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Allegri non è Al Pacino e stasera non si gira “Ogni maledetta domenica”. Ma se il suo discorso prepartita lo leggesse Tony D’Amato, con l’enfasi giusta, potrebbe anche emozionare come quello. Forse perché più vero. E lucido.

«La partita perfetta è quella che fa passare il turno. E’ inutile che ci giriamo intorno, non si può sapere esattamente come andrà in campo. E’ un illusione che le partite si possano programmare completamente, perché sono fatte di imprevisti e noi dobbiamo essere lucidi davanti agli imprevisti. Ecco, gli imprevisti sono la cosa più importante della partita e noi non possiamo farci sorprendere, ma stare fermi, lucidi e concentrati, stare dentro il campo fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto, senza distrarsi e soprattutto senza fare i calcoli. Non voglio sentire discorsi sui calcoli, non mi piacciono i conti! Il risultato dell’andata ce lo dimenticheremo, quando l’arbitro fischierà l’inizio, l’unica cosa a cui pensare sarà quello di ottenere un risultato positivo, come se fosse una partita secca».

«E ci sarà un momento per attaccare e un momento per difendere. La nostra bravura, la chiave di tutto sarà quella di saper leggere la partita, capire cosa sta succedendo intorno a noi. Luis Enrique sprona la sua squadra ad attaccare, attaccare e attaccare? Dice che possono segnare 4, 5 perfino 6 gol. Non lo so se ci crede e, sinceramente, non è il mio problema. Il mio problema semmai sono i loro giocatori, quei tre davanti in particolare che hanno un potenziale spaventoso, ma noi abbiamo difensori e centrocampisti che sanno come fermarli. E i loro problemi nella fase difensiva non possono essere spariti in una settimana».
«Siamo tosti. Siamo una squadra che ha una grande solidità mentale, cresciuta con il tempo. Abbiamo anche esperienza internazionale e ho visto aumentare l’autostima. Al Camp Nou non c’è nessun esame di maturità o di laurea, c’è solo una grande occasione da cogliere. La Juventus negli anni a venire deve stare stabilmente nei quarti di finale: poi in Champions basta un dettaglio per vincere o perdere, l’importante è arrivare lì, poi ci sono anni in cui puoi vincere e anni in cui qualcosa va storto. Mi fa piacere che si sia creato un legame fra me e i tifosi. In questo ambiente non ci si esalta mai troppo e questo è positivo, fa parte della nostra forza».

«E no, non sto pensando all’arbitro e a quello che può combinare. Primo perché è un arbitro di caratura internazionale, poi perché ho sempre grande fiducia nel loro lavoro. Lasciate perdere l’arbitro, pensate che ogni volta che avrete la palla fra i piedi dovrete cercare di fare gol: dall’inizio alla fine. Io sono convinto che in questa partita ci saranno molti gol e qualcuno dobbiamo farlo noi».  «Non c’è molto da aggiungere, posso dire solo una cosa alla squadra: fate una buona fase offensiva e una buona fase difensiva».

Rimpianti zero. E non potrebbe essere altrimenti, perché Dani Alves ha conquistato tutto nel Barcellona, soprattutto ha sollevato al cielo la Champions, per ben tre volte. E’ il grande sogno bianconero. «E io voglio fare in modo che questo sogno diventi realtà. Lo inseguiamo, la Juve non vince da più di 20 anni. Se riusciremo a passare il turno, avremo eliminato la squadra più forte del mondo e continueremo a sognare». Al cuore non si comanda: «Resterò per sempre un tifoso blaugrana, ma non in questa sfida…». Dani sente che l’obiettivo non è centrato, ma che il risultato dell’andata sposta la bilancia: «Abbiamo il 60% di andare in semifinale. Certo, al Camp Nou può sempre succedere di tutto». E lo dice uno che in carriera, in quello stadio, ha collezionato numeri pazzeschi: 121 partite nella Liga, 38 in Champions, addirittura 14 gol complessivi – un dato significativo per un terzino – oltre a 51 assist, una media di quasi 2 occasioni da gol create a partita, quasi 6 cross a match e 6 recuperi. Del resto, come ammette Andres Iniesta, «Dani rimane uno dei migliori acquisti stranieri del Barcellona per tutto quello che ha dato alla nostra squadra. A un certo punto ha preso un’altra strada, le cose in Italia gli stanno andando bene». Ma nessun rimpianto pure da parte blaugrana: «Non è che non lo voglia più qui – spiega – ma io non lo cambierei con nessun compagno della rosa attuale».

Non è stata una separazione senza scossoni sentimentali. Il brasiliano alterna parole al miele nei confronti dell’ambiente, della città e dei compagni, a qualche frecciata nei confronti di chi non lo voleva più in blaugrana: «Nelle mie dichiarazioni del passato non volevo offendere nessuno. Al Barcellona ho vissuto anni favolosi, non volevo tenermi dentro questa sensazione agrodolce. Io sono fatto così. E se tempo fa mi sono rivolto a media di Madrid è perché so che lì le mie parole non sarebbero state manipolate…». Altre spallate all’ex club: «Ringrazio Xavi che mi vorrebbe ancora qui, ma per tornare in futuro dovrebbero cambiare troppe cose. E a Barcellona l’ego di certe persone non cambia. Per cui non succederà». In città però è rimasto legato a tanta gente: è infatti socio di un locale brasiliano che si chiama Boteco Fogo, molto gettonato anche tra i suoi ex compagni. Per Dani Alves sarà la prima da rivale e assaggerà l’accoglienza del Camp Nou: «So che tanti tifosi mi vogliono ancora bene, non tutti. Il mio stile di vita non è molto catalano, per cui non piaccio a chiunque». Consigli a Messi per il futuro? Macché: «Spero che rimanga per il bene del Barça. Ma non dico niente, guardate cosa è successo a me. Fosse per me ognuno di questi campioni avrebbe una statua qui al Camp Nou. Non è giusto che quando non servi più vieni mandato via così. Spero, da tifoso, di poter godermi questi fenomeni con la maglia blaugrana. Ma ora difendo i colori della Juve, il mio passato rimarrà custodito in un angolo molto speciale e non potrà condizionarmi». Adesso rincorre il sogno Champions al fianco di uno come Gonzalo Higuain: «Bello giocare con campioni del suo livello, gente così può permetterti di conquistare tanti titoli».

Stasera al Camp Nou sfilerà la Juventus dei titolarissimi. «Sto bene e giocherò al cento per cento», il messaggio rassicurante lanciato a Paquetta da Paulo Dybala tramite i media argentini. Ieri la Joya ha ribadito il concetto allo staff bianconero subito dopo la rifinitura di Vinovo. Il numero 21 vuole giocare e pur di essere titolare ha dato la propria disponibilità a stringere i denti. Il fallo del pescarese Muntari è stato duro e Dybala avverte ancora qualche piccolo fastidio alla caviglia. Seppur non al mille per mille, l’ex palermitano è carico e intenzionato a occupare regolarmente il suo posto sulla trequarti. Soltanto un’improvvisa ricaduta mattutina potrebbe cambiare i programmi: a quel punto Miralem Pjanic avanzerebbe alle spalle di Higuain (al posto di Dybala) e Claudio Marchisio si unirebbe a Sami Khedira in mediana. Si tratta, però, di un piano alternativo. Massimiliano Allegri, ottimista per natura, non vuole nemmeno pensarci. A Messi&C è intenzionato ad opporre la stessa formazione dell’andata con Gigi Buffon in porta e una linea difensiva completamente tirata a lucido grazie al turnover di Pescara: Dani Alves terzino destro, Bonucci e Chiellini in mezzo, Alex Sandro a sinistra. A centrocampo guideranno Khedira, che sabato ha giovato di un rigenerante turno di riposo, e Pjanic. In avanti spazio ai “fantastci 4”: Juan Cuadrado sulla destra, Dybala trequartista a tutto campo, Mario Mandzukic a sinistra e Gonzalo Higuain punta centrale.

Se il Pipita spera di sbloccarsi al Camp Nou vidimando il biglietto per le semifinali di Champions, il trio dei diffidati Khedira-Mandzukic-Cuadrado dovrà cercare di traghettare la Juventus oltre Barcellona senza farsi ammonire. Comunque un problema secondario: fino alle 23 di stasera la priorità sarà il passaggio del turno costi quel che costi.

Difficile decifrare Barcellona-Juventus considerando le tante metamorfosi a cui Luis Enrique ci ha abituato in questa stagione. Nell’ultimo periodo, i cambiamenti di uomini e assetti tattici, vista la precarietà della fase difensiva, sono diventati addirittura schizofrenici.
Ma andiamo per ordine cercando di capire cosa cambierà tra i blaugrana che vedremo questa sera al Camp Nou rispetto a quelli visti in campo nella gara di Torino.

Rientrerà in mezzo al campo Busquets, il grande assente dell’andata. La sua presenza dovrebbe restituire ordine nella costruzione del gioco e copertura nella fase di non possesso palla: in una parola, semplicemente, dovrebbe restituire equilibrio, quello cioè che di solito manca a questa squadra.
Il peccato originale, però, non sarà completamente compensato dal rientro del metodista spagnolo. Il Barcellona attacca con nove giocatori rischiando sempre troppo in caso di perdita del pallone. Come si vede nell’azione che porterà Messi a segnare il gol dell’1-0 alla Real Sociedad (giocato con il 4-3-3) a presidiare la propria metà campo c’è solo Piqué. Se André Gomez avesse perso palla soltanto Umtiti e Busquets avrebbero potuto provare a tamponare la ripartenza avversaria. La necessità di fare molti gol potrebbe spingere ulteriormente in avanti i padroni di casa facilitando la Juventus che potrà compattarsi e ripartire trovando sempre spazi aggredibili. Si deve ricordare che i punti deboli dei padroni di casa sono le transizioni e i calci piazzati subiti e coincidono coi punti di forza opposti dei bianconeri.

