Streaming Gratis Juventus – Olympiacos Diretta Live Tv Video cronaca Rojadirecta

La partita di Champions League fra Juventus – Olympiacos inizierà alle ore 20:45, è l’anticipo della Sesta giornata di serie A.  Come Vedere Juventus – Olympiacos Streaming Gratis è possibile per tutti oggi mercoledi 27  Settembre alle ore 20:45 grazie a Mediaset e Sky che trasmetteranno la partita su Sky Super Calcio, Sky Sport 1 e Sky Calcio 1, anche in HD (alta definizione), e su Premium Sport e Premium Sport HD.

Juventus – Olympiacos   Alle ore 20:45  il match tra Juventus – Olympiacos. Si gioca per la Serie A  edizione 2017-18. streaming gratis per gli abbonati con Sky Go e Premium Play, app alle quali possiamo accedere con laptop, computer, smartphone e tablet.

Come possibili alternative dove vedere Juventus – Olympiacos, ci sarebbero, in via non del tutto ufficiale, Video YouTubeFacebook LiveStream e Periscope. Il raccoglitore internet di links online gratuiti Rojadirecta non è più da considerarsi valido, perchè dichiarato illegale in Italia già da un bel po’ di tempo.  La gara che si giocherà domani alle ore 18:00 potrà essere seguita in tv come al solito sui dispositivi di Sky e Premium,oppure collegando il proprio personal computer alla tv con il cavo HDMI grazie al servizio in streaming delle due emittenti, Sky Go e Premium Play. Tuttavia, per vedere in streaming gratis Juventus – Olympiacos senza pagare bisogna andare su Rojadirecta oppure siti alternativi ad esso se non funziona: sono però siti pirata illegali, e non possiamo fare altro che sconsigliarne la fruizione.

Un passaggio per concedersi alla città. Il Champions League Trophy è stato ospite per un giorno a Torino, sul Red Truck allestito in piazza Vittorio Veneto. Una coppa che, chi vive bianconero, vorrebbe vedere ospite quasi fissa nelle bacheche della Juventus, dove l’ultima è entrata nel 1996. Quella sera a Roma sono state le braccia di Gianluca Vialli a sollevare per prime il trofeo, dopo la finale vinta ai rigori con l’Ajax. Ieri l’ex attaccante, oggi commentatore Sky, è stato il testimonial della tappa di un tour presentato da Unicredit, main sponsor della Champions. E la sua attesa è pure quella dei tifosi, scottati da due finali sì raggiunte nell’ultimo triennio ma comunque perse. «A Berlino c’era una squadra troppo forte – osserva Vialli -.

La Juve fece una gran partita, ma il Barcellona era al massimo. Con il Real penso sia stata una delle Juve meno belle della stagione scorsa: nella ripresa sono mancate caratteristiche bianconere come determinazione, cattiveria agonistica, voglia di stare sul pezzo. Però c’era stato forse un finale di stagione in calando, con lo scudetto vinto in anticipo. E comunque c’era un’avversaria molto forte, a Cardiff».
Stasera la Juventus ospita l’Olympiacos, deve ripartire subito dopo i tre schiaffi di Barcellona. «Ho avuto come l’impressione di un avvio di stagione in terza marcia – sottolinea Vialli -. E’ stata un’estate particolare dopo Cardiff, acquisti di primissima qualità sono passati in secondo piano: si parlava di più di Bonucci… A Barcellona è arrivata una batosta, ma penso che lì sia cominciata la stagione bianconera, e col Torino è stata una Juve fantastica. Con l’Olympiacos mi aspetto una conferma, è stato acceso l’interruttore. Poi Allegri, con la solita intelligenza, piano piano sta arrivando ai giusti equilibri». E pure Dybala, in ombra davanti a Messi dopo i tanti paragoni, ha resettato tutto diventando irresistibile: «Si cresce anche attraverso sconfitte e paragoni. Penso a Del Piero con Platini e Baggio. Ma tutti hanno capito che, quando Messi abbandonerà l’Argentina, magari dopo il Mondiale, la squadra verrà consegnata ai piedi di Dybala. Paulo oggi gioca in una Juve di grandi campioni ed è bravo a esprimersi in un contesto simile. Ha trovato il giusto equilibrio tra disciplina e libertà, quello che deve darti un numero 10». Un contesto ora arricchito, come si accennava all’inizio, da gente di sostanza. Come serve a chi voglia competere su più fronti: «Quando sentivo dire che la Juve stava su Keita, mi domandavo: “Ma a cosa serve?” – rivela Vialli -. E tra i centrocampisti dicevo: “Speriamo che prendano Matuidi”. In Francia hanno gente di talento, ma per Deschamps il primo nome era Matuidi. Me lo descrivono umile, gran lavoratore, entusiasta, una furia quando pressa. Dopo Cardiff serviva gente che desse la scossa: Douglas Costa, Bernardeschi, uno dei giovani più bravi in Italia, Howedes, un acquisto intelligente, con gli stimoli giusti».
Un obbligo, per la Juve, riprovarci. Sia pure in un contesto, se possibile, ancora più competitivo: «Non deve porsi limiti, poi è questione di come stai a marzo-aprile. Credo che Allegri abbia lanciato messaggi significativi la settimana scorsa: “Nessuno ha mai vinto 7 scudetti di fila, è difficile ma noi dobbiamo provarci”. Non ha parlato di Champions, il che mi porta a pensare che invece ci stia pensando molto. Che torneo sarà? La mia favorita era il Psg: tanti anni in alto, l’acquisto di fenomeni come Neymar e Mbappè, che mi ricorda da matti Henry, un tecnico vincente come Emery. Poi litigano per i rigori… Questi problemi di spogliatoio possono influire, ma se li risolvono vincono loro. Quindi Real, Barcellona, Bayern, Chelsea, le due di Manchester. Noi siamo tornati a essere temuti anche perché gli allenatori ci conoscono: Conte, Mourinho, Ancelotti, Zidane, Guardiola sanno che siamo sempre da prendere con le molle. Un rispetto che ci ha portato anche ad avere quattro italiane nella Champions del 2018: sono molto soddisfatto per Sky… (tornata ad avere i diritti in esclusiva per la Champions fino al 2021, ndr). E per il campionato, che diventerà più interessante proprio per la concorrenza in zona Champions».
E che Serie A potrà essere, Vialli lo spiega in poche parole: «Quest’anno lo scudetto lo decidi negli scontri diretti e poi contro squadre di seconda fascia come Fiorentina, Atalanta, Torino, Lazio o Samp. Le altre sono troppo distanti. Dipende da quando incontrerai queste di seconda fascia. Se le trovi quando stanno andando bene, come la Samp adesso, tutto diventa più complicato».

