra gli spinacidurante la fase di preparazione del prodotto. Nel dubbio, meglio non rischiare e gettare via tutto.

La Mandragora è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Solanaceae comunemente note come Mandragola che comprende molte specie commestibili ed altre velenose. Queste ultime, come altre piante ed erbe comuni, contiene degli alcaloidi che possono causare agitazione, allucinazioni e, nei casi più gravi, convulsioni e coma.

La forma antropomorfa della radice di Mandragora ha suscitato da sempre fantasie, credenze e superstizioni, tanto che quest’erba era considerata l’ipnotico magico per antonomasia. Di conseguenza, l’etimologia del nome Mandragora, derivando probabilmente dal persiano mardumgia «l’erba dell’uomo», in relazione all’aspetto più conosciuto della radice, rispecchia a pieno tutte le convinzioni e leggende legate a questa pianta.

Presso le culture del bacino del Mediterraneo, la mandragora possiede una lunga tradizione come pianta magica, afrodisiaca, allucinogena e medicinale. Reperti archeologici egiziani del XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) testimoniano già la conoscenza delle proprietà di questa pianta. Nel Papiro di Ebers viene citata per diversi impieghi: assieme al fiore di loto e al papavero da oppio anch’esse piante dotate di proprietà psicoattive era impiegata per fare unguenti capaci di indurre stati ipnotici, estatici e di trance.

Nelle culture greco-latine le testimonianze di Teofrasto raccontano la valenza afrodisiaca della Mandragora, come Mandragorìtis uno degli attributi di Afrodite, dea dell’amore e della sessualità per eccellenza. Gli scritti di Plinio e Dioscoride riportano la proprietà anestetica e nel contempo allucinogena della pianta: mezzo bicchiere del succo del frutto o della radice polverizzata disciolta o semplicemente la stimolazione olfattiva da parte della pianta era un perfetto anestetico chirurgico, prima di amputazioni, mutilazioni o cauterizzazioni.

La pianta, per il suo sviluppo sotterraneo e per le sue proprietà era consacrata ad Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri, capace di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli dei e il regno dei Morti. Il timore nei confronti della dea era tale da richiedere un vero e proprio rituale di estrazione che doveva essere in svolto di notte, in sintonia con il simbolismo della pianta infera, e in presenza di un accompagnatore.

L’estrazione veniva effettuata mediante un cane, in quanto nell’atto dell’estirpazione la pianta avrebbe lanciato un grido di dolore talmente lancinante da uccidere chiunque lo avesse udito. In tal modo il cane, animale consacrato a Ecate, veniva sacrificato in onore della dea stessa. Quindi il raccoglitore, posizionandosi rispetto al vento in modo da non essere investito dall’odore venefico, disegnava con una spada di ferro tre cerchi concentrici intorno alla pianta, i quali dovevano trattenere gli influssi della mandragora al suo interno, così da non disperdersi e recare danno al raccoglitore.

Con la stessa spada scavava intorno alla pianta, scoprendone una minima parte, e vi legava il cane che, per scappare, l’avrebbe estirpata. Quando il cane iniziava a sradicare la pianta, il raccoglitore, ceratosi le orecchie per non udire le urla, si teneva rivolto ad occidente, simbolicamente luogo degli spiriti inferi, affinché questi fossero propizi nella difficile operazione mentre il secondo l’accompagnatore, ballando intorno alla pianta, cantava strofette erotiche.

Nel Medioevo, la Mandragora era una delle piante più rinomate della stregoneria. Fu spesso protagonista in questo periodo nei processi contro le streghe: chi veniva trovato in possesso di radici di Mandragora era condannato in quanto la pianta era considerata uno degli ingredienti principali dei sabba.

Allo stesso tempo era considerata un potente amuleto capace di rendere invulnerabile chi lo portava con sé in battaglia: famoso è il caso di Giovanna d’Arco, accusata di eresia, in cui tra le diverse imputazioni si indicava quella di aver tenuto una radice di mandragora sul seno al fine di essere protetta in combattimento.

