Striscia la notizia: piovono bastonate per Edoardo Stoppa, il video del terrore

Stoppa è stato colpito ad un braccio, e i due membri della troupe – un uomo e una ragazza – sono stati bastonati in testa e sulle gambe.

Perciò Edoardo Stoppa si è precipitato sul posto per analizzare subito la situazione. “Per ora è tutto”, così si chiude il servizio ma Striscia La Notizia potrebbe tornare in città per ‘liberare’ gli animali. La denuncia era arrivata dagli abitanti di un condominio di Avezzano, in provincia de L’Aquila, che sentivano i lamenti di alcuni cani provenire da un appartamento e non li avevano mai visti uscire. L’operazione “aria aperta” per i cani è dunque nuovamente rinviata per cause di… forza maggiore.

Il benessere animale è oggi uno degli obiettivi prioritari dell’Unione europea e il Trattato di Lisbona riconosce agli animali la natura di esseri senzienti; nell’emanazione delle norme comunitarie si deve quindi tener conto di tale principio fondamentale.
Nel panorama legislativo nazionale, nell’ultimo ventennio, abbiamo assistito all’emanazione di norme volte alla tutela degli animali d’affezione (non armonizzate a livello comunitario se non per alcuni aspetti commerciali, come nel caso del recente regolamento di divieto di commercializzazione di pellicce di cani e di gatti), basate sulla diversa concezione della relazione uomo – animali d’affezione e su un approccio più etico verso di essi, anche se nelle disposizioni vigenti non sono stati tralasciati gli aspetti concernenti la prevenzione delle zoonosi e i rischi per l’incolumità pubblica.

LA LEGGE QUADRO 281/91
Un cambiamento radicale è stato segnato dalla legge quadro in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo del 14 agosto 1991, n. 281.
Tale legge ha sancito un principio fondamentale ” Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali d’affezione, condanna gli atti di crudeltà contro gli stessi, i maltrattamenti e il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente”. La legge 281/91 prevede, tra le altre cose, l’obbligo di identificazione (inizialmente con il tatuaggio – oggi con microchip) e d’iscrizione dei cani all’anagrafe canina attribuendo ad essi un proprietario che ne assume così la piena responsabilità nonché la tutela delle colonie feline. La grande innovazione della norma consiste nel divieto di soppressione di cani e gatti randagi, fatta eccezione dei soggetti gravemente malati, incurabili o di comprovata pericolosità che possono essere soppressi esclusivamente con metodo eutanasico da parte di un medico veterinario. L’Italia è stato il primo Paese al mondo ad affermare tale principio riconoscendo ai cani e gatti randagi il diritto alla vita e alla tutela. Attraverso la citata legge sono stati individuati i compiti e le responsabilità delle diverse Istituzioni coinvolte nella gestione del randagismo.

In particolare alle Regioni e Province autonome è stato conferito il compito di dare attuazione alla legge quadro con propri provvedimenti normativi, nei quali stabilire i criteri per il risanamento dei canili comunali e per la costruzione dei rifugi al fine di assicurare in queste strutture buone condizioni di vita e adeguate condizioni igienico-sanitarie.
Le Regioni e Province autonome devono, inoltre, promuovere un programma di prevenzione del randagismo attraverso l’informazione in ambito scolastico, l’organizzazione di corsi di aggiornamento per il proprio personale, per quello degli Enti locali, delle ASL, le guardie zoofile e tutti i soggetti coinvolti nella gestione del fenomeno.
Per quanto riguarda i Comuni, la legge 281/91 stabilisce che essi, singoli o associati o per il tramite delle Comunità montane, provvedano al risanamento dei canili e alla costruzione di rifugi. Al fine dell’attuazione della Legge è stato istituito un apposito fondo che viene ripartito annualmente dal Ministero della salute tra le Regini e le Province autonome sulla base dei criteri previsti con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia e finanze.

