Strage di Erba, Olindo Romano e Rosa Bazzi forse innocenti? Le nuove prove

Da ieri è ancora più concreta l’ipotesi di una revisione del processo inerente alla strage di Erba, conclusosi in via definitiva il 3 maggio del 2011 con la sentenza della Suprema corte di Cassazione di Roma, che ha riconosciuto come autori del massacro Olindo Romano e Rosa Bazzi, già condannati all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni prima dalla Corte d’Assise di Como e poi dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano.

Ieri la Corte di Cassazione ha infatti dissipato ogni dubbio riguardo al fatto che tocchi alla Corte di appello di Brescia, peraltro tribunale competente per la revisione, raccogliere sia gli elementi scientifici presenti sulla scena del crimine, alcuni esaminati in parte, altri del tutto trascurati, sia gli elementi dichiarativi, anche questi mai considerati; nonché espletare l’incidente probatorio che ha l’obiettivo di cristallizzare l’esito dei nuovi esami scientifici, alcuni dei quali irripetibili.

Erano stati gli avvocati della difesa circa un anno e mezzo fa ad avanzare la richiesta di autorizzazione a compiere l’analisi degli elementi non considerati per raccogliere nuove prove finalizzate alla presentazione dell’istanza di revisione. La Corte di Appello di Brescia, interpellata per prima, riteneva che tale pronuncia spettasse alla Corte di Assise di Como, la quale a sua volta, interpellata, aveva risposto che la decisione circa l’autorizzazione delle nuove analisi fosse di competenza della Corte di Appello di Brescia.

Stufi di questa situazione di stallo, gli avvocati della difesa dei coniugi Romano, Fabio Schembri, Nico D’Ascola e Luisa Bordeaux, hanno impugnato il rigetto con il quale la Corte d’Appello di Brescia aveva dichiarato inammissibile l’istanza presentata dalla difesa in quanto spettava a Como autorizzare l’incidente probatorio.

Finalmente è intervenuta la Corte di Cassazione che, annullando il provvedimento di Brescia, ha indicato quest’ultima come Corte di Appello competente ad autorizzare l’incidente probatorio.

Si tratta di una decisione vincolante: la Corte di Appello di Brescia non potrà esimersi dal procedere. «Sono molto felice perché, dopo tanti anni di duro lavoro, finalmente ci vediamo riconosciuto a pieno titolo un nostro diritto», ha dichiarato l’avvocato Schembri, che certamente non ha dimenticato il clima di ostilità nel quale è stato costretto ad operare insieme ai suoi colleghi durante tutto il processo, quando, per il solo fatto di essere gli avvocati dei coniugi Romano, i difensori venivano indicati quasi come complici di
crimini efferati, amici dei mostri.

Un clima che sicuramente ha impedito di osservare con la lucidità indispensabile in questi casi la realtà oggettiva dei fatti, portando all’esclusione di importanti elementi che, qualora fossero stati adeguatamente esaminati, avrebbero potuto raccontarci quella terribile storia in un modo del tutto diverso. È vero, tanto tempo è stato perso. Ma non è ancora troppo tardi.

Strage di Erba, l’agghiacciante racconto di Rosa Bazzi

Era stato tutto pianificato o meglio, come si dice in termini giudiziari, premeditato. Olindo Romano e Rosa Bazzi non avevano lasciato nulla al caso e forse, se non fosse stato per il ritrovamento delle tracce ematiche della donna, ci sarebbero voluti mesi per scoprire gli autori della loro aberrante azione. Ora parlano, come un fiume in piena. Anzi. è solo Rosa Bazzi a spiegare ai magistrati cosa avenne quella sera dell’undici dicembre tra le mura della cascina ristrutturata di Erba. Un racconto che lascia tutti a bocca aperta, disgusta.

