Strage di Erba, sì all’esame di nuovi reperti: in aula Olindo e Rosa sperano in una tenda

A perdere la vita quella notte furono Raffaella Castagna, 30 anni, il figlioletto Youssef Marzouk, 2 anni, la mamma di Raffaella, Paola Galli, 57 anni e Valeria Cherubini, vicina di casa, 55 anni. Rimase gravemente ferito Mario Frigerio, marito della Cherubini, che nel processo rappresentò il principale teste d’accusa. Per gli “ermellini” il ricorso era invece fondato. Cercando poi di dare fuoco a tutte le prove. “A causa di una errata lettura della richiesta, la Corte ha creato uno stallo per una artificiosa incompetenza, in luogo di pronunziarsi sulla istanza”. Oggi, se la Corte d’Appello di Brescia deciderà di disporre l’incidente probatorio, il caso potrebbe subire una svolta importante. C’era anche un quinto uomo a terra, ancora vivo. La palla è così tornata a Brescia, che ha disposto l’incidente probatorio.

Per i legali dei coniugi erbesi si tratta di un primo passo verso la possibile istanza di revisione del processo.

Undici anni dopo il massacro di quattro persone a Erba, i responsabili della strage, Olindo Romano e Rosa Bazzi torneranno domani in un’aula di Tribunale. Luca D’Auria, legale di Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime della strage, ha fatto sapere che il suo assistito vuole essere presente in aula, se dovesse proseguire l’udienza per l’incidente probatorio su reperti mai analizzati nella strage.

Strage di Erba, l’agghiacciante racconto di Rosa Bazzi

Era stato tutto pianificato o meglio, come si dice in termini giudiziari, premeditato. Olindo Romano e Rosa Bazzi non avevano lasciato nulla al caso e forse, se non fosse stato per il ritrovamento delle tracce ematiche della donna, ci sarebbero voluti mesi per scoprire gli autori della loro aberrante azione. Ora parlano, come un fiume in piena. Anzi. è solo Rosa Bazzi a spiegare ai magistrati cosa avenne quella sera dell’undici dicembre tra le mura della cascina ristrutturata di Erba. Un racconto che lascia tutti a bocca aperta, disgusta.

Quella donna minuta che prende per la testa il piccolo Youssef e gli taglia la gola. Scene da film dell’orrore. Dal carcere di Como, dove sono in isolamento (e probabilmente ci resteranno per sempre, visto che gli altri detenuti urlano vendetta), raccontano quelle ore, quell’odio covato per tanto tempo (perché «facevano chiasso»), che ha spinto la coppia Romano a massacrare Raffaella Castagna e altre tre persone. «Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Abbiamo raggiunto il posto in silenzio, approfittando del fatto che il marito di Raffaella era all’estero – racconta ai magistrati Rosa Bazzi.

Era meglio presentarsi davanti alla loro porta in questa maniera, perché se citofonavamo non ci avrebbero aperti. Io avevo con me un coltello (probabilmente un taglia patate), Olindo un coltello e un martello». Hanno seguito i movimenti di Raffaella per giorni. La giovane madre arrivava ad Erba alle 19.40. In casa ad aspettarla c’era la madre Paola Galli. «Indossavamo i guanti per non lasciare impronte – continua nel verbale Rosa.

Io avevo ai piedi delle pantofole di stoffa e un vestito vecchio, Olindo una maglietta e dei pantaloni. Roba che non ci serviva più e che potevamo buttare via. Siamo saliti fino al primo piano, poi abbiamo suonato al campanello». Apre la porta Raffaella Castagna, convinta che a suonare fosse l’amica Valeria Cherubini (che abitava al secondo piano). Invece, appena la porta si apre, Olindo colpisce la Castagna al volto con il martelletto, poi la moglie affonda il coltello per dodici volte nel corpo della giovane.

Alla fine un fendente alla gola. Paola Galli ha sentito i rumori e corre nella stanza. Anche lei finisce sotto le lame dei due coniugi assassini. Ma le urla della Galli hanno attirato l’attenzione anche di Valeria Cherubini e del marito Mario Frigerio. I due corrono al piano inferiore. Anche Valeria cade sotto i colpi di Olindo e Rosa. Le tagliano la gola. Poi tocca a Mario. Ma stavolta la lama del netturbino finisce contro un osso del collo della vittima. I due assassini credono di averlo ammazzato.