Improbabile il recupero dell’esperto play argentino che potrebbe “non essere sostituito”. Lucho piuttosto che rimettere in difesa Methieu, potrebbe decidere di lasciare due soli difensori centrali (Piquè e Umtiti) a vedersela con Higuain, chiedendo proprio a Busquets di controllare i movimenti di Dybala sulla trequarti.
Sergi Roberto e Jordi Alba in questo caso se la vedrebbero rispettivamente con Mandzukic e Cuadrado. Duelli persi in partenza soprattutto nelle transizioni. Si deve anche considerare che nello spazio tra centrale e terzino potranno buttarsi anche Khedira e Pjanic, imitando il gol spettacolare, nella sua semplicità tattica, realizzato da Prieto, abile ad infilarsi proprio tra Umtiti e Alba. Sto parlando del secondo gol rifilato dal Real Sociedad al Barça sabato sera.

Alla fine il modulo più sensato potrebbe essere il 3-4-3 già messo in campo contro il Paris Saint-Germain nella famosa Remuntada (in questo caso il centrale potrebbe essere lo stesso Busquets). Come si vede nella videografica con questo modulo sarebbero i centrocampisti esterni a dare la massima ampiezza facendo sembrare il Nou Camp anche più largo dei 68 metri convenzionali richiesti dalla UEFA (un tempo era 72 metri). La Juve lascerà spazio sulle fasce al Barça preoccupandosi maggiormente dei corridoi interni, quelli dove ama muoversi Leo Messi. Il castello difensivo della Juve sarà, a tratti, sostenuto anche dagli attaccanti, con gli esterni anch’essi stretti. Mandzukic e Cuadrado pur essendo abituati, da quando la Juve gioca col 4-2-3-1, a tenere questa posizione, dovranno interpretare la gara con molta intelligenza tenendo una linea interna, di partenza, per poi attaccare l’esterno che riceve palla in seconda battuta.

Leo ha una peculiarità che lo rende unico. Si è, negli anni, specializzato nella conduzione palla nello stretto ad alta frequenza di tocchi palla. Da una parte riesce ad avere potenti accelerazioni da fermo senza perdere mai il controllo della sfera, dall’altro riesce a percepire e decodificare tutti gli elementi mobili che lo circondano (compagni e avversari) sapendo perfettamente in ogni istante quali sono gli spazi liberi e quelli occupati, senza bisogno di alzare la testa. Come tutti i giocatori che hanno una visione periferica “alta” perde qualcosa nella visione “bassa” per cui deve sempre pur guardare in basso per dominare al meglio il contatto piede-palla.
Questa caratteristica, che lo fa sembrare un cane da tartufo, gli permette di rendere esecutivo in qualsiasi momento il suo progetto motorio-tecnico senza alzare mai lo sguardo: dove passare la palla, a chi, con quale traiettoria. I compagni naturalmente lo sanno e si predispongono alla ricezione, gli avversari sono solitamente meno attrezzati e ne rimangono sorpresi. Meglio lavorare sulle linee di passaggio isolandolo dal gioco.

Allegri ha meno dubbi. La squadra è quella, con le sue certezze date dalla solidità dimostrata in campionato e nella gara di andata. Tutti i suoi uomini migliori sono al top della condizione. Il risultato dell’andata è il migliore con cui poter affrontare la partita.
C’è però un aspetto che sarà fondamentale e che sarà sicuramente preso in considerazione dal tecnico bianconero. La Juve ha vinto all’andata sorprendendo il Barça con una clamorosa aggressività da cui sono nati i gol e le palle gol create nel primo tempo.
Studiando i report di WyScout la Juve ha recuperato il 40% dei palloni nella metà campo avversaria. Anche la mappa dei falli commessi è emblematica: solo uno nei pressi della propria area, l’80% oltre la linea mediana. Una buona modalità per spezzare il possesso avversario.
Come detto da Allegri stesso nei giorni scorsi la Juve dovrà fare gol per chiudere il conto coi catalani. Per farlo occorrerà avere lo stesso coraggio dimostrato allo Juventus Stadium. Un’altra partenza sprint sarebbe il modo migliore di dimostrare al mondo di essere i più forti.

Higuain rincorre stasera il suo primo gol al Nou Camp. Una rete che, con molta probabilità, significherebbe accesso alla semifinale di Champions. Un obiettivo possibile considerando le problematiche intrinseche del Barcellona nella tenuta difensiva e quelle estrinseche che potrebbe creargli il Pipita. Come può segnare il Pipita? Quali sono, tra le sue peculiarità che potrebbero fargli interrompere questo digiuno? Ecco alcune possibilità.

Higuain ama venire a giocare la palla sulla trequarti per attirare su di sé i difensori e aprire il gioco sulle fasce. Di solito l’esterno opposto e una mezzala attaccano la porta. Lui arriva col secondo tempo, in gergo si dice a rimorchio, sfruttando l’appiattimento della linea difensiva avversaria. Il cross dietro diventa la sua palla. Solo nell’ultimo mese ha segnato così a Chievo, Napoli e Pescara. Ma fu così anche il gol all’andata contro i partenopei.

Il centravanti bianconero cerca spesso il contatto con l’avversario per impedirgli di fisico l’anticipo. Pretende la palla addosso e usa il marcatore come perno per girarsi facendo sfilare la palla e tirare già orientato verso la porta (gol al Crotone). Un’altra opzione è rubare tempo e spazio all’avversario allontanandosi col primo controllo e tirando al secondo tocco col corpo ancora in torsione. Stupendo il gol fatto così al Napoli bruciando sul tempo Albiol e Reina.

Gli zig-zag preparatori di Higuain disorientano anche il marcatore più esperto. Smarcamenti che anticipano l’attacco al primo palo (più raramente al secondo). La sua forza è il timing. Sa quando e dove arriverà il cross del compagno. La palla deve essere forte e radente. Higuain sa come deviarla di testa o di piede per sorprendere il portiere avversario. Guardare i gol fatti al Sassuolo e alla Lazio, nelle gare di ritorno, per credere.

Entrambi sono movimenti a prendere spazio dal proprio marcatore prima di entrare in possesso di palla. Con l’allargamento Higuain si defila alle sue spalle. L’ultimo gol del Pipita in Champions contro la Dinamo Zagabria è avvenuto con questa dinamica. Staccarsi significa, invece, invertire la corsa verso la porta tornando all’indietro per intercettare una palla vagante. In questo modo ha segnato, all’andata con il Sassuolo, in gol più bello della stagione in mezza rovesciata.

E’ il movimento classico della prima punta a tagliare la traiettoria di corsa del portatore di palla, soprattutto sugli attacchi dalla trequarti campo. La corsa in diagonale, a volte anche a semiluna, è sul filo del fuorigioco, detta il passaggio filtrante e permette di attaccare la profondità. Ha segnato così con la maglia dell’Argentina ad ottobre contro il Perù, ma mai con la maglia della Juve. Siccome è un movimento che il Barcellona potrebbe soffrire particolarmente potrebbe chissà che il Pipita non sfati il tabù Nou Camp proprio in questo modo.

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Gli sfuggì per 10 mesi. Tanto passò fra l’addio al Real di Gonzalo Higuain, stufo dell’alternanza con Benzema a cui lo costringeva José Mourinho (con spiccata preferenza per il francese) e la conquista della Champions League da parte del Madrid guidato da Carlo Ancelotti, il 24 maggio 2014. Chissà se il Pipita ha mai immaginato che forse il tecnico italiano avrebbe preferito lui e se fosse rimasto avrebbe festeggiato la “Decima” da protagonista. Magari l’idea lo ha sfiorato, ma di certo il suo pensiero è fissato sulla Champions che può vincere, non su quella che avrebbe potuto: «Magari questo è l’anno giusto», ha detto a “El Mundo”.

Di sicuro per il Pipita è un anno speciale, l’anno calcistico che si avvia alla conclusione e alla sua fase più calda. E’ l’anno del suo clamoroso passaggio dal Napoli, di cui era il trascinatore, alla Juventus che del club di De Laurentiis era ed è la più grande rivale. Un trasferimento il cui impatto sulla città campana Higuain lo ha sentito con le proprie orecchie nelle due sfide del San Paolo della scorsa settimana, nelle quali è stato sommerso dai fischi. Dai fischi però è emerso di prepotenza, con i due gol che hanno spalancato alla Juventus le porte della finale di Coppa Italia. A quella doppietta è seguita tre giorni dopo quella al Chievo, che avvicina i bianconeri al sesto scudetto consecutivo e il Pipita al suo primo in Italia, alzando al massimo il suo morale in vista della sfida di stasera. Perché questo per Higuain deve essere soprattutto l’anno delle vittorie che gli mancano: il campionato italiano e la Champions.

“A la muerte”, così il centravanti argentino ha dipinto l’atteggiamento con cui la squadra bianconera scenderà in campo contro il Barcellona stasera allo Stadium e tra una settimana e un giorno al Camp Nou: «Lotteremo alla morte nelle due partite». Alla morte semplicemente perché lui e la Juventus tutta vogliono assolutamente superare l’ostacolo blaugrana, non perché per farlo sia necessario compiere un’impresa impossibile. Higuain nutre un profondo rispetto nei confronti del Barcellona, ma è convinto che non sia affatto un avversario al di là delle possibilità sue e dei suoi compagni: «Il Barça è da molti anni al top e Messi è ancora in cima al mondo. Ma noi abbiamo fiducia in noi stessi e siamo convinti di poter passare il turno».

