Strage del Rapido 904, giudice va in pensione: processo a Riina tutto da rifare, dopo trent’anni è un assurdo

Il Processo di appello per la strage del rapido 904, che ha come unico imputato Totò Riina dovrà ricominciare da capo è questo quanto comunicato nella mattinata di ieri dal giudice della Corte Fiorentina Salvatore Giardina, il quale ha anche aggiunto che il procedimento sarà rinviato a data da destinarsi, dato il suo imminente pensionamento previsto per il mese di ottobre.

Ciò sembra essere stato disposto in virtù delle recenti modifiche apportate dalla riforma Orlando all’articolo 604 del codice di procedura penale e nello specifico si tratterebbe di alcune modifiche che portano il giudice in caso di appello di un pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento di disporre la riapertura completa dell’istruttoria. In questo caso, dunque, bisognerà risentire tutti i testimoni ascoltati durante il processo di primo grado dove ricordiamo che Totò Riina venne assolto e inoltre bisognerà anche fare ricorso alle 9 testimonianze degli sei boss di cui era prevista l’interrogatorio in aula.

Dunque, il processo ripartirà completamente da zero e per chi non avesse ancora capito si tratta del processo per la strage del rapido 904  che vede Riina unico imputato in qualità di mandante; il 23 dicembre del 1984 un ordigno collocato sul rapido 904 Napoli-Milano veniva fatto esplodere nella galleria di San Benedetto Val di Sambro sull’Appennino tosco emiliano, provocando la morte di 16 persone e il ferimento di altre 267. Il 14 aprile 2015 in primo grado Totò Riina venne assolto, ma la Procura della Repubblica e l’Avvocatura dello Stato avevano presentato ricorso sostenute anche dalla Regione Toscana.

Oggi il Ministero della Giustizia dichiara che la necessità di rinnovare il dibattimento in caso di appello del pm contro una sentenza fondata su prove testimoniali, discende da una consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ampiamente recepita dalla Corte di Cassazione, già prima della modifica legislativa dello scorso luglio che ha semplicemente adeguato la formulazione della norma. Ricordiamo che già diverse testimonianze tra le quali quelle di Giovanni Brusca, indicavano Totò Riina come l’unico mandante della strage.

“C’è grande sconforto tra i familiari delle vittime della strage. Invitiamo la presidente della Corte d’Appello a fissare la nuova udienza in tempi rapidi. A più di trent’anni di distanza dalla strage siamo ancora senza una verità accertata da un tribunale”, è questo quanto commentato dall’avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile. Intervenuta anche Rosaria Manzo presidente dell’associazione delle vittime, la quale ha parlato di una vera e propria doccia fredda visto che tutti erano convinti di chiudere questa pagina dolorosa per loro e per tutta Italia. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha chiesto secondo quanto si apprende, una dettagliata relazione sul rinvio del procedimento già previsto sul calendario di udienza relativa al processo sulla strage del rapido 904.

È difficile non farsi cadere le braccia quando un colossale fallimento della giustizia non sai più neppure a chi addebitarlo, se non genericamente a un “sistema” che ogni tanto fallisce e basta, e questo, all’apparenza, grazie a una gigantesca e apparente opera collettiva. La notizia parrebbe assurda, ma alla luce di un processo indiziario tutto luci ed ombre (più ombre, sinceramente) ci sta tutta: il processo per la strage del rapido 904, datata 1984, dovrà ricominciare da capo – dopo 33 anni – per due ragioni che purtroppo non fanno una piega: una è che il presidente della corte andrà in pensione (tra un mesetto) e l’altra è che oltretutto è entrata in vigore la riforma della giustizia targata Orlando, e quindi, secondo i suoi dettami, tutto dovrà ricominciare da capo.

Aggiungiamo che l’unico imputato si chiamava Totò Riina il quale seguiva le udienze in barella e in videoconferenza dal carcere di Parma, e ora si è in attesa – con rispetto parlando – che passi a miglior vita e renda il nuovo processo ancora più assurdo. Già, perché rifare il processo significa risentire tutti i testimoni ascoltati in primo grado (tanti) e tutte le testimonianze aggiuntive di sei boss mafiosi che era stato deciso di interrogare in appello: da immaginarsi lo sforzo, la fatica, le complicanze, i costi. Perche cosa? Non per poco, in teoria: nella strage del 23 dicembre 1984, in una galleria sugli Appennini tra Firenze e Bologna, trovarono la morte 16 persone e 267 rimasero ferite. Totò Riina fu indicato come mandante di una strage che doveva essere una risposta al maxiprocesso siciliano alla mafia, ma che fu appaltata alla camorra per l’esecuzione materiale.

Ora, sbrigativamente, si potrebbe ricordare che in primo grado vi furono delle condanne (compresa quella di Pippo Calò, fedelissimo di Riina) ma che lo stesso Riina fu assolto: da qui il ricorso in Appello della pm Angela Pietroiusti. A parte la questione assurda e simbolica del giudice che va in pensione, le recenti modifiche apportate all’articolo 603 – riforma Orlando – impongono che se il pm ricorre contro una sentenza di proscioglimento si debba riaprire completamente l’istruttoria. Il che ha fatto chiedere all’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, che non si capisce neanche che cosa c’entri: «Quando avremo mai la verità sulle stragi mafiose terroristiche eversive degli anni ’90, se anche i ministri della Giustizia remano contro in tempi che paiono sospetti?». Ma il ministro non c’entra niente, anzi, la riforma paradossalmente è sacrosanta: rifare il processo in caso di appello del pm contro un proscioglimento è una prassi della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e la nostra Cassazione l’aveva fatta propria prima ancora che la riforma prendesse il via: insomma, è tutto normale, ma tutto va male perché il processo d’appello è stato «rinviato a data da destinarsi».
Serve un nuovo collegio che redigerà un nuovo calendario delle udienze. Ora: è possibile che tutte le testimonianze audite in tanti anni siano da buttare via? In teoria si può evitare: basta che le parti siano d’accordo. Ma saranno d’accordo? C’è da dubitarne. «I responsabili non sono stati ancora assicurati alla giustizia. I parenti delle vittime e il popolo italiano non chiedono, come qualcuno ha insinuato, vendetta, ma chiedono giustizia». Parole buone ancora oggi, ma che furono pronunciate dal Capo dello Stato Sandro Pertini nel suo discorso di fine anno 1984. Siamo fermi lì.

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