Invece Frigerio è gravemente ferito: dopo due settimane di coma, riesce a dare una sorta di identikit che aiuterà non poco gli investigatori. Nel piano della Bazzi e del Romano c’è l’idea di far sparire i corpi bruciandoli. Ma qualcosa di agghiacciante, come se non bastasse, sta per accadere. «Il bambino, che era seduto sul divano, continuava a piangere, sembrava un matto – aggiunge Rosa Bazzi».La donna decide che anche il piccolo deve morire.

Così lo prende per i capelli, lo solleva e gli recide la gola. Poi trascinano i corpi straziati dalle coltellate, uno sopra l’altro. Prendono giornali, carta, materassi e con un accendino danno fuoco a tutto. Ora è tempo di cercarsi un alibi e nascondere le armi, fare sparire ogni indizio che porterebbe a loro. Buttano i vestiti inzuppati di sangue, le scarpe e i guanti. I coltelli e il martello finiscono in una busta, di quelle usate per la spesa, che poi in un secondo tempo verrà abbandonata dentro un cassonetto della nettezza urbana.

Escono dal retro e salgono sulla macchina che avevano nascosto fuori dal cortile, per non fare capire che si trovavano in casa. Raggiungono Como e vanno a cenare in un McDonald’s. Infine mettono in tasca lo scontrino per utilizzarlo come prova della loro assenza al momento del crimine. Tornano a casa, in via Diaz, proprio mentre ci sono vigili del fuoco e carabinieri. Proprio mentre viene scoperto il pluriomicidio, il massacro.Vengono ripresi dalle telecamere mentre scuotono la testa e dicono «Poveretti». Ma nei giorni seguenti alla strage, le cimici ambientali dei carabinieri, registrano le loro parole: «Adesso si che possiamo dormire», «Si sta proprio bene», «Senti che silenzio». Già, il silenzio di una lucida follia assassina.

Gli avvocati di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba (l’11 dicembre 2006 furono uccisi a colpi di coltello e spranga Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini con il suo cane), puntano senza indugi alla revisione del processo: secondo loro ci sono infatti nuovi elementi probatori che metterebbero in discussione la confessione dei due coniugi cha a loro dire sarebbe stata “estorta”.

E’ Libero a riportare le dichiarazioni di Nico D’ Ascola, avvocato della difesa insieme a Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, nonché presidente della Commissione Giustizia del Senato, che parte indicando le prove alla base della condanna di Bazzi e Romano: “Due prove dichiarative, ossia la confessione di Rosa e Olindo e le dichiarazioni di Mario Frigerio, marito di una delle vittime, Valeria Cherubini, salvatosi perché creduto morto dagli assalitori, il quale riconosce inizialmente Olindo e non Rosa, che verrà riconosciuta dallo stesso solo nel corso del dibattimento. E poi la presenza di una traccia ematica sul battitacco della portiera anteriore sinistra della macchina di Olindo”, spiega a Libero.

Poi aggiunge: “È vero che i Romano confessano la loro responsabilità, ma lo fanno sulla base di una ricostruzione dei fatti nella quale l’avvocato Schembri è stato capace di individuare ben 384 contraddizioni rispetto alla realtà dei fatti che risulta da prove oggettive e accertate. Persone semplici, pacifiche, che ogni Natale ci mandano le letterine di auguri simili a quelle dei bambini, con un titolo di studio assurdamente minimo, quasi analfabeti, hanno sempre svolto attività umili, non sono persone dalle quali si possa pretendere la macchinazione, la predisposizione artificiosa di chissà quali difese, perché questo non è nella loro natura, come dimostrano le perizie psichiatriche oltre che tutta la loro vita”. La confessione invece deriva dal “rapporto di succubanza che lega Olindo a Rosa e che rende prioritario l’ obiettivo di continuare a vivere insieme ancorché fossero stati condannati per un crimine non commesso”.

La Corte d’Appello di Brescia dovrà decidere sull’istanza presentata dai legali di Rosa Bazzi e Olindo Romano in merito alla necessità di analizzare nuovi e ulteriori reperti mai presi in esame. Istanza voluta dalla difesa con l’intento di chiedere la revisione del processo che in via definitiva ha condannato i coniugi di Erba all’ergastolo per la strage che costò la vita a quattro persone: Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini. A prendere parola in modo pesante nella vicenda è stata la Corte di Cassazione, che ha annullato il provvedimento d’Appello (che aveva dichiarato «l’istanza inammissibile») rimandando tutto a Brescia. Era stato lo stesso procuratore generale romano a invocare questa via, dopo che si era venuta a creare una vera e propria «situazione di stallo sulla richiesta difensiva».