Convinzione che crescerebbe ancora di più se la Juventus passasse sopra al corpo del Barcellona per raggiungere la semifinale. «E’ una partita speciale perché elimineremmo un grande rivale e questo ci darebbe molta fiducia per il futuro». Superare i catalani vorrebbe dire battere la squadra che ha dominato la Champions negli ultimi 11 anni (quattro vittorie) e che sconfisse i bianconeri in finale tre anni fa, significherebbe battere per la seconda volta una delle grandissime d’Europa dopo il Real fatto fuori in semifinale nel 2015. Sarebbe il certificato sull’avvenuto ultimo salto di qualità della Juventus, a coronamento di una crescita europea che non è stata intaccata dall’eliminazione agli ottavi della scorsa stagione contro il Bayern, arrivata al termine di un doppio confronto giocato alla pari con l’altra delle tre big attuali. E mettere la propria firma sull’eliminazione del Barcellona sarebbe un salto di qualità anche per Higuain, che è sicuramente tra i più forti centravanti del mondo, ma non ha mai preso un voto nella classifica del Pallone d’oro. E ora vuole prendersi l’Europa. “A la muerte”.

Per ovviare alla pesante assenza di Busquets, definito da Luis Enrique di “vitale” importanza per la squadra, l’ex tecnico della Roma pensa a Ivan Rakitic, ma potrebbe affidarsi anche Javier Mascherano, vero e proprio jolly della rosa blaugrana. L’esperto centrocampista argentino in questa stagione si è disimpegnato in molte posizioni, addirittura da terzino destro con disinvoltura, ma questa volta potrebbe tornare nella posizione che predilige, davanti alla difesa.

La Juve, per il sudamericano, non è solo il dolce ricordo della finale di Berlino, ma anche una maglia sfiorata più volte in carriera, come ammette in conferenza stampa: «E’ vero, sono stato più volte accostato alla società bianconera ed anche quest’estate ci sono stati rumors di questo tipo. Ma io sono un calciatore del Barcellona e ne sono fiero». Per la società e la squadra che avrebbero potuto essere le sue l’argentino nutre rispetto assoluto e non vede l’ora di giocare in uno stadio in cui i bianconeri vantano numeri spaventosi: «La Juve è sempre stata forte, – racconta Mascherano – la sua storia è ricca di grandi campioni e negli ultimi anni ha dominato il campionato italiano. Dobbiamo stare molto attenti, perché qui il pubblico mette molta pressione, sarà indispensabile giocare come sappiamo fin dall’inizio».

Gli avversari più temibili tra i bianconeri sono due connazionali di Mascherano, Paulo Dybala e Gonzlao Higuain, giocatori che l’argentino conosce bene: «Sia Gonzalo che Paulo sono dei grandissimi campioni. Ho la fortuna di conoscerli tutti e due, so bene quanta sia la loro qualità. È chiaro che dobbiamo mettere un’attenzione speciale su campioni di questo tipo, giocatori che possono segnare in qualunque momento, decidere una partita con una sola giocata, quindi dobbiamo avere molta cura e molto rispetto». Ma il Barcellona non è squadra che si accontenta, quindi Mascherano suona la carica e spinge all’attacco i suoi compagni: «La Juve è una squadra forte, ma noi dobbiamo esprimere il nostro gioco, solo così potremo fare risultato. Non siamo assolutamente un gruppo in grado di speculare, quando lo facciamo rischiamo sempre di perdere. Attaccare è anche il miglior modo di difenderci, per la qualità dei nostri giocatori, per la mentalità che mettiamo in campo, e in questi anni direi che ha funzionato benissimo. Se offriremo la nostra migliore versione, potremo contrastare anche una squadra forte come quella bianconera».  Sarà battaglia quindi, e gli ingredienti per godere di una spettacolare notte di calcio sembrano esserci davvero tutti.

«Abbiamo più esperienza, è cresciuta l’autostima rispetto alla finale di Berlino. Sulla carta il Barcellona è sempre superiore, ma possiamo affrontare le due partite con piglio e spirito giusto, senza essere per forza le vittime sacrificali». Chi meglio di Gigi Buffon, da 16 stagioni griffato bianconero, ha il polso della situazione – e della maturità – raggiunta in casa Juventus. E’ la sesta volta che il capitano approda ai quarti di Champions: in tre occasioni è stato fermato, nelle altre due è volato direttamente in finale, poi perse. «Io le semifinali le supero in scioltezza, sono i quarti e le finali che patisco…» scherza SuperGigi, a dimostrazione del clima sereno che si respira nello spogliatoio bianconero.
Non ha più rivisto le immagini di Berlino ma è sicuro che non sarà come due anni fa, sente che c’è maggiore consapevolezza: la squadra è cambiata molto, meno potenza ma più qualità, mentre il Barça è rimasto uguale a se stesso, con quei tre lì davanti – Messi, Neymar, Suarez – a scuotere e intimorire le difese avversarie. «Beh, hanno una forza devastante. Il tridente fa ancora più paura perché non sono tre individualità, ma una vera arma unica. Sono altruisti e vedi gioia e rispetto nel loro gioco». Non sono parole di circostanze, Buffon ha davvero una sana devozione per il Barça. «Quando vedo che i miei figli sono innamorati di Messi, Neymar e Suarez sono felice, mi dico che hanno buon gusto».

Buffon è anche l’ultimo tra i grandi numeri 1 a non aver mai subito un gol da Messi, una vera rarità visto che il fenomeno argentino ne ha segnato 94 in Champions. «E’ successo anche perché ho avuto la fortuna di incontrarlo poche volte e di avere a disposizione difensori che gli rendono la vita difficile. Contro avversari così qualcosa dipende da me, ma molto dal destino e da Messi stesso». Non invidia però Ter Stegen che gioca con la Pulce, lui è soddisfatto di avere in squadra i suoi due connazionali, Dybala e Higuain. «Per Paulo è la partita più importante, ci tiene e arriva nelle condizioni psico-fisiche migliori, quello che ha fatto con il Chievo ci conferma che si è preparato al meglio. Per noi è una grande fortuna che lui, Gonzalo e gli altri campioni siano al 100%».

Nonostante i tanti trofei vinti e gli anni di militanza in campo, Buffon confida che sarà emozionato stasera. «E nervoso: se non lo fossi potrei anche smettere». Del resto, non si finisce mai di imparare, anche a 39 anni. «Quando ho visto la rimonta del Barcellona col Psg ho capito che la vita mi aveva insegnato un’altra cosa. Con il giusto approccio tutto è possibile, ribaltare quel 4-0, contro un avversario del genere, in un ottavo… Mi auguro però che abbiano finito le scorte».
Buffon è curioso di vedere i passi avanti compiuti negli ultimi due anni. «Loro non sono cambiati, noi abbiamo modificato anche il modo di giocare. La difesa resta il punto di forza, ci mancava un po’ di cinismo». Aleggia un velato ottimismo, che SuperGigi non vuole né frenare né alimentare. «Il Barcellona nella doppia sfida è l’avversario più difficile da eliminare, vincono o perdono solo per meriti o demeriti loro. Hanno talmente tanta forza che si creano il destino come vogliono. Però sarà bello confrontarci con loro, avere risposte al di là del risultato». Padroni del proprio destino, ciò che dovranno fare anche i bianconeri.

La crescita mentale e tecnica della Juventus negli ultimi anni è stata costante, evidente in campo nazionale ma anche in campo europeo.  Il suo valore è ormai riconosciuto. Al di là del rendimento contingente che la pone (secondo gli algoritmi di Squawka basati sui parametri di possesso palla, pericolosità e tenuta difensiva) in scia al Bayern Monaco dominatore e nettamente davanti al Barellona (relegato al quinto posto), la squadra bianconera può ormai essere considerata nel gotha internazionale, nonché una delle favorite alla vittoria finale. La recente qualificazione alla finale di Coppa Italia conseguita contro il Napoli, l’avversario italiano più temibile insieme con la Roma, rende realistica addirittura l’ipotesi triplete.

Questo, quantomeno, dicono le linee di tendenza prodotte dai bigdata. Posto il fatto che, ovviamente, il calcio è anche altro. Ogni partita deve confermare il trend prestativo sul campo. E sul campo dello Juventus Stadium questa sera ci sarà niente meno che Messi, e con lui, il pluridecorato dream-team catalano.

Tutti sanno che la qualificazione alle semifinali dovrà essere ratificata dalla gara-due al Nou Camp, diventato un incubo dopo la remuntada pazzesca compiuta dai padroni di casa contro il Paris Saint Germain, tuttavia è altrettanto certo che la sfida di stasera potrà già stabilire i reali rapporti di forza tra le due squadre. I bianconeri arrivano a questo passaggio cruciale della stagione al top della condizione e con quasi tutta la rosa a disposizione (Pjaca escluso). Non è un caso. Allegri e i suoi staff tecnico e atletico, che sappiamo lavorare in grande sintonia, hanno saputo pianificare la stagione con spiccato pragmatismo, alternando i giocatori in maniera costante con il duplice obbiettivo di preservarne l’integrità e di motivarli in toto.
Quindi le scelte di formazione saranno di ordine squisitamente tattico. L’obiettivo ricercato sarà di non subire troppo il possesso palla dei blaugrana. Per raggiungerlo serviranno qualità e velocità di palleggio, soprattutto nelle uscite da dietro. Facile pensare all’impiego di Dani Alves e Pjanic (se le sue condizioni, non perfette, lo consentiranno) che rispetto a Lichtsteiner e Marchisio hanno piedi migliori e più tranquillità a giocare la palla anche sotto pressione. Vero è che anche le capacità di contrasto saranno importanti, per cui alla fine Allegri potrebbe decidere per una soluzione di compromesso, magari dando fiducia alla mediana di copertura sperimentata contro il Chievo sabato sera e composta dal Principino al fianco dell’inamovibile Sami Khedira.