Sempre nel Medioevo la mandragora era utilizzata anche come anestetico. L’idea tramandata da Plinio che la pianta agisse come anestetico semplicemente con l’effluvio che emanava suggerì di utilizzarla in una spugna, imbibita del suo succo e poi messa a essiccare. Al momento dell’uso si bagnava la spugna con acqua tiepida per poi applicarla sotto le narici del malato. Con il tempo la spugna fu perfezionata, tanto che fu creata la così detta Spongia somnifera costituita da una normale spugna marina (spugna naturale) e dallestratto fresco di alcune piante medicinali, tra cui la morella (Solanum nigrum L.), il Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.), la cicuta (Conium maculatum L.), lo stramonio (Datura stramonium L.), la lattuga velenosa (Lactuca virosa L.) e la mandragora (Mandragora officinarum L.), insieme ad alcune gocce di oppio (Papaver sumniferum L .).
Con il Rinascimento le virtù della mandragola cominciano ad essere confutate e nella famosa commedia del Machiavelli La Mandragola, non è l’erba a curare la presunta sterilità della protagonista Lucrezia, ma piuttosto l’atto sessuale col suo giovane amante Callimaco che, con astuzia e l’aiuto delle credenze che si celavano dietro la pianta, riuscì a conquistare il suo amore illudendo il marito messer Nicia Calducci.

Con il tempo ed i successivi studi, sono state dimostrate le proprietà sedative della mandragora e soprattutto i poteri allucinogeni, che portano a forme di trance simili alla morte.

Nel complesso la pianta è estremamente tossica, contenendo un complesso alcaloideo ad azione simile a quella dell’atropina, della josciamina e della scopolamina, presente anche nella Belladonna ( Atropa belladonna L. ) e Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L.). Ma ogni veleno, come è risaputo, può essere utilizzato anche come farmaco: se da un lato presa in dosi massicce può provocare tachicardia, pressione alta, nausea, allucinazioni, vomito, diarrea, convulsioni e anche la morte; dall’altro in piccole quantità viene usata nella cura degli spasmi intestinali, come rimedio sedativo nei casi di asma e tosse e moderatamente dosata è ancora utilizzata come preanestetico.

Anche se gli studi scientifici non hanno mai evidenziato particolari proprietà afrodisiache per questa pianta, si ritiene, tuttavia, che probabilmente alcuni degli alcaloidi presenti, come L-giusquiamina e la NOR-giusquiamina, agiscano stimolando i centri del cervello con un blando potere eccitante, provocando un aumento delle pulsazioni cardiache con conseguente elevarsi della pressione arteriosa. La generale eccitazione psicomotoria che ne deriva determina comportamenti disinibiti, che devono aver ispirato la credenza sulle virtù afrodisiache di questa pianta.

Nonostante le evidenze scientifiche, il perdurare delle credenze popolari è tale che ancora fino a qualche decennio fa nelle campagne francesi si riscontrava l’usanza di offrire agli sposi il cosiddetto «vino nuziale», che conteneva un pizzico di polvere di radice di mandragora utile per stimolarne la vita sessuale e la fecondità. La stessa usanza è diffusa anche in Nord Africa dove si tramandano diverse ricette e rituali magico-sessuali in cui compare la Mandragora, da utilizzare prima del coito al fine di far concepire le donne sterili
Infine, si può dire che la mandragora, ancora oggi, rimane comunque una pianta intrigante e affascinante, per il mito scaturito dalla forma e per i suoi poteri, presunti o reali, inquietanti e opposti. Sono numerosi coloro che la cercano e sono disposti a pagare per averla come talismano.

“Numerose sono le allerta notificate a seguito di intossicazioni alimentari. Spesso, all’origine di tali episodi, sono tossine naturali presenti nei prodotti vegetali o che si formano, nel caso di prodotti composti e di conserve di origine vegetale o animale, a causa di processi di produzione e conservazione non corretti.