In pratica i legali di Rosa e Olindo, Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Vincenzo D’Ascola, hanno chiesto di poter analizzare con la formula dell’incidente probatorio sette reperti mai passati in esame all’epoca dei fatti, ovvero un accendino, due giubbotti, un mazzo di chiavi, il telefono di Raffaella Castagna, una macchia di sangue trovata sul terrazzino della casa di via Diaz e «formazioni pilifere»

(peli o capelli) ritrovati sul maglione di Youssef. La difesa ha chiesto anche di cercare tracce di Dna eventualmente presenti sotto le unghie. Nuove indagini di laboratorio che nelle intenzioni della difesa dovrebbero portare alla richiesta di revisione del processo.
C’è soddisfazione nelle parole dei legali dei coniugi: «Tutti reperti mai analizzati in fase di indagine – dice Schembri – Il mazzo di chiavi? Non è mai stato attribuito a nessuno ed era sulla scena del crimine come tutte le altre cose di cui parliamo». «Le motivazioni della sentenza si conosceranno fra trenta giorni – conclude l’avvocato di Olindo – ma si dovrà passare da Brescia e dall’incidente probatorio».

Ricordiamo anche che sulla strage di Erba pende un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che risale al mese di marzo del 2012 e che non è stato ancora preso in considerazione: i legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi hanno presentato un esposto denunciando presunte irregolarità commesse dai giudici di primo, secondo e terzo grado.
La prima sentenza all’er- gastoli per i coniugi di via Diaz risale ormai al 26 novembre 2008, mentre quella definitiva in Cassazione al 3 maggio 2011. La strage di Erba è dell’11 dicembre 2006.