A distanza di 19 anni, dall’emanazione della legge 281/91 sono ancora molti i problemi legati alla non adeguata gestione degli animali randagi, che, in alcune aree del nostro Paese, rappresentano una reale emergenza non solo dal punto di vista sanitario e di rischio per l’incolumità pubblica ma anche per l’accrescersi di situazioni di maltrattamento degli animali.
Lo spirito della legge 281/91 era quello di tutelare gli animali di affezione, attraverso la creazione di un sistema virtuoso che trovava nella costruzione dei rifugi non la destinazione ultima di animali senza proprietario ma un luogo di accoglienza dove ospitare temporaneamente gli stessi animali da destinare alle adozioni familiari. L’identificazione dei cani con la relativa iscrizione nell’anagrafe canina e il censimento dei gatti appartenenti alle colonie feline nonché il controllo delle nascite e la corretta informazione dei proprietari, nel giro di pochi anni avrebbero dovuto condurre a una drastica riduzione del randagismo. Purtroppo il ritardato recepimento della norma quadro da parte di molte Regioni, la scarsa implementazione dell’anagrafe canina, il carente programma di educazione e formazione dei cittadini e degli operatori del settore, una scarsa politica di incentivi alle sterilizzazioni (anche sui cani di proprietà) hanno contribuito alla proliferazione del randagismo canino. In alcune realtà del Paese gli amministratori locali per far fronte al problema e alla riproduzione incontrollata dei cani randagi hanno istituito “il cane di quartiere” o “cane libero accudito” oppure hanno previsto nei Regolamenti regionali la possibilità di reimmissione dei cani randagi sul proprio territorio, previa identificazione e sterilizzazione; tale rimedio può, tuttavia, essere solo temporaneo e non risolutivo. L’identificazione di tutti i cani di proprietà e la loro iscrizione nell’anagrafe canina nazionale è invece uno degli elementi cardine per la risoluzione del problema randagismo.

Le norme regionali di attuazione della 281/91 presentano notevoli differenze tra loro, in particolare per quanto concerne le caratteristiche dei canili sanitari e dei rifugi e la gestione della cattura dei cani e gatti vaganti sul territorio. È tuttavia necessario sottolineare che la tutela del benessere dei cani e gatti vuol dire anche assicurare loro adeguate condizioni di vita: i canili, i gattili e i rifugi devono essere concepiti e gestiti in modo da assicurare agli animali ospitati condizioni sanitarie e di benessere adeguate che devono corrispondere a criteri univoci su tutto il territorio nazionale.

L’ACCORDO DEL 2003
L’Accordo 6 febbraio 2003 tra il Ministro della salute, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano in materia di benessere degli animali da compagnia e pet-therapy (recepito con il DPCM 28 febbraio 2003) dopo dodici anni dall’emanazione della Legge 281/91 si è posto come finalità la promozione di iniziative volte a favorire una corretta convivenza tra le persone e gli animali da compagnia, nel rispetto delle esigenze sanitarie, ambientali e del benessere degli animali, rifacendosi quasi inte

gralmente alla Convenzione sulla protezione degli animali da compagnia siglata a Strasburgo, in seno al Consiglio d’Europa, nel novembre 1987.
In tale atto normativo vengono ribadite l’importanza del contenimento della popolazione animale vagante attraverso il controllo della riproduzione e l’iscrizione in anagrafe canina. L’Accordo sancisce l’impegno delle Regioni, Province autonome e Ministero della salute ad attuare efficaci misure per ridurre il randagismo, a tal fine è stato individuato nel microchip l’unico sistema ufficiale di identificazione dei cani a decorrere dal 1° gennaio 2005. Inoltre è stata prevista la creazione, su base regionale o provinciale, di una banca dati informatizzata nonché l’attivazione di una banca dati nazionale presso il Ministero della salute in connessione con quelle territoriali. L’anagrafe canina nazionale, tuttavia, affinché sia veramente efficace necessita di ulteriore implementazione e di una più puntuale immissione dei dati a livello locale.
Ai sensi dell’Accordo deve essere posta attenzione particolare relativamente a taluni aspetti, ritenuti fondamentali ai fini della prevenzione degli abbandoni e del benessere degli animali. In particolare devono essere messe in atto azioni volte a scoraggiare l’acquisto irresponsabile e devono essere scoraggiati comportamenti quali il dono degli animali da compagnia a minori di 16 anni senza consenso dei genitori o come premio o ricompensa o omaggio nonché la riproduzione non pianificata. Viene posto ancora una volta l’accento sull’importanza di promuovere l’iscrizione dei cani all’anagrafe territoriale e dei programmi di formazione, l’informazione per i cittadini e per gli operatori del settore.
Attraverso tale atto normativo, inoltre, è stato riconosciuto il ruolo sociale e co-terapeutico degli animali d’affezione; l’Accordo, infatti, prevede la promozione delle attività di pet therapy e conferisce alle Regioni e alle Province autonome il compito di regolamentare le Attività e le Terapie assistite con gli animali (AAA e TAA).
In considerazione della delicatezza di questo argomento e al fine di uniformare e coordinare la materia a livello nazionale, nel mese di giugno 2009 è stato istituito il Centro di Referenza Nazionale per le AAA e TAA, presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (sede di Vicenza) cui è stato conferito il ruolo di coordinamento, ricerca e promozione, anche al fine di tutelare sia i soggetti fruitori che la salute e il benessere degli animali impiegati.