Se la scoppola del Camp Nou era indolore per la classifica del girone, perdere punti contro l’Olympiacos potrebbe essere un peccato decisamente più grave e, potenzialmente, esiziale in un girone strano come quello della Juventus. Complicarsi la vita contro i greci significa mettersi nelle condizioni di andare a vincere in trasferta sia contro lo Sporting che contro lo stesso Olympiacos e, per quanto sia difficile calcolarlo adesso, fare almeno un punto con il Barcellona in casa. Si può fare, ma Allegri vorrebbe evitare di infilarsi in certi casini, anche perché l’idea di vincere il girone non l’ha ancora abbandonata e una vittoria contro l’Olympiacos è, in questo caso, assolutamente necessario.
Kiev, vista da questa serata di Champions, sembra lontanissima: un po’ perché la doccia fredda di Barcellona ha raggelato l’euforia, ma soprattutto perché non sarà battendo i greci che si potranno pesare con maggiore precisione le reali possibilità di centrare ancora una volta la finale, sperando che al terzo tentativo vada meglio. Tuttavia è da notti come questa che si misura lo spessore internazionale delle squadre: la stessa spietatezza con la quale la Juventus regola le “piccole” del campionato italiano deve ritrovarla in Europa dove l’Olympiacos non è certamente una grande.
Uno come Dybala può costruire le sue sicurezze mettendo mattoncini in partite come quella di stasera. Uno come Higuain può approfittarne per ritrovare il gol smarrito. La difesa può rigonfiare il petto. E con una prestazione brillante come quella nel derby si possono anche mandare messaggi alle avversarie più importanti nelle quali è sempre importante instillare dei timori reverenziali, che dopo due finali in tre anni già esistono ma vanno coltivati costantemente. I grandi imperi calcistici come quelli del Real Madrid e del Barcellona sono nati da vittorie apparentemente insignificanti, ma che messe in fila hanno eretto grattacieli di certezze con le quali affrontare più serenamente le finali, fin qui maledette per la Juventus.
Si riparte dall’Olympiacos in un mercoledì di settembre per compiere i primi passi verso Kiev: è un cammino lunghissimo, ma da qualche parte deve pur cominciare. Tra l’altro ieri e oggi la coppa, si proprio quella, è ospite a Torino: un segnale? Solo per chi è in grado di coglierlo.

A 36 anni e mezzo il sogno è sempre lì, all’orizzonte. Si rinnova di stagione in stagione. Andrea Barzagli, in carriera, non s’è mai fatto illusioni di alcun tipo, ma glielo si legge in faccia che gli girano. Essì, gli girano, perché digerire lo “smarrimento” di due Champions in finale negli ultimi tre anni arreca fastidio, le scatole vorticano, lo sbuffo è inevitabile, nell’attesa dell’ennesima rivincita. E se questa non è l’ultima rincorsa del muro senatoriale juventino alla Coppa, poco ci manca. A giugno il contratto del toscano scadrà e il futuro è soltanto una ridda di ipotesi. Conta, ora, l’approccio alla Champions dopo il tonfo del Camp Nou che ha rievocato Cardiff e tutti i ricordi più malvagi. E con l’Olympiacos vittima sacrificale sulla carta. «L’approccio da un anno all’altro non cambia – ha spiegato Barzagli – però adesso siamo molto avvelenati. Vogliamo andare di nuovo avanti il più possibile, c’è una grande voglia di rigiocare certe partite. Ci teniamo tutti. Perché la Champions è il massimo per un calciatore».

Oggi Andrea gioca (ma centrale o terzino? «Allegri mi ha provato da mezza punta…», ha sorriso) dopo il pit stop nel derby e con la macchia della cattiva prestazione di Barcellona sullo sfondo, da sbianchettare in una serata d’autunno. Quando non ci sarà tempo né spazio per riflettere, speculare, pensare alle conseguenze del risultato maturato allo Stadium: c’è da vincere, nient’altro. «Se crediamo al primo posto nel girone?», gli chiedono sulla scorta del recente atto di fede professato da Dybala dopo aver schiantato il Toro. E qui vien fuori l’esperienza del difensore, di chi nella battaglia della vita calcistica ha anche trionfato, però mai con le Orecchie strette in un caldo abbraccio: «Alle prossime partite penseremo poi, intanto vinciamo questa». E ancora, pillole di saggezza mai banali, snocciolate alla platea: «In questi anni tutti noi abbiamo capito come si gioca la Champions, la cui vittoria dipende dalla fortuna, da come arrivi agli ottavi, ai quarti, dagli avversari, dai sorteggi… Sicuramente devi essere forte, però devono incastrarsi altre cose. Perdere due finali è stato pesante, ma credo che abbiamo capito i nostri errori. Questa Juve mi ha incuriosito dall’inizio: il gruppo è molto convinto, ci sentiamo tutti importanti perché in questi 7 anni siamo sempre cresciuti, facendo passi da gigante insieme alla società».

«La situazione dell’Olympiacos mi ricorda quella con cui si presentò il Galatasaray allo Stadium nel 2013. Roberto Mancini era l’allenatore dei turchi da appena 48 ore, un po’ come è capitato al nuovo tecnico dei greci, Lemonis», racconta il tattico e match analyst Adriano Bacconi.

Lei in quell’occasione visse da vicino la preparazione della gara di Mancini: cosa si aspetta da Lemonis?

«Con Roberto, in quel frangente, decidemmo che la cosa più intelligente ed efficace sarebbe stata quella di puntare su cose scolastiche, così Mancio decise di schierare il Galatasaray con un 4-4-2 in modo tale da avere le giuste coperture tra i reparti ma anche due attaccanti sui quali verticalizzare l’azione. Noi partimmo da una conoscenza maggiore degli avversari, cioè della Juventus, mentre il tecnico greco avrà più informazioni sull’Olympiacos, che ha allenato già nell’ultimo mese della scorsa stagione. Sicuramente Lemonis cercherà di dare maggiore compattezza difensiva. Riguardando le sue partite dell’ultimo campionato, mi aspetto un 4-2-3-1 più vicino al 4-4-1-1. Al di là dei numeri, mi aspetto che Lemonis proverà ad addormentare la partita manovrando il pallone a ritmi bassi».