 La strage di Erba: quattro vittime tra cui un bambino di due anni; Rosa e Olindo; processo e sentenza. L’inquietante presenza di Azouz. Su questa scena tragica e feroce si affaccia Carlo Castagna che, pur annientato dal dolore, da subito pronuncia parole di perdono che in seguito ripete più volte. Gli hanno ucciso la moglie Paola, la figlia Raffaella, il nipotino Youssef. Come fa a perdonare? Il suo perdono pare incredibile, incomprensibile, forse disumano. Eppure Carlo non è un superuomo, ma un ‘povero cristiano’ che, di fronte a una ferocia assassina, riesce a mettere in pratica il perdono evangelico. Non è facile perdonismo, è Vangelo vissuto. Non alza l’audience, Carlo Castagna. E così i riflettori sono sempre stati puntati su Rosa e Olindo Romano, i coniugi che l’11 dicembre 2006, nella cittadina di Erba, hanno ucciso, brutalmente, quasi tutta la sua famiglia. I media, all’unanimità, per mesi, anzi per anni hanno scelto che storia raccontare, su chi valesse la pena puntare i binocoli, focalizzare l’attenzione, e così, a tutte le ore, perlopiù non richieste, sono entrate nelle nostre case intercettazioni, indiscrezioni, ricostruzioni, immagini, filmati. Anche il testo delle lettere scambiate, in carcere, tra i due sposi assassini. Lui, Carlo Castagna, marito di Paola, padre di Raffaella, nonno di Youssef, lasciato – e rimasto – silenzioso in disparte, nell’ombra. Che farsene di uno così, dicono quelli che si occupano di palinsesti e dei dati Auditel. A chi vuoi interessi uno che perdona ancor prima di conoscere il nome degli assassini dei suoi cari. Che non dà in escandescenze, che non indice una conferenza stampa per annunciare lo sciopero della fame e della sete, che non si incatena ai cancelli dei tribunali per chiedere non solo giustizia ma vendetta per un gesto così obiettivamente efferato. La moglie, la figlia, il nipotino di due anni, ed anche Valeria Cherubini, la vicina di casa di Raffaella: quattro persone sgozzate quasi in contemporanea, l’appartamento dato a fuoco e lui che fa? Dice vi perdono. Quest’uomo da più di cinque anni vive la sua vita dimenticato dal mondo dei media, che sono così: finché la notizia “tira” le stai addosso, poi cade nel dimenticatoio. Avanti la prossima strage. Fino a mercoledì scorso. Fino a quando, nella trasmissione “Viaggio a…”, Paolo Brosio non è andato a Erba, provincia di Como, a trovarlo, e gli ha chiesto di raccontare la sua storia. Mi capita di rado, ma qualche volta succede. Mercoledì non ho guardato o ascoltato la trasmissione; l’ho seguita. Letteralmente. Mi sono lasciata prendere per mano perché, sin dalle prime parole pronunciate con semplicità da questo marito, e padre, e nonno, ho capito che “si può vivere così”. Anzi, ho capito che, dopo la carneficina nell’appartamento di via Diaz, l’unico modo per continuare a vivere umanamente la vita poteva e può essere solo il suo. In alternativa, la morte. Quest’uomo ha perdonato. Subito: la sera dell’11 dicembre del 2006. E non sono state “parole”, le sue: una formula. Davanti alla morte delle persone più care non si finge, e non ci sono discorsi che tengano. “Il perdono serve a me”, ha raccontato nel corso della trasmissione. Ed ha aggiunto che non si può vivere odiando: sarebbe una tragedia. “Io vivrei di angoscia se passassi le mie ore nel livore, macerato dall’odio. Il perdono invece rende liberi perché è un momento di congiunzione con il Padre”. Dopo ciò che di terribile è accaduto alla sua famiglia, Carlo Castagna ha visto di fronte a sé, come di traverso alla strada, non cercata, la croce. Pareva gli dicesse “se mi accogli ti sorreggo, se mi rifiuti ti schiaccio”, e così l’ha accolta, l’ha abbracciata. Abbraccerebbe – ha detto – anche gli assassini della moglie, della figlia, del nipotino, li avesse davanti a sé. Per loro prega, perché abbiano il cuore libero e non di pietra; perché si convertano, perché il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Stridono e infastidiscono le parole di quest’uomo addolorato eppure sereno, in quest’epoca in cui lo sport nazionale sono i processi televisivi e da bar; in cui per mesi siamo stati sommersi da intercettazioni e la gogna mediatica ha rubato spazi, tempo, azione alla politica e alla cronaca; in cui neanche erano compiute le operazioni di soccorso ai viaggiatori della Costa Concordia e già il mondo, senza indagini, aveva deciso di chi fosse la responsabilità della tragedia. Ha detto bene, davanti alle telecamere, la giornalista Lucia Bellaspiga, che con Carlo Castagna ha scritto Il perdono di Erba: “Tutto oggi si può perdonare, tranne il perdono”. Il perdono, che riusciamo a dare solo se prima l’abbiamo ricevuto, perché è misura alta, ed altra, rispetto a quella umana, pare non avere cittadinanza, a questo mondo. E invece…si può vivere così. Lo raccontano gli occhi lucidi ma sereni di quest’uomo che non esibisce la pace che ha trovato: la vive. Lo raccontano i frutti di questo gesto d’amore gratuito e per molti scandaloso: “Casa Raffaella”, la casa di sua figlia, è diventata una casa della Caritas, ed ospita famiglie in difficoltà, segno che dal male, sempre, può nascere il bene. Eppure queste notizie non fanno notizia: non sono da prima pagina perché non solleticano i nostri istinti più bassi (la curiosità, la rabbia, il gusto del macabro, l’impulso alla vendetta…). Invitano ad un modo “altro” di vivere la vita. Talmente “altro” che è considerato incredibile, incomprensibile. Folle.

Cronologia dei fatti: 11/12/2006 La strage. Muoiono Paola Galli (57 anni), Raffaella Castagna (30 anni), Youssef Marzouk (2 anni e 3 mesi), Valeria Cherubini (55 anni). Carlo Castanga (Erba –Como- 21/4/1944) perdona gli ignoti assassini. 8/1/2007 Olindo Romano (44 anni) e Rosa Bazzi (43 anni) sono fermati e tradotti in carcere. 10/1/ 2007 Olindo e Rosa confessano. Carlo perdona per la seconda volta. 10/10/2007 i Romano ritrattano la confessione e si dicono innocenti. Il pm Massimo Astori la ritiene sono una mossa difensiva. 29/1/2008 prima udienza in Corte d’Assise, inizia il processo contro i 2 imputati. 26/2/2008 Marco Frigerio, unico testimone oculare conferma: “E’ stato Olindo”. 17/11/2008 Il pm Massimo Astori chiede il massimo della pena per “uno dei crimini più atroci della storia d’Italia” e ripercorre tutte le tappe del “viaggio dell’orrore”. Castagna: “Se si pentiranno, sarò pronto ad incontrarli”. 26/11/2008 La Corte d’Assise di Como emette la sentenza di primo grado: ergastolo e 3 anni di isolamento per i Romano. 20/4/ 2010 La Corte d’Assise d’Appello di Milano conferma la medesima condanna. 3/5/ 2011 La Suprema corte di cassazione di Roma riconosce definitivamente come autori della strage i coniugi Olindo Romano (Albaredo per San Marco, 10 febbraio 1962, netturbino) e Angela Rosa Bazzi (Erba, 12 settembre 1963, domestica).