La Juve dovrà togliere al Barcellona spazio e tempo di gioco nell’inizio dell’azione. A Vinovo i giocatori avranno studiato, in sede di video-analisi, sia la gara di andata tra il Barcellona e il Paris Saint-Germain, a Parigi, sia quella di campionato persa dal Barça a La Coruña.
In entrambi i casi la squadra di Luis Enrique ha sofferto prevalentemente l’aggressività e il ritmo dei padroni di casa. Penso che siano due best practice da cui attingere a piene mani. Non è dato sapere come l’ex tecnico romanista intenderà sopperire all’assenza di Busquets, pedina chiave del centrocampo sin dai tempi di Guardiola, che si aggiunge a quella di Rafinha. Potrebbe accentrare Rakitic tenendo Mascherano a guidare una difesa a 3, oppure alzare in mediana l’argentino (nell’ottica anche di braccare Dybala in quella zona di campo) e disporre una linea difensiva a quattro.
Alternative che comunque non cambiano la sostanza. E’ lassù che dovrà avere il coraggio di andare a recuperare palla la Juventus, soprattutto sulle uscite del Barcellona nella zona di competenza di Mandzukic, sicuramente in grado di andare a prendere Sergi Roberto con la giusta cattiveria agonistica e con tempismo. Mettere soggezione al Barcellona servirà conseguentemente anche per indirizzare sui giusti binari la gara di ritorno anche dal punto di vista psicologico.

Certo ci saranno momenti, per i bianconeri, in cui sarà necessario abbassarsi e organizzarsi per contenere le soluzioni offensive del temuto tridente avversario composto, le cui caratteristiche individuali sono arcinote. Vale, invece, la pena sottolineare che le intese che si sono create negli anni ne hanno gradualmente limitato l’attitudine anarchica. Posizioni e compiti si sono così delineati con una certa precisione.

Suarez è il centravanti vero, quello che farà a sportellate con i difensori centrali bianconeri e che attacca la profondità. Neymar ha invece un raggio d’azione più ampio. Lo puoi trovare vicino a Suarez ma anche largo a sinistra a ricevere palla in ampiezza e, successivamente, andare a cercare gli scambi stretti.
Poi c’è Messi che può giocare falso nueve oppure esterno di destra ma che sostanzialmente, alla fine, va quasi sempre a finire dentro al campo. Vuole la palla addosso per saltare l’avversario sul primo controllo e puntare la porta dritto per dritto.Servirà grande densità intorno a lui. Un mediano aggressivo e l’altro a dare copertura. Anche i 4 giocatori d’attacco dovranno dare una mano. Gli esterni stringendo il campo e gli attaccanti togliendogli le soluzione di passaggio vicino.

Il collante tra difesa e attacco è Iniesta che gioca formalmente mezzala sinistra, quindi in una posizione di raccordo tra Neymar e Messi, ma che ha un raggio d’azione molto ampio e anche una grande imprevedibilità di giocate. Vede i corridoi liberi prima degli altri.

Sa, quindi, orientarsi per tempo col corpo per effettuare sempre il gesto tecnico più funzionale alla situazione di gioco. Alzare la zona di riconquista palla eviterebbe alla Juve di dover impazzire a correre appresso a questi geni del calcio nella propria metà campo.

Una persona schietta e diretta che non si maschera quando va in campo. L’allenatore e la persona sono un tutt’uno. I giocatori lo percepiscono e ne restano entusiasti, anche quelli che non giocano. Per questo lo spogliatoio è sempre stato con lui, anche dopo la batosta di Parigi. Luis Enrique crede in quello fa, anche, e soprattutto, nelle difficoltà. Per questo forse ha fatto fatica ad affermarsi in Italia. Doveva accettare troppi compromessi nel suo lavoro.

Arrivò in giallorosso dopo due anni di Ranieri e pochi mesi di Montella. Trovò una squadra poca abituata a lavorare sul piano tattico. Ebbe subito problemi ad imporre la sua idea assolutista di calcio. Estremista al 100% non transigeva lassismi di sorta. Face scalpore all’epoca la sua decisione di lasciare in tribuna a Bergamo De Rossi per essere arrivato con 2 minuti di ritardo alla riunione tecnica. Per lui erano esempi che sarebbero serviti a costruire la giusta cultura del lavoro. Non voleva farsi condizionare dalle abitudini italiane. Annullò i ritiri prepartita presentandosi a pranzo il giorno della gara. Per lui erano altre le cose importanti. Non gli fu dato il tempo di raccogliere i frutti della sua semina.

La sua idea di calcio è diversa per alcuni aspetti dal tiki-taka di Guardiola (a Roma per spiegare come voleva giocare faceva vedere le immagini del suo Barca B). Il modulo di base è il 4-3-3 che in costruzione diventa spesso il 3-4-1-2, con il metodista che ad abbassarsi tra i centrali di difesa ed i terzini alti. Dedica a queste uscite da dietro 3 sedute di allenamento alla settimana. Convoca i ragazzi della Cantera e li istruisce su come presserà la squadra avversaria, poi li sguinzaglia contro i suoi difensori che devono, comunque, riuscire a guadagnare il centrocampo partendo dal portiere.

Per lui l’inizio azione è talmente importante che nel primo tempo delle partite fa fare ai suoi collaboratori le foto dall’alto di queste situazioni di gioco, per rivederle nello spogliatoio prima di parlare con i propri giocatori e comunicare loro i giusti correttivi.
La priorità non è tanto il possesso palla quanto l’ordine e le giuste equidistanze da tenere in campo. Arriva a definire al metro la misura dei triangoli che i giocatori devono comporre nella costruzione del gioco o gli spazi che devono esserci tra i reparti.

Aspetti essenziali sono il ritmo e l’intensità. In allenamento si muove tra i giocatori come una zanzara coi suoi occhialoni da sole che gli salvaguardano la vista da una malattia alla retina. Volando tra loro scandisce come un metronomo il ritmo dei passaggi. A differenza del possesso spagnoleggiante (Pam-Pausa-Pam-Pausa-Pam), pretende una frequenza diversa e urla in maniera ossessiva «PAM-PAM-PAM!».

La stessa intensità la pretende una volta persa palla. Non ci sono tanti ragionamenti da fare. La riconquista deve essere immediata. I 4-5 giocatori in zona devono gettarsi sul portatore di palla senza lasciargli via di uscita. E’ il suo modo di comandare le partite.
Usa poi le riprese video di queste esercitazioni nella riunione pre-partita, ribadendo così ai giocatori quello che dovranno fare in gara.
Gli allenamenti sono quasi esclusivamente con la palla, possessi, giochi di posizione, partitelle. La guida delle esercitazioni è spesso delegata ai suoi collaboratori, ma quando ci sono da trasmettere concetti forti arriva sempre l’urlo della zanzara.

Max Allegri appena una settimana fa respingeva con vigore al mittente tutta quella negatività che troppo facilmente piombava, piomba, addosso alla Juve per ogni minima situazione che non sia esaltante. Come se il cammino di questi tre anni, sei andando ancora indietro alla gestione Conte, fosse qualcosa di normale e non di sempre e sempre di più straordinario. Che sia negatività da fine ciclo o nervosismo da fine stagione, qualche spettro in ogni caso sembra aleggiare molto di più in casa Barcellona. Perché nella sua consueta disponibilità a parlare, quasi, di tutto è emersa una tensione latente da parte di Luis Enrique proprio quando la sua avventura al Barcellona è pronta a concludersi: in che modo lo si scoprirà soprattuto al termine di questa doppia supersfida con la Juve. Un nervosismo esploso definitivamente in chiusura di conferenza stampa, quando si è alzato in maniera piuttosto brusca rispondendo a chi gli chiedeva conto dell’arbitraggio penalizzante di sabato sera a Malaga: «Non parlo mai degli arbitri».

In ogni caso Luis Enrique è determinato più che mai a fare in modo che proprio nel suo habitat naturale, la Champions, il suo Barcellona sappia ritrovarsi. Anche se davanti avrà un avversario ormai di livello assoluto come la Juve: «Non so se sia più o meno forte di due anni fa, ha giocatori diversi ma è molto simile. Dobbiamo giocare bene a calcio, perché i numeri della Juventus sono strepitosi, all’altezza della sua storia e di quello che significa essere nei quarti di finale di Champions. Ma più che vedere questi numeri che sono importantissimi, noi abbiamo l’obiettivo di sempre, fare una grande partita indipendentemente del campo. La Juve è una squadra che domina tutte le fasi del gioco e noi faremo la stessa cosa, la nostra partita sarà cercare la vittoria fin dall’inizio». Malaga quindi è solo un ricordo: «Ognuno può dire quello che vuole, ma il risultato di Malaga è stato ingiusto, siamo stati molto superiori ai rivali, abbiamo pagato ogni minimo errore e siamo stati poco fortunati sotto porta. Serve equilibrio, non possiamo impazzire per una sconfitta o esaltarci quando vinciamo». Malaga un ricordo, così come Berlino: «Sono dei ricordi positivi, non può essere altrimenti, ma questa partita non avrà niente a che vedere con quella finale. Sicuramente sia noi che la Juve arriviamo in un buon momento e con la convinzione di poter superare il turno».

Senza Busquets («Giocatore fondamentale per noi, ma siamo preparati a sostituirlo», cambierà inevitabilmente il Barcellona. Non dovrebbe esserci al suo posto Andre Gomes, nonostante il tecnico lo abbia difeso («Ingiusto dare tutte le colpe a un giocatore quando si perde, ha tutto per poter essere un titolare anche in questa occasione. Difenderò sempre i miei giocatori»), ma toccherà a Rakitic sostituirlo. Oppure sarà Mascherano a ritrovare una posizione in mediana, mentre l’eroe della remuntada contro il Paris Saint Germain, Sergi Roberto, partirà titolare per un Barcellona probabilmente destinato a ritrovare da subito il 4-3-3: via libera quindi a Ter Stegen in porta, proprio Sergi Roberto, Pique, Umtiti e Jordi Alba in difesa, Rakitic, Mascherano e Iniesta a centrocampo, con la MSN a imperversare davanti.