E la Juventus come se la immagina?

«Molto aggressiva. Credo che, attraverso un pressing ultraoffensivo, cercheranno di alzare il ritmo della partita fin dall’inizio. I bianconeri, una volta recuperata palla, dovranno cercare immediatamente gli attaccanti e Mandzukic me lo aspetto un po’ più vicino ad Higuain, se il Pipita giocherà dall’inizio».

Se dovesse montare un video di 3 minuti sull’Olympiacos, su quali aspetti tattici si concentrerebbe?

«Sulla linea difensiva. Sui calci piazzati laterali, ad esempio, la linea si disunisce lasciando giocatori avversari liberi pure all’interno dell’area di rigore. C’è anche un’altra lacuna abbastanza evidente: sugli attacchi centrali, quando uno dei due difensori deve uscire per contrastare il portatore di palla, i terzini dell’Olympiacos non stringono e di conseguenza si aprono dei pericolosi corridoi centrali».

Chi, della Juventus, dovrà approfittare di questi corridoi?

«In quella zona Higuain e gli esterni possono fare male. Quella greca è una squadra abbastanza presuntuosa e non credo che in tre giorni possa cambiare atteggiamento. Per certi versi l’Olympiacos ricorda il Milan attuale, cioè una squadra che vuole sempre giocare la palla, punta sul possesso, però manca di concretezza e concede spazi importanti agli avversari».

L’uomo chiave dei bianconeri?

«Può essere la partita di Higuain perché la linea difensiva dell’Olympiacos non è molto compatta. Il Pipita può trovare spazio attaccando la profondità alle spalle di Romao e Engels. In questa situazione, oltre ai passaggi filtranti, possono essere determinanti i lanci dei difensori dalle retrovie».

L’Olympiacos punterà su qualche copertura preventiva?

«Non mi stupirebbe la mossa di bloccare Gillet, mediano abile nei duelli aerei, davanti ai due centrali difensivi».

Torna Khedira, che però non è ancora al top e andrà in panchina: in mezzo al campo toccherà ancora a Pjanic e Matuidi.

«Il bosniaco e il francese si migliorano a vicenda perché sono complementari. Matuidi, essendo molto aggressivo, incentiva il pressing di Pjanic, come si è visto nell’azione del primo gol della Juventus nel derby contro il Torino. Allo stesso modo Pjanic, essendo molto tecnico, “obbliga” pure Matuidi a giocare sempre il pallone. Si migliorano a vicenda, sono una gran coppia».

Fosse in Allegri, confermerebbe il 4-2-3-1 standard o, in assenza di terzini di ruolo (De Sciglio, Höwedes e Lichtsteiner sono indisponibili), punterebbe su Sturaro terzino?

«Non cambierei per due ragioni. 1) Contro il Torino si è vista la miglior Juventus della stagione. 2) I greci dovrebbero giocare con un solo attaccante centrale».

No, non è detto che sia permesso. Prima di riaprire la porta (al Pipita, in ottica titolarità questa sera contro l’Olympiacos) Massimiliano Allegri vuole riflettere, e vuole giudicare. «Deciderò dopo la rifinitura», spiega in conferenza stampa tra una domanda su Higuain e un’altra su… Higuain, ancora: è tormentone vero. E il fatto che il tecnico non si esponga in maniera netta in un senso o in altro, dimostra una volta di più che la scelta di lasciare il ppita in panchina nella sfida di sabato scorso contro il Torino non era ascrivibile semplicemente alla voce “turnover gestionale”. No, alla base c’era considerazioni sullo stato di forma e l’apporto al gioco che l’attaccante avrebbe potuto dare alla Juventus. Peraltro, tenendolo così sulla graticola, Allegri punta anche a stuzzicare l’orgoglio del Pipita, spronandolo ad esempio – prima ancora che a sfornare chissà che prestazione questa sera contro i greci, a dimostrarsi pronto e all’altezza in allenamento.

Altre riflessioni su Higuain e la sfida interna per un posto in attacco: «Quando si ha la fortuna di allenare un parco attaccanti così ampio, capita il momento in cui stanno fuori Higuain, Dybala, Mandzukic… Fortunatamente giochiamo ogni tre giorni, vuol dire che siamo dentro a tutte le competizioni. Ma non vedo assolutamente un problema Higuain lo avremmo se giocasse in un’altra squadra. Ho parlato con Gonzalo, l’ho visto sereno. Io credo che un calciatore, indipendentemente dalle scelte dell’allenatore, debba solo lavorare e farsi trovare pronto quando è chiamato in causa. Gonzalo è un titolare della Juventus, sabato ho scelto di tenerlo fuori, poi è entrato e ha fatto bene. Ma deve restare sereno e pensare a fare quel che sa fare, niente di più e niente di meno».
La sensazione, comunque, è che alla fine Higuain possa spuntarla (anche perché altrimenti il caso deflagrerebbe in maniera massiccia). E potrebbe essere – ma il condizionale è d’obbligo – Mandzukic a cedergli il posto da prima punta mentre in trequarti Bernardeschi si contende un posto con Cuadrado e Douglas Costa.

Decisamente meno dubbi, Allegri, li ha sul resto della squadra. E alcuni, peraltro, li dipana urbi et orbi. «E’ molto semplice – spiega Allegri – o gioca Sturaro terzino destro con Barzagli centrale (accanto a Chiellini, mentre Alex Sandro sarà in corsia destra; ndr), oppure Andrea gioca terzino e Benatia in mezzo. Le soluzioni sono queste due». Rugani, dunque, si prepara alla seconda esclusione di fila in Champions League. E in mediana… «Giocano di sicuro Pjanic e Matuidi in mezzo, perché Marchisio è ancora fuori, Khedira è rientrato ma ha fatto soltanto due allenamenti con la squadra e con Bentancur siamo coperti. Lui è l’unico che può sostituire i due di metà campo».

A prescindere dagli interpreti, però, il risultato dovrà essere uno e uno solo: vittoria. «Non esiste il rischio di sottovalutare l’Olympiacos: non possiamo permettercelo, non siamo nelle condizioni di farlo. Perché le partite di Champions sono tutte difficili, perchè loro giocano bene, sono veloci e a campo aperto possono far male. Noi abbiamo un solo risultato, la vittoria. E’ un girone che dobbiamo ancora iniziare. E con un successo, altrimenti il passaggio del turno si complicherebbe».