Undici anni, tre gradidi giudizio, due ergastoli e l’isolamento in cella. Poi le frasi incise nei verdetti che, ogni volta, hanno avallato le tesi delTaccusa: «Contro i due imputati vi è sovrabbondanza di prove». Questo e anche le parole di un maresciallo. Come dimenticarlo, il carabiniere Luciano Gallorini? La sera del- l’11 dicembre 2006 uscì sconvolto dalla palazzina gialla di via Diaz a Erba (Como), e balbettò: «Se Tinferno esiste davvero, allora deve somigliare a quello che ho visto qui dentro».

Là dentro c’erano quattro persone uccise a colpi di spranga e fendenti, fra loro anche un bambino di due anni con la gola squarciata, abbandonato a braccia spalancate sullo schienale di un divano blu, mentre la casa bruciava. C’era il fuoco, c’era il sangue e c’era un quinto uomo ferito sul pianerottolo; che l’assassino aveva creduto morto. Furono uccisi Raffaella Castagna, il suo bambino Youssef Marzouk, sua madre Paola Galli e una loro vicina di casa, Valeria Cherubini. Il marito di lei, Mario Frigerio (oggi scomparso) si salvò per via di una malformazione alla carotide che scansando la lama lo trasformò in testimone. Eccolo linferno: ecco la strage di Erba che sconvolse l’Italia. Per i giudici la carneficina fu compiuta da Rosa Bazzi (colf a ore) e da suo marito Olindo Romano (spazzino). I vicini di casa delle vittime. Entrambi arrestati, rei confessi prima di ritrattare, ogni volta condannati, ma adesso legittimati a sperare in una revisione del processo. Realistica.
Sono entrati in aula, ieri, davanti alla corte d’Appello di Brescia, portando con sé questo sogno coltivato 11 anni, Rosa e Olindo. «Siamo innocenti», fa in tempo a mormorare lui (smagrito e sbiancato dal tempo) scendendo dal furgone che lo ha tradotto dal carcere di Opera al Tribunale, «se si rifarà il processo», aggiunge, «io e mia moglie dimostreremo che non c’entriamo e che condannarci è stato sbagliato». Rosa tace e fila via dritta come gli anni, che su di lei sembrano non avere lasciato un segno.

I giudici di Brescia accolgono la richiesta del loro difensore, Fabio Schembri, di analizzare con un’incidente probatorio alcuni reperti rimasti sul luogo del delitto e fino a oggi mai esaminati; così come aveva stabilito la Cassazione nel settembre scorso. Un accendino, qualche indumento delle vittime e alcuni peli ritrovati sul luogo della strage. L’ipotesi difensiva è che questi reperti possano rivelare impronte o tracce di persone che non siamo le vittime o i due condannati. Partendo da qui, il caso potrebbe essere riaperto.
«Sulla scena del delitto non furono trovate impronte dei coniugi Romano», sottolinea l’avvocato Schembri, «mentre ne furono trovate di altre persone». E ieri Olindo e Rosa hanno incassato la decisione di eseguire l’esame su quei reperti. Il 16 gennaio i giudici daranno l’incarico a un perito. Mentre il presidente della Corte, Enrico Fischetti, sottoporrà all’esperto una serie di quesiti, fissando anche un termine per il deposito della perizia. Soddisfatta la difesa? «Per ora la Corte ha accolto ciò che avevamo chiesto», commenta l’avvocato «potremo dire di essere soddisfatti soltanto una volta ottenuto il risultato. Ovvio che se sui reperti non ancora analizzati dovessero essere trovate tracce di Dna di persone rimaste finora estranee alle indagini, si aprirebbe un capitolo tutto nuovo», chiude Schembri.

