Terremoto: notte di terrore nel salernitano, 5 scosse in due ore: gente in strada

Gente in strada nel Vallo di Diano per una forte scossa di terremoto registrata nella zona più meridionale e interna della provincia di Salerno, quasi ai confini con la Basilicata. Il sisma è stato registrato alle 0.38 e, secondo l’Ingv, è stato di magnitudo 3.8 a profondità di 11 chilometri. Grande paura tra i residenti dei comuni vicini all’epicentro, da Padula, distante solo 4 km, a Sala Consilina Teggiano. Molte persone raccontano di aver percepito un boato. La scossa, breve ma molto intensa, è stata sentita chiaramente anche sulla costa campana a Sapri Palinuro, più a nord a Battipaglia Salerno, in Basilicata Potenza e persino in comuni pugliesi come Corato Trani. Non sono per ora segnalati danni a persone o cose.

I terremoti, o sismi, sono vibrazioni naturali del suolo, rapide e violente, provocate dalla liberazione repentina di energia meccanica all’interno della litosfera 1 . Insieme ai vulcani, i terremoti sono la prova più evidente che la Terra non è statica: in alcune regioni della litosfera si verificano fenomeni che deformano, comprimono e stirano le rocce, che in tal modo possono accumulare (a volte in un arco di tempo lunghissimo) enormi quantità di energia.

Quando si verifica un terremoto, l’energia accumulata viene liberata in modo repentino: le rocce si fratturano e l’energia viene dissipata in parte sotto forma di calore, in parte sotto forma di onde elastiche che, giungendo in superficie, generano le scosse che percepiamo. Il luogo in profondità in cui viene liberata l’energia è l’ipocentro del terremoto, dal quale partono le vibrazioni elastiche che si propagano in tutte le direzioni dello spazio, verso l’interno e verso la superficie della Terra. L’epicentro è, invece, il punto della superficie terrestre, situato verticalmente sopra l’ipocentro, che viene raggiunto per primo dalle vibrazioni. È anche il punto in cui le scosse sismiche sono avvertite con maggiore intensità 2 . Le vibrazioni possono essere percepite in molti modi: nell’epicentro il sisma si avverte soprattutto come movimento verticale (scosse sussultorie), nelle aree circostanti come movimento essenzialmente orizzontale (scosse ondulatorie); quando i due tipi di scosse interferiscono, le scosse si dicono scosse rotatorie.

Le scosse possono durare da pochi secondi a un minuto e possono ripetersi per ore e giorni a intervalli irregolari. L’energia che si libera in un terremoto varia considerevolmente da caso a caso: a volte le scosse sono deboli e non percepibili senza l’ausilio di strumenti sofisticati, in altri casi, invece, una sola scossa sprigiona in pochi secondi più energia di una bomba atomica. Qualunque sia la forza, l’energia di un sisma si dissipa rapidamente a mano a mano che ci si allontana dall’ipocentro; tuttavia l’evento può essere registrato dagli strumenti di tutto il mondo.

Le cause dei terremoti I terremoti, almeno quelli di piccola o piccolissima entità, sono molto frequenti: in tutto il mondo se ne verificano almeno un milione all’anno, ma la maggior parte di essi (microsismi) è troppo debole per essere avvertita, se non dagli strumenti. Annualmente, sono invece circa una ventina i terremoti che si manifestano con scosse di grande intensità (macrosismi) e spesso hanno conseguenze disastrose. Le cause che scatenano un sisma possono essere diverse e permettono di classificare i terremoti in quattro categorie: da crollo, da esplosione, vulcanici e tettonici. I terremoti causati da crollo della volta di una grotta o di una miniera sono episodi occasionali e in genere di debole intensità, come i terremoti da esplosione che si verificano in seguito a detonazioni di dispositivi chimici o nucleari nel sottosuolo.

I terremoti vulcanici accompagnano o precedono le eruzioni vulcaniche e rappresentano solo il 7% degli eventi sismici registrati in un anno. Sono provocati dal movimento del magma nel sottosuolo. L’attività sismica associata ai fenomeni vulcanici è in genere debole e si intensifica solo occasionalmente. Le scosse più violente si verificano durante le eruzioni esplosive, quando a causa dell’improvviso svuotamento della camera magmatica si ha una brusca variazione della pressione al suo interno. I terremoti tettonici avvengono quando masse rocciose si fratturano improvvisamente in zone della litosfera sottoposte a forti tensioni, per opera di forze che agiscono all’interno della Terra. I terremoti tettonici sono i più frequenti e violenti. Inoltre, hanno una particolarità che li distingue dagli altri: non sono quasi mai episodi isolati e occasionali, perché sono legati a situazioni di generale instabilità della litosfera, che non si esauriscono con un unico sisma.

La distribuzione geografica dei terremoti tettonici In base alla distribuzione geografica dei terremoti tettonici è possibile identificare regioni particolari della litosfera, dette aree sismiche, dove questi tipi di terremoti si verificano frequentemente, anche se non avvengono con periodicità regolare e ogni nuovo sisma ha ipocentro diverso da quelli precedenti. La distribuzione delle aree sismiche sulla superficie terrestre non è casuale: c’è una stretta relazione tra le zone della Terra più frequentemente soggette ai terremoti e le aree geologicamente più recenti e attive. Osservando la carta della localizzazione degli epicentri dei terremoti tettonici, registrati negli ultimi decenni  , è possibile constatare due fatti importanti: ■ i terremoti tendono a distribuirsi in fasce sottili e allungate; ■ le fasce sismiche coincidono, o sono disposte parallelamente, alle fasce dove si localizza l’attività vulcanica. Anche le catene montuose più elevate e recenti, gli archi insulari e le fosse oceaniche identificano fasce sottili allineate con le fasce sismiche.

Il maremoto è spesso indicato con il termine giapponese tsunami, che significa onda di porto. Le cause degli tsunami sono molto varie: frane sottomarine, terremoti con epicentro in mare aperto o lungo la costa, eruzioni vulcaniche esplosive in mare aperto o sulla costa. Tra i maremoti causati da terremoti, il più recente è lo tsunami che ha colpito il Giappone l’11 marzo 2011, conseguenza di un terremoto di magnitudo 9, con epicentro a poco più di 100 km a largo di Sendai e ipocentro alla profondità di 24,4 km  . Perché si verifichi un maremoto è necessario un evento che rilasci un’enorme quantità di energia, causando contemporaneamente un improvviso innalzamento o abbassamento del fondale, che metta in movimento grandi masse di acqua.

In entrambi i casi, si genera un’onda che si propaga. In mare aperto la distanza tra due creste successive può raggiungere le centinaia di kilometri, mentre l’altezza delle onde non supera il metro. Inizialmente l’onda si muove velocemente (oltre 800 km/h), ma la sua velocità si riduce con il diminuire della profondità del fondale, che ha un effetto frenante sulla base della colonna d’acqua. Contemporaneamente, la sommità della colonna continua a spingersi in avanti e l’onda diviene sempre più alta fino a quando non raggiunge la linea di costa su cui si abbatte con forza devastante. I maremoti possono provocare danni ingenti, in particolare nelle regioni dove le coste sono basse e non ci sono rilievi in prossimità della costa. Il maremoto non si può prevedere, ma spesso ci si può difendere efficacemente.

Poiché le onde di maremoto si muovono alla velocità di alcune centinaia di kilometri l’ora, per raggiungere coste distanti migliaia di kilometri impiegano diverse ore. In molti casi, quindi, il tempo è sufficiente per attivare procedure di allarme e adottare misure per limitare i danni. Ovviamente, è di fondamentale importanza conoscere la posizione dell’epicentro e la magnitudo del terremoto che potrebbe aver generato lo tsunami e disporre di appositi sistemi di rilevamento nelle zone più a rischio. Non sempre si dispone di tali sistemi e talvolta è difficile anche determinare rapidamente la magnitudo di un terremoto, in particolare quando è molto violento (perché la frequenza delle onde sismiche aumenta).

Infine, la determinazione della magnitudo e la localizzazione dell’epicentro del terremoto non sempre permettono di stabilire le caratteristiche dello tsunami che potrebbe verificarsi. In Indonesia, per esempio, il 28 marzo 2005 c’è stato un nuovo terremoto che aveva teoricamente la possibilità di generare un forte tsunami, tuttavia ciò non è avvenuto. Tra i maremoti causati da terremoti, va ricordato lo tsunami che ha colpito l’Indonesia il 26 dicembre 2004, conseguenza di un terremoto di magnitudo 9,3, con epicentro al largo della costa nord-occidentale di Sumatra e ipocentro alla profondità di circa 10 km, in una zona molto attiva dal punto di vista sismico .

Per quanto i meccanismi che determinano le scosse sismiche siano tuttora oggetto di studio, i geologi ritengono che il modello più attendibile per spiegare come si genera un terremoto tettonico sia fornito dalla teoria del rimbalzo elastico, formulata in seguito all’osservazione degli effetti provocati dal terribile terremoto di San Francisco, avvenuto nel 1906. Secondo la teoria del rimbalzo elastico, i terremoti tettonici si verificano nelle regioni della litosfera dove le rocce in profondità sono sottoposte all’azione di pressioni orientate di notevole intensità, che agiscono per tempi lunghissimi.

Secondo questa teoria, quando un blocco di rocce viene sottoposto a sforzo, inizialmente si comporta in modo elastico, cioè si deforma lentamente, con modalità che dipendono dalle caratteristiche delle rocce interessate. Le rocce, deformandosi, accumulano energia e la deformazione subìta è proporzionale all’intensità e alla durata della forza applicata. Ogni massa rocciosa ha un limite oltre il quale non può deformarsi elasticamente (limite di elasticità). Se la forza continua ad agire e la tensione accumulata supera il limite di elasticità, il blocco roccioso si spacca improvvisamente nel punto più debole, producendo una faglia, una frattura lungo la quale due blocchi rocciosi si muovono in senso opposto e subiscono spostamenti verticali, orizzontali o obliqui . Nel momento in cui si forma la faglia, le rocce slittano lungo i margini della frattura e liberano repentinamente l’energia, accumulata per decine o centinaia di anni, sotto forma di calore e di intense e rapide vibrazioni che si propagano in tutte le direzioni.

Il punto di rottura diventa quindi l’ipocentro del terremoto, le cui forza e durata dipendono dall’energia accumulata. Le masse rocciose, scorrendo lungo i margini della faglia, riacquistano il loro volume e la loro forma e, in pochi secondi, si stabilisce una nuova condizione di equilibrio. Il rimbalzo elastico delle rocce prossime all’ipocentro causa la deformazione delle rocce circostanti e lo slittamento si propaga lungo la faglia con una velocità che può superare i 3 km/s, finché l’energia dissipata e l’attrito non esauriscono il fenomeno. Il movimento in questo modo può propagarsi lungo una faglia anche per decine o centinaia di kilometri a velocità impressionante. L’energia accumulata si libera in genere con una forte scossa principale (mainshock), che talvolta può essere preceduta da una serie di scosse premonitrici (foreshocks), quasi sempre di debole intensità, che possono verificarsi per diversi giorni prima dell’inizio del terremoto vero e proprio.

Molto spesso la scossa principale è seguita da una serie di scosse successive (repliche o aftershocks), che possono verificarsi nei giorni o mesi seguenti (talora anche per un anno o più) e in genere hanno intensità via via decrescente. In altri casi, invece, si realizza uno sciame sismico (swarms), costituito da una serie di scosse di intensità simile, la cui frequenza in genere aumenta fino a un massimo per poi decrescere. La teoria del rimbalzo elastico non spiega adeguatamente tutti i fenomeni sismici, che talvolta possono prodursi in condizioni molto diverse da quelle previste. In alcuni casi, per esempio, si sono verificati terremoti con ipocentro molto profondo in zone dove le rocce sono sottoposte a pressioni enormi e difficilmente si possono verificare movimenti come quelli lungo le faglie.

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