«Contro l’Olympiacos giocheranno Matuidi e Pjanic, ma intanto Khedira torna tra i convocati», ha annunciato ieri Massimiliano Allegri. Il presente del centrocampo è scritto e il futuro è tutto da decifrare. L’abbondanza per il “Conte Max” non è mai stata un problema (basti considerare l’attuale gestione degli attaccanti), ma probabilmente durante la sosta post Atalanta l’allenatore comincerà a valutare come sfruttare al massimo quelli che, in attesa del rientro di Claudio Marchisio, sono tre titolarissimi: Pjanic, Matuidi e Khedira. Con i primi due la Juventus ha trovato un equilibrio importante, ma l’ex Real Madrid – assente con i bianconeri dal 26 agosto per un infortunio al ginocchio – è uno di quei giocatori di livello mondiale a cui è impossibile rinunciare quando è al top.

GESTIONE

Allegri è abituato a puntare sui calciatori più in forma: farne riposare uno di volta in volta potrebbe essere una soluzione intelligente per non ricambiare l’impianto di gioco e gestire le energie in modo tale da abbassare i rischi di infortuni ed eventuali cali di forma primaverili.

POTENZA DI FUOCO

Ma l’impressione è che l’allenatore bianconero, a patto che il tedesco torni quello dell’annata passata, possa decidere di schierarli anche tutti e tre insieme. Così come il 4-2-3-1 nacque per far convivere tutte le stelle dell’attacco, il 4-3-3 potrebbe essere un buon compromesso per sfruttare tutti i top player della mediana. Già, perché sarebbe un centrocampo di livello mondiale quello con Pjanic regista “scortato” da Matuidi e Khedira. Il bosniaco garantirebbe geometrie e tecnica; il francese forza e cambio di passo; il tedesco senso tattico e inserimenti. Con tre mediani sarebbe anche più semplice gestire il rientro di Marchisio e l’escalation di Bentancur.

Alternanza

Allegri, prima di tutto, è un allenatore pratico: per il livornese gli uomini vengono prima del sistema di gioco. Non si può quindi escludere una terza ipotesi: quella dell’alternanza dei moduli. Determinate partite con il 4-2-3-1 e solo due centrocampisti; altre con il 4-3-3; altre ancora con la difesa a tre. Variare di gara in gara, in base alla condizione dei propri giocatori e alle caratteristiche degli avversari, può diventare l’arma in più, anche a livello motivazionale.

C’è un che di “forrestgumpiano” (di chi forse finisce inaspettatamente per trovarsi nel posto giusto al momento giusto) nell’approccio dell’Olympiacos alla sfida di questa sera all’Allianz Stadium. Per dire… Un tecnico – Takis Lemonis – fresco fresco di (ri)chiamata: contattato in fretta e furia dopo l’esonero di Besnik Hasi, cui è costata carissima la sconfitta contro l’Aek. Un portiere, Silvio Proto, che torna ad assaggiare il clima delle partite che contano dopo un doppio infortunio che gli ha rovinato buona parte della scorsa stagione. Un contesto, insomma, che oscilla tra il “tutto sembra fatto apposta per agevolare le cose alla Juventus” oppure, appunto, un “tutto sembra fatto apposta per una impresa che resterà negli annali”. Giacché l’Olympiacos sembra davvero nelle condizioni di non avere nulla da perdere e di poter giocare in modo sbarazzino e scanzonato, non avendo neanche avuto il tempo – tra sconfitta e caos tecnico – di prendere davvero atto e metabolizzare le difficoltà immani di ritrovarsi in casa d’una Juve che peraltro s’è appena ridestata dal torpore d’inizio stagione.

Il discorso

Emblematiche le parole di Lemonis (che la scorsa stagione aveva traghettato le ultime settimane dell’Olympiacos). «A cosa ho pensato quando sono stato richiamato? Ho pensato… alla Juven, nient’altro. Non c’era tempo per pensare ad altro. Ho parlato con i giocatori: ho detto che dobbiamo cancellare l’immagine negativa data finora, che se sono all’Olympiacos vuol dire che hanno grandi qualità, che dobbiamo entrare in campo allo Stadium con l’idea di divertirci e rientrare poi negli spogliatoi con la consapevolezza di aver dato tutto. Per me iniziare subito dalla Juventus è un aspetto impegnativo, ma anche molto stimolante». Il portiere Proto, di suo, ci mette i sentimenti: «Per me sarà una partita speciale perché torno a giocare in Champions e perché lo faccio proprio in Italia. Mio papà è siciliano…».

E il giorno dopo la sentenza il popolo juventino si scopre più unito. Come se il fattore Pecoraro avesse cancellato l’effetto Cardiff, che da giugno in poi ha logorato il popolo juventino, frammentandone le opinioni come mai era accaduto, anche dopo sconfitte della stessa portata. C’è stato anche qualcuno che ha avuto crisi di fede, messa in bilico dalla maledizione delle finali di Champions e dall’apparente impossibilità di rimettere le mani du quella Coppa che un po’ maledetta deve essere per il club bianconero.
Ma poi, proprio all’inizio dell’autunno è arrivato Giuseppe Pecoraro, il procuratore federale, sparando richieste di pena enormi per la Juventus, continuando ad accusarla di connivenza con la Ndrangheta, dopo che prima la Procura di Torino, poi la Commissione Antimafia del Parlamento italiano gli avevano detto l’esatto contrario.
Ed ecco, per quella magia che il rumore dei nemici a volte può innescare, la gente juventina si è ricompattata e, schierata a testuggine, ha iniziato ad affrontare gli avversari, difendendo l’onorabilità del club e del suo presidente, intorno al quale si è stretto tutto il popolo bianconero. Dai social ai bar, passando per gli Juventus club non c’è nessuno che non esprima una solidarietà completa al presidente Agnelli, che non si indigni per la disparità di giudizio che anche questa volta sembra mettere la Juventus sul banco degli imputati per un peccato molto diffuso e molto poco sanzionato. Tutti insieme appassionatamente. Grazie a… Pecoraro.