La presente guida descrive le tossine di origine vegetale, contenute principalmente nelle piante e nei funghi, e quelle di origine animale, che possono essere contenute nei pesci e nei molluschi, evidenziando i potenziali pericoli che il mondo “naturale” possiede e avvalendosi – a corredo – di un’interessante e ricca documentazione fotografica.
Non sempre infatti piante, funghi, alghe ecc. hanno effetti benefici, come si potrebbe pensare collegando i concetti di “naturale” e “innocuo”; possono invece manifestarsi, a seguito del loro consumo effetti tossici e nocivi.
Inoltre, può succedere di confondere una specie di pianta tossica con una commestibile o, ancora più spesso, di consumare un fungo tossico o velenoso fino a costituire un pericolo mortale.

E’ poi da considerare la presenza nel pesce, ma soprattutto nei molluschi, di biotossine allorquando provengono da acque le cui caratteristiche chimiche, microbiologiche e del fitoplancton non sono controllate.

È necessario pertanto informare il consumatore, ma anche gli operatori sanitari, su materie quali botanica, erboristeria, fitoterapia, micologia, ma anche sulla fitotossicologia, micotossicologia e sulle biotossine.

L’opuscolo informativo che avete tra le mani riporta utili consigli per conservare bene gli alimenti, evitando i pericoli correlati alla proliferazione microbica, con particolare riferimento a Salmonella, Listeria monocytogenes e Clostridium botulinum.
Il capitolo concernente la “sicurezza degli alimenti” fornisce un quadro generale della normativa alimentare in materia di igiene e sicurezza e sull’attività di controllo ufficiale sugli alimenti.

L’auspicio è di un’ampia diffusione e lettura della presente guida, anche attraverso i canali delle scuole, delle Aziende Sanitarie locali, delle altre strutture che rendono servizi sanitari ai cittadini, per aumentare la consapevolezza del pubblico su tematiche di grande importanza per la nostra salute.”

L’intossicazione che si verifica per l’ingestione di vegetali come alimento è, il più delle volte, dovuta allo scambio di specie tossiche con quelle commestibili, ad esempio la mandragora per borragine o il colchico per aglio selvatico.
In alcuni casi, però, le intossicazioni sono causate da informazioni diffuse in modo errato dai mass media, per esempio, l’uso dei fiori di ginestra come ingrediente in diverse ricette (frittate…).
Spesso anche i funghi commestibili sono scambiati con quelli velenosi, come il Cantharellus cibarius (il noto gallinaccio o finferlo) con l’Omphalotus olearius (fungo dell’ulivo), oppure la Macrolepiota procera con l’Amanita pantherina e tanti altri.
Ma più pericoloso, in quanto mortale, è lo scambio della Amanita phalloides con i comuni prataioli.
Alcuni microrganismi formano tossine che si accumulano nei tessuti di alcuni pesci e il consumo di questi alimenti, determina la comparsa di intossicazioni, anche severe.
Le tossine più importanti sono le tossine della sindrome sgombroide, la tetrodoxina, la saxitossina e le ciguatossine.
Queste tossine determinano quadri clinici diversi in rapporto al tipo di tossina: le manifestazioni cliniche variano dai disturbi gastrointestinali, alle vertigini, ai deficit sensoriali e motori.
L’intossicazione dovuta al consumo di pesce sia fresco sia conservato sott’olio, come tonno, acciughe, aringhe, è più frequente di quanto si pensi.
Infatti, se il pescato non è adeguatamente refrigerato, può essere contaminato da notevoli quantità d’istamina e, appena ingerito, scatenare una reazione cutanea con rossore molto intenso, nausea, vomito e mal di testa (Sindrome sgombroide).
Anche l’ingestione di prodotti ittici contaminati da biotossine può determinare problemi per la salute, a volte molto pericolosi.
Infatti, i molluschi bivalve (cozze, vongole, ostriche) possono accumulare significative quantità di tossine prodotte da alghe tossiche, che passano all’uomo dopo la loro ingestione.
Anche il consumo di pesce di grossa taglia, per esempio il barracuda, nei paesi tropicali, può portare all’ingestione di una tossina (ciguatossina), accumulata nella carne del pesce.
Questa tossina contamina il barracuda, che si nutre di pesci più piccoli, erbivori, a loro volta infestati da plancton tossico.
Sostanzialmente l’aspetto e il sapore del pescato contaminato non si modifica, perciò l’unico modo per prevenire il pericolo di gravi intossicazioni è consumare solo prodotti ittici controllati e certificati.
Anche la conservazione domestica di verdure e altri alimenti sott’olio può essere pericolosa per la possibile formazione di tossina botulinica che, se ingerita, può causare intossicazioni tanto severe da richiedere ricovero in rianimazione.

TOSSINE VEGETALI
Molte delle tossine di origine naturale sono oggetto di studio sin dai tempi più remoti, ma solo di alcune si conoscono la struttura chimica e il meccanismo d’azione.
Le manifestazioni cliniche causate dall’esposizione a una specie velenosa dipendono dal tipo di tossina contenuto e dalla sua concentrazione, che può variare in modo significativo in rapporto al tipo di habitat, coltivazione, al momento della raccolta e alla parte del vegetale coinvolto.
Le varie specie vegetali contengono diverse sostanze in grado di svolgere un’attività biologica nell’uomo, con effetti benefici (azione terapeutica) o dannosi (azione tossica), dovuti alla caratteristica e alla quantità dei principi attivi presenti.
In caso di esposizione a una pianta velenosa, la valutazione del grado di tossicità e delle relative manifestazioni cliniche è resa difficoltosa sia dalla variabilità del contenuto in principi attivi, che è differente nelle varie parti della pianta, sia dallo stato di maturazione.
Inoltre, l’attività farmacologica della pianta può variare a secondo del grado di assorbimento attraverso il tratto gastroenterico ed essere modificata dal trattamento fisico effettuato dopo la raccolta come la cottura, l’essicazione o la macerazione.
Molte delle informazioni sulle proprietà sia curative, sia tossicologiche delle piante sono aneddotiche e legate a un uso tradizionale; è per questo motivo che le notizie diffuse da riviste, libri o siti internet possono essere discordanti e non corrispondere ai reali effetti clinici conseguenti al loro consumo nell’uomo.
Il medico viene più frequentemente interpellato per ingestioni pediatriche di specie ornamentali, ma le intossicazioni più gravi coinvolgono generalmente gli adulti e sono dovute all’uso di piante selvatiche a scopo alimentare o di automedicazione: le specie officinali sono utilizzate in modo improprio, oppure avviene uno scambio con specie simili, ma velenose, al momento della raccolta.

Si sono rivelate mortali, ad esempio, le ingestioni accidentali di colchico (Colchicum autumnalis) scambiato per aglio ursino (Allium ursinum) e di aconito (Aconitum spp) scambiato per radicchio selvatico (Lactuca alpina o Cicerbita alpina).
Sono molto gravi anche le ingestioni di veratro (Veratrum album) scambiato per genziana (Gentiana lutea), di mandragora (Mandragora officinarum) scambiata per borraggine (Borago officinalis) e di belladonna (Atropa belladonna) scambiata per mirtillo (Vaccinium myrtillus).
Altri tipi di esposizione sono l’uso a scopo voluttuario delle specie ad azione stimolante o allucinogena da parte degli adolescenti e, più raramente, l’uso intenzionale delle specie velenose a scopo abortivo, suicidario o criminale.
Le tossine contenute nelle piante velenose possono svolgere la loro azione lesiva solo nella zona di contatto (specie ad azione locale), oppure, dopo assorbimento dalla via di esposizione, colpire uno o più organi specifici (specie ad azione sistemica) causando delle intossicazioni anche molto gravi e potenzialmente mortali.

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