LA LEGGE 189/2004
Un’altra importante norma che ha contribuito ad accrescere la tutela degli animali nel nostro Paese è la Legge 20 luglio 2004, n. 189 recante ” disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini e competizioni non autorizzate” con la quale sono state apportate modifiche al codice penale, introducendo il titolo IX bis “dei delitti contro il sentimento per gli animali”.
In particolare con tale legge sono divenuti reati l’uccisione di animali per crudeltà o senza necessità (Art. 544 bis), il maltrattamento di animali (Art. 544 ter) e, con la modifica dell’art. 727, l’abbandono degli animali e la detenzione in condizioni non compatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

Nonostante l’emanazione di queste ulteriori disposizioni a tutela degli animali da compagnia, la situazione del randagismo, con tutte le problematiche connesse, appare ancora lontana dalla soluzione. Per tale motivo presso il Ministero della salute è stato istituito un “Tavolo tecnico per la tutela del benessere degli animali d’affezione” del quale fanno parte rappresentanti della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici veterinari, delle Associazioni scientifiche veterinarie, del mondo Accademico, delle Associazioni di protezione degli animali.

ORDINANZE MINISTERIALI
Dal lavoro di questo Tavolo sono scaturite, negli ultimi due anni, iniziative normative che hanno portato all’emanazione di Ordinanze ministeriali con carattere di contingibilità e urgenza volte ad implementare l’applicazione delle norme di tutela degli animali d’affezione.
• L’ordinanza 6 agosto 2008 prevede l’obbligo di identificazione dei cani con microchip e la loro contestuale registrazione nell’anagra- fe regionale. Il proprietario o il detentore di un cane deve provvedere a far identificare e registrare l’animale nel secondo mese di vita.
L’ordinanza ha sancito in maniera inequivocabile che l’applicazione del microchip è un atto medico-veterinario; ha inoltre stabilito che il certificato di iscrizione in anagrafe canina deve accompagnare il cane in tutti i trasferimenti di proprietà e soprattutto che è vietata la vendita di cani di età inferiore ai due mesi e di quelli non identificati e registrati in anagrafe. Il Sindaco è responsabile di far identificare e registrare in anagrafe canina, a cura del servizio veterinario pubblico, i cani catturati sul territorio e quelli ospitati nei rifugi e nelle strutture di ricovero convenzionate e deve provvedere affinché la Polizia locale sia dotata di almeno un dispositivo di lettura di microchip ISO compatibile per l’esecu zione dei controlli.
I produttori e distributori di microchip per l’identificazione dei cani devono essere registrati presso il Ministero della salute. I microchip possono essere venduti solamente alle Regioni e Province autonome, alle ASL e ai medici veterinari che hanno accesso all’anagrafe regionale; i produttori e i distributori devono garantire la rintracciabilità dei lotti dei microchip venduti.