Una eventuale revisione rimetterebbe in gioco i tre pilastri dell’accusa e della definitiva condanna. Primo: la testimonianza di Mario Frigerio, che dopo una iniziale titubanza incolpò Olindo: «È inutile che ridi», sbottò in Assise a Como contro l’imputato chiuso nel gabbione color oro, «sei stato tu, disgraziato!». Secondo: nell’auto di Olindo e Rosa c’erano tracce di sangue delle vittime, erano sulla pedaliera e sul bordo di una portiera. Una contaminazione «nell’andirivieni seguito al fatto», come sostiene la difesa? Terzo: la doppia confessione («estorta», secondo i difensori) e subito ritrattata. Versioni identiche e dettagliate, peraltro coincidenti con i riscontri dei medici legali: il tipo di ferite, la posizione delle stesse sui corpi, il tipo di armi usate. Possibile che inventandosi tutto, gli imputati abbiano «indovinato» l’esatta esecuzione degli omicidi? O può essere loro bastato leggere le cronache (accurate) dei giornali, prima di venire arrestati?
In questa storia nera si inserisce infine Azouz Marzouk, vedovo tunisino di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef: l’uomo (espulso dall’Italia dopo il patteggiamento per spaccio di stupefacenti) vuole chiedere di poter venire in Italia «per ragioni di giustizia». Ed esprimere i suoi dubbi sulla colpevolezza di Rosa e Olindo.

Le giornate di Olindo e Rosa

Potrà sembrare paradossale, almeno per Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli autori dell’efferata strage di Erba, ma nemmeno adesso, dopo la pace conquistata con la cieca violenza e con il coltello, sono riusciti a trovare quella pace, quel silenzio che avevano cercato a tutti i costi, anche al prezzo di quattro vite spezzate, quelle di Raffaella Castagna, della madre Paola Galli, del piccolo Youssef e della vicina di casa Valeria Cherubini Frigerio.

Che cosa ci si può fare, infatti, di pace e tranquillità, quando si passano le giornate in una piccola e stretta cella, delimitata dalle sbarre alla porta e alla finestra, nel carcere del Bassone a Como, dove entrambi sono reclusi?

Chi passa davanti alle loro celle vede Rosa semplicemente impassibile, impegnata tutto il giorno a tenere in ordine la sua, con la coperta ben tesa sul letto, il pavimento che brilla da quanto è tirato a lucido, l’armadietto con la biancheria piegata con cura. Per passare il tempo, poi, legge poco o nulla. Tutt’al più sfoglia le copie di “Famiglia Cristiana”, che il cappellano del carcere le passa settimanalmente. Se l’è presa, poi, per il fatto che la direzione della prigione non le ha concesso di avere un ferro da stiro in cella e, a volte, chiede con meraviglia come mai in televisione non parlano più di loro, di lei e di Olindo. Ogni tanto fischietta, mentre rassetta la sua cella grande tre metri per tre metri, che cerca di tenere sempre con cura, come l’appartamentino che aveva in via Diaz, a Erba.

Ma c’è chi dice anche che fischietti nel vano tentativo di coprire altri rumori, quelli che arrivano dalle celle vicine, da quei detenuti che non le perdonano il fatto di aver sgozzato un bambino di due anni per ritrovare quella tranquillità perduta. Ma lei, a quanto pare, non se ne preoccupa più di tanto. Pensa a mantenere la sua cella linda e pulita. La sua sarebbe una situazione perfetta, da esemplare donna di casa, se non avesse da lamentarsi per un unico motivo, quello che le fanno vedere troppo poco il suo Olindo. E’ preoccupata per lui, non lo nasconde.

«Olindo è dimagrito, è giù, sono in pensiero per lui», continua a ripetere Rosa all’avvocato Pietro Troiano, il loro difensore di fiducia.

Eppure se ripensa alla sera della terrificante carneficina, a quei minuti di urla, sangue, fuoco (come si ricorderà, i due coniugi incendiarono l’appartamento di Raffaella nel tentativo di far sparire le tracce), Rosa si riscopre ogni volta più determinata.

«Dovevo fare quello che ho fatto», ammette con mente lucida e fredda. «Non lo nascondo, in quei momenti avrei ammazzato anche Olindo, se avesse tentato di fermarmi ».

Ecco perché il loro legale, l’avvocato Pietro Troiano, non fa che ripeterlo fin dalla prima volta che li ha incontrati, che è stata proprio lei l’artefice di tutto e che lui ha avuto un ruolo minore.