Il bonus sono finiti, andate in gol. La «rullata» presa al Camp Nou è ancora vernice fresca sulla pelle della Juve. Appiccicosa. Per scrostarla serve una prestazione da giganti contro i re del Pireo, l’Olympiacos. E sbagliare non si può più.
UNO E DUE Le statistiche dicono qualcosa che sa di inedito: da quando è tornata in A, i bianconeri non avevano mai perso all’esordio in Champions. Al Camp Nou è successo. Nel dettaglio nelle prime due gare: nella stagione 2008-09 batte lo Zenit alla prima gara e pareggia a casa-Bate Borisov; l’anno successivo fa 1-1 contro il Bordeaux e 0-0 a Monaco di Baviera. Al ritorno in Champions, nella stagione 2012-13 fa 2-2 contro il Chelsea a Londra e 1-1 contro lo Shakhtar; la stagione dopo 1- 1 a Copenaghen e 2-2 contro il Galatasaray in casa; nella stagione 2014-15 batte il Malmoe 2- 0 e perde a Madrid contro l’Atletico del Cholo; nel 2015- 16 vince a casa City e poi batte il Siviglia 2-0, l’anno scorso fa 0-0 contro il Siviglia e poi vince a Zagabria 4-0. Insomma, alla prima nessuna stecca, ed è anche per la storia che serve la reazione subito.

DUE PANCHE DI FILA? In tutto questo, intanto, Allegri gioca verbalmente con la formazione: e mentre far stare seduto Dybala sarebbe un suicidio, beh, mettere in campo Higuain continua ad essere un grande dubbio. Il Pipita non pare più intoccabile. Un’altra panca sarebbe un caso, nonostante l’acqua sul fuoco. L’Higuain ancora fuori-forma venne parcheggiato in panchina alla prima di A 2016-17 e pure alla seconda. Contro la Fiorentina poi entrò e segnò il gol decisivo. A Roma contro la Lazio mise il piede in campo al posto di Mandzukic e un minuto dopo fu Khedira a realizzare il gol decisivo. Ecco le uniche due gare di fila in panca per il Pipita. Poi, mai più. «Non ho ancora deciso chi saranno i quattro davanti – dice Allegri -. Ma lo ripeto, Higuain non è un problema, sarebbe un problema se non giocasse nella Juventus. Nell’arco di un’annata capita il momento in cui sta fuori uno o l’altro. Può capitare, ma non vedo assolutamente un problema Higuain. Lui è sereno, ci ho parlato, deve solo pensare a fare quel che sa fare». Pipita è uscito dal «file» degli Intoccabili.

HA LA SCINTILLA? L’attualità di Dybala e Higuain è comunque diversa. Uno va come un fulmine. L’altro come un razzo bagnato. Uno è a 10 gol in 6 partite di serie A. L’altro di gol ne ha fatti due ma quella panchina col Toro ha certificato la sua «toccabilità». Higuain ieri era entrato sul campo di Vinovo al le 15,44 sorridendo. Bene: sorrideva anche in panchina sabato scorso. A un certo punto si è messo a ridere e scherzare con Chiellini, si è alzato la maglia verdolina d’allenamento e ad altezza bassa schiena s’è visto un tatuaggio. Nuovo? Vecchio? Non conta: hasta la vittoria siempre è il testo, sempre fino alla vittoria, ed è subito scattato il riferimento a Ernesto Che Guevara. Inevitabile. Allegri ieri lo ha provato con l’il titolare ma vorrà vedere davvero stamattina se Pipita si presenterà alla rifinitura con gli occhi della tigre. Se la scintilla motivazionale post-panca col Toro è scattata o no. Nell’edizione dello scorso anno, Higuain segnò solo 5 gol (Zagabria andata e ritorno, Lione e 2 al Monaco). Adesso deve ruggire. Subito.

6 MESI SENZA Ma, udite udite, anche Dybala dovrà cominciare a dare decisività al proprio cammino europeo. Tutti, com’è ovvio legittimo e naturale, ricordano quella sua doppietta allo Stadium infilata al Barcellona. Serata da favola. Ma da quell’11 aprile di Juve-Barga 3-0 Paulo Dybala non ha più infilato la rete. E’ vero che nel frattempo sono passate 5 sfide (ritorno col Barga, doppio Monaco, Cardiff e ancora Barga) ma non c’è dubbio che darsi un livello di crescita superiore sia anche colpire quando il… colpo fa male agli avversari. E da quell’11 aprile alla Joya non è successo. In totale, senza dimenticare che ha 23 anni, Dybala ha segnato 5 gol in 19 gare da quando gioca la Champions: è lui il primo a voler fare di più.
MAI ALLE GRANDI E la lotta per ingrandirsi – in campo europeo – è anche quella di Higuain che vive un momento non felicissimo, di forma, di concretezza e d’oltreoceano visto che è stato escluso due volte dal c.t. Sampaoli. Una statistica dopo la sconsolante prova al Camp Nou di quest’anno aveva detto quanto segue: alle cosiddette grandi squadre del Continente (Liverpool, Bayern Monaco, Man. United, City, Reai Madrid e Barcellona) non ha mai fatto un gol. Stordente stimolo. Al momento, e senza contare i Preliminari, Pipita ha messo insieme 17 gol in oltre sessanta partite. Contro l’Olym- piacos il Pipita ha già giocato: due tiri, zero gol. Forse è la volta buona in cui si potrà sbloccare. Se giocherà, se Allegri gli rivedrà la scintilla buona negli occhi.