• L’Ordinanza 18 dicembre 2008 recante “norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati”, modificata dal- l’O.M. 19 marzo 2009 e prorogata con modifiche dall’O.M. 14 gennaio 2010, ha affrontato il problema della presenza nell’ambiente di bocconi ed esche contenenti veleni o sostanze nocive che rappresentano un grave rischio per la salute dell’uomo, degli animali e per l’ambiente. Questa ordinanza stabilisce il divieto per chiunque di utilizzare in modo improprio, preparare, miscelare e abbandonare esche e bocconi avvelenati o contenenti sostanze tossiche o nocive (compresi vetri, plastiche, metalli e materiali esplodenti) nonché il divieto di detenzione, utilizzo e abbandono di qualsiasi alimento preparato in maniera tale da poter causare intossicazioni o lesioni al soggetto che lo ingerisce. Ai sensi dell’ordinanza ogni soggetto coinvolto ha precisi obblighi.
II proprietario dell’animale colpito deve denunciare il fatto tramite il medico veterinario che emette diagnosi di sospetto avvelenamento. Quest’ultimo deve inviare, tramite il Servizio veterinario della ASL, le spoglie e ogni altro campione utile e il relativo referto anamnestico all’IZS per la necroscopia e l’eventuale conferma diagnostica. L’IZS in caso di positività deve darne comunicazione al Sindaco e all’Autorità giudiziaria. Il Sindaco deve mettere in atto le misure necessarie per intensificare i controlli e la bonifica dell’area colpita. Le ditte specializzate in operazioni di derattizzazione e disinfestazione devono mettere in atto modalità tali da non nuocere in alcun modo a persone e specie animali non bersaglio e apporre avvisi nelle zone inte ressate con almeno cinque giorni lavorativi d’anticipo. Presso ciascuna prefettura deve essere istituito un tavolo di coordinamento per monitorare il fenomeno.

La composizione della società attuale, oltre che di etnie, è ormai innegabilmente un mélange di specie. In particolare in ambiente urbano, la convivenza uomo-animali si estrinseca in maniera tanto ravvicinata da risultare perfino “invadente”. Ne deriva il discordante consenso espresso dalla collettività: manifestato in forme di crescente sensibilità verso i secondi o recisamente negato, in forme di intolleranza o avversione.
In ogni caso, considerato l’ampio coinvolgimento sociale, l’impegno di gestione per comporre i differenti interessi si richiede, più che al singolo (proprietario di animale), a tutto il sistema di amministrazione pubblica e al legislatore, perché l’attenzione prestata al mondo animale possa tradursi in atteggiamenti positivi, ma anche in provvedimenti concreti e condivisi.
Il rapporto uomo-animale impone serie responsabilità. Un concetto che riconduce alle nozioni di rispetto e correttezza. Ovvero al riconoscimento di interessi specifici e alla configurazione di doveri. Nella consapevolezza che, a prescindere dalle simpatie personali, gli animali hanno un proprio valore intrinseco, e che questo deve essere salvaguardato.
Ciò, ovviamente, assume un significato e una rilevanza particolare per coloro che decidono di diventare proprietari di un animale. Tale scelta comporta, infatti, effetti “duraturi”. Almeno quanto la vita dell’animale stesso. Deve cioè essere chiaro, innanzitutto, che non la si può facilmente configurare come reversibile.
L’introduzione di un animale in famiglia lo rende, appunto, familiareJ; in pratica, ne fa una controparte relazionale, in senso comunicativo, educativo, collaborativo, ecc… Sempre meno uno strumento o un giocattolo e sempre più un partner. Di fatto, vincola alla sua cura e protezione (diligenza del pater fami- lias). Ma, al contempo, al suo controllo e alla sorveglianza perché non corra il rischio di compromettere l’incolumità propria o altrui.

Ecco, allora, emergere e affermarsi l’importanza della preparazione a diventare proprietari di animali insieme a quella delle regole, che accreditano il diritto quale garante di un equilibrio di convivenza. In particolare, in merito alle problematiche che maggiormente incidono sulla coesistenza non solo di umani e animali, ma anche di zoofili e zoofobi.
A tale proposito merita, peraltro, sottolineare come spesso il rischio di responsabilità oggettiva che discende dalla proprietà o dalla detenzione di un animale sia sopportato in maniera inconsapevole, a fronte di una potenziale obbligazione a rispondere dei danni cagionati anche molto onerosa. Tra i punti sui quali si concentra la disciplina: a) Danno cagionato da animali; b) Divieto di detenzione; c) Immissioni; d) Omessa custodia e malgoverno.