Lui, il marito, si trova nella cella d’isolamento a fianco, la numero uno. E’ dimagrito di più di dodici chili, si è tagliato i capelli corti, indossa una tuta blu e un paio di scarpe da jogging. Fuma una sigaretta dietro l’altra, legge molto, soprattutto i libri di Oriana Fallaci (uno di questi volumi l’ha restituito alla biblioteca del carcere sottolineato e scarabocchiato nelle parti che parlavano di rabbia e rancore, di episodi di collera verso i bambini), e guarda spesso la televisione. Quando non fa tutto ciò, si lamenta con il suo legale, l’avvocato Pietro Troiano.

«Si parla troppo poco di quello che è successo prima, le provocazioni che io e Rosi abbiamo dovuto subire sono sempre sottovalutate», gli ha fatto presente più volte.

Ogni tanto, gli agenti di polizia penitenziaria gli consegnano la posta. Spesso si tratta di lettere anonime, quasi sempre piene di insulti. Però, gli capita anche di ricevere missive che esprimono comprensione se non addirittura di elogio per quello che ha fatto.

Anche sua moglie Rosa riceve posta. Una di queste lettere è stata intercettata qualche tempo fa da un agente, che ha i compito di leggere tutto ciò che viene indirizzato ai coniugi di Erba. Quando l’ha aperta, però, si è sentito male, perché all’interno della busta c’era una polverina bianca, che hanno subito analizzato in laboratorio. Si trattava di una di quelle sostanze in polvere urticanti che si usano a carnevale per fare gli scherzi. Sulla busta c’era l’indirizzo di una città fuori dalla Lombardia e un nome di donna. I carabinieri di Como hanno controllato, per rendersi conto che si tratta solo di un mittente di fantasia.

Quando Rosa è venuta a sapere di quel fatto, attraverso un servizio trasmesso dal telegiornale, ha continuato a restare impassibile. D’altronde, l’impassibilità è l’unica strategia mentale e comportamentale che si può attuare, quando non si può vedere nessuno, non si può parlare con nessuno, nemmeno con gli agenti di custodia che ventiquattro ore su ventiquattro stanno davanti alla porta sempre chiusa di una cella singola, al piano terra, nel Reparto detenuti protetti, come nel caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi.

«Sono soli. Sono come sepolti vivi. Se la sono andata a cercare», ha spiegato l’avvocato Pietro Troiano. «Sono convinto che dietro al loro gesto ci sia una grave patologia. Speriamo che emerga con una perizia psichiatrica».

Sì, perché solo una perizia psichiatrica potrebbe spiegare, motivare, far comprendere i motivi che hanno spinto la coppia di Erba ad ammazzare quattro persone e quasi ucciderne una quinta in un massacro meditato per mesi, solo per far finire il ticchettio di un paio di tacchi su un pavimento, il pianto di un bambino di appena due anni, la televisione tenuta accesa a volume alto fino a tardi, quei normali rumori che accompagnano una vita normale.

Ecco perché l’avvocato Romano ha dato mandato a tre specialisti di frugare nella mente dei suoi assistiti in vista del processo, durante il quale i giudici dovranno decidere tra la condanna all’ergastolo o una lunghissima reclusione in un Ospedale psichiatrico giudiziario.

Così, Massimo Picozzi e altri due consulenti dell’Ospedale San Raffaele di Milano hanno già potuto incontrare Olindo Romano e Rosa Bazzi. Lo hanno fatto attraverso colloqui approfonditi, lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un compito non facile, nel tentativo di analizzare le loro vite, fin troppo ordinarie e metodiche, lui netturbino, lei domestica a ore, di giorno a lavorare, la sera quasi sempre a casa, le ferie trascorse in camper, una coppia che non ha un amico e pochissimi conoscenti.

Da quegli incontri, fatti in una saletta del carcere del Bassone, gli esperti adesso devono preparare un profilo psicologico e stendere una relazione, con la quale potranno chiedere una perizia psichiatrica ufficiale da cui potrà dipendere il futuro dei coniugi di Erba.

Per il momento, il loro presente è fatto di tanti piccoli gesti quotidiani, con lui che consuma le ore che passano, con la stessa velocità delle sigarette che fuma una dietro l’altra, e con lei che passa il tempo a cercare di mettere un po’ d’ordine nella sua cella che è semplicemente perfetta.

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