Sereno, tranquillo, rilassato, sorridente. Portatore sano di ottimismo e fiducia. Ché poi, vada come vada, ma siccome il primo passo di qualsiasi successo consiste nel provare a centrarlo, quel successo, beh, allora Massimiliano Allegri non si fa mancare nulla in termini di positività e convinzione. Provando a trasmettere il bagaglio di buoni propositi al resto della truppa.

E così mentre, quasi-quasi, il piano del tavolo della conferenza stampa ancora vibra per la mazzata che gli ha inferto Luis Enrique sottolineando di non voler commentare decisioni arbitrali, il tecnico bianconero scandisce a chiare lettere concetti quali consapevolezza dei mezzi e crescita psicologico/motivazionale. Alla faccia di timori reverenziali di sorta. «Non sarà facile, perché il Barcellona è ancora la squadra più forte, grazie a quei tre giocatori là davanti che ti garantiscono sempre gol dentro le partite… Ma anche noi abbiamo giocatori importanti, abbiamo una squadra forte che sta facendo grandissime cose. Abbiamo giocatori nuovi, siamo cresciuti molto in autostima e consapevolezza. I miei ragazzi saranno pronti a giocare un quarto di finale e lo giocheranno con gusto proprio perché ormai siamo abituati a giocare incontri come questi e in tre anni abbiamo fatto passi da giganti. Ripeto: queste sono partite che giochi anche a livello psicologico, devi essere sereno, devi affrontare con grande rispetto il Barcellona, ma con la convinzione che puoi passare. Altrimenti non vai da nessuna parte».

Da qui a un atteggiamento sbarazzino, sgarzolino, insomma da scontro a viso aperto, il passaggio è breve. Infatti Allegri prosegue: «Quando si gioca in casa la prima, è sempre preferibile non prendere gol: ma contro il Barcellona sarà difficile, quindi noi dovremo giocare per segnare. Sappiamo che il Barcellona ha grandi qualità offensive, ma ha anche dei punti deboli a livello difensivo, e noi su quelli dovremo lavorare e insistere. E’ normale, dobbiamo sempre puntare sulle debolezze dell’avversario. Che poi l’avversario si chiami, con tutto il rispetto, Chievo o Barcellona, noi dobbiamo lavorare sempre sulle debolezze dell’avversario. Ed è l’unico modo per poter andare avanti, perché non si può pensare di giocare contro il Barcellona, fare due 0-0 e passare ai rigori. E’ praticamente impossibile questo».
Ancora, più nello specifico: «I punti deboli nella  fase difensiva il Barcellona ce li ha perché è una squadra che gioca molto in proiezione offensiva, dunque ti lascia campo. Questo lo dimostrano i numeri. Poi, per carità, è chiaro che quando invece hanno la palla diventano pericolosi… Insomma, noi dovremo essere molto equilibrati e stare nella partita per 95 minuti».

E a chi fa notare che tutte queste cose il Psg le ha messe magistralmente in pratica nella gara di andata salvo poi andare incontro ad una sonora doccia fredda nel ritorno al Camp Nou, Massimiliano Allegri, manco a dirlo, replica: «Calmi, calmi: noi cominciamo a pensare alla prima partita, e a farla nel miglior modo possibile. Poi al ritorno ci pensiamo dopo…»

Per carità, il condizionale è d’obbligo: a maggior ragione in partite di questo livello, Massimiliano Allegri non disdegna l’idea di stupire in extremis… Tuttavia potrebbero non esserci particolari dubbi di formazione su sponda bianconera. Mettici qualche indizio (più o meno volontario) fornito dal tecnico bianconero in conferenza stampa, mettici qualche indiscrezione filtrata dalla seduta d’allenamento di ieri, e i giochi (cioè, i giocatori) sembrano fatti.
«Non dico la formazione, ma domani i quattro davanti giocano tutti. Quanti sono? Quattro-cinque, comunque giocano…», ipse dixit. Vale a dire, insomma, che il modulo cosiddetto europeo con il 4-2-3-1 è confermato, ergo Gonzalo Higuain sarà supportato da Juan Cuadrado, Paulo Dybala e Mario Mandzukic. A proposito di Dybala, peraltro: «Paulo ha fatto dei passi da gigante da quando è arrivato l’anno scorso. Ha anche cambiato posizione in campo. Rispetto a Messi, che peraltro è il numero uno al mondo da tanti anni e lo è ancora oggi, Dybala ha caratteristiche diverse. Ma è un giocatore giovane che sta crescendo molto e credo che, con Neymar, potrà essere sicuramente il migliore nel prossimo futuro».
Tornando comunque al “giocano tutti e cinque” di cui sopra, il riferimento è ovviamente all’altro giocatore offensivo in organico, Miralem Pjanic, che giostrerà accanto a Sami Khedira.

Altra frase interessante di Allegri: «Il Barça ha cambiato poco rispetto alla finale di Berlino. Noi invece… Rispetto a quella finale, beh, giocano due elementi: uno è Buffon, l’altro è Bonucci. Di quella finale la Juventus ha solamente due giocatori». Con buona pace di Claudio Marchisio, che a quanto pare partirà in panchina, insieme con Andrea Barzagli.

E con buona pace di Stephan Lichtsteiner, pure lui reduce da Berlino e oggi verosimilmente spettatore almeno inizialmente. Nella seduta d’allenamento di ieri, in corsia destra, Allegri ha infatti provato Dani Alves. Bonucci e Chiellini centrali. Mentre in corsia sinistra, resiste il ballottaggio tra Alex Sandro e Asamoah, come ha spiegato lo stesso tecnico: «Alex Sandro è in dubbio con Kwadwo perché stanno tutti e due bene. Lui ha giocato due partite, quindi deciderò. Ma questo non vuol dire che Alex Sandro sicuramente non giocherà, perché è stato un po’ a riposo, è rientrato, ha bisogno anche di giocare…».

Senza Calciopoli la Juventus potrebbe essere ricca come il Barcellona. E’ un’ipotesi, solo un’ipotesi ma che ha un ragionamento solido a sostenerla. Il confronto fra i due bilanci, elaborato in modo estremamente approfondito dall’esperto Luca Marotta, non solo evidenzia il dato storico che vedeva il fatturato della Juventus superiore a quello del Barcellona fino al 2004-05 e sostanzialmente uguale nel 2005-06, ma spiega come il divario che si è creato negli ultimi dieci anni è stato creato dall’effetto (negativo) di Calciopoli sulla Juventus e da quello (benefico) dei risultati sportivi sul Barcellona, che ha sempre scelto una gestione oculata e improntata all’equilibrio economico,proprio come i bianconeri. Insomma, se il trend dei bianconeri non fosse stato interrotto brutalmente nel 2006, è pensabile che sarebbe andato di pari passo con quello del Barça o, quanto meno, che avrebbe contenuto di molto il divario, in questo momento enorme (387 milioni contro 620).

Perché, spiega Luca Marotta, la crescita del Barcellona, passato in dodici anni a fatturare meno della Juventus fino quasi a raddoppiarne i ricavi, è passata in modo « evidente da una stretta correlazione tra successo sportivo e successo economico». Il Barcellona ha vinto e le vittorie hanno incrementato i guadagni in modo diretto (vedi la Champions League che rimane la più remunerativa delle competizioni) che indirettamente aumentando il valore del marchio del Barça, che – in questo momento – «vale tre volte quello della Juventus» (287 milioni contro 993, secondo la valutazione di Brand Finance Football che colloca la Juventus all’undicesimo posto in classifica, il Barcellona al terzo, dietro United e Real).

Il Barcellona, dal 2004 a oggi, ha vinto quattro volte la Champions League, senza saltare neppure un’edizione e otto volte il campionato spagnolo. I successi hanno innescato il circolo virtuoso di cui sopra e hanno portato una crescita progressiva dei ricavi, che il Barcelona ha spesso investito per aumentare la qualità dei giocatori, non solo sotto il profilo squisitamente tecnico, ma anche quello dell’immagine. Questo si evidenzia nell’abissale differenza fra gli introiti commerciali del Barcellona con quelli della Juventus (260 milioni contro 83). E’ questo il settore nel quale la Juventus può ridurre la distanza dal Barcellona, ripercorrendo la strada dei catalani. I ripetuti successi sportivi dei bianconeri hanno contribuito a ridare visibilità e fama al marchio e, non a caso, i ricavi commerciali sono effettivamente in aumento. La chiave di volta sarebbe aggiungere ai successi domestici, un grande trionfo internazionale che darebbe un immenso impulso al processo di globalizzazione della Juventus che per il momento passa dalla tournée, da progetti come le Legends, dall’utilizzo sempre più raffinato dei social network. Tutti fattori il cui effetto verrebbe moltiplicato per dieci da una vittoria in Champions, ma avrebbe comunque un vantaggio anche solo da un’altra finale.

Per quanto riguarda i ricavi da stadio, invece, fare la corsa sul Barcellona diventa più complicato, anzi quasi impossibile, come si evidenzia dall’analisi di Luca Marotta sulla composizione dei ricavi. Il Camp Nou, con i suoi 90mila posti (e non solo, perché funzionano molto bene anche le attività collaterali), garantisce introiti per 125 milioni, lo Juventus Stadium, il cui sfruttamento la Juventus sta implementando di stagione in stagione, porta 43 milioni all’anno, che possono essere aumentati , ma certamente non moltiplicati considerando i 42mila posti.