DANNO CAGIONATO DA ANIMALI
(Rif. art. 2052 codice civile) – Chiunque conviva con un animale, lo detenga o, comunque, abbia accettato di occuparsene assume la responsabilità di esso, della sua salute e del suo benessere, ma anche del suo corretto inserimento (e comportamento) nella società.
Il proprietario di un animale è considerato responsabile dei danni che esso cagiona, sia che si trovi sotto la sua custodia sia che fosse smarrito o fuggito. L’art. 2052 c.c. stabilisce a suo carico una presunzione di colpa, salvo che provi il caso fortuito. Costituisce caso fortuito uno specifico evento imprevisto e imprevedibile, assolutamente eccezionale e inevitabile, da cui discende la realizzazione dell’avvenimento dannoso, escluso ogni nesso di causalità tra quest’ultimo e il soggetto coinvolto.
La responsabilità per danno cagionato da animali, dunque, ricorre tutte le volte che il danno sia stato prodotto dall’animale stesso con diretto nesso causale. Ovvero derivi da “qualsiasi atto o moto dell’animale quod sensu caret, che dipenda dalla natura dell’animale medesimo e prescinda dall’agire dell’uomo” (Cass. Civ. Sez. III, sent. n. 261 del 19 gennaio 1977). In tal caso, il Codice Civile stabilisce a carico del proprietario dell’animale una presunzione di responsabilità (inversione dell’onere della prova) superabile solo con la prova del caso fortuito, essendo insufficiente la dimostrazione di aver applicato la comune diligenza nella custodia dell’animale stesso nonché essendo “irrilevante che il suo comportamento dannoso sia stato causato da impulsi interni imprevedibili o inevitabili ed essendo, invece, sufficiente al permanere della suddetta presunzione che il danno sia stato prodotto con diretto nesso causale, da fatto proprio dell’animale” (Cass. Civ, Sez. III, sent. n. 75 del 6 gennaio 1983)2.

In sintesi, alla parte lesa spetta provare l’esistenza del collegamento eziologico tra l’animale e l’evento lesivo, mentre colui che è stato chiamato in giudizio, per scagionarsi, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva che sia idoneo a interrompere il nesso causale3.
Qualora il cane provochi dei danni mentre è affidato a terzi (a titolo di cortesia, per es. ad amici, parenti, conoscenti, oppure a titolo contrattuale, per es. a gestori di pensioni per animali) il proprietario è chiamato, comunque, a risponderne. A meno che il depositario abbia violato, per negligenza, gli obblighi di vigilanza e sorveglianza o comunque di ordinaria diligenza4.
La giurisprudenza più tradizionalista ritiene detentore responsabile ai sensi dell’alt. 2052, il terzo che si serve dell’animale affidato per la realizzazione di un interesse autonomo e limitatamente al tempo in cui lo ha “in uso” (intendendo con tale espressione che il depositario può trarre vantaggio dal “potere di sfruttamento dell’animale secondo la sua naturale destinazione”).

DIVIETO DI DETENZIONE
Il diritto di scegliere come proprio compagno un animale è riconosciuto non solo da quella parte di società che lo ritiene un valore aggiunto alla propria esistenza, ma anche dalla giurisprudenza di legittimità che nel tempo ha consolidato l’orientamento per cui gli animali d’affezione (cani, gatti ecc.) costituiscono parte delle “affettività familiari” che, in quanto tali, devono essere tutelate. Anche nel senso di consentirne la detenzione presso il privato domicilio.
Al fine di rendere possibile una convivenza corretta, ai proprietari degli animali si ascrive il dovere di evitare che questi causino disturbo o inconvenienti a terzi. Tale presupposto, in alcuni casi, è considerato tanto difficile da garantire che si preferisce imporre direttamente il divieto di ospitarli in determinati contesti condivisi.
Tra questi, le realtà condominiali sono quelle in cui più di frequente è messo in discussione il diritto di ammettere animali.
In linea generale, pur se ai sensi dell’art. 1138 del codice civile i regolamenti condominiali non possono in alcun modo menomare i diritti di ciascun condomino quali risultano dagli atti di acquisto e dalle convenzioni, è consigliabile informarsi sul regolamento condominiale prima di acquistare un appartamento (o un animale), controllando bene che, in caso sia stato predisposto dall’originario pro- prietario/costruttore (regolamento contrattuale) o comunque espressamente e anticipatamente accettato da tutti i condomini, esso non contenga clausole pattizie che impongano il divieto di detenzione di animali5.
In queste ultime due formulazioni il regolamento costituisce, infatti, una sorta di “legge interna” vincolante.
Il divieto di detenere animali non può, invece, essere previsto negli ordinari regolamenti di condominio (regolamenti assemblea- ri), approvati dalla maggioranza dei condomini, potendo l’assemblea solo disciplinare l’uso delle parti comuni e non limitare il diritto di proprietà dei singoli sulle porzioni di fabbricato che appartengono in esclusiva a ognuno. Eventuali deliberazioni in tal senso non sarebbero valide nemmeno per i condomini che le hanno approvate (Cass. civ. sez. II, 4 dicembre 1993, n. 12028).
Peraltro, si ricorda come una precedente sentenza del Pretore di Campobasso (sent. del