Il motto è più o meno lo stesso di Gigi Buffon. Il portiere della Juventus aveva citato Steve Jobs il giorno in cui era stato premiato dalla Uefa come miglior portiere della scorsa Champions League («Il segreto è rimanere sempre affamati e un po’ folli»), Andrea Barzagli non si sente né annoiato né appagato, ma ancora avvelenato nonostante i sei scudetti di fila. Anche perché la Champions è un’altra cosa, un trofeo sfuggente: il difensore insieme alla Juventus è arrivato due volte in fondo ma due volte è uscito senza Coppa. E a 36 anni sa che non avrà tante occasioni per provarci. «L’approccio è uguale a sempre. Più passano gli anni più cerchi di migliorarti. La Champions per un giocatore di calcio è sempre il massimo. Credo che la partita contro l’Olympiacos sia fondamentale. La mia settima Juve non è diversa dalle precedenti. Ero curioso anch’io, invece ho trovato un gruppo molto convinto, in cui tutti ci sentiamo importanti. Siamo tutti avvelenati perché vogliamo andare avanti. In questi anni abbiamo imparato dagli errori e abbiamo capito come si gioca la Champions. Per vincerla devi essere bravo ma si devono pure incastrare tante cose».
DUBBIO A DESTRA Barzagli ha riposato nel derby e stasera giocherà, anche se non sa ancora dove. «Stavolta mi ha provato mezzapunta – scherza il difensore -. Deciderà Allegri, io sono a disposizione e aperto a tutto». Due le variabili: centrale o terzino destro, vista l’assenza in contemporanea di Howedes, De Sciglio (infortunati) e Licht- steiner (fuori lista Uefa). Allegri lascia tutti col dubbio: «Devo decidere tra Sturaro e Barzagli. Se Andrea farà il terzino, Benatia giocherà centrale». Le uniche certezze sono Pjanic e Matuidi a centrocampo, in attacco tutto ruota attorno a Higuain. Khedira, convocato, non dovrebbe andare in panchina. Intanto Marchisio ieri è tornato ad allenarsi col gruppo.

Domenica, nella solita corrida dei derby di Atene, il nano ha ritrovato il vecchio fluido. Interruzioni, fumogeni, scontri con la polizia, rimonta-beffa dell’Aek e alla fine del parapiglia il suo Olympiacos ha dovuto salutare l’allenatore. Ma Marko Marin si è potuto godere gli applausi di mezza Europa, come ai bei tempi. Merito di un pallonetto dolce dolce quanto inutile, un arcobaleno di esterno sopra il portiere quasi dall’area piccola. Insom- ma, un raggio di luce che sembrava dimenticata: «il nano magico», come da soprannome appiccicato in Germania per quell’1.70 di pura imprevedibilità, potrebbe aver trovato il suo posto nel mondo lì nel porto del Pireo. Anni dopo l’exploit in Germania, la promessa di sfondare è stata ampiamente tradita, ma a lui (che resta in

vantaggio per stasera nel ballottaggio con Sebà) guarda con più timore la Signora.
POCHE MAGIE Marin è il «10» con licenza di offendere di questo Olympiacos in fibrillazione, uno dei talenti migliori nella vetrina tedesca di qualche anno fa. Un bosniaco d’origine con la zazzera bionda, emigrato da piccolo e integratosi anche attraverso il pallone: l’incastro perfetto per la nazionale mul- tietnica di Lòw, che l’ha voluto con se nel Mondiale 2010. Dopo il boom col Werder aveva convinto il Chelsea campione d’Europa ad arruolarlo per il post-Kalou, ma è proprio nel momento del decollo che è ar-

Marco Marin, 28 anni Reuters

rivato il tradimento. Da lì il solito giro di prestiti, con passaggio in Andalusia e vittoria di un’Europa League (da comprimario) con Emery, prima della brevissima e amara tappa fiorentina. I maligni raccontano di un acquisto «politico», non voluto da Montella ma caldeggiato dalla proprietà molto vicina a Fali Ramadani: è il suo procuratore e l’eminenza grigia del mercato viola (da Jovetic a Ljajic fino a Nastasic, è ampia la letteratura sul caso). Certo, Marin fu assente per infortunio nei primi due mesi perché costretto a recuperare da un problema che aveva condizionato anche il finale della stagione precedente a Siviglia, ma l’allenatore cer

cava una punta con ben altre caratteristiche. E pazienza se non aveva fatto male in Europa League, segnando un gol decisivo al Guingamp e bissando con la Dinamo Minsk. Non era andata tanto meglio in Turchia, al Trabzonspor: le cronache lo ricordano soprattutto per una rissa furibonda in allenamento con il compagno Aykut Demir. Poi l’anno scorso ecco l’Olym- piacos e lì finalmente si è rivisto ogni tanto il dribbling elettrico di una volta. Quest’anno c’era pure Besnik Hasi, il tecnico albanese che lo aveva avuto già all’Anderlecht: causa esonero, lui a Torino non potrà sperare in una nuova magia del nano

La storia europea di Massimiliano Allegri è fatta di corsi e ricorsi. L’Olympia- cos non può essere definito un awersario abituale come il Barcellona, però l’unico confronto è diventato un punto di snodo nell’esperienza bianconera del tecnico. Allegri sfidò i greci il primo anno (2014-15), perse all’andata ad Atene (seconda sconfitta in Champions sulla nuova panchina) e poi vinse in rimonta allo Stadium (3-2). Più che il risultato, di quella partita si ricorda il cambio di modulo: fu il debutto fortunato del 4-3-1-2, il sistema di gioco che poi accompagnò la Juventus fino alla finale di Berlino, giocata, e persa, contro il Barcellona. Quella che a inizio anno sembrava un’eresia (abbandonare l’invalicabile difesa a tre contiana, che aveva fruttato tre scudetti in tre stagioni) si rivelò invece un’intuizione vincente.
NUOVO SNODO Se c’è una dote che ad Allegri non è mai mancata è il coraggio: osare per lui fa rima con sperimentare, non teme le piccole scosse d’assestamento provocate dai cambiamenti. Non distruggono, aiutano solo a crescere e a migliorare. Niente si butta e niente è scolpito nella pietra: cambiare, rispolverare l’antico quando ti accorgi che anche il nuovo può aver bisogno di una rinfrescata, fa parte del suo modus operandi. Allegri in tre anni ha rivoltato la Signora come un calzino: abbiamo visto tante versioni diverse, tutte funzionali al momento e alle caratteristiche della squadra, e soprattutto tutte vincenti. Il tecnico in Coppa non ha mai perso allo Stadium, la scorsa stagione però in casa ha infilato due pareggi di fila (contro Siviglia e Lione) nel girone di Champions. Un lusso che stavolta non può permettersi, perché dopo la sconfitta con il Barcellona all’esordio non sono consentiti altri passaggi a vuoto. Ecco perché la seconda sfida con l’Olympiacos può diventare un altro punto di snodo: vietato sbagliare per non compromettere la qualificazione, visto che il primo posto è già adesso fortemente a rischio.
OBBLIGATI A VINCERE Allegri non si nasconde, sulla carta ha l’avversario migliore per ripartire ma guai a sentirsi già al sicuro. «L’Olympiacos non verrà sottovalutato – dice il tecnico -, dobbiamo assolutamente vincere altrimenti il passaggio del turno si complicherebbe. A Barcellona abbiamo perso ed è come se il nostro girone cominciasse adesso. Il Camp Nou è stato un passaggio della stagione che ci servirà per migliorare. L’Olympiacos è una squadra veloce, che in campo aperto ti può far male. E poi in Champions tutte le partite sono difficili. Noi abbiamo un solo risultato». La Juventus che vola in campionato, con sei vittorie su sei, non può complicarsi la vita contro l’Olympiacos, che arriva allo Stadium con un nuovo allenatore e dopo la sconfitta nel derby con l’Aek Atene. Situazioni diametralmente opposte. Dopo i fuochi d’artificio contro il Toro, Allegri cerca conferme nella sua arena preferita, dove non ha mai perso in Champions. E da dove è iniziata la cavalcata verso la prima finale europea.