Curioso, infine, che il rapporto fra i ricavi e il costo degli ingaggi, sia sostanzialmente simile. Il costo del personale sportivo del Barça ammonta a 371,7 milioni (il 69% del fatturato), quello della Juventus ammonta a 221,4 milioni e l’incidenza sul fatturato netto è del 64,9% (in linea col Fair Play Finanziario). Un altro segnale di come la filosofia dei due club sia analogo. In definitiva, una rincorsa della Juventus al Barcellona non è ipotizzabile nel breve, mentre nel medio periodo ci sono dei fattori che, cambiando, potrebbero rendere l’aggancio possibile (il rilancio del calcio italiano, per esempio). E’ certo che la strada del Barcellona la cui crescita economica passa dai successi sul campo, assomiglia a quella intrapresa dalla Juventus degli ultimi anni e che questa sera vivrà un incrocio determinante.

Due gare saltate, una settimana tra terapie e allenamenti personalizzati, ed ecco che Mario Mandzukic arriva abbastanza tirato a lucido per l’appuntamento più importante della stagione. L’attaccante croato non avverte più dolore al ginocchio sinistro, quello infiammato e reduce da una botta rimediata domenica scorsa contro il Napoli: sabato s’è allenato da solo, mentre i compagni erano in ritiro in attesa della gara serale contro il Chievo, ieri si è aggregato al gruppo e ha svolto l’intera seduta, ormai recuperato.
Massimiliano Allegri può sorridere: va bene la ritrovata verve realizzativa di Gonzalo Higuain, doppia doppietta nell’arco di quattro giorni, va bene la classe purissima di Paulo Dybala, capace di inventare e giocare a tutto a campo, però Mandzukic gli garantisce l’equilibrio perfetto sul quale si regge l’architettura tattica del 4-2-3-1.

Per domani sera, dunque, la Juventus ritrova il suo guerriero, ma anche Miralem Pjanic, tenuto a riposo precauzionale contro il Chievo. Allegri può così schierare per la Partita contro il Barcellona, andata dei quarti di Champions, la sua Juventus a 5 stelle, varata in un giorno di gennaio, che si è poi rivelata la mossa della svolta. Cinque uomini offensivi tutti insieme in campo, una dimensione più europea e sbilanciata in avanti, che funziona perché anche gli attaccanti arretrano ad aiutare i difensori.

Potrebbe essere un azzardo proporla pure contro i marziani blaugrana, che quest’anno sembrano però essere ridiscesi in terra, meno brillanti della macchina da guerra e di spettacolo a cui hanno abituato la platea mondiale: molto dipenderà dall’atteggiamento dei bianconeri, da quanto gli attaccanti si sacrificheranno e da quanto la formazione resti compatta. Ma certo che con Higuain vertice ultimo della squadra, il trio Cuadrado, Dybala e Mandzukic alle spalle, Pjanic e Khedira nel mezzo a contenere e costruire, il Barcellona deve stare attento, soprattutto perché non possiede il muro difensivo bianconero ma un reparto assolutamente perforabile.

Dalla cintola in sù la formazione dovrebbe essere fatta, come nel mezzo della difesa, visto che davanti a Buffon, dovrebbero agire Bonucci e Chiellini. Il dubbio rimane sulle fasce ed è il tormentone della stagione: Asamoah o Alex Sandro a sinistra, Lichtsteiner o Dani Alves a destra. A meno che Allegri non decida di avanzare Dani Alves nel tridente offensivo (al posto di Cuadrado), ruolo nel quale ha già giocato contro il Milan, e schieri Lichtsteiner dietro, con il colombiano inizialmente in panchina. Una mossa preventiva perché, con l’infortunio di Marko Pjaca, il tecnico non ha alternative di ruolo in attacco: Cuadrado potrebbe essere l’uomo in grado di spaccare la partita se dovesse rimanere ancorata sullo 0-0.

Dubbi che Allegri scioglierà all’ultimo: da ieri il tecnico ha iniziato l’operazione Barcellona con ampie sedute al video per rivedere la finale di Champions di due anni fa, individuare gli errori e spiegare come ovviarli. L’allenatore cerca di trasmettere alla squadra la serenità (ieri per esempio è andato a vedere la Primavera con il vicepresidente Nedved) con cui si approccia a partite di questo calibro. «Senza paura e con consapevolezza su chi siamo: arriviamo da Juve a una sfida che darà emozioni a tutti i nostri tifosi!» il tweet dell’altra sera quando, sul finire di Juventus-Chievo, ha pure rispolverato il 3-5-2, un ripasso nel caso dovesse tornare utile.

Dal fischio finale contro il Chievo è iniziata in casa Juventus l’operazione Barcellona. Anche se la squadra è spremuta nelle energie e nella testa, una sfida di questo livello assopisce la stanchezza e riaccende l’adrenalina. «Psicologicamente stiamo bene anche perché arriviamo da una bella vittoria in campionato e questo ci dà la forza e la fiducia di affrontare questa grande partita – sottolinea Juan Cuadrado ai microfoni di Sky e Mediaset -. Sappiamo che loro sono fortissimi: in questi pochi giorni cercheremo di prepararci al meglio per essere al 105%. Fondamentale sarà iniziare con la giusta disposizione in campo e l’atteggiamento adeguato. Abbiamo grandi motivazioni: giochiamo in casa davanti al nostro pubblico, che ci aiuta sempre. Poi dovremmo approfittare degli spazi che loro lasceranno, sbagliare il meno possibile ed essere molto concreti».
Cuadrado ci crede nel passaggio del turno, anche se la Juventus dovrà fare l’impresa. «Ci sono due attacchi stellari di fronte, ma tra Dybala-Mandzukic-Cuadrado e Messi-Neymar-Suarez io scelgo i miei compagni. Chi è il migliore? Nessuno. Higuain, Dybala, Mandzukic ci completiamo perché abbiamo caratteristiche differenti. Questa è la nostra forza: siamo una famiglia e abbiamo sempre voglia di lottare per il nostro compagno».

Il concetto di famiglia e compattezza viene riproposto anche da Stephan Lichtsteiner. «Non sarà una dei migliori attacchi al mondo contro la miglior difesa della Champions perché alla Juventus difendiamo e attacchiamo in undici. Loro soffrono dietro e noi, con questo modulo, davanti siamo pericolosi. Attaccarli o aspettarli? Dipende come siamo messi a livello di forza. Non dobbiamo concedere troppo spazio, dobbiamo stare attenti, se dietro sei uno contro uno con quei mostri lì davanti diventa difficile».

Da quando Luis Enrique ha annunciato che abbandonerà, a fine stagione, la panchina del Barcellona, la squadra catalana ha cominciato ad affrontare le partite con una meravigliosa, quanto ingenua, leggerezza. Quasi a confermare che l’incertezza sul futuro del tecnico asturiano e, quindi, il fattore mentale sia sempre e comunque più importante di quello tecnico-tattico. Lucho sapeva bene che avrebbe avuto bisogno di un ingegnoso coup de théâtre per provocare sui suoi uomini una reazione tale da convincerli che la ‘remuntada’, ai danni del Paris Saint Germain non fosse una mera utopia. Ed è per questa ragione che, contravvenendo a quanto sostenuto fino a quel momento («parlerò del mio futuro soltanto a fine stagione»), l’ex allenatore della Roma decise di comunicare con largo anticipo il proprio addio. Meravigliosa leggerezza perché, assieme al cambio di modulo (dal 4-3-3 al 3-4-3), Messi e compagnia si sono ritrovati a dover rincorrere, senza nulla da perdere, il Psg in Champions e il Real Madrid in campionato. E se è vero, com’è vero, che “el fútbol es un estado de animo”, il Barça ha saputo interpretare al meglio gli incontri disputati senza la pressione di chi è obbligato a vincere per non essere raggiunto. E così, è arrivata la notte magica contro il Psg al Camp Nou. E poi gli ottimi risultati ottenuti in Liga grazie all’introduzione del 3-4-3. Gli infortuni, tuttavia, e le tabelle excel, aggiornate quotidianamente dallo staff tecnico, hanno portato i catalani a pensare che avrebbero potuto vincere per forza d’inerzia anche le partite, sulla carta, meno impegnative. E già, perché le uniche due sconfitte incassate dal Barça nelle ultime settimane sono arrivate su campi tutt’altro che proibitivi. I sei punti persi al Riazor e alla Rosaleda sono, in un certo senso, figli dell’eccesso di confidenza ostentato dai blaugrana dopo le belle e convincenti vittorie contro Psg e Siviglia. Ed è proprio qui che interviene l’ingenua leggerezza di un ambiente che, per storia e tradizione, dovrebbe essere avvezzo a situazioni del genere e che, invece, si è riscoperto naïf.

Innocenza che qualcuno potrebbe addirittura scambiare per arroganza. E già, perché la formazione mandata in campo da Luis Enrique contro il Malaga avrebbe potuto essere interpretata come un segnale di superbia. E invece no: chi sa come funzionano le cose in casa Barça sa bene che Lucho si fida ciecamente dei dati raccolti dal suo staff sull’affaticamento dei propri giocatori: «Per vincere il Triplete avremo bisogno di tutta la rosa e non solo di undici calciatori». Ciononostante, dando per buona la versione dei minuti accumulati da Iniesta e Sergi Roberto, l’errore del tecnico blaugrana è di valutazione: quella contro il Malaga, infatti, era una finale mascherata da partita minore. Vincendo in Andalusia, infatti, i catalani avrebbero ripreso in mano il proprio destino in Liga. «È incomprensibile, imperdonabile», sottolineava ieri l’addolorata stampa catalana. La verità è che, quest’anno, il vero punto debole del Barcellona riguarda la panchina. Se i titolari hanno dimostrato, infatti, di essere capaci di tutto, le seconde linee non hanno quasi mai giustificato il tempo concesso loro da Luis Enrique. Per di più a Malaga, anche Neymar ha perso la testa, meritandosi l’espulsione e, come se non bastasse, applaudendo la terna arbitrale prima d’imboccare il tunnel degli spogliatoi. Sciocchezza che potrebbe costargli più di una giornata di squalifica e, quindi, il ‘Clásico’ in programma domenica 23 aprile al Santiago Bernabeu: «Dobbiamo resettare e riavviare il sistema», il consiglio dato da Andrés Iniesta per evitare ripercussioni «nell’importantissima gara contro la Juventus».