Quella donna minuta che prende per la testa il piccolo Youssef e gli taglia la gola. Scene da film dell’orrore. Dal carcere di Como, dove sono in isolamento (e probabilmente ci resteranno per sempre, visto che gli altri detenuti urlano vendetta), raccontano quelle ore, quell’odio covato per tanto tempo (perché «facevano chiasso»), che ha spinto la coppia Romano a massacrare Raffaella Castagna e altre tre persone. «Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Abbiamo raggiunto il posto in silenzio, approfittando del fatto che il marito di Raffaella era all’estero – racconta ai magistrati Rosa Bazzi.

Era meglio presentarsi davanti alla loro porta in questa maniera, perché se citofonavamo non ci avrebbero aperti. Io avevo con me un coltello (probabilmente un taglia patate), Olindo un coltello e un martello». Hanno seguito i movimenti di Raffaella per giorni. La giovane madre arrivava ad Erba alle 19.40. In casa ad aspettarla c’era la madre Paola Galli. «Indossavamo i guanti per non lasciare impronte – continua nel verbale Rosa.

Io avevo ai piedi delle pantofole di stoffa e un vestito vecchio, Olindo una maglietta e dei pantaloni. Roba che non ci serviva più e che potevamo buttare via. Siamo saliti fino al primo piano, poi abbiamo suonato al campanello». Apre la porta Raffaella Castagna, convinta che a suonare fosse l’amica Valeria Cherubini (che abitava al secondo piano). Invece, appena la porta si apre, Olindo colpisce la Castagna al volto con il martelletto, poi la moglie affonda il coltello per dodici volte nel corpo della giovane.

Alla fine un fendente alla gola. Paola Galli ha sentito i rumori e corre nella stanza. Anche lei finisce sotto le lame dei due coniugi assassini. Ma le urla della Galli hanno attirato l’attenzione anche di Valeria Cherubini e del marito Mario Frigerio. I due corrono al piano inferiore. Anche Valeria cade sotto i colpi di Olindo e Rosa. Le tagliano la gola. Poi tocca a Mario. Ma stavolta la lama del netturbino finisce contro un osso del collo della vittima. I due assassini credono di averlo ammazzato.

Invece Frigerio è gravemente ferito: dopo due settimane di coma, riesce a dare una sorta di identikit che aiuterà non poco gli investigatori. Nel piano della Bazzi e del Romano c’è l’idea di far sparire i corpi bruciandoli. Ma qualcosa di agghiacciante, come se non bastasse, sta per accadere. «Il bambino, che era seduto sul divano, continuava a piangere, sembrava un matto – aggiunge Rosa Bazzi».La donna decide che anche il piccolo deve morire.

Così lo prende per i capelli, lo solleva e gli recide la gola. Poi trascinano i corpi straziati dalle coltellate, uno sopra l’altro. Prendono giornali, carta, materassi e con un accendino danno fuoco a tutto. Ora è tempo di cercarsi un alibi e nascondere le armi, fare sparire ogni indizio che porterebbe a loro. Buttano i vestiti inzuppati di sangue, le scarpe e i guanti. I coltelli e il martello finiscono in una busta, di quelle usate per la spesa, che poi in un secondo tempo verrà abbandonata dentro un cassonetto della nettezza urbana.

Escono dal retro e salgono sulla macchina che avevano nascosto fuori dal cortile, per non fare capire che si trovavano in casa. Raggiungono Como e vanno a cenare in un McDonald’s. Infine mettono in tasca lo scontrino per utilizzarlo come prova della loro assenza al momento del crimine. Tornano a casa, in via Diaz, proprio mentre ci sono vigili del fuoco e carabinieri. Proprio mentre viene scoperto il pluriomicidio, il massacro.Vengono ripresi dalle telecamere mentre scuotono la testa e dicono «Poveretti». Ma nei giorni seguenti alla strage, le cimici ambientali dei carabinieri, registrano le loro parole: «Adesso si che possiamo dormire», «Si sta proprio bene», «Senti che silenzio». Già, il silenzio di una lucida follia assassina.