12/5/1990) avesse chiarito che anche un regolamento contenente il divieto di detenere “animali che possano turbare la quiete o l’igiene della collettività” non giustifica di per sé l’inibizione ai condomini del possesso di cani o altri animali, dovendosi accertare l’eventuale, effettivo pregiudizio alle succitate condizioni di quiete e igiene da essi causato. Qualora, però, i disturbi siano accertati, il giudice può ordinare, con provvedimento d’urgenza, l’allontanamento degli animali dagli appartamenti in cui sono tenuti (Trib. Civ. Piacenza, sez. II, 10 aprile 1990, n. 231; Trib. Civ. Napoli, ord. 8 marzo 1994).
Deve, comunque, essere fatto salvo il disposto di cui all’art. 1102 c.c. in base al quale il diritto di ciascun condomino all’uso e godimento delle parti comuni dell’edificio incontra un limite nel pari diritto riconosciuto agli altri condomini. Ne consegue che non è consentito detenere un cane nel giardino condominiale o in altri spazi comuni senza adottare le cautele suggerite da criteri di almeno ordinaria prudenza (applicazione di guinzaglio e/o museruola), qualora tale comportamento impedisca agli altri condomini di fare parimenti uso dei medesimi luoghi (Cass. Sent. N. 14353 del 3/11/2000)6.
È peraltro possibile che le assemblee condominiali deliberino appositamente per disciplinare la presenza e le modalità di governo degli animali negli spazi condominiali. I provvedimenti adottati risultano, in tal caso, vincolanti anche per gli inquilini o altri fruitori dell’edificio.
Una menzione meritano, infine, i regolamenti comunali, che disciplinano la detenzione di animali sul territorio e, quindi, definiscono a loro volta le norme per i proprietari e le relative responsabilità; in merito, si rimanda ai singoli testi.

IMMISSIONI
(Rif. art. 844 codice civile) – La presenza di animali è, spesso, accompagnata da produzioni di odori o rumori che possono influenzare negativamente la percezione degli animali stessi da parte di terzi.
In giurisprudenza l’art. 844 del codice civile, che disciplina le immissioni moleste o dannose in riferimento alla normale tollerabilità delle stesse7, si ritiene applicabile anche alla detenzione di animali in condominio. Il criterio legale della cosiddetta “normale tollerabilità”, intesa come la capacità di sopportazione normalmente ascrivibile all’uomo medio, può, per estensione, costituire riferimento anche per la risoluzione di controversie in tal merito8. Nel caso in cui le immissioni di rumori o odori provocati dalla presenza di un animale, dovessero superare questa capacità, il terzo (vicino di casa) potrà agire in giudizio contro il proprietario9. Nell’applicazione dell’art. 844 c.c. devono, comunque, essere tenute in considerazione le condizioni di tempo e di luogo in cui le immissioni si realizzano (es. zona residenziale vs. zona industriale; mezzanotte di capodanno vs. quella di un giorno feriale) per la relativa influenza sulla percezione delle stesse. Ciò significa che, come sancito dal Tribunale di Siracusa (sent. 30/11/1983), si deve tenere conto di come la normale tollerabilità viene intesa, in quel luogo e in quel tempo, dalla coscienza sociale.
Su tali basi si allineano la posizione del Giudice di pace di Ancona (sent. 30/07/2003), che ha ritenuto intollerabili le immissioni provocate dall’abbaiare di cani in un giardino situato a soli tre metri dalla finestra della camera da letto dei vicini (lesione del diritto alla salute ex art. 32 Cost.), e quella del Tribunale di Perugia (sent. 7/02/1998) che, invece, non ha ravvisato violazione dell’art. 844 c.c. nell’abbaiare di due cani appositamente stimolato nel corso di una consulenza tecnica d’ufficio. Si sottolinea, in merito, che proprio una consulenza tecnica può comunque essere dirimente nella definizione della tollerabilità delle immissioni, anche

in riferimento ai limiti legali di intensità dei rumori (ripetutamente individuati dai giudici, seppure in maniera non univoca).
Si ricorda, inoltre, che l’art. 659 del codice penale prevede che chiunque, anche suscitando o non impedendo strepiti di animali, provochi immissioni rumorose di disturbo alle occupazioni o al riposo delle persone sia punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro.
In proposito, si sottolinea che la Corte di Cassazione, dopo una prima fase in cui sanciva che per la configurazione del reato di cui sopra non fosse sufficiente che il disturbo colpisse una sola persona, ma fosse necessario che esso riguardasse una pluralità di persone (obbiettivamente idoneo ad incidere negativamente sulla tranquillità di un numero indeterminato di persone), in sentenze successive ha ripristinato la rilevanza del diritto del singolo.

OMESSA CUSTODIA E MALGOVERNO
(Rif. art. 672 codice penale) – La responsabilità dei proprietari di animali sotto il profilo penale è disciplinata dall’art. 672 c.p. in base al quale chiunque lasci libero o non custodisca con le debite cautele animali pericolosi da lui posseduti o ne affidi la custodia a persona inesperta è perseguibile per omessa custodia e malgoverno di animali.
Per tale illecito è prevista una sanzione pecuniaria amministrativa da 25 a 258 euro.
La pericolosità per l’incolumità altrui non deve essere riconosciuta soltanto agli animali temibili per una caratteristica ferocia naturale o istintiva, ma a tutti quelli che, sebbene domestici, possono divenire pericolosi in determinati casi o specifiche circostanze.
Come ha sottolineato la Cassazione, dal novero di questi ultimi non si può escludere il cane normalmente mansueto; per tale categoria di animali la pericolosità deve essere accertata in concreto, considerando la razza di appartenenza e ogni altro elemento rilevante10. Peraltro, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 672 c.p. non rileva la durata dell’omessa custodia11.
Non sussiste, invece, l’elemento della colpa per mancata adozione delle debite cautele nella custodia dell’animale pericoloso qualora questo si trovi in luogo privato, recintato e chiuso in modo che non possano introdurvisi persone estranee10 11 12.

ANAGRAFE CANINA
Nel 1991, con la legge n. 281 il legislatore nazionale ha imposto l’anagrafe degli animali d’affezione, con riferimento ai cani, per la prevenzione del randagismo.

10 Cfr. Cass. Pen. Sez. IV, sent. n. 822 del 3 marzo 1970.
11 Cfr. Cass. Pen. Sez. IV, sent. n. 1942 del 26 febbraio 1982.
12 Cfr. Cass. Pen. Sez. IV, sent. n. 14829 del 14 marzo 2006.

Attraverso tale strumento, si promuove e disciplina la tutela degli animali.
L’identificazione dei cani, mediante raccolta e archiviazione sistematica dei dati relativi a ogni soggetto, consente di riferirli a un proprietario in maniera certa. In tal modo si vincola quest’ultimo al rispetto dei comportamenti giuridici previsti dalla normativa vigente e, in definitiva, alla responsabilità nei confronti del proprio cane.
La legge ha demandato alle regioni la definizione, attraverso leggi regionali, degli adempimenti necessari per l’iscrizione dei cani all’ana- grafe canina. L’identificazione degli animali avviene mediante l’applicazione di un microchip, che, in regione Lombardia, deve essere eseguita contestualmente all’iscrizione in anagrafe, entro 15 gg dall’inizio del possesso o entro 30 gg dalla nascita dell’animale e comunque prima della sua cessione a qualunque titolo. La cessione definitiva del cane deve essere comunicata all’anagrafe canina, da parte del cedente e del nuovo proprietario, entro 15 gg.
Un analogo limite di tempo è previsto per la denuncia della morte dell’animale o di cambiamenti di residenza.

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