Il Barcellona non è imbattibile. L’ultima conferma è arrivata sabato, alla Rosaleda. Idriss Carlos Kameni ha guidato il Malaga al successo contro i catalani a suon di parate. Il camerunese ha stregato i mostri blaugrana, tutti e tre rimasti a secco, nell’ultimo test prima del big match di Champions di domani contro la Juventus. A fare il giro del mondo (e del web) è stato soprattutto un intervento del portiere africano su Luis Suarez. «Un segreto non c’è. Parliamo di tre fenomeni – spiega Kameni – e Messi è il numero uno in assoluto. Quando non prendi gol da Leo devi ringraziare Dio…».

Qualcuno ha parlato di Barcellona scarico a livello fisico: conferma? «Non li ho visti così male atleticamente. Fossi nella Juventus non mi aspetterei di trovare una squadra sulle gambe. In questa stagione il Barcellona vive di alti e bassi: ha i giocatori più forti del mondo e in qualsiasi momento può battere chiunque».

Forse sabato erano distratti dalla Juventus? «Non lo so, ma sinceramente penso che il motivo della sconfitta contro di noi sia un altro: si aspettavano di vincere facile, invece…».

Invece? «Noi abbiamo disputato una eccellente gara. La fortuna ci vuole sempre contro di loro, ma a far la differenza è stato l’atteggiamento: abbiamo giocato da squadra, mettendoli in difficoltà, creando loro pericoli». Dovesse sintetizzare la vostra tattica? «Grande corsa, pressione altissima e intensa. In certi momenti li abbiamo affrontati uno ad uno, lottando su ogni pallone a uomo».

Michel, il vostro allenatore, non ha schierato nessun “autobus difensivo” stile Mourinho davanti a lei?  «Non avrebbe avuto senso, anzi… E’ il modo più semplice per subire gol dal Barcellona: loro dispongono di una qualità infinita e se li tieni al limite dell’area prima o poi ti fanno male. Per fargli gol devi attaccarli fin dalla loro area. Ma devi pure saper soffrire, col Barça, e sfruttare al massimo il contropiede: noi abbiamo segnato così. Loro attaccano molto e in tanti, di conseguenza ti concedeno spazi per le ripartenze».

Il suo sembra un assist per Cuadrado… «Può essere uno dei più pericolosi. Ma non è l’unico: penso a Dybala, Higuain… La Juventus è una big d’Europa e dovrà giocare come è abituata, puntando tanto pure sul collettivo. Mi aspetto un Barcellona diverso da quello che abbiamo affrontato noi contro i bianconeri: è un quarto di Champions, i blaugrana giocheranno alla morte».

Il partito dei pessimisti sostiene che il Barça non perde 2 partite in 3 giorni. «E’ difficile che accada, ma non è impossibile». Il suo pronostico?  «A Torino finisce 2-2. Reti di Dybala, Messi, Suarez e Bonucci». Per la Juventus non sarebbe un gran risultato…

«Dovrebbe poi andare a vincere al Camp Nou. Non è una cosa impossibile, per la Juve. Io ci sono riuscito sia con l’Espanyol sia col Malaga. Di impossibile nel calcio non c’è niente». La scorsa settimana quanti dvd si è sciroppato di Messi, Neymar e Suarez? «Non tanti. Li affronto da anni, ormai ci conosciamo tra noi. Puoi studiarli quanto vuoi, ma sono talmente bravi e imprevedibili che se sono in giornata si inventano sempre qualcosa di nuovo».

L’allenatore del Deportivo la Coruna, Pepe Mel, nei giorni scorsi ci ha detto che il Barcellona senza Busquets perde il 25/30% della propria forza: sottoscrive?  «Sì, sono d’accordo. La squalifica di Busquets si farà sentire domani: è l’equilibratore dei blaugrana». Lei ha affrontato sia Higuain sia Luis Suarez: chi dei due soffre maggiormente?  «E’ impossibile scegliere o fare paragoni. Parliamo di due dei più forti numeri 9 del mondo. Come ho detto prima: se quando li affronti non segnano, poi devi ringraziare Dio».

A Buffon consiglierebbe qualcosa in vista del Barcellona? «Gigi è il miglior portiere del pianeta: è completo, esperto e abituato ad affrontare gli attaccanti top: che consigli gli potrei dare io… Ammiro tantissimo Buffon e ho avuto la fortuna di conoscerlo un pochino anche di persona. Nel 2001, quando avevo 17 anni, feci un provino di qualche settimana con la Juventus e mi allenai con lui e Carini. In quella squadra c’era anche Thuram: è stata un’esperienza indimenticabile anche se poi i dirigenti decisero di non acquistarmi dal Le Havre, che all’epoca pretendeva un sacco di soldi per me. Io e Buffon condividiamo anche lo stesso idolo: Thomas N’Kono, il mio padrino calcistico».

Mister 201 reti in Europa freme. Non vede l’ora, El Señor Scudetto, di sigillare il quarto di finale contro il Barcellona con una firma delle sue: rapida, scattante, senza mai alzare la penna dal foglio immacolato, che aspetta solo l’autografo del Pipita. Gonzalo Higuain appare tranquillo, ma nell’anima s’infiamma ora dopo ora l’attesa del nuovo sbarco personale al Camp Nou, dove ha già messo piede con il blanco del Real Madrid, eppure senza riuscire a far gol.
E’ uno degli impianti ancora da “battezzare” e l’argentino, da quando è sbarcato sul pianeta Juventus in una calda giornata di fine luglio, sa benissimo che pur non avendo nulla da dimostrare ulteriormente ai detrattori di professione, deve riuscire a “determinare” l’accesso dei campioni d’Italia alle semifinali del trofeo più maledetto di sempre, nella storia bianconera. Una rete e via, di corsa, magari in tuffo a pesce sull’infinito manto erboso del tempio blaugrana.

In corsa su tutto

Dallo stadio Adriatico, sabato pomeriggio, se n’è andato con gli occhiali da sole indosso a coronamento dell’ennesima giornata da urlo. Al Camp Nou atterrerà oggi e chissà se gli occhi rimarranno nascosti allo sguardo curioso degli spioni in tribuna durante il walk around. Gonzalo sa bene che la morbidosa difesa del Pescara non è replicabile in terra catalana, anche se Ter Stegen becca gol quasi sempre e dunque, spazio all’ottimismo. «Manca ancora un mesetto per arrivare alla fine, ma sono già molto soddisfatto per questa stagione – dice il Pipita a Jtv -. Noi vogliamo arrivare in fondo a tutto, non molliamo nulla. In campionato i giochi non sono chiusi e non dobbiamo rilassarci. Certo, per il sesto scudetto di fila manca sempre meno, lo desideriamo tanto e il vantaggio è buono. In Champions non so se il 3-0 dell’andata sia sufficiente contro il Barcellona. Di sicuro andremo lì per lavorare, lottare e fare ciò che abbiamo fatto a Torino. Dovremo stare attenti, perché loro possono fare miracoli come hanno dimostrato contro il Paris Saint-Germain. Però anche il Barça deve fare attenzione a noi: abbiamo tutte le armi a disposizione per andare avanti. Speriamo di creare le giuste palle gol».
Il feeling con Massimiliano Allegri è uno dei segreti dietro i quali si cela lo straordinario impatto di Higuain con la Juventus. «Per lui le partite sono tutte uguali – spiega l’argentino – perché le prepara e vive allo stesso mondo. E questo ci permette di mantenere costantemente la giusta attenzione. Così non ti rilassi, non molli mai e rimani in lotta su tutti i fronti».

Che numeri

Otto doppiette stagionali fra campionato e Coppa Italia, 29 gol in 44 partite finora disputate: il Pipita le gioca praticamente tutte, alla faccia di chi pensava a una sorte di “sindrome da pancia piena” dopo aver battuto il record di re dei bomber a Napoli con 36 reti a bilancio.
Altroché: a Torino segnerà meno (ma non è detta l’ultima parola…), però sta imparando a vincere con una certa continuità. Una condizione che, dopo Madrid, Higuain non ha più vissuto.

Nei due anni trascorsi a Torino l’evoluzione di Paulo Dybala ha compiuto un salto di qualità. Da giovane talentuoso la Joya si è trasformato in un campione da Pallone d’Oro: ha migliorato il sinistro micidiale, è cresciuto come carattere e personalità, ha acquisito una mentalità vincente. Soltanto il cuore è rimasto uguale: già prima di approdare in bianconero il ragazzo era generoso e attento verso bambini sofferenti o persone in difficoltà, non si è montato la testa dopo aver firmato contratti plurimilionari, né si è tolto il piacere di far ritrovare il sorriso. Anzi, Dybala ha aumentato i gesti concreti di solidarietà perché nulla di più che donare ti permette di provare piacere. E anziché trascorrere un po’ di tempo libero in discoteca come tanti suoi colleghi, lui preferisce dividerlo con chi ha bisogno di aiuto o sostegno.