Gli avvocati di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba (l’11 dicembre 2006 furono uccisi a colpi di coltello e spranga Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini con il suo cane), puntano senza indugi alla revisione del processo: secondo loro ci sono infatti nuovi elementi probatori che metterebbero in discussione la confessione dei due coniugi cha a loro dire sarebbe stata “estorta”.

E’ Libero a riportare le dichiarazioni di Nico D’ Ascola, avvocato della difesa insieme a Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, nonché presidente della Commissione Giustizia del Senato, che parte indicando le prove alla base della condanna di Bazzi e Romano: “Due prove dichiarative, ossia la confessione di Rosa e Olindo e le dichiarazioni di Mario Frigerio, marito di una delle vittime, Valeria Cherubini, salvatosi perché creduto morto dagli assalitori, il quale riconosce inizialmente Olindo e non Rosa, che verrà riconosciuta dallo stesso solo nel corso del dibattimento. E poi la presenza di una traccia ematica sul battitacco della portiera anteriore sinistra della macchina di Olindo”, spiega a Libero.

Poi aggiunge: “È vero che i Romano confessano la loro responsabilità, ma lo fanno sulla base di una ricostruzione dei fatti nella quale l’avvocato Schembri è stato capace di individuare ben 384 contraddizioni rispetto alla realtà dei fatti che risulta da prove oggettive e accertate. Persone semplici, pacifiche, che ogni Natale ci mandano le letterine di auguri simili a quelle dei bambini, con un titolo di studio assurdamente minimo, quasi analfabeti, hanno sempre svolto attività umili, non sono persone dalle quali si possa pretendere la macchinazione, la predisposizione artificiosa di chissà quali difese, perché questo non è nella loro natura, come dimostrano le perizie psichiatriche oltre che tutta la loro vita”. La confessione invece deriva dal “rapporto di succubanza che lega Olindo a Rosa e che rende prioritario l’ obiettivo di continuare a vivere insieme ancorché fossero stati condannati per un crimine non commesso”.

La Corte d’Appello di Brescia dovrà decidere sull’istanza presentata dai legali di Rosa Bazzi e Olindo Romano in merito alla necessità di analizzare nuovi e ulteriori reperti mai presi in esame. Istanza voluta dalla difesa con l’intento di chiedere la revisione del processo che in via definitiva ha condannato i coniugi di Erba all’ergastolo per la strage che costò la vita a quattro persone: Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini. A prendere parola in modo pesante nella vicenda è stata la Corte di Cassazione, che ha annullato il provvedimento d’Appello (che aveva dichiarato «l’istanza inammissibile») rimandando tutto a Brescia. Era stato lo stesso procuratore generale romano a invocare questa via, dopo che si era venuta a creare una vera e propria «situazione di stallo sulla richiesta difensiva».

In pratica i legali di Rosa e Olindo, Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Vincenzo D’Ascola, hanno chiesto di poter analizzare con la formula dell’incidente probatorio sette reperti mai passati in esame all’epoca dei fatti, ovvero un accendino, due giubbotti, un mazzo di chiavi, il telefono di Raffaella Castagna, una macchia di sangue trovata sul terrazzino della casa di via Diaz e «formazioni pilifere»

(peli o capelli) ritrovati sul maglione di Youssef. La difesa ha chiesto anche di cercare tracce di Dna eventualmente presenti sotto le unghie. Nuove indagini di laboratorio che nelle intenzioni della difesa dovrebbero portare alla richiesta di revisione del processo.
C’è soddisfazione nelle parole dei legali dei coniugi: «Tutti reperti mai analizzati in fase di indagine – dice Schembri – Il mazzo di chiavi? Non è mai stato attribuito a nessuno ed era sulla scena del crimine come tutte le altre cose di cui parliamo». «Le motivazioni della sentenza si conosceranno fra trenta giorni – conclude l’avvocato di Olindo – ma si dovrà passare da Brescia e dall’incidente probatorio».