La sentenza, indubbiamente, è di impatto: un anno di inibizione per il presidente Agnelli (più le squaifiche di altri tesserati e le ammende). Ma le motivazioni espresse nel dispositivo del Tribunale federale – così come il confronto con le pene inizialmente chieste dal procuratore – sono emblematiche e pongono l’accento su un fatto di rilievo enorme: la Juventus e i suoi tesserati non hanno avuto consapevolmente nessun tipo di rapporto con presunti esponenti della malavita organizzata. Dunque il castello accusatorio del procuratore Giuseppe Pecoraro è crollato, sbugiardato dai fatti, rivelandosi una bolla di sapone (non a caso la Juventus ha espresso «la propria soddisfazione perché la sentenza, pur comminando pesanti inibizioni, ha escluso ogni ipotesi di legame con esponenti della criminalità organizzata»). Le condanne sono tutte ascrivibili a violazioni dell’articolo 12, inerente la vendita dei biglietti. E, per inciso, ci si chiede quale rilievo mediatico avrebbe avuto il processo federale se a questo contesto fosse stato ascritto.
Secondo l’accusa, Agnelli aveva favorito il bagarinaggio, partecipando a diversi incontri in violazione dell’articolo 12. Pecoraro aveva chiesto due anni e mezzo di inibizione per il presidente e che la squadra giocasse due partite a porte chiuse. Richiesta più che dimezzata, da 30 a 12 mesi. Anche se il collegio giudicante rileva la circostanza «oltremodo preoccupante in ragione del fatto che non sono stati fenomeni sporadici e occasionali», ma «un vero e proprio modus operandi di una delle società più blasonate a livello europeo».
Quanto ai rapporti con organizzazioni mafiose, la sentenza “bacchetta” Pecoraro. «Sussiste in atti un focus oltremodo pressante legato alla presenza, all’interno delle frange della tifoseria, di personaggi legati alla malavita organizzata. Invero il coacervo di indagine ebbe impulso proprio sulla scorta di tale gravissimo presupposto, che tuttavia all’esame degli atti non ha mantenuto la valenza originariamente contestata. Si legge infatti, nel capo di incolpazione, che i soggetti malavitosi sarebbero stati infiltrati nella tifoseria e che la dirigenza juventina avrebbe avuto una “consapevole” correlazione con gli stessi. Il Tribunale dopo ampia valutazione del materiale probatorio acquisito, è giunto alla determinazione che tale frequentazione avvenne in maniera decisamente sporadica ma soprattutto inconsapevole con riferimento alla conoscenza del presunto ruolo malavitoso dei soggetti citati. Del resto la notizia ufficiale riferita alla presunta appartenenza dei citati soggetti a cosche illecite, venne resa pubblica in epoca successiva rispetto ai rapporti intercorrenti tra la dirigenza e la tifoseria, e che non appena appresa la notizia connessa allo status malavitoso, ogni contatto ebbe immediato termine».

Douglas Costa è stato preso in estate proprio perché uomo di caratura internazionale, giocatore da Champions. Possibile che domani sia costretto ad assistere alla sfida con l’Olympiacos inizialmente dalla panchina, ma la stima di Allegri nei confronti del brasiliano è notevole: sa che può contare su un asso nella manica qualora la situazione allo Stadium dovesse richiederlo. E la voglia d’Europa dell’ex Bayern Monaco è intatta, a giudicare da quanto affermato alle tv, Sky e Mediaset Premium: «In Champions League gli avversari sono sempre di altissimo livello. Eravamo consapevoli del fatto che sarebbe stato difficile giocare a Barcellona. Adesso abbiamo una buona opportunità contro l’Olympiacos perché giochiamo in casa: dobbiamo conquistare tre punti e disputare anche una grande partita. Personalmente, essere protagonista al Mondiale con il Brasile non può che essere un obiettivo da raggiungere. Ma adesso penso alla Juventus: abbiamo senza dubbio la possibilità di conquistare la Champions, in rosa abbiamo grandi giocatori, siamo attrezzati per arrivare fino in fondo in tutte le competizioni».

ADATTAMENTO

Il processo di crescita, personale e non solo, prosegue spedito: «Sto imparando a conoscere l’Italia e il calcio italiano, tatticamente è molto diverso dai campionati in cui ho giocato. Mi sto adattando passo dopo passo, sto anche studiando l’italiano, intanto mi faccio capire da compagni e staff tecnico con portoghese e spagnolo. Sono pronto a dare il mio contributo in ogni posizione, non mi preoccupa più di tanto trovare il gol, io penso esclusivamente a dare il massimo e ad aiutare la mia squadra a vincere».

Torna la Champions e deve anche tornare la Juve, quella vera, quella capace nella passata edizione di subire meno gol di tutti prima della sciagurata notte di Cardiff. Ma è anche una Juve che si aggrappa con forza alla vena dei bomber. Uno è lanciato a livello europeo e mondiale, l’altro è semplicemente da ritrovare. Paulo Dybala e Gonzalo Higuain sono gli uomini attorno al quale Massimiliano Allegri sta costruendola risposta alla delusione del Camp Nou. Una replica netta che può essere soltanto una, per continuare a credere nel primo posto del girone e soprattutto per non complicarsi troppo la vita: vincere, magari pure convincere allo Stadium che è roccaforte spesso inespugnabile.