Uova di cioccolato

Così, ed è storia dell’altro ieri, il giorno di Pasqua il bomber argentino lo ha condiviso con «persone speciali». E’ andato a portare un po’ di gioia ai bambini dell’ospedale pediatrico torinese Regina Margherita, dove si è concesso a foto e autografi. «Una sorpresa per loro, un dono per me – ha scritto su Instagram -. Aprire le uova di cioccolato assieme è stato bellissimo: abbiamo trovato sorrisi!».
I bambini occupano sempre un posto privilegiato nel suo cuore: la settimana scorsa ha subito aderito alla campagna sui social attraverso l’hashtag #EveryChildIsMyChild («Ogni bambino è il nostro bambino») contro la guerra in Siria e l’attacco chimico che ha seminato morte soprattutto tra i più piccoli. Così come a gennaio, contattato da uno degli psicologi che ha assistito i piccoli Edoardo (9 anni) e Samuel (7 anni), superstiti della tragedia dell’albergo di Rigopiano dove hanno perso la vita i loro genitori, la Joya si è messo subito a disposizione: in una video chiamata ha portato un po’ di conforto ai due bimbi ancora scossi dagli eventi, invitandoli anche allo Stadium.

Altri gol

Fuoriclasse anche lontano dal campo. E i suoi gol migliori li ha segnati proprio nei confronti dei bambini dimostrando una sensibilità particolare. L’anno scorso, a fine giugno, ha accorciato le vacanze in Argentina per partecipare a un evento benefico a Malta dove ha fatto visita a diversi orfanatrofi. La Joya si è ripetuto in Australia, durante la tournée estiva della Juventus. Durante un pomeriggio libero concesso da Massimiliano Allegri non ha fatto semplicemente il turista a Melbourne ma ha trovato il tempo per andare a trovare i bambini del Children’s Hospital.

Il passato

Dybala non si dimentica neppure delle sue origini. E quando ha saputo che il suo primo club, il Laguna Larga, era stato derubato di scarpe, magliette e palloni, si è messo in moto inviando un paio di scarpette personali in Argentina per essere vendute all’asta e con il ricavato finanziare la società del suo paese natio. Beneficenza e aiuti ai meno fortunati, tutto a fari spenti, senza particolare clamore. Come in una notte di gennaio di quest’anno quando, insieme con l’amico Juan Manuel Iturbe, da poco trasferitosi al Torino, ha portato delle coperte ai senzatetto del capoluogo piemontese, ma soprattutto un po’ di calore umano.

Recuperato Sergio Busquets che, dopo la squalifica scontata allo Stadium, tornerà al suo posto, l’unico dubbio di Luis Enrique, riguarda la difesa. A tre o a quattro? Se è vero che a Torino il Barcellona è riuscito a limitare i danni soltanto nel secondo tempo con l’uscita di Jeremy Mathieu e l’ingresso in campo di André Gomes (e quindi passando dal 3-4-3 al 4-3-3), è altrettanto vero che proprio il ritorno di Busquets in mediana garantisce all’allenatore asturiano ampi margini di manovra. Giocare a tre dietro con o senza il proprio metronomo non è affatto la stessa cosa. Ed è per questa ragione che probabilmente i blaugrana riproporranno il 3-4-3 adottato dopo la batosta del Parco dei Principi.

A tre col ‘Jefecito’

Ciò nonostante, l’affaticamento muscolare che ha messo fuori causa Mascherano dopo la trasferta in Piemonte, potrebbe costringere Lucho a cambiare i propri piani. E già, perché in assenza del ‘Jefecito’, l’ex tecnico della Roma, se volesse confermare i tre centrali dovrebbe affidarsi di nuovo a Mathieu. E la verità è che se errare è umano, perseverare sarebbe imperdonabile. Se come probabile, il calciatore argentino sarà della partita, l’undici del Barça è praticamente già pronto: Ter Stegen in porta; retroguardia composta dal trio Mascherano-Piqué-Umtiti; il rombo di centrocampo, invece, sarà formato da Busquets (vertice basso), Rakitic e Iniesta (rispettivamente interno destro e sinistro) e Messi sulla trequarti; infine, i protagonisti del tridente d’attacco dovrebbero essere Neymar, Luis Suárez e, quasi sicuramente Sergi Roberto.

L’equilibrista

Con Rafinha messo fuori causa dall’infortunio al menisco, il sostituto di Dani Alves è, infatti, l’unico a garantire alla squadra un certo equilibrio tra attacco e difesa. Con Sergi Roberto in campo, il Barça può permettersi il lusso di muoversi su più registri senza bisogno di cambiare interpreti. Questo vuol dire che, al momento d’imbastire l’azione, l’eroe della ‘remuntada’ contro il Psg si posizionerebbe sulla stessa linea degli attaccanti e, in fase di non possesso, retrocederebbe rapidamente a dar man forte ai tre difensori. Un compito davvero sfiancante (soprattutto perché da quella parte ci sono, altresì, da coprire i buchi lasciati da Messi) che nessun altro calciatore a disposizione di Luis Enrique può svolgere.

Busquets, il salvavita

Arda Turan, André Gomes e Paco Alcacer entrerebbero in scena soltanto nel caso in cui la Juventus riuscisse ad arrivare indenne all’intervallo. In questo caso il Barça non avrebbe altra scelta che provare il tutto per tutto. Una sorta di arrembaggio che lascerebbe ai bianconeri ampie praterie nelle ripartenze, anche se la presenza di Sergio Busquets, da questo punto di vista, dovrebbe rendere la vita più difficile ai contropiedisti di Allegri. Almeno in teoria. Il mediano della ‘Roja’ ha, infatti, il grande merito di leggere come pochi le fasi della partita e farsi trovare sempre al posto giusto nel momento di massima difficoltà. Virtù, quest’ultima, che allo Stadium avrebbe dovuto essere appannaggio di Mascherano.

Come a Berlino

Se il ‘Jefecito’ non ce la dovesse fare, la logica suggerirebbe al Barcellona di tornare al 4-3-3. In questo caso, il tridente d’attacco sarebbe formato dalla MSN, il trio di centrocampo da Busi, Rakitic e Iniesta mentre, in difesa, Piqué e Umtiti verrebbero scortati sulle fasce da Sergi Roberto e Jordi Alba. Al netto del terzino destro (nel 2015 c’era un certo Dani Alves), si tratterebbe della stessa formazione di Berlino.
Lucho, però, potrebbe decidere di estrarre dal cilindro un altro coniglio. E così, se per la ‘remuntada – parte I’, l’asturiano è ricorso al cambio di modulo, per la ‘remuntada – parte II”, Lucho potrebbe inventarsi una difesa a tre formata da Piqué, Busquets e Umtiti. Se così fosse, il rombo di centrocampo verrebbe formato da Rakitic, Gomes, Iniesta e Messi e il tridente d’attacco da Neymar, Suarez e Sergi Roberto. O, addirittura, al posto del ‘canterano’, uno tra Arda Turan e Paco Alcacer. Sarebbe una formazione super offensiva, con un equilibrio molto precario, ma una forza d’urto paurosa: «Non abbiamo nulla da perdere. Contro la Juve potremmo anche giocare con 8 attaccanti». L’ha detto per scherzo Lucho. O, forse, la verità è che non stava scherzando…

L’hanno visto persino sorridere, lungo il tragitto per Pescara, contagiato dall’allegria di un gruppo che diverte e si diverte. Già, chi l’ha detto che Mario Mandzukic sia solo un musone abituato a star sulle sue e poco propenso alle chiacchiere? Il croato è ben altro, ora che sta completando il corso biennale di juventinità: lo accusavano di segnare poco per essere un bomber d’esperienza assoluta, adesso invece la sua “diversità” dal resto della truppa ha una spiegazione precisa. Mandzo parla il giusto, perché preferisce i fatti. «Lavora in silenzio e fa’ che i successi siano il tuo rumore»: altro che banalità, ’sto ragazzone di trent’anni vale ed è sempre meglio non farlo arrabbiare…

Parole cinesi

Se s’incollerisce, infatti, va in bestia e si mette a gironzolare per il campo avantindré con il pallone incollato ai piedi. A Pescara, per dire, l’hanno visto arretrare fin quasi alla regia per nascondere la palla ai biancazzurri tenuti lontani dalle sue manone da orco. Era il 38’ di un secondo tempo che si trascinava stancamente, eppure Mandzukic continuava a suscitare l’entusiasmo degli juventini d’Abruzzo a suon di sportellate, tackle vinti, palloni conquistati, “spizzate” per favorire l’inserimento degli incursori.
Da Shanghai all’Adriatico sono trascorsi 20 mesi. Agosto 2015, il croato – nell’attesa della Supercoppa – diceva quasi sbuffando: «Non mi piace parlare di me stesso, non voglio dire nulla, immaginatelo da soli se sono un 9 classico o altro. Di sicuro non bisogna mollare mai. Diventi campione solo se vinci la sfida con la fatica fisica e mentale». Già allora bisognava capire quello spilungone che la Juventus aveva ingaggiato da poco e dal quale si aspettava tanto. Ecco, un anno e 8 mesi dopo l’ex Atletico Madrid è un giocatore completo, a tutto campo, capace di far gol, ma soprattutto trascinare i compagni.

Evoluzione storica

Insostituibile nel 4-2-3-1 innestato stabilmente da Massimiliano Allegri dopo il tonfo di Firenze a metà gennaio, Mandzukic è la ragione vera e propria del cambio di modulo. Chiave tattica, chiave mentale di una svolta anche psicologica tale da evitare ai campioni d’Italia il rischio di fossilizzarsi su un passato vincente, però non più al passo con i tempi.
Qui non c’è (solo) da accumulare scudetti, qui c’è una Champions da riacciuffare. A partire da domani sera al Camp Nou, dove Mandzo cercherà di replicare la strepitosa prova dell’andata, allo Stadium dove le “incomprensioni” con Messi hanno scatenato le urla della piazza in estasi. Serviranno undici Mandzukic per abbordare la storia.

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