Ricordiamo anche che sulla strage di Erba pende un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che risale al mese di marzo del 2012 e che non è stato ancora preso in considerazione: i legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi hanno presentato un esposto denunciando presunte irregolarità commesse dai giudici di primo, secondo e terzo grado.
La prima sentenza all’er- gastoli per i coniugi di via Diaz risale ormai al 26 novembre 2008, mentre quella definitiva in Cassazione al 3 maggio 2011. La strage di Erba è dell’11 dicembre 2006.

 La strage di Erba: quattro vittime tra cui un bambino di due anni; Rosa e Olindo; processo e sentenza. L’inquietante presenza di Azouz. Su questa scena tragica e feroce si affaccia Carlo Castagna che, pur annientato dal dolore, da subito pronuncia parole di perdono che in seguito ripete più volte. Gli hanno ucciso la moglie Paola, la figlia Raffaella, il nipotino Youssef. Come fa a perdonare? Il suo perdono pare incredibile, incomprensibile, forse disumano. Eppure Carlo non è un superuomo, ma un ‘povero cristiano’ che, di fronte a una ferocia assassina, riesce a mettere in pratica il perdono evangelico. Non è facile perdonismo, è Vangelo vissuto. Non alza l’audience, Carlo Castagna. E così i riflettori sono sempre stati puntati su Rosa e Olindo Romano, i coniugi che l’11 dicembre 2006, nella cittadina di Erba, hanno ucciso, brutalmente, quasi tutta la sua famiglia. I media, all’unanimità, per mesi, anzi per anni hanno scelto che storia raccontare, su chi valesse la pena puntare i binocoli, focalizzare l’attenzione, e così, a tutte le ore, perlopiù non richieste, sono entrate nelle nostre case intercettazioni, indiscrezioni, ricostruzioni, immagini, filmati. Anche il testo delle lettere scambiate, in carcere, tra i due sposi assassini. Lui, Carlo Castagna, marito di Paola, padre di Raffaella, nonno di Youssef, lasciato – e rimasto – silenzioso in disparte, nell’ombra. Che farsene di uno così, dicono quelli che si occupano di palinsesti e dei dati Auditel. A chi vuoi interessi uno che perdona ancor prima di conoscere il nome degli assassini dei suoi cari. Che non dà in escandescenze, che non indice una conferenza stampa per annunciare lo sciopero della fame e della sete, che non si incatena ai cancelli dei tribunali per chiedere non solo giustizia ma vendetta per un gesto così obiettivamente efferato. La moglie, la figlia, il nipotino di due anni, ed anche Valeria Cherubini, la vicina di casa di Raffaella: quattro persone sgozzate quasi in contemporanea, l’appartamento dato a fuoco e lui che fa? Dice vi perdono. Quest’uomo da più di cinque anni vive la sua vita dimenticato dal mondo dei media, che sono così: finché la notizia “tira” le stai addosso, poi cade nel dimenticatoio. Avanti la prossima strage. Fino a mercoledì scorso. Fino a quando, nella trasmissione “Viaggio a…”, Paolo Brosio non è andato a Erba, provincia di Como, a trovarlo, e gli ha chiesto di raccontare la sua storia. Mi capita di rado, ma qualche volta succede. Mercoledì non ho guardato o ascoltato la trasmissione; l’ho seguita. Letteralmente. Mi sono lasciata prendere per mano perché, sin dalle prime parole pronunciate con semplicità da questo marito, e padre, e nonno, ho capito che “si può vivere così”. Anzi, ho capito che, dopo la carneficina nell’appartamento di via Diaz, l’unico modo per continuare a vivere umanamente la vita poteva e può essere solo il suo. In alternativa, la morte. Quest’uomo ha perdonato. Subito: la sera dell’11 dicembre del 2006. E non sono state “parole”, le sue: una formula. Davanti alla morte delle persone più care non si finge, e non ci sono discorsi che tengano. “Il perdono serve a me”, ha raccontato nel corso della trasmissione. Ed ha aggiunto che non si può vivere odiando: sarebbe una tragedia. “Io vivrei di angoscia se passassi le mie ore nel livore, macerato dall’odio. Il perdono invece rende liberi perché è un momento di congiunzione con il Padre”. Dopo ciò che di terribile è accaduto alla sua famiglia, Carlo Castagna ha visto di fronte a sé, come di traverso alla strada, non cercata, la croce. Pareva gli dicesse “se mi accogli ti sorreggo, se mi rifiuti ti schiaccio”, e così l’ha accolta, l’ha abbracciata. Abbraccerebbe – ha detto – anche gli assassini della moglie, della figlia, del nipotino, li avesse davanti a sé. Per loro prega, perché abbiano il cuore libero e non di pietra; perché si convertano, perché il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Stridono e infastidiscono le parole di quest’uomo addolorato eppure sereno, in quest’epoca in cui lo sport nazionale sono i processi televisivi e da bar; in cui per mesi siamo stati sommersi da intercettazioni e la gogna mediatica ha rubato spazi, tempo, azione alla politica e alla cronaca; in cui neanche erano compiute le operazioni di soccorso ai viaggiatori della Costa Concordia e già il mondo, senza indagini, aveva deciso di chi fosse la responsabilità della tragedia. Ha detto bene, davanti alle telecamere, la giornalista Lucia Bellaspiga, che con Carlo Castagna ha scritto Il perdono di Erba: “Tutto oggi si può perdonare, tranne il perdono”. Il perdono, che riusciamo a dare solo se prima l’abbiamo ricevuto, perché è misura alta, ed altra, rispetto a quella umana, pare non avere cittadinanza, a questo mondo. E invece…si può vivere così. Lo raccontano gli occhi lucidi ma sereni di quest’uomo che non esibisce la pace che ha trovato: la vive. Lo raccontano i frutti di questo gesto d’amore gratuito e per molti scandaloso: “Casa Raffaella”, la casa di sua figlia, è diventata una casa della Caritas, ed ospita famiglie in difficoltà, segno che dal male, sempre, può nascere il bene. Eppure queste notizie non fanno notizia: non sono da prima pagina perché non solleticano i nostri istinti più bassi (la curiosità, la rabbia, il gusto del macabro, l’impulso alla vendetta…). Invitano ad un modo “altro” di vivere la vita. Talmente “altro” che è considerato incredibile, incomprensibile. Folle.