IN MASCHERA

Higuain è chiamato a dare un segnale specialmente a se stesso. Non segna da 296 minuti, un’enormità per un cecchino dell’area come lui. L’ultima gioia contro il Chievo, poi tre partite a digiuno e uno scampolo di gara contro il Toro senza andare in rete, bensì osservando da vicino la doppietta dell’amico e compagno Dybala. Lui sì in condizioni strepitose certificate dal pazzesco inizio di stagione in campionato. Paulo si è messo davvero in maschera, indossando quelle da cannoniere del Pipita, statistiche alla mano: 12 reti stagionali, già doppia cifra in campionato, a bocca asciutta però nella partita più importante di questo primo spezzone di annata, quella contro il Barcellona di un Messi stellare. Ecco perché la voglia di riscatto della Joya è un incubo per la difesa dell’Olympiacos. Del resto Dybala è in linea per competere al vertice con i top bomber. E non a caso “vede” il podio della Scarpa d’Oro: quarto posto momentaneo con 20 punti, appena a due lunghezze da uno scatenato Radamel Falcao, leader del Monaco. Lo spessore tecnico dell’argentino è da replicare in Champions, possibilmente – è l’idea di Allegri – ricaricando anche le batterie del Pipita, finora apparse piuttosto scariche. La decisione di lasciarlo in panchina inizialmente nel derby, scelta tecnica prima ancora che fisica, è da leggere come un messaggio doppio: la certezza che il posto fisso non sia garantito per nessuno e che un Higuain più fresco e più lucido possa tornare a risplendere in un match del mercoledì già fondamentale nella corsa a un posto negli ottavi. La Juventus finora si è goduta la versione da bomber di razza di Dybala, consapevole tuttavia di quanto sia importante ritrovare un Pipita decisivo.

QUELLA MUSICA…

Certo, il derby ha rivelato un’altra faccia della formazione bianconera, quella capace di fare a meno del Pipita. E la risposta non è stata affatto male, anzi: si è vista una delle Juventus più convincenti sotto il profilo della manovra e la qualità del gioco. Merito di Mandzukic che, in ogni caso, rimane un intoccabile per Allegri: centravanti perfetto, ma anche punto di riferimento da esterno, in ogni caso sempre prezioso sotto il profilo tattico. Higuain, indirettamente, deve rispondere anche alla concorrenza dell’attaccante croato, dato che svariati addetti ai lavori hanno evidenziato la bontà del gioco juventino sabato sera. Dybala invece insegue un record dopo l’altro, uno di questi appartiene proprio al Pipita: 36 gol in un campionato di Serie A, cifra che pare difficile da raggiungere. Eppure la Joya parte da +10 con 32 giornate ancora di disputare. Ma prima c’è la Champions e suona la musichetta della Coppa dalle grandi orecchie: per gli argentini bianconeri è il momento di esaltarsi.

Un Olympiacos nella bufera quello che oggi sbarcherà a Torino e domani sfiderà la Juventus in Champions League. L’aria dalle parti del Pireo era pesante già da un po’ e lo scivolone di domenica sera nel derby contro l’Aek Atene ha fatto rompere gli indugi al presidente Evangelos Marinakis, una sorta di Zamparini greco nella gestione degli allenatori. La sconfitta incassata in rimonta ha convinto il massimo dirigente ellenico all’ennesimo ribaltone: a farne le spese è stato Besnik Hasi, silurato poche ore dopo il rocambolesco ko (da 2-0 a 3-2) targato Lazaros Christodoulopoulos, ex Verona, Bologna e Sampdoria.
Così, alla vigilia del big match contro Buffon e compagni, i greci si trovano un nuovo boss alla guida. O meglio: un traghettatore. Marinakis ha affidato temporaneamente la gestione della squadra a Takis Lemonis, una sorta di uomo-garanzia per il club. Lemonis è al terzo mandato con i biancorossi negli ultimi 10 anni. L’esperienza più recente, sempre subentrando in corsa, risale alla scorsa primavera. Il 57enne tecnico di Atene fu chiamato al Karaiskakis il 23 marzo al termine di una girandola impressionante di allenatori: nei mesi precedenti erano stati licenziati Víctor Sanchez, Paulo Bento e Vasilis Vouzas. Lemonis, come da richieste presidenziali, prese la squadra in vetta alla classifica e la pilotò al trionfo in campionato. Questa volta la situazione è diversa: Marinakis lo ha richiamato per far svoltare l’Olympiacos che, dopo 7 anni di dittatura in patria (7 campionati su 7), è solo quarto in classifica (a meno 5 dall’Aek Atene) e all’esordio in Champions ha perso 3-2 con lo Sporting Lisbona.

VERSO LA JUVE

Lemonis conosce bene gran parte della squadra e, avendo così poco tempo a disposizione, contro la Juventus non farà rivoluzioni. In Grecia viene descritto come un allenatore molto pratico e ad Atene sono tutti convinti che all’Allianz Stadium punterà sul classico 4-2-3-1, un sistema di gioco già impiegato dal suo predecessore. Più che sulla tattica, il traghettatore scelto da Marinakis dovrà incidere sulle motivazioni: perdere uno dei derby cittadini è sempre una brutta botta e l’Olympiacos domenica è stato battuto all’89’.
La squadra è nel mirino dei tifosi e uno scivolone pesante anche in Champions con i bianconeri potrebbe surriscaldare ulteriormente il clima. Stando a quanto filtra da fonti elleniche, Lemonis s’affiderà ai giocatori di maggior qualità per provare a strappare almeno un pareggio contro i campioni d’Italia. Il centravanti sarà l’ex palermitano Djurdjevic, mentre alle sue spalle agirà il trio composto da Odjidjia, Carcela-Gonzalez e Marin.

IL PRECEDENTE

Per la Juventus, a caccia della prima vittoria nel girone di Champions dopo la sconfitta del Camp Nou, la situazione dell’Olympiacos potrebbe essere un vantaggio. Però nessuno stappa lo champagne, forse anche per scaramanzia. Già, è ancora fresco il precedente del Galatasaray nella stagione 2013-14.
I turchi si presentarono allo Stadium nella stessa situazione dei greci: con un allenatore nuovo (Roberto Mancini) che si era insediato nelle 48 ore precedenti. Mancini, a differenza di Lemonis, fu catapultato in un contesto sconosciuto, ma rispetto all’ellenico conosceva meglio la Juventus della sua squadra. Il dettaglio fece la differenza: il Mancio, con un po’ di fortuna, imbrigliò l’allora squadra allenata da Antonio Conte sul 2-2. Il precedente basterà alla Juve per non sottovalutare l’Olympiacos.

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