Ascoltare il suono “rosa” migliore il nostro cervello e rafforza la memoria

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Grazie a un dispositivo in grado di simulare il cosiddetto ‘rumore rosa’, come quello emesso da una cascata, è stato dimostrato che l’ascolto di determinati suoni durante il sonno possono aumentare considerevolmente la memoria.

Per garantirsi una memoria più efficace c’è un’azione che può dare un immenso contributo: ascoltare un suono dolce e rilassante. Inoltre, la notte precedente e la mattina successiva alle due prove, i ricercatori hanno chiesto ai soggetti di svolgere una serie di test cognitivi diretti a testarne la memoria. I risultati dello studio potrebbero infatti aprire le porte ad un protocollo di stimolazione domestica, per potenziare la memoria… sognando le cascate!

Una ricerca condotta dalla NorthWestern University di Chicago e pubblicata sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience ha messo in evidenza i benefici di suoni “dolci”, come può essere lo scorrere dell’acqua, mentre si dorme. Di che si tratta esattamente? Una stimolazione acustica di questo tipo aumenta l’attività a onde lente (Swa) del cervello e permette una migliore conservazione dei ricordi. Anche i vari test effettuati per misurare l’efficienza della memoria hanno dimostrato un notevole miglioramento nei punteggi ottenuti. Questi suoni sono definiti tecnicamente rumore rosa. Dai risultati è emerso che il “suono rosa” ha avuto un impatto sulle capacità mnemoniche davvero elevato, dato che gli anziani hanno ricordato il triplo di frasi e parole rispetto alla notte priva di stimolazione. Tutto merito del sonno, a sua volta stimolato da quei rumori delicati. Lo studio mostra quindi una via per contrastare la riduzione fisiologica del sonno e i suoi effetti negativi sulla memoria: il cervello non potrà che trarne giovamento.

La memoria è una delle facoltà mentali più importanti per l’essere umano. Senza la memoria non si potrebbe imparare dall’esperienza e non potremmo sviluppare il linguaggio; in effetti avremmo difficoltà in qualunque attività intellettiva. Senza esperienze e linguaggio la vita sarebbe davvero inutile. Tuttavia molte persone si accontentano della propria scarsa memoria e spesso si sente dire: “Ho una cattiva memoria”. Questo accade specialmente quando si tratta di ricordare nomi, date, luoghi di incontri o semplicemente quando si deve ricordare il luogo si è depositata una certa cosa. E sembra che si sia disposti più a passare il tempo a cercare freneticamente di ritrovare un oggetto piuttosto che dedicare un po’ di tempo al miglioramento della memoria. Tutti possiedono un grande potenziale, relativamente alla memoria, ma purtroppo non viene sfruttato a fondo, un po’ per pigrizia un po’ perché alcune persone considerano la memoria come un bene immutabile: o c’è o non c’è. Invece la memoria, così come altre facoltà mentali, è qualcosa che migliora con il tempo e l’esercizio. Per usare adeguatamente la memoria è necessario sapere come funziona, anche se nemmeno gli scienziati che si occupano del cervello sanno proprio tutto, ciò nonostante hanno scoperto molte informazioni utili che si possono utilizzare per migliorarla.

MEMORIA E CERVELLO Come funziona il nostro cervello? Non è facile rispondere a questa domanda e forse la ricerca scientifica impiegherà ancora molti anni prima di comprendere a fondo certi fenomeni, però alcuni meccanismi sono stati capiti. L’origine delle connessioni cerebrali Cosa è successo nel cervello di un nostro progenitore quando, per la prima volta nella storia, ha raccolto un sasso per schiacciare una noce? Utilizziamo la creatività, per capire questo. La creatività è una delle attività più complessa del cervello. Essa è capace di creare immagini mai viste mettendo insieme i “pezzi” di cose che abbiamo visto davvero. Consiste quindi nel mettere in relazione due o più cose che fino a quel punto erano separate. Nel cervello del progenitore si trovano un numero enorme di elementi, immagini, eventi e ricordi; nel caso del sasso e della noce non c’è ancora nessun collegamento che li unisce, non c’è alcun rapporto. Improvvisamente queste immagini separate vengono collegate, si sviluppa un flusso che crea un legame tra una cellula e l’altra. Questo collegamento costituisce ciò che chiamiamo “idea brillante”, anche se ancora non esiste nella realtà. Il cervello dopo aver messo in relazione tra loro queste due immagini invia un comando alle mani e diventa operativo: la noce si rompe. Da questo momento nella sua mente gli elementi rimarranno collegati per sempre e in virtù di questo legame il cervello del progenitore sarà per sempre modificato.

L’evoluzione verso l’attuale forma cerebrale è dovuta a tanti legami simili a questo, che possono essere semplici o complessi, come quelli che sono stati sviluppati per spiegare come è fatto l’ universo. Quando nel cervello nasce una nuova idea essa si manifesta quasi sempre sotto forma di immagine, almeno così spiegava Einstein quando visualizzava i problemi “disegnandoli” sulla “lavagna mentale”. Ma cosa succede nel cervello dei simili che lo osservano? Anche nei loro cervelli, vedendo l’esempio del Creativo, il collegamento tra il sasso e la noce si “ accende”, ma questa volta il legame non è frutto di un pensiero creativo, bensì dell’apprendimento. Dove si “accende” l’apprendimento?

Il Cervello e la Memoria La cellula nervosa è chiamata neurone, il cui compito è quello di effettuare collegamenti per trasmettere pensieri, immagini, sensazioni sotto forma di impulsi elettrici e chimici. Ogni neurone nel cervello è un’unità operativa costituita da un corpo centrale, sfrangiato da molte ramificazioni (dendriti) e da un filamento speciale (assone) che si suddivide, come le radici di un albero, in numerose fibre sottili. I dendriti sono gli elementi del neurone che ricevono i segnali in entrata, provenienti da altri neuroni. Il neurone riceve informazioni dai suoi dendriti e le invia all’assone. L’assone è un lungo cavo che trasporta in modo preciso e accurato informazioni fino alle terminazioni nervose, a livello delle quali il neurone comunica con il neurone successivo del circuito. Qui ogni fibra termina con un piccolo rigonfiamento, a forma di bottone, chiamato sinapsi, una regione molto specializzata. Con le sinapsi le fibre terminali aderiscono al corpo o ai dendriti di centinaia di altri neuroni. Nella terminazione accade una cosa interessante: un segnale elettrico porta al rilascio di un segnale chimico, chiamato neurotrasmettitore, da parte della terminazione pre-sinaptica. Il neurostrasmettitore diffonde attraverso un piccolo spazio fino a raggiungere la terminazione post-sinaptica della cellula adiacente. Qui il segnale chimico dà origine a un nuovo segnale elettrico, denominato “potenziale sinaptico”. Questo potenziale sinaptico può essere di due tipi: eccitatorio o inibitorio. I potenziali inibitori tendono a sopprimere l’eccitabilità del neurone, impedendogli di condurre l’impulso nervoso. Quelli eccitatori, invece, se sufficientemente ampi daranno origine a un “potenziale d’azione” come questo, garantendo la propagazione dell’informazione fino all’assone. Quel che è interessante è che l’apprendimento nella memoria a breve termine causa una modificazione funzionale nella forza delle connessioni sinaptiche. In seguito a un certo tipo di processo di apprendimento, viene improvvisamente rilasciato un numero di vescicole sinaptiche maggiore rispetto a qualche minuto prima. Pertanto, il potenziale sinaptico prodotto qui, che potrebbe essere di una certa dimensione, ora diventa molto più ampio, come conseguenza dell’apprendimento, e può innescare un potenziale d’azione. Se la sinapsi è abbastanza robusta, continuerà a stimolare la cellula post-sinaptica per un periodo nell’ordine dei minuti o delle ore. Ma se si genera una memoria a lungo termine, accade una cosa alquanto sorprendente: si sviluppano nuovi contatti sinaptici. La memoria a lungo termine viene, dunque, stabilizzata attraverso la formazione di nuove connessioni sinaptiche nel cervello. Ora, questa idea, e cioè che la memoria a lungo termine comporti lo sviluppo di nuove connessioni sinaptiche, ha profonde conseguenze. Attraverso questa rete di neuroni si trasmettono stimoli, ricordi e quanto altro costituisce l’attività del pensiero. Le attività del pensiero, la creatività, le enormi capacità del cervello umano sono dovute in gran parte al gran numero di connessioni che collegano l’un l’altro i miliardi di neuroni di cui è fatto. Fin dalla nascita, infatti, l’occhio vede una gran quantità di oggetti e invia al cervello gli stimoli corrispondenti. Man mano che il cervello fa esperienza, gli stimoli vengono catalogati e accumulati nella memoria. Ad esempio, a forza di vedere pini, querce, tigli, platani, abbiamo sviluppato il concetto di Albero. Per noi l’albero è un’immagine astratta, che corrisponde però a tutto ciò che ha rami, foglie, fusto e radici. Non a caso diciamo che una strada è ramificata e che è ramificato il neurone della precedente pagina.

Di immagini astratte ne abbiamo immagazzinate a migliaia e tra queste c’è l’immagine astratta di “Volto “, fatto da occhi, ecc. oppure l’immagine astratta di “Corpo”Quando l’occhio vede un disegno, il cervello in base agli stimoli ricevuti, va a ricercare nella memoria l’immagine di quegli oggetti già visti in passato o a quelli che più assomigliano. Il cervello, in altre parole, passa rapidamente in rassegna tutte le informazioni immagazzinate nella memoria e compie confronti.

Le associazioni di idee Attraverso questo esempio possiamo trarne diverse indicazioni per comprendere ciò che si manifesta durante un atto mnemonico. La memoria visiva è la più duratura; è infatti più facile ricordare il volto di una persona che abbiamo visto una sola volta, anziché il suo nome. Perciò conviene sempre sfruttare la memoria visiva. Ma la memoria visiva raggiunge i suoi migliori risultati quando riusciamo a collegare stabilmente le immagini con le parole corrispondenti, cioè con la memoria denominativa. Allora il ricordo complessivo diventa più stabile perché possiamo anche comunicarlo mediante il linguaggio. In caso contrario, pur ricordando le immagini, e pur avendo intuitivamente individuato i termini del problema rappresentato, non riusciamo ad esprimere a parole ciò che di esso abbiamo capito. E a poco a poco i concetti appena intravisti escono definitivamente dalla nostra mente. In conclusione dobbiamo associare le nuove informazioni con quelle che sono già presenti nel magazzino della memoria a lungo termine. Ma come funziona l’associazione? Per comprendere l’importanza dell’associazione per la nostra mente, dobbiamo analizzare il meccanismo della sua più straordinaria funzione: il pensiero. Le sezioni della corteccia cerebrale assumono nomi diversi a seconda della funzione esplicata. Ciò significa che le informazioni in “entrata”, percepite attraverso i cinque sensi, si scompongono e si dirigono in aree diverse. Se ad esempio assistiamo ad un concerto, depositiamo in una parte del cervello le immagini dei musicisti, in un’altra i suoni, in un’altra ancora la sensazione tatti le del nostro corpo sulla sedia, ecc.. Al momento del richiamo del ricordo, le informazioni divise vengono ricomposte. Ovviamente quel che viene recepito in contemporanea dai cinque sensi viene immagazzinato nella corteccia. Quando andiamo alla ricerca di un’informazione selezionando un solo canale sensoriale abbiamo delle difficoltà. Quando invece ritroviamo tutti gli elementi ci torna in mente anche quello mancante. Tipico è l’esempio del cercare l’informazione “visualizzando” la scena nel suo insieme. Anche se ciascuna sezione corticale esplica diverse funzioni, è strettamente connessa con le altre per mezzo del corpo calloso, specialmente in attività complesse come il pensiero e il linguaggio. Quando un impulso sensoriale oggettivo o soggettivo arriva in un punto del cervello, comincia a rimbalzare da un emisfero all’altro, quasi a cercare altre informazioni.

I MAGAZZINI DELLA MEMORIA I magazzini della memoria sono due, uno di Breve e l’altro di Lunga durata. In essi le informazioni vengono depositate in vario modo: con stimoli visivi olfattivi, uditivi, ecc.. Questi messaggi rimangono impressi nella memoria immediata per circa venti secondi. Per esempio, supponete di stare per chiamare per telefono una persona o una località che conoscete poco. Cercate il numero e poi cominciate a formare le cifre sul telefono. Per un breve intervallo trattenete il numero nella mente, ripetendo talvolta la sequenza a voi stessi finché non avete finito di formare il numero completo. Appena compiuta la telefonata dimenticate subito il numero: le informazioni vengono conservate per un breve periodo finché il compito relativo è completato e la mente registra il dato solo per il tempo necessario per comporlo. Se dovesse servire ancora dovremmo fare uno sforzo per ricordarlo, magari scrivendolo per essere certi di non dimenticarlo. Si suppone che la funzione di questa memoria sia quella di non sovraccaricare la mente con troppe informazioni, per lo più inutili.

Memoria a Breve e a Lungo termine Il trattenimento delle informazioni viene aiutato dalla ripetizione, da una stimolazione più forte o fatta con più attenzione. In questi casi la memoria allunga i suoi tempi. La memoria a breve termine (MBT) è il secondo stadio della memoria e registra i ricordi per la durata di 15-20 minuti. Dal punto di vista neuro-fisiologico, si passa dalla fase puramente elettrica di una corrente di ioni ad una fase chimica. I ricordi cominciano ad interessare maggiormente, stimolando le singole cellule cerebrali alla trasmissione di impulsi eccitatori e inibitori tramite le sinapsi. Si tratta comunque di una fase intermedia della memoria, durante la quale deve avvenire un determinato processo mentale affinché l’informazione possa essere veramente ricordata In questa fase, infatti esistono ancora le possibilità che venga cancellata. La memoria a breve termine sembra ristretta a un piccolo numero di cose: alcuni asseriscono che il numero di dati immagazzinati sia legato al numero sette, altri pensano ad un numero minore. Ciò che viene fuori da questa indagine, tuttavia, è che la limitazione concerne il numero di “pezzi”, non le informazioni immagazzinate in ogni “ pezzo”. Ecco un semplice esempio: considerate la sequenza di numeri 1 3 5 7 246. La sequenza è composta di sette cifre o “pezzi”. Si potrebbe ricordare ogni cifra per volte come mezzo per ricordare la sequenza. In alternativa si può considerare il numero in tre parti: 13 57 246, e questo avviene spesso con i numeri di telefono. Oppure si può dividere in due parti 1357 246: tutti i numeri dispari fino al sette e poi i numeri pari. La memoria a lungo termine (MLT), invece, ha un procedimento molto più complicato. Diversi esperimenti hanno dimostrato che, durante l’apprendimento, si articola un meccanismo simile a quello attivato dagli acidi ribonucleici, chiamati comunemente RNA, all’interno di ogni cellula. In pratica è come se durante l’apprendimento delle parti di RNA si duplicassero, formando una specie di copia fotostatica delle pagine della biblioteca vitale contenute all’interno del nostro corpo. Questa fotocopia si scioglierà e si fonderà nuovamente all’interno della stessa cellula. L’RNA duplicato, sempre nel corso di quei primi minuti, continua a modificarsi unendosi a molecole di aminoacidi e andando a formare un’ unica molecola proteica. Si forma così una vera e propria proteina stabile. L’acido ribonucleico Si scioglie e si fonde per essere riutilizzato dal cervello; la proteina invece rimane e viene trasferita nel magazzino a lungo termine. La memorizzazione, divenuta materia, si cristallizza in modo indelebile. Le indagini effettuate sulla memoria a lungo termine indicano che non ha limite. La sua capacità illimitata non è un contenitore che si riempie gradualmente, ma è simile ad un albero che fa spuntare rametti ai quali si appendono i ricordi.

Inoltre, quanto più si utilizza la memoria, tanto più facile diventa immagazzinare informazioni ulteriori. Le informazioni devono essere trattenute per un tempo sufficiente perché avvenga la ritenzione. Una volta entrate nella memoria a lungo termine, il problema è di riprenderle, di rievocarle nella consapevolezza conscia. Il fissaggio dei dati che si vogliono apprendere ha delle modalità particolari e dei segreti che sono nascosti nel funzionamento cerebrale. Senza un metodo appropriato, infatti, siamo costretti ad andare a tentativi, anche se il potenziale che il cervello ha può essere sfruttato meglio. E allora, come si fa a ricordare un numero di telefono per più di qualche secondo? La cosa migliore è mettere questo numero in relazione ad altre informazioni già presenti nella memoria, di collegarlo a conoscenze preesistenti, in altre parole acquisirlo nel modo che gli psicologi chiamano “assimilazione per elaborazione”. L’assimilazione per elaborazione consiste nello stabilire un legame fra le nuove informazioni e ciò che è già presente in memoria. Se, ad esempio, siete in grado di mettere quell‘informazione in relazione con qualcosa che già conoscete, qualcosa che per voi è significativo, allora avrete una probabilità molto maggiore di ricordarla a lungo. Supponiamo che io vi mostri una lista di nomi di oggetti ordinari, come “tavolo”, “macchina” e “giardino”. Immaginiamo che io vi chieda di esprimere un giudizio su questi oggetti, di dirmi, ad esempio, se queste parole si riferiscono a cose viventi o non viventi, oppure di dirmi quanto vi piaccia ciascuno di questi oggetti. Gli psicologi cognitivi chiamano questo esercizio ‘’assimilazione semantica”. Quando vi concentrate sugli aspetti semantici di una parola. Al fine di decidere, ad esempio, se la parola “tavolo” denota una cosa vivente o non vivente, o se vi piacciono i tavoli, voi riattivate tutti i tipi di informazione relativi alla parola tavolo e già presenti nella vostra memoria. Se in seguito io dovessi testare la vostra memoria su questa lista di parole, la vostra prestazione sarebbe senza dubbio ottima, poiché avrete effettuato un’assimilazione per elaborazione semantica. D’altro canto, vi potrei mostrare la stessa lista e chiedere di contare il numero di vocali e consonanti in parole come “tavolo” e “giardino Anche in questo caso dovreste prestare molta attenzione alle parole e contarne tutte le vocali e le consonanti. In seguito, però, scopriremmo che voi non ricordate quasi nessuna delle parole di questa lista, poiché non le avrete messe in relazione ad alcuna conoscenza preesistente. In psicologia, questo fenomeno è noto come “effetto dell’elaborazione in profondità”. Esso dimostra ancora una volta che noi non siamo dei semplici ricettacoli passivi che registrano automaticamente le informazioni, come una videocamera, ma che il fattore determinante è il modo in cui l’informazione viene trattata.

A breve termine Questa memoria funziona come una sorta di lavagna sulla quale annotiamo gli appunti da tenere a mente per poco tempo e che poi potremo dimenticare. Un esempio classico è il numero di telefono di un amico: tra quando lui ce lo comunica a quando riusciamo a scriverlo è necessario conservare la serie di numeri nella memoria a breve termine. Una volta inserito il recapito in rubrica non avremo più alcun motivo per ricordarlo a memoria e molto probabilmente lo dimenticheremo. Questo deposito temporaneo ha infatti uno spazio assai limitato e necessita di un ricambio molto rapido: va liberato in fretta, perché ben presto ci sarà qualcos’altro che dovremo tenere a mente per qualche secondo. Memoria verbale Cosa fate quando qualcuno vi dice un numero di telefono, un indirizzo o il titolo di un libro da ricordare? Probabilmente prima di riuscire a scriverli li ripetete ad alta voce, perché questo vi aiuta a non farli svanire dalla memoria a breve termine. Ma anche questo magazzino fonologico mentale ha qualche problema di capienza e alcuni limiti che potrete verificare voi stessi. Se per esempio provate a memorizzare, ripetendoli ad alta voce, una lista di vocaboli molto simili tra loro, troverete che il compito è più difficile rispetto a quello di tenere a mente una lista di parole tutte diverse. Anche la lunghezza dei vocaboli può rappresentare un ostacolo per la memoria verbale: più lunghi sono più è difficile memorizzarli, sia pure per poco tempo.

Memoria visuospaziale È un taccuino mentale sul quale annotiamo delle immagini mentali che dobbiamo tenere a mente per poco tempo. Usiamo questo tipo di memoria a breve termine continuamente, per esempio per muoverci nello spazio, quando siamo in un ambiente che non conosciamo, e fissare in mente il tragitto da compiere. Siccome facciamo tutto in automatico, non ci rendiamo neanche conto di utilizzare queste proprietà della nostra memoria. Ma se dovessimo perdere questa facoltà, per esempio a causa di traumi o di particolari patologie, non saremmo più in grado di compiere operazioni semplici come, per esempio, trovare la strada per il bagno di casa.

Di lavoro Questa memoria incorpora la memoria a breve termine sovrapponendosi a essa e ci permette di compiere operazioni più complesse rispetto alla semplice memorizzazione. In pratica ci consente di risolvere i problemi partendo dai dati che stiamo tenendo a mente. Oltre alla memoria a breve termine verbale e a quella visuospaziale, la memoria di lavoro fa affidamento sull’esecutivo centrale, un sistema di controllo che aiuta la mente a distribuire le risorse quando si è impegnati su più fronti. Questo meccanismo è quello che ci consente di prendere appunti mentre il professore spiega o di camminare parlando al telefono,ma anche di descrivere un evento o un luogo a qualcuno: serve tenere a mente più cose allo stesso tempo. Prospettica Riguarda le azioni che dobbiamo compiere in futuro ed è la memoria che esercitiamo forse più consapevolmente. Se ne distinguono due tipi, a seconda che si riferisca a un evento o a un tempo ben preciso. Nel primo caso, per esempio, può trattarsi di ricordare di ritirare un vestito dalla lavanderia dopo aver fatto la spesa di ritorno dall’ufficio, nel secondo di andare a prendere il nipotino a scuola alle quattro del pomeriggio. Mentre per i primi ricordi possiamo ricevere un aiuto dal contesto ambientale, magari semplicemente perché passiamo in auto davanti alla lavanderia, i secondi tendono a diventare più problematici con l’avanzare dell’età, a causa della ridotta capacità di attenzione che può accompagnare l’invecchiamento. Un ulteriore importante compito della memoria prospettica consiste nel registrare se l’azione che dovevamo ricordarci di compiere è stata portata a termine con successo oppure no. Può essere utile usare dei supporti per la memoria prospettica e molte persone di una certa età non possono anzi farne a meno. Che si tratti di un calendario, un’agenda di carta oppure uno smartphone con tanto di avvisi sonori che ci notifichino le cose da fare, l’importante è trovare il sistema più pratico per aiutarci a essere più efficienti nel ricordare le cose da fare in futuro e quelle già fatte che possiamo cancellare dalla lista.

Quando qualcosa non va A partire dai 20 anni il cervello umano comincia a perdere neuroni. Niente paura, è tutto normale, ma certo col passare del tempo ci rendiamo conto che il naturale invecchiamento del cervello influisce sulle nostre capacità di apprendimento. Non a caso si studia da bambini e da ragazzi, mentre imparare da adulti può risultare meno facile. Potete comunque mantenere allenato il cervello conducendo una vita attiva, coltivando interessi, una vita sociale ricca di incontri e uno stile di vita sano. Ciononostante, può capitare che la vostra memoria faccia cilecca ogni tanto o che vi inganni. Ecco quali sono le cause più comuni.

Gli effetti dell’età L’invecchiamento cerebrale in senso stretto inizia, come abbiamo visto, proprio alla fine della fase di sviluppo del cervello. Difficilmente sentiremo un 25enne lamentarsi della propria memoria; una minima perdita di efficienza si comincia ad avvertire in genere già dopo i 40 anni. A quest’età è possibile cominciare a sperimentare maggiori difficoltà nel ricordare per esempio i nomi delle persone o nel farseli tornare in mente in situazioni particolari. Ma fin qui niente di grave: nessuna di queste titubanze rappresenta un reale ostacolo e non si avvertono di solito effetti evidenti dell’indebolimento della memoria fino a quando non si superano i 60 anni. È un processo di normale invecchiamento assai democratico, perché colpisce tutti e non deve essere interpretato come la spia di un disturbo. Gli addetti ai lavori la chiamano “smemoratezza senile benigna”, che tra l’altro non tocca neanche tutti i tipi di memoria che abbiamo descritto nelle pagine precedenti. Cosa cambia con il tempo Con l’età resta pressoché intatta la memoria a breve termine, cioè la capacità di ricordare qualcosa per pochi secondi, mentre può risultare indebolita la memoria di lavoro. Le conseguenze visibili sono una maggiore difficoltà nel seguire la trama di un film complicato o la lettura di un libro con tanti personaggi, oppure nell’eseguire più azioni contemporaneamente. A venir meno sono probabilmente l’attenzione, che risulta impegnativo distribuire su più compiti, o la capacità di ignorare le distrazioni, concentrandosi solo sugli stimoli utili. Passando alla memoria a lungo termine, quello che si nota nelle persone anziane è il paradosso per il quale sembrano ricordare benissimo eventi accaduti 40 anni fa, ma sono in difficoltà quando si tratta di richiamare alla mente cose successe un paio di giorni prima. I ricordi evocati spontaneamente, soprattutto se hanno una forte valenza emotiva, sono quelli meglio impressi nella memoria, inoltre nessuno garantisce che siano autentici, perché potrebbero essere stati rielaborati nel corso del tempo.

Quanto ai ricordi recenti, è su quelli che i segni del tempo si fanno più evidenti: lì non si tratta di ripescare nel repertorio del cuore, ma di richiamare alla mente cose banali che difficilmente hanno lasciato il segno. A indebolirsi con l’età sono soprattutto le capacità di codificare il ricordo, cioè archiviarlo in modo corretto per rendere più facile il suo “ripescaggio” al momento del bisogno. Anche la memoria prospettica, quella che riguarda gli eventi futuri, subisce i contraccolpi dell’età, ma spesso gli anziani sono più bravi dei giovani ad aiutarsi con calendari, agende, post-it e appunti vari, quindi riescono a reggere il passo.

Cambia poco infine nella memoria procedurale, quella che ci fa ricordare come si va in bicicletta una volta che abbiamo imparato a far – lo da bambini. Più difficile è però mantenere intatte le abilità di me – moria procedurale apprese già in tarda età. Ecco perché il nonno guida ancora l’auto senza problemi, ma bisogna ogni volta rispiegagli come telefonare con Skype. Ansia e depressione Disturbi di natura psichica molto comuni, come l’ansia e la depressione, possono influenzare negativamente il funzionamento della memoria, al punto da far temere in chi ne soffre, di essere afflitto da una qualche forma di demenza. Sono i fattori di tipo emotivo, come la preoccupazione, le difficoltà di concentrazione, la mancanza di motivazione, a ripercuotersi sulla memoria rendendola meno efficiente. Mentre un forte stress può addirittura migliorar – la per un breve periodo, la depressione comporta un peggioramento specialmente della memoria a lungo termine. La persona depressa riesce a te – nere a mente una serie di nume – ri per pochi secondi, ma potrebbe fare fatica a ricordare il contenuto di un brano letto un’ora prima. Negli ansiosi è invece vero il contrario, non è la memoria a lungo termine a far difetto, ma quella a breve termine, in particolare la memoria di lavoro: le preoccupazioni impediscono la concentrazione necessaria a farla funzionare al meglio. La trappola dei falsi ricordi Può capitare che lo stato d’animo con cui abbiamo vissuto un’esperienza o cose accadute prima o dopo quell’evento modifichino i nostri ricordi dell’accaduto, di – storcendo in parte la realtà. La memoria autobiografica non è una telecamera che registra fedelmente tutto quanto si svolge davanti al suo obiettivo, la com – ponente emotiva gioca un ruolo importante nel determinare cosa ricorderemo e come. Sentimenti come paura, commozione, ansia o rabbia possono spingerci a focalizzare l’attenzione su alcuni particolari dell’esperienza che stiamo vivendo, tralasciandone altri e impedendoci a volte di avere il quadro d’insieme. Vi sono poi due tipi di interferenze, retroattiva e proattiva, che possono ulteriormente modificare il ricordo di un evento. Le interferenze retroattive provengono da esperienze successive a quella che vogliamo ricordare, che ne modificano il ricordo o si me – scolano o addirittura si sostituiscono ad esso a distanza di tempo. Le interferenze proattive arrivano da esperienze precedenti, che possono contribuire alla forma – zione di false memorie: i vecchi ricordi in pratica vanno a influen – zare quelli nuovi, modificandoli. Amnesie psicogene Molta della letteratura e della cinematografia che ha per oggetto la psicanalisi, si basa sul concetto di rimozione dovuta a un trauma psicologico. La protagnista del film non ricorda di aver visto il volto dell’assassino di sua madre perché il trauma di aver assistito alla sua morte ne ha cancellato il ricordo. Ma non ser – ve sconfinare nella fiction né ri – correre a esempi così drammati – ci per comprendere gli effetti che possono avere sulla memoria dei traumi psicologici. Gli “stati di fuga” sono amnesie globali che compromettono la memoria episodica e autobiogra – fica e comportano la temporanea perdita di identità. L’amnesia per una situazione specifica riguarda invece solitamente i crimini violenti, compiuti o subiti. Del ricordo traumatico rimane però un ricordo inconscio che è appunto quello che la psicanalisi punta a far riemergere.

 Apprendimento e memoria Ogni giorno impariamo qualcosa di nuovo e la nostra mente è chiamata ad assolvere il cruciale compito non solo di comprendere ciò che impariamo ma anche di immagazzinarlo in modo che possiamo in futuro attingere a quelle conoscenze per usarle quando ci saranno necessarie. Che si tratti di una nuova ricetta o di un procedimento da mettere in pratica sul lavoro, che sia una novità nel campo della politica internazionale o semplicemente un nuovo software installato sul nostro PC, veniamo continuamente chiamati ad acquisire nuove informazioni e competenze, che entreranno a far parte del patrimonio della nostra memoria.

Apprendimento implicito ed esplicito L’apprendimento può essere definito come modificazione del comportamento attraverso l’esperienza. In questo caso si parla di apprendimento implicito. Lo sperimentiamo con le prestazioni sportive: più ci alleniamo per esempio nel dritto e nel rovescio a tennis, più miglioriamo. I progressi si notano con il passare del tempo e una volta conseguiti non sapremmo più dire quando è stato il momento nel quale abbiamo imparato a colpire bene la palla e a mandarla nel campo dell’avversario. Il nostro fisico ha perfezionato quei movimenti a forza di ripeterli, imprimendoli così nella memoria implicita. L’apprendimento esplicito è quello che riguarda l’acquisizione di nuove informazioni, proprio quello che esercitano bambini e ragazzi a scuola ogni giorno. È su questo tipo di apprendimento che focalizziamo l’attenzione in questo capitolo, per aiutarvi a capire i meccanismi grazie ai quali immagazziniamo nuove nozioni e come migliorare le vostre capacità di farlo. Come si impara Non piacerà leggerlo a quanti a scuola hanno subito i compiti come un peso e li hanno sempre svolti di malavoglia, ma purtroppo la verità è questa: il primo alleato per un apprendimento veloce ma anche duraturo è l’esercizio. Senza uno sforzo costante e prolungato non è possibile immagazzinare concetti e nozioni. Pensiamo per esempio ai vocaboli di una lingua straniera: se non ne conosco a sufficienza non riuscirò mai ad avere una conversazione in quella lingua, ma per impararli devo rassegnarmi a ripeterli, utilizzarli in frasi, leggerli e ascoltarli più e più volte. Poco e spesso Meglio fare una lunga maratona di due ore studio per memorizzare i 50 nuovi vocaboli in inglese imparati a lezione oppure dividere lo sforzo in 3 sessioni separate di mezz’ora ciascuna? Gli esperti dicono che la quanti – tà di informazioni apprese è proporzionale alla quantità di tempo dedicato ad impararle, quindi più si studia più si impara. Attenzione però: meglio distribuire gli sforzi per esempio in due giorni consecutivi che concentrarli in un giorno solo. A parità di tempo speso a studiare, poniamo due ore, suddividendolo in un’ora al giorno per due giorni, si ottengono risultati migliori. Microdistribuzione Se poco esercizio distribuito nel tempo è l’optimum per imparare, non tutti possono permettersi il lusso di distribuire lo studio in più volte. Come fare per esempio a imparare qualcosa a memoria in una volta sola? Riprendendo il nostro esempio sulle parole in una lingua straniera, l’approccio migliore consiste nel cercare di ricreare la ripetizione all’interno di quell’unica sessione di studio. Usando la tecnica della microdistribuzione, dopo aver letto una volta tutta la lista dei vocaboli dovremmo cercare di verificarli uno per uno prima dopo un breve periodo di tempo, poi facendo passare sempre più tempo tra una verifica e l’altra, allungando l’intervallo della ripetizione man mano che il ricordo si rafforza. Motivazione Quello che occorre davvero per imparare bene qualcosa è la for – za di volontà che spinge a fare il giusto esercizio. La motivazione è quella molla che può rendere la nostra volontà più forte e farci venire voglia di esercitarci di più e più spesso. Si tratta insomma di un elemento che se non è fondamentale rappresenta però uno stimolo per la messa in atto di altri meccanismi importanti per l’apprendimento.

Gli strumenti per ricordare Esistono vari tipi di tecniche mnemoniche, ma le divideremo prima di tutto in due grandi categorie: i metodi interni attivi e i metodi esterni attivi. Immagini, luoghi e filastrocche I metodi interni attivi sono quelli che generiamo mentalmente e uno di quelli ai quali facciamo appello più frequentemente sono le immagini mentali che associamo alle cose da ricordare. Più vivida e, perché no, sorprendente è l’immagine, maggiori saranno le probabilità che il ricordo si fissi nella memoria. Quando dobbiamo memorizzare liste di parole, creare delle immagini mentali per ciascuna è un buon modo per tenere a mente cose che altrimenti rischierebbero di scivolare velocemente nell’oblio. Un altro metodo interessante è quello dei loci, cioè dei luoghi.

Collocate i concetti, le date o le parole da imparare lungo un percorso a voi familiare (il tragitto da casa all’ufficio, le stanze della vostra casa). Quando dovete ripescarle nella memoria non dovrete fare altro che seguire il percorso per recuperare i vari pezzi del puzzle. È un sistema piuttosto efficace, lo utilizzava anche l’oratore romano Cicerone per memorizzare i propri discorsi e proprio a lui probabilmente dobbiamo il modo di dire “In primo luogo, in secondo luogo…”. Infine potete impiegare le mnemotecniche verbali, come le classiche filastrocche in rima o l’associazione di lettere e numeri, per esempio, per ricordare un numero di telefono. Il nodo al fazzoletto I metodi esterni attivi sono stratagemmi che utilizziamo per ricordarci di qualcosa sfruttando il contesto nel quale ci troviamo. Dal nodo al fazzoletto dei nostri nonni, al cambio di dito per le fede nuziale o di polso dove portiamo l’orologio, lo scopo è mettere in atto un cambiamento che in un momento successivo ci suonerà strano e ci spingerà a chiederci: cosa dovevo ricordarmi? Oggi abbiamo anche altri strumenti più sofisticati, primo tra tutti lo smartphone che quasi tutti abbiamo sempre con noi, che ci consentono di impostare noti – fiche per ricordare cose da fare.

Per mettere davvero alla prova la vostra memoria potreste farne a meno per una settimana e vedere come ve la cavate con le vostre sole forze. Potenziare la memorizzazione Dato che come abbiamo visto la memoria non è un muscolo, è ingenuo e sbagliato pensare che “tenerla allenata” possa essere utile. Se passo un’ora al giorno a memorizzare una lista di paro – le sempre diverse, imparerò quelle parole ma non diventerò necessariamente più bravo a memorizzare parole in generale. Registrare Quello che invece possiamo esercitarci a fare è migliorare il modo in cui registriamo le informazioni, organizzando il materiale appreso nella maniera più efficace perché sia disponibile in futuro quando ci servirà. È un po’ come catalogare in maniera corretta dei volumi, riporli nello scaffale giusto della libreria: se lo avremo fatto sarà più facile ritrovarli quando ci serviranno.

Collegare Collegare il materiale che si sta studiando a ciò che già si conosce, saper incasellare e categorizzare le conoscenze rende le informazioni più facili da rievocare. Basterà un piccolo riferimento a un determinato argomento per aprire un intero cassetto di conoscenze. Ciò che risulta fondamentale è studiare in modo attivo, mettendo il materiale da apprendere in relazione con i nostri interessi e i nostri valori. Interrogatevi sulle vostre opinioni in merito a quanto state apprendendo e ponetevi sempre domande a cui cercherete di rispondere. Calare nel reale Nel caso in cui il materiale da apprendere sia un po’ più mecca – nico, come per esempio la nostra lista di parole in lingua straniera, potrà essere utile calarle nella realtà e immaginare di usarle in una conversazione. Avvicinate sempre i contenuti studiati alle situazioni di vita in cui torneranno utili, perché risultino più facili da recuperare quando serve. Insegnare Il metodo migliore per imparare davvero qualcosa è cercare di in – segnarlo a qualcun altro: dovremo prima aver ben compreso il materiale, averlo rielaborato per poterne fornire una nostra versione a un immaginario (o reale) pubblico di studenti. Proprio questa rielaborazione attiva fisserà con maggior forza i contenuti nella nostra memoria. Trucchi da usare tutti i giorni Passiamo ora a qualche consiglio pratico, da utilizzare quotidiana – mente, per migliorare le vostre capacità di memorizzare le in – formazioni. Ad alcune tecniche abbiamo già accennato nel corso dei capitoli precedenti, altre vi suoneranno del tutto nuove. Le elenchiamo qui in maniera schematica in modo che vi servano come promemoria . Un po’ per volta Dividi et impera dicevano i latini, cioè dividi e comanda. Potremmo adattare il motto ai nostri scopi, perché spezzettare l’informazione immancabilmente aiuta a ricordarla meglio. Prendiamo un numero di telefono. Se dovete ricordare il numero 3472353939, il compito vi risulterà più facile separando le cifre in questo modo: 347-23-53-93-9. La maggior parte di noi è in grado di ricordare serie di 7 elementi, poco meno o poco di più. Per non sottoporre la nostra memo – ria a breve termine a un super – lavoro, dovremo quindi cercare di raggruppare tutte le informazioni in modo che gli elementi da ricordare non superino questa soglia critica. Ma il consiglio della suddivisione si adatta anche alla metodologia di studio per le cose che dovete conservare nella memoria a lungo termine. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: evitate le maratone, meglio distribuire lo studio in più sessioni più brevi di diversi giorni. Distanziando le ripetizioni del materiale da im – parare si facilita molto la memorizzazione. Mettere i paletti Come abbiamo visto la memoria prospettica, quella che riguarda le cose da fare, può risultare indebolita con il passare degli anni. Un buon trucco per ricordare le cose che vanno fatte ogni giorno a determinate ore può essere quello di agganciarle ad abitudini già acquisite. Prendere la medicina dopo il caffè del mattino, fare la ginnastica per la schiena dopo il telegiornale e così via.

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