Cronologia dei fatti: 11/12/2006 La strage. Muoiono Paola Galli (57 anni), Raffaella Castagna (30 anni), Youssef Marzouk (2 anni e 3 mesi), Valeria Cherubini (55 anni). Carlo Castanga (Erba –Como- 21/4/1944) perdona gli ignoti assassini. 8/1/2007 Olindo Romano (44 anni) e Rosa Bazzi (43 anni) sono fermati e tradotti in carcere. 10/1/ 2007 Olindo e Rosa confessano. Carlo perdona per la seconda volta. 10/10/2007 i Romano ritrattano la confessione e si dicono innocenti. Il pm Massimo Astori la ritiene sono una mossa difensiva. 29/1/2008 prima udienza in Corte d’Assise, inizia il processo contro i 2 imputati. 26/2/2008 Marco Frigerio, unico testimone oculare conferma: “E’ stato Olindo”. 17/11/2008 Il pm Massimo Astori chiede il massimo della pena per “uno dei crimini più atroci della storia d’Italia” e ripercorre tutte le tappe del “viaggio dell’orrore”. Castagna: “Se si pentiranno, sarò pronto ad incontrarli”. 26/11/2008 La Corte d’Assise di Como emette la sentenza di primo grado: ergastolo e 3 anni di isolamento per i Romano. 20/4/ 2010 La Corte d’Assise d’Appello di Milano conferma la medesima condanna. 3/5/ 2011 La Suprema corte di cassazione di Roma riconosce definitivamente come autori della strage i coniugi Olindo Romano (Albaredo per San Marco, 10 febbraio 1962, netturbino) e Angela Rosa Bazzi (Erba, 12 settembre 1963, domestica).

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