Test Hiv shock, scoprono di essere positivi fuori dalla discoteca

Dopo una notte trascorsa in discoteca in Versilia, tre ragazzi si sono sottoposti al test dell’Hiv rispondendo alla richiesta dei volontari Anlaids. Con un campione di saliva hanno scoperto di essere sieropositivi. È accaduto venerdì 6 ottobre davanti al Maki Maki di Viareggio, durante una delle tante campagne di sensibilizzazione.

Come racconta “Il Tirreno” lo hanno fatto per curiosità, ma non si sarebbero mai aspettati un risultato simile. La notte di divertimento che si trasforma in inferno. Era successo già a Lucca quattro anni fa davanti al Boca Chica di Torre del Lago, quando una persona scoprì con i test promossi dall’associazione di essere sieropositiva.

“Per ammalarsi, basta anche un rapporto solo. In caso di contagio, poi, il virus si manifesta dopo 6 mesi. Per questo proteggersi con il preservativo è vitale. Ed è singolare notare come i più sprovveduti siano gli adulti”, spiegano dall’Anlaids.

Era successo anche quattro anni fa davanti al Boca Chica di Torre del Lago, quando una persona scorprì con i test promossi dall’associazione di essere sieropositiva.

Al di là dell’appartenenza sessuale, che a noi non deve riguardare, ciò che vogliamo sottolineare è la gravità di questa patologia silenziosa. La prevenzione è l’unica arma che noi abbiamo per bloccare il virus, l’uso del profilattico è di vitale importanza. Purtroppo è visto solo come contraccettivo e non come salva-vita. Ricordatevi tutti, che quello strato sottile di lattice è l’unica flebile arma che avete per uccidere il virus dell’HIV, e non solo.

Il Telefono verde Aids compie 30 anni e certifica: “Più disinformazione e bassa percezione del rischio”

Il telefono veder AIDS e IST 800 861 061 dell’Istituto superiore di sanita’ (Iss) festeggia i suoi 30 anni di impegno nella sanita’ pubblica e, nel corso di una conferenza stampa al ministero della Salute, illustra il bilancio dei circa 800 mila interventi di counselling telefonico, in risposta a piu’ di 2 milioni di domande, svolti in questo periodo. Dall’analisi dei contenuti di questi interventi emerge come siano diminuiti i giovani utenti – gli under 25 – e come sia aumentata in generale la disinformazione sui temi della prevenzione: 12 persone su 100 di tutte le eta’ pensano ancora che il rischio di contrarre l’infezione sia legato a baci, zanzare e bagni pubblici.

Circa la meta’ di chi chiama, inoltre, afferma di non aver mai eseguito il test Hiv, pur dichiarando di aver avuto un comportamento a rischio. Rimangono costanti le richieste di consulenza legale con riferimento a stigma, discriminazione sul posto di lavoro, violazione della privacy, accesso alle cure. Per questo, l’Iss, in occasione del trentennale del Telefono Verde AIDS e IST, ha realizzato un opuscolo informativo, “La bussola”, sui diritti esigibili dalle persone sieropositive, che sara’ scaricabile gratuitamente dal sito dell’Iss.

Entrando piu’ nel dettaglio dell’analisi delle telefonate, queste vengono effettuate in maggioranza da uomini (75,4 per cento); da persone che dichiarano di aver avuto rapporti eterosessuali (56,8 per cento); da giovani appartenenti alla fascia di eta’ compresa tra i 25 e i 39 anni (57 per cento). In diminuzione sia le donne, scese dal 33 per cento nel decennio 1987-1997 al 13,9 per cento nel decennio 2007-2017, sia i giovani che sono passati dal 23,3 per cento nel decennio 1987-1997 all’11,9 per cento nel decennio 2007-2017. Le prime perche’ probabilmente hanno un accesso facilitato ai servizi di prevenzione territoriali per la salute della donna, i secondi perche’ sembrano prediligere altri canali informativi, quali Internet. In generale i quesiti hanno riguardato soprattutto le modalità di trasmissione dell’Hiv (25,8 per cento) e le informazioni relative ai test (22,1 per cento).

Aids: Lorenzin, calata percezione rischio; campagna per giovani 

“E’ calata moltissimo la percezione del rischio di contrarre le malattie sessualmente trasmissibili, non solo l’Hiv, ma tutte le malattie sessualmente trasmissibili”, e per questo motivo “abbiamo messo a punto una campagna di sensibilizzazione sui social media, rivolta in particolare ai giovanissimi, che invieremo alla Presidenza del Consiglio per una valutazione”.

Lo ha annunciato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in occasione di una conferenza stampa, nella sede del dicastero, sui 30 anni di attivita’ del Telefono Verde Aids e Ist. Negli ultimi anni, ha precisato Lorenzin, “c’e’ stato un abbandono dell’uso del preservativo e le persone non hanno fatto ricorso ai test che consentono di sapere se si e’ stati infettati. Possiamo dire che rispetto alla generazione degli anni ’80 e ’90 c’e’ stata una sottovalutazione molto importante di queste malattie”. Oggi, ha continuato il ministro, “abbiamo le persone che ci arrivano con la malattia ormai conclamata, mentre nel passato venivano intercettate prima”. Nel corso della conferenza stampa il direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Iss, Gianni Rezza, ha affermato: “Si evidenzia una percezione del rischio notevolmente abbassata nonostante resti rilevante il numero delle nuove diagnosi di infezione da Hiv segnalate dal Sistema di Sorveglianza COA/ISS, che risultano essere nel 2015 pari a 3.444 nuovi casi, con l’incidenza piu’ alta osservata tra le persone di 25-29 anni che rappresentano anche la fascia di eta’ in cui e’ piu’ alta la disinformazione tra gli utenti del Telefono Verde”.

Aids: Lorenzin, calata percezione rischio; campagna per giovani 

“Proprio i dati del Telefono Verde dimostrano come sia sempre piu’ importante elevare il livello di consapevolezza sui comportamenti corretti in materia di salute – ha poi detto Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanita’ -. La disinformazione nel corso di questi trent’anni e’ passata dall’11,4% rilevato nel primo decennio al 13,6% rilevato negli ultimi anni. Relativamente all’Hiv, per esempio, in 12 telefonate su cento effettuate da persone di tutte le eta’ emerge ancora che il rischio di contrarre l’infezione sia legato a baci, zanzare e bagni pubblici. La richiesta costante di informazioni su tematiche legali, inoltre, ci ha convinti a produrre in questa occasione un opuscolo informativo, ‘La bussola ‘, che sara’ scaricabile gratuitamente dal sito dell’Iss”. In 30 anni di attivita’, e’ stato sottolineato, Telefono Verde ha risposto a oltre 2 milioni di domande svolgendo quasi 800 mila interventi di counselling all’interno di telefonate effettuate in maggioranza da uomini (75,4%); da persone che dichiarano di aver avuto rapporti eterosessuali (56,8%); da giovani appartenenti alla fascia di eta’ compresa tra i 25 e i 39 anni (57%). Un’ulteriore analisi statistica relativamente all’arco temporale febbraio 2011 – maggio 2017, periodo che vede la rilevazione dell’informazione sul test HIV, ha evidenziato che nel 74,8% delle telefonate (pari a 74.415 telefonate su un totale di 99.392) e’ stata posta attenzione sul test Hiv, rilevando che nel 50% dei casi il test non e’ mai stato eseguito. Dall’analisi dei dati relativi all’esecuzione del test emerge ulteriormente che l’esame e’ stato effettuato per motivazioni indipendenti dal comportamento a rischio, in una proporzione di telefonate pari al 2% (interventi chirurgici-0,1%, gravidanza-0,4% o durante una donazione di sangue-1,5%). Anche il test HIV, quindi, non viene sistematicamente eseguito da circa la meta’ di coloro che chiamano dichiarando di aver avuto un comportamento a rischio. “Le chiamate in diminuzione riguardano, rispetto soprattutto ai primi anni dell’epidemia, sia le donne, 33% nel decennio 1987-1997 scese al 13,9% nel decennio 2007-2017, sia i giovani che sono passati dal 23,3% nel decennio 1987-1997 all’11,9% nel decennio 2007-2017 – ha spiegato Anna Maria Luzi, Direttore dell’Unita’ Operativa RCF all’interno della quale si colloca il Telefono Verde -. Le prime perche’ probabilmente hanno un accesso facilitato ai servizi di prevenzione territoriali per la salute della donna, i secondi perche’ sembrano prediligere altri canali informativi, quali internet e per questo dal 2013 l’attivita’ di counselling telefonico e’ integrata dal sito www.uniticontrolaids.it”

Aids, ecco il numero verde

Inoltre, dall’analisi dei quesiti emersi durante gli interventi di counselling le infezioni sessualmente trasmesse, in generale, sembrano destare meno attenzione da parte degli utenti del Telefono Verde nonostante il Sistema di Sorveglianza Sentinella del COA/ISS ne abbia registrato un aumento progressivo (le segnalazioni hanno subito dal 2005 al 2014 un incremento pari al 33,2%) che ha colpito soprattutto le donne. “Serve una maggiore consapevolezza fra i giovani nell’evitare comportamenti sessuali sbagliati perche’ questo ha a che fare con il loro futuro – ha concluso Ricciardi -. Si pensi alla Clamydia che ha la piu’ alta prevalenza tra le giovani donne tra i 15 e i 24 anni, un’infezione che puo’ comportare conseguenze sulla salute della donna e arrecare notevoli danni alla sua fertilita’”. Il Servizio, gratuito e anonimo, consente di dare risposte (sia in italiano, sia in inglese) ai bisogni informativi della persona-utente, di inviarla laddove necessario ai Servizi di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza presenti sul territorio, disponendo di un archivio informatizzato di oltre 2.000 strutture (centri di diagnosi e cura delle malattie infettive, consultori, centri per le infezioni a trasmissione sessuale, associazioni di volontariato, ONG), questo grazie ad una presenza, dal lunedi’ al venerdi’, dalle ore 13.00 alle ore 18.00, degli esperti del Telefono Verde AIDS e IST 800 861061.

Sesso e Aids: allarme infezioni, 1 teenager su 2 non usa precauzione

Un teenager italiano su 2 non usa il profilattico nei rapporti sessuali in genere e sempre 1 su 2 non lo usa neanche nei rapporti occasionali. Non stupisce quindi che i casi di sifilide siano raddoppiato, cosi’ come sono aumentati i contagi da papillomavirus, specie nel periodo delle vacanze. A lanciare l’allarme soo stati gli esperti riuniti in occasione della nona edizione di ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), la manifestazione piu’ importante in Italia dedicata all’AIDS e all’Epatite che si e’ svolta a Siena sotto il patrocinio della Societa’ italiana di malattie infettive e tropicali. “Normalmente, durante i viaggi e le vacanze, la possibilita’ di avere degli incontri sessuali occasionali aumenta”, ha spiegato Massimo Andreoni, responsabile dell’Unita’ Operativa Complessa di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e past president Simit. “Non e’ un caso che, nel periodo successivo a quello estivo – ha continuato – si registri il picco assoluto annuale di pazienti in fatto di infezioni e malattie sessualmente trasmissibili. Un altro rischio che corriamo sono le infezioni dell’apparato gastroenterico, come diarree e gastroenteriti, legate al consumo di bevande e alimenti non controllati. In alcuni casi si tratta di infezioni pericolose, quindi si consiglia di portare sempre sali minerali e di assimilare molti liquidi”. Gli esperti stimano che il 15-20 per cento dei teenager confonde la contraccezione con la prevenzione delle infezioni trasmesse sessualmente. Le infezioni sessualmente trasmesse, oltre l’HIV, sono infatti in aumento: i centri infettivologici italiani negli ultimi 3-4 anni hanno notato un incremento pari a piu’ del doppio dei casi di sifilide. “A queste si aggiungono – spiega Andrea De Luca, Direttore Malattie Infettive UniversitA di Siena – altre infezioni, anche meno gravi, come quelle da Clamidia, ma non prive di conseguenze, tra cui l’infertilita’ femminile. L’infezione piu’ diffusa e’ quella da papilloma virus, per la quale e’ fondamentale la vaccinazione gratuita per le adolescenti e che verra’ ora introdotta anche per i maschi. Essa e’ la causa del cancro della cervice uterina e dell’ano e delle condilomatosi genitali e anali. Nei contagi, per l’HIV e per le altre malattie, anche se il rischio di un singolo rapporto e’ basso, se si gioca alla roulette russa prima o poi il proiettile arriva e per questo bisogna proteggersi sempre”.

Aids: bene risultati di nuova terapia meno tossica per pazienti

La terapia a base di una singola compressa contenente bictegravir, un nuovo inibitore sperimentale dell’attivita’ di strand transfer dell’integrasi (INSTI), e la combinazione emtricitabina/tenofovir alafenamide, ha dato risultati soddisfacenti per il trattamento dell’infezione da HIV-1. Lo ha annunciato Gilead Sciences, che ha riportato i risultato di quattro studi di Fase III. La terapia testata si basa su un nuovo farmaco a base di TAF – il profarmaco di tenofovir (TFV), principio attivo presente in molti trattamenti consolidati per l’HIV, che ne consente l’accumulo all’interno delle cellule (concentrazioni 4 volte piu’ elevate) limitandone la presenza nel flusso sanguigno (90 per cento in meno di farmaco nel sangue) – in grado quindi di ridurre la tossicita’ a livello dei reni e delle ossa nei pazienti con Hiv. “Sulla base di quanto emerso dai risultati di questi studi di Fase III, la combinazione di bictegravir e F/TAF rappresenta, al momento, un progresso di assoluto rilievo nel trattamento con triplice terapia”, ha commentato Andrea Antinori, Direttore U.O.C. Immunodeficienze Virali, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, IRCCS, Roma.

“C’è una sottovalutazione del rischio rispetto alle malattie sessualmente trasmesse nonostante i dati parlino di 3.500 nuovi casi di Hiv ogni anno, praticamente 10 nuove diagnosi al giorno”, ha detto il ministro della Salute Beatrice Lorenzin alla conferenza stampa per i 30 anni del telefono verde di informazioni dell’Iss. In preparazione, ha detto ancora, una campagna social fatta da blogger per i più giovani sui pericoli e sulla prevenzioni.

Il ministro ha espresso preoccupazione per la sottovalutazione del comportamento a rischio rispetto, per esempio, agli anni ’80-’90: “bisogna tenere alto l’allarme, educare i giovani informandoli con campagne istituzionali e spingendoli a tutelare se stessi”, ha affermato. Sottolineando che sono sempre meno i ragazzi che utilizzano il telefono verde Aids e Ist, e in particolare sono diminuite le donne, il presidente dell’Iss Walter Ricciardi ha richiamato l’attenzione sull’aumento non solo dell’Aids, ma anche di sifilide, gonorrea, condilomi, herpes genitale e altre malattie sessualmente trasmissibili. “Cresce la disinformazione – ha sottolineato – circa la metà delle persone che si rivolge al telefono verde dichiarando di aver avuto un comportamento a rischio, non esegue poi il test Hiv. E questo dimostra che non c’è una consapevolezza di ciò che può succedere.

Conta probabilmente anche l’idea che l’infezione si può tenere sotto controllo con i farmaci, ma non bisogna dimenticare che l’Aids si cronicizza, è curabile ma non guaribile. Sono 125 mila le persone colpite in Italia e che convivono con la malattia”.

La disinformazione, secondo i dati dell’Iss, negli ultimi 30 anni è passata dall’11,4% del primo decennio, al 13,6% rilevato negli ultimi anni. In 12 telefonate su cento, fatte da persone di tutte le età, emerge che l’idea è che il rischio di contrarre l’Hiv sia legato a baci, zanzare e bagni pubblici. Il telefono verde, che in 30 anni ha svolto 800 mila interventi di counselling, ha risposto in maggioranza a uomini (75,4%), persone che dichiarano di aver avuto rapporti etero (56,8%) e da giovani tra i 25 e i 39 anni (57%). Costanti rimangono le richieste di consulenza in materia legale con riferimento a discriminazioni sul posto di lavoro, stigma, violazione della privacy. Un vademecum per far conoscere ai sieropositivi quali siano i loro diritti e come tutelarli è stato presentato oggi dall’Iss.

In 33 anni, dal 1982 ad oggi, l’Aids ha provocato la morte di circa 43mila persone, su un totale di 67mila casi conclamati. «Come una guerra», commenta Gianni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità.

La giornata di ieri, che le Nazioni unite hanno dedicato alla lotta all’Aids, è stata l’occasione per fare il punto sulla diffusione della malattia in Italia. Con circa 3.500-4.000 nuovi casi all’anno, il numero delle diagnosi di Hiv in Italia rimane stabile. Con un’incidenza di sei casi ogni centomila abitanti. «Non siamo più tra i Paesi al top della classifica Ue, essendo invece scesi in termini di incidenza, tanto che l’Italia si colloca al dodicesimo posto in Europa», spiega Rezza. Tuttavia l’obiettivo è quello di abbassare ulteriormente il numero di nuovi contagi.

Il virus colpisce prevalentemente gli uomini, che rappresentano il 79,6% dei 3.695 nuovi casi registrati nel 2014, mentre continua a diminuire l’incidenza delle nuove diagnosi tra le donne. L’età media per i primi è di 39 anni, per le donne di 36 anni. Quanto alla fascia di età maggiormente colpita, è risultata essere quella delle persone di 25-29 anni (15,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti). Poco meno del 30% delle nuove infezioni riguarda cittadini stranieri. L’Istituto superiore di Sanità, inoltre, evidenzia come la principale causa di nuove infezioni (l’84%) sono i rapporti sessuali non protetti con persone che hanno contratto la malattia.
Un dato sicuramente positivo è la diminuzione dei decessi delle persone malate, anche per merito delle nuove e più efficaci terapie antiretrovirali.

Per contro, a preoccupare gli esperti è il fatto che si arriva troppo tardi alla diagnosi della malattia. «Resta il grande problema del ritardo della diagnosi, sia per l’infezione dell’Hiv sia per la malattia conclamata – spiega Rezza -. Un aspetto che impone più forti misure di prevenzione». In base ai dati dell’Istituto superiore di sanità il 26,4% delle persone ha eseguito il test Hiv per la presenza di sintomi Hiv-correlati e il 10% nel corso di accertamenti per un’altra patologia. Solo poco più di due persone su dieci (il 21,6%) ha effettuato il test a seguito di un “comportamento a rischio” non specificato.

Di fronte a questa situazione, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha esortato a non abbassare la guardia nei confronti dell’Aids «perché rappresenta ancora oggi un’epidemia mondiale». A preoccupare il ministro «la scarsa consapevolezza sul rischio di contrarre la malattia con comportamenti sessuali non protetti e ci segnalano che purtroppo si arriva alla diagnosi quando la malattia è in fase avanzata, perché non ci si sottopone al test».
Occorre quindi puntare sull’informazione e sulla sensibilizzazione. Per questo motivo il ministro Lorenzin ha annunciato ieri l’avvio in oltre 400 città italiane dell’iniziativa “Un impegno comune contro l’Aids”, una grande campagna di sensibilizzazione alla quale hanno aderito anche i sindaci di moltissime città.

Decessi diminuiti del 42% ma la battaglia continua In Africa sub-sahariana più di 25 milioni i malati di Hiv.
La battaglia contro l’Aids ha ottenuto diverse vittorie nei decenni passati, ma c’è ancora molto da fare per sconfiggere il virus. La diffusione dei farmaci antiretrovirali ha ridotto in maniera significativa il numero delle morti legate a questa malattia: dal 2004 (anno in cui la diffusione dell’Aids ha raggiunto il suo picco massimo) il numero dei decessi è diminuito del 42%. Secondo una stima dell’Organizzazione mondiale della sanità, circa 7milioni 800mila vite sono state salvate, negli ultimi 15 anni. Parallelamente, tra il 2000 e il 2014 le nuove infezioni da virus Hiv nei Paesi in via di sviluppo sono calate del 35%, passando da 3,5 milioni di nuovi casi registrati nel 2000 a 2 milioni circa nel 2014. Tuttavia, i Paesi dell’Africa sub-sahariana rappresentano il principale campo di battaglia. Qui infatti sono 25,8 milioni le persone che vivono e convivono con il virus Hiv; quasi 13 milioni sono donne. In questa regione, inoltre, si registrano 1,4 milioni di nuovi casi di infezione ogni anno, più della metà del dato mondiale. (I.Se.)

A differenza di quanto avveniva negli anni Ottanta e Novanta, oggi si parla troppo poco diAids. «C’è l’impressione che la malattia non esista più, ma non è così – spiega Diego Cipriani, responsabile ufficio promozione u- mana di Caritas Italiana -. I dati del ministero della Salute, ad esempio, ci dicono che ci sono 4mila nuove infezioni l’anno». Da questa considerazione nasce il progetto di Caritas che ha come obiettivo quello di rompere ilsilenzio che circonda questa malattia.

In occasione del 1° dicembre, Giornata mondiale di lotta all’Aids, Caritas rilancia il suo impegno su questo tema per cercare di rompere il silenzio sulla malattia. Che purtroppo non è ancora stata debellata. Nasce così un progetto nazionale che coinvolge, oltre a Caritas Italiana, 16 realtà diocesane: Ancona, Bergamo, Bolzano, Brescia, Catanzaro, Cremona, Firenze, Foligno, Milano, Napoli, Palermo, Pescara, Piacenza, Reggio Calabria, Roma, Verona.
Due gli obiettivi principali. Il primo punta alla sensibilizzazione e alla diffusione di informazioni corrette sulla malattia e le modalità di prevenzione. Sono quindi stati elaborati strumenti di animazione e formazione (da questionari a clip formative), da utilizzare nelle attività che si conducono nei territori. Due i target raggiunti: gli adulti, ovvero quanti sono impegnati nelle parrocchie (dai volontari dei centri di ascolto, ai catechisti, agli operatori Caritas), e i giovani, incontrati attraverso iniziative in luoghi di aggregazione, oratori e soprattutto scuole.
«Durante questi primi sei mesi di attività abbiamo incontrato circa 5mila giovani – spiega Cinzia Neglia, operatrice di Caritas Italiana -. Ci sono state esperienze interessanti, tra cui quella di Bergamo dove la Caritas diocesana ha organizzato un concorso nelle scuole. I ragazzi hanno realizzato videoclip, manifesti e altri elaborati per restituire quello che hanno appreso». L’obiettivo, come spiega Cipriani, è «prevenire i comportamenti a rischio. Lavorando soprattutto con i giovani per spiegare loro il senso di una sessualità responsabile, che va al di là delle infezioni. Ma deve essere inserita in uno stile di vita che non ha come obiettivo la mercificazione dell’altro».

Il silenzio e la mancanza di informazioni sull’Aids ha poi una seconda conseguenza: alimenta gli stereotipi, le barriere e le false credenze sulla malattia. E così, chi scopre di essere infetto non parla della propria condizione, per timore di essere isolato ed emarginato. Caritas avverte: finché l’opinione pubblica continuerà a cedere le persone che vivono con Hiv/Aids come persone da cui guardarsi, immorali o quantomeno irresponsabili, nella maggior parte dei casi le persone colpite cercheranno di tenere nascosta la propria condizione. Una situazione che è fonte di ulteriore sofferenza: «Il doversi nascondere perché affetti da una patologia è sicuramente una condizione molto pesante, che aggiunge sofferenza a una situazione già difficile», spiega Cinzia Neglia. Ed è proprio qui che si inserisce l’intervento del progetto Caritas: per aiutare le comunità locali a