Caso Cucchi, “Stefano è stato ucciso”: la Procura accusa tre carabinieri

A distanza di otto anni si torna a parlare della morte di Stefano Cucchi, il geometra di 32 anni deceduto lo scorso 22 ottobre del 2009 all’Ospedale Pertini, dopo essere finito in manette per droga. Ecco, a distanza di tanti anni, sembra che la Procura di Roma abbia chiuso la cosiddetta inchiesta bis contestando il reato di omicidio preterintenzionale a tre dei carabinieri che quel 22 ottobre del 2009 arrestarono il giovane Stefano Cucchi. Secondo quanto è emerso da questa inchiesta bis, il giovane geometra venne colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato, con tanto di schiaffi, pugni e calci;è questo quanto sostanzialmente scritto dal Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone ed il sostituto Giovanni Musarò nell’avviso di chiusura indagine, nel quale si legge ancora che le botte provocarono una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale che unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte.

La nuova conclusione delle indagini, notificata ieri mattina, arriva due anni e mezzo dall’invio del nuovo fascicolo di inchiesta e dall’assoluzione in appello per i medici che presero in cura il ragazzo dopo l’arresto.  Dunque, il giovane Cucchi sarebbe morto a causa delle lesioni procurate dai carabinieri e delle complicazioni subentrate durante per il periodo di degenza dello stesso presso l’ospedale Sandro Pertini, dove il geometra non i alimentava correttamente a causa di un trauma subito precedentemente. Nell’inchiesta bis, aperta nel 2014, dunque, risultano indagati i tre carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi e nello specifico si tratterebbe di Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti e tre accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità. I carabinieri, inoltre, risultano accusati di aver affermato il falso in merito a quanto accaduto nella notte tra il 15 ed il 16 del 2009 in occasione dell’arresto di Cucchi. Risultano, invece, indagati ed accusati a vario titolo di falso e calunnia, Tedesco, Vincenzo Nicolardi ed il Maresciallo Roberto Mandorlini.

Cucchi sarebbe stato pestato nei locali della caserma Casilina, dove era stato portato per il fotosegnalamento dopo l’arresto per detenzione e spaccio di stupefacenti e sarebbe morto in seguito alle lesioni provocate da questo pestaggio. Emessa la sentenza, nella giornata di ieri è intervenuto il legale di uno dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, ovvero l’Avvocato Eugenio Pini il quale ha dichiarato: “La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio”. “I carabinieri sono stati accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”, ha scritto su Facebook Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando la notizia.

RICOSTRUZIONE CRONOLOGICA DEGLI EVENTI

Stefano Cucchi viene arrestato dai carabinieri alle 23.30 del 15 ottobre 2009, in zona Appio Claudio a Roma, con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti2 e condotto presso la Stazione Carabinieri Roma Appia. In seguito Cucchi viene accompagnato da un pattuglia presso la casa dei genitori per una perquisizione che ha luogo tra le ore 1.30 e 2.00 del 16 ottobre. La perquisizione domiciliare ha esito negativo e Stefano viene riportato alla caserma della stazione Appia. Cucchi viene poi trasferito alla caserma di Tor Sapienza poiché la stazione Appia è priva di camere di sicurezza e non è operativa “h24”. Verso le 4.30 il carabiniere di guardia chiama l’ambulanza poiché secondo quanto da lui stesso dichiarato, l’arrestato “accusava dei malori alla testa, …aveva freddo e …diceva di soffrire di attacchi di epilessia”. Una volta giunto il personale del 118, Cucchi rifiuta di farsi visitare (rimanendo tutto il tempo sotto le coperte del proprio giaciglio con le spalle rivolte verso il muro) e rifiuta il ricovero in ospedale. La mattina del 16 ottobre Cucchi viene prelevato da una nuova pattuglia (pattuglia mobile di zona Casilina) e trasferito presso il tribunale di Piazzale Clodio per l’udienza di convalida dell’arresto. All’arrivo a Piazzale Clodio, Cucchi viene portato nelle celle ubicate nei sotterranei del tribunale in attesa dell’udienza. L’udienza di convalida ha luogo tra le 12.35 e le 13.15. Cucchi – che dalla registrazione audio manifesta una certa difficoltà nell’eloquio e per questo si scusa con il giudice (“non riesco a parlare bene”) – si dichiara tossicodipendente. Si dichiara inoltre “innocente per quanto riguarda lo spaccio” ma “colpevole per quanto riguarda la detenzione per uso personale” di sostanze stupefacenti. Afferma di essere stato seguito per il suo stato di tossicodipendenza dal Sert di Torpignattara, da Villa Maraini e dalla comunità Ceis. Terminata l’udienza, Cucchi viene ricondotto nelle celle del tribunale dove viene compilato il verbale di consegna dell’arrestato alla Polizia Penitenziaria. Al rientro in cella dopo la convalida, intorno alle 14.00, Cucchi viene visitato dal medico dell’ambulatorio della città giudiziaria di piazzale Clodio. Il certificato rilasciato dal medico, dottor Ferri, recita quanto segue:

“Alle h. 14,05 si assiste all’assunzione di “Rivotril” compresse, 2 mg, una compressa. Riferisce anche di assumere “Gabapentin”. Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alle regioni del rachide e agli arti inferiori, ma rifiuta anche l’ispezione. Evasivamente riferisce caduta per le scale avvenuta ieri”.

Dopo la visita medica, intorno alle h. 15,00, Cucchi, viene portato nell’edificio “A”, (nelle cui prospicenze stazionano i mezzi dell’amministrazione adibiti al trasporto dei detenuti nell’istituto di destinazione) e affidato agli agenti del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, per essere condotto a Regina Coeli. Cucchi, arrivato a Regina Coeli alle h. 15,45, dopo essere passato all’accettazione presso l’Ufficio Matricola giunge all’Ufficio Casellario dove l’agente di turno procede, a sua volta, alla perquisizione e alla presa in carico degli oggetti personali. Cucchi effettua poi la visita medica cui vengono sottoposti i “nuovi giunti” prima di essere avviati in Sezione; senonché il medico che lo visita (Rolando Degli Angioli), alle h. 16,35 stila un certificato che ne dispone la visita ambulatoriale esterna con urgenza. Il dottor Degli Angioli riporta sul certificato quanto segue:

“Roma 16/10/2009, ore 16,35 Nuovi Giunti Urgente art. 17 Ordinamento Penitenziario. Cognome: Cucchi, nome: Stefano, Sezione: Nuovi Giunti. Alla visita Nuovi Giunti il detenuto riferisce ‘caduta accidentale ieri dalle scale’. Presente ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale periorbitaria, algia della deambulazione arti inferiori. Pressione arteriosa: 90/60, frequenza cardiaca: 60 ritmico apiretico. Riferisce senso di nausea ed astenia. Si richiede RX cranio, si richiedono esami RX regione sacrale, non effettuabili nel pomeriggio in Istituto, visita neurologica. Diagnosi: lesioni ecchimotiche di natura da determinare. Indicazioni della sede di ricovero: Pronto Soccorso Ospedale Fatebenefratelli. Mezzo comune: no. Ambulanza: Sì, convenzionata.

Vengono altresì rilevati il peso (52kg) e l’altezza (168 cm) del detenuto. Contrariamente a quanto previsto dalla procedura di routine, Stefano Cucchi è l’unico tra i nuovi giunti di quel giorno a non venire sottoposto alla visita psicologica di ingresso. Il certificato stilato dal dottor Degli Angioli viene lasciato sul tavolo dell’agente Furiglio che intorno alle h. 17,00/17,30 ne prende visione ed allerta l’Ispettore di Sorveglianza (Michele Fiore), competente per la predisposizione della scorta per l’ambulanza; detta scorta si rende disponibile per le h. 18,00 circa, (poiché contemporaneamente c’era stato un altro detenuto da mandare in urgenza al Pronto Soccorso), ma l’ambulanza arriva soltanto alle h. 19,30. Finalmente, alle 19.50 Cucchi parte per il Pronto Soccorso dell’Ospedale Fatebenefratelli, trasportato a bordo dell’ambulanza, dove giunge alle ore 20 del 16 ottobre. All’ospedale viene eseguita una radiografia della colonna che evidenzia una frattura del corpo vertebrale di L3 sull’emisoma sinistro e una frattura della I vertebra coccigea. All’esame obiettivo il paziente presenta dolore acuto alla palpazione a livello della regione sacrale e assenza di deficit neurologici focali. Stefano rifiuta il ricovero e ritorna pertanto a Regina Coeli verso le 23. Alle 23.20 viene annotato sul suo diario clinico: “Rientra dal P.S Fatebenefratelli Isola Tiberina dove rifiuta ricovero. Riferisce morbo celiaco e microcitemia. Rif. TD eroina e cannabinoidi. Saltuariamente cocaina. Riferisce crisi comiziali. Riferisce terapia con Gabapentin e Rivotril”. Il medico di turno, presa visione della documentazione sanitaria del Fatebenefratelli e del rifiuto al ricovero di Cucchi, ne dispone l’immediato trasferimento, a mezzo barella, posto che il detenuto lamenta forti dolori alla schiena, presso il Centro Clinico del penitenziario. Verso le 11 del 17 ottobre il dottor Gianluca Piccirillo, medico di guardia del Centro Clinico di Regina Coeli, viene chiamato dall’infermiera della Sezione, (Griselda Olivares), perché Cucchi lamenta nausea e dolenzia diffusa, brividi di freddo, ma non febbre, e dice di non potersi alzare per il gran dolore.

Il dottore gli chiede come mai ha rifiutato il ricovero la sera prima, ma lui “era come se non volesse parlare”, chiede un antidolorifico, (gli viene poi somministrata una fiala di “Toradol” dal dottor Pitillo, anch’egli in servizio quella mattina); alla fine ammette di aver rifiutato il ricovero perché in Ospedale non si può fumare. Il dottor Piccirillo e il dottor Pitillo, rivalutata congiuntamente la situazione, concordano per tentare nuovamente il ricovero ospedaliero del paziente, ma questa volta previamente accertandosi che egli acconsenta. Stefano viene quindi di nuovo portato in ambulanza all’Ospedale Fatebenefratelli in preda a forti dolori alla schiena. Presso il Pronto Soccorso gli viene applicato un catetere poiché presenta difficoltà ad urinare (al posizionamento del catetere fuoriescono 400 cc di urina limpida) e dopo alcuni iniziali resistenze si convince ad accettare il ricovero anche per l’aggravato persistere del dolore. Poiché il Fatebenefratelli non ha posti disponibili, viene dunque inoltrata la richiesta di ricovero a tutti gli Ospedali di Roma, come da prassi, ma questa volta nessuno ha un posto-letto libero, tranne la Struttura Protetta, (così chiamata perché ospita soltanto detenuti), dell’Ospedale Sandro Pertini, per fare ingresso nella quale manca tuttavia un’autorizzazione dell’Amministrazione Penitenziaria, che tarda a pervenire per la difficoltà di reperire personale negli uffici stante l’ora tarda, (si sono fatte nel frattempo le h. 14), e la giornata di sabato.

Per quanto riguarda gli accertamenti che gli ha fatto il medico di guardia del Fatebenefratelli (dottor Bastianelli), preso atto, per quanto detto dallo stesso paziente, che il dolore è diventato importante, le sue condizioni generali sono per il resto stazionarie, viene eseguito un emocromo, posto in indicazione dall’ortopedico, che registra un decremento dell’emoglobina; le altre analisi mostrano inoltre un lieve aumento dell’azotemia; il paziente non lamenta deficit neurologici. Alle 19 circa del 17 ottobre perviene al Fatebenefratelli l’autorizzazione del competente ufficio dell’Amministrazione Penitenziaria e Cucchi viene trasferito a mezzo ambulanza e scortato dagli agenti di polizia penitenziaria nella Struttura Protetta dell’Ospedale Pertini dove viene preso in carico, alle h. 19,40 circa, unitamente alla documentazione sanitaria rilasciata dal Fatebenefratelli dagli agenti Salvatore Angelo Chessa, e Biagio Carletta che informano sommariamente il detenuto sulle regole della struttura: si può fumare solo dalle h. 13,00 alle h. 22,00; si sta chiusi in stanza come in cella e non c’è il passeggio. Cucchi, essendo “barellato”, in esito alle disposizioni impartite dalla dottoressa Caponetti, alle h. 19,45 viene accompagnato direttamente al piano di degenza dove l’infermiere (Domenico Lo Bianco), procede alla raccolta dei dati da trascrivere sulla cartella infermieristica. Cucchi viene poi sottoposto ad elettrocardiogramma (ECG), che risulta incompleto (mancano le derivazioni precordiali VI e V6): da esso si rileva la presenza di un ritmo atriale basso, o giunzionale, alla frequenza di 46 bpm; intervallo.

I PROCESSI

Per la morte di Stefano Cucchi vengono rinviate a giudizio dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) dello stesso nosocomio. Per gli agenti di polizia viene formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità mentre tutti i medici vengono rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace tranne Rosita Caponetti imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico. Anche per gli infermieri l’addebito è abbandono di persona incapace. Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi e il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), Rosita Caponetti (medico) a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. Il 31 ottobre 2014, a seguito di una sentenza della I Corte d’Assise d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, compresi i medici. Contro tale sentenza hanno depositato ricorso in Corte di Cassazione i familiari di Stefano Cucchi e la Procura generale di Roma. La prima udienza dei giudici della Suprema Corte è stata fissata per il 15 dicembre 2015. Nel gennaio del 2011, con rito abbreviato viene inoltre condannato a due anni di reclusione per falso e abuso d’ufficio, Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti e del trattamento del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (Prap). Marchiandi risultava imputato di falso, favoreggiamento e abuso d’ufficio per aver contribuito a falsificare le reali condizioni di Cucchi per consentire il suo ricovero presso la struttura protetta dell’ospedale Pertini e di aver aiutato gli agenti della polizia penitenziaria a eludere le investigazioni. Il funzionario del Prap viene poi assolto in appello “perché il fatto non sussiste” (aprile 2012). In seguito la Corte di Cassazione ha riconosciuto una serie di vizi in alcuni passaggi della sentenza di assoluzione e ha ordinato un nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma. L’inizio del dibattimento è previsto nel gennaio 2016.

LE CAUSE DELLA MORTE

Nell’affrontare questo capitolo è necessaria una premessa: gli esami chimicotossicologici eseguiti su materiale biologico prelevato dal corpo di Stefano Cucchi hanno evidenziato come le tracce di sostanze stupefacenti rilevate siano risultate “ininfluenti nel determinismo del decesso”: Nei liquidi biologici prelevati dal cadavere di Cucchi Stefano si sono evidenziate debolissime tracce di morfina e monoacetilmorfina (metaboliti dell’eroina n.d.r) nelle urine (rispettivamente 0,023 microgrammi/ml e 0,003 microgrammi/ml) e nella bile (rispettivamente 0,009 microgrammi/ml e 0,008 microgrammi/ml). Presenza di deboli tracce di cocaina e benzoilecgonina nelle urine (rispettivamente 0,025 microgrammi/ml e 0,007 microgrammi/ml) e nella bile (solo cocaina 0,040 microgrammi/ml). Positiva la ricerca di tetraidrocannabinolo acido (THCCOOH) presente nelle urine (0,026 microgrammi/ml) e nella bile (1,35 microgrammi/ml). Nei peli del pube presenza di tracce non quantificabili di tetraidrocannabinolo (THC). Inoltre sono presenti deboli tracce non quantificabili di principi attivi (gabapentin e metaboliti del clonazepam) relativi alla terapia farmacologica sostenuta in sede di ricovero. (…) I quantitativi di morfina, cocaina e di cannabinoidi risultano essere il residuo di assunzioni pregresse, ininfluenti nel determinismo del decesso. (Relazione di consulenza tecnica chimico tossicologica in ordine alla morte di Stefano Cucchi, Chiarito questo primo aspetto, è poi opportuno prendere in considerazione le conclusioni a cui è giunta la perizia medica collegiale disposta dalla Corte d’Assise di primo grado. In estrema sintesi tale perizia afferma che:

1) la morte è stata provocata da una sindrome da inanizione (ossia da privazione di cibo e acqua);  2) il quadro traumatico osservato è compatibile sia con un’aggressione sia con una caduta accidentale;  3) tale quadro traumatico non ha avuto un ruolo causale nel decesso di Stefano Cucchi.) La causa della morte di Stefano Cucchi, per univoco convergere e dei dati anamnestico-clinici e delle risultanze anatomopatologiche, va identificata in una sindrome da inanizione.

UN CASO DI TORTURA ?

E’ possibile affermare che mentre si trovava nelle mani dello Stato, Stefano Cucchi sia stato vittima di tortura o di trattamenti crudeli, inumani e degradanti ? Come è noto in Italia non è stato ancora introdotto il reato di tortura. Per sviluppare il nostro ragionamento, riteniamo perciò corretto utilizzare come riferimento la definizione di tortura che viene dal pilastro principale del diritto internazionale nella lotta contro questa grave forma di coercizione, ossia dalla Convenzione contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite approvata nel 1984 e ratificata dall’Italia nel 1988.: Tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un pubblico ufficiale o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. (Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti della Nazioni Unite, 1984) La tortura viene dunque definita come qualsiasi atto attraverso il quale vengono intenzionalmente inflitti gravi dolori e severe sofferenze (fisiche o mentali), attraverso il coinvolgimento di un pubblico ufficiale e per uno specifico proposito. L’articolo 1 della Convenzione deve essere letto insieme all’articolo 16 che chiede ad ogni Stato Parte di proibire in ogni territorio soggetto alla sua giurisdizione: altri atti costitutivi di pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che non siano atti di tortura quale definita all’articolo 1, qualora siano compiuti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisce a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso a tacito. (Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti della Nazioni Unite, 1984) Da una lettura congiunta dei due articoli, ne consegue che gli atti che non rispondono pienamente alla definizione dell’articolo 1 – in particolare atti privi dell’elemento dell’intenzionalità o non perpetrati per gli specifici propositi sopra menzionati – possono rientrare nella definizione dei trattamenti crudeli o inumani secondo l’articolo 16 della CAT mentre atti rivolti all’umiliazione della vittima costituiscono trattamenti degradanti anche quando non siano stati inflitti gravi dolori (Nowak & McArthur, 2006). A questo proposito nel 2006 il Relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite affermava significativamente che in una situazione di detenzione o di controllo diretto da partdel personale di polizia – in cui la vittima è dunque in una condizione di impotenza – non è applicabile alcun criterio di proporzionalità, essendo in ogni caso proibito il ricorso alla violenza fisica o psicologica da parte dei funzionari pubblici, che in questo contesto si configura sempre come trattamento crudele ed inumano (Nowak & McArthur, 2006). Se nell’utilizzo della forza in una situazione di detenzione vi è il proposito di umiliare il detenuto, si configura inoltre la fattispecie del trattamento o della punizione degradante mentre se l’inflizione intenzionale di dolore e sofferenze severe è mossa dagli specifici propositi citati nell’articolo 1, ci troviamo di fronte a un vero e proprio caso di tortura (Nowak & McArthur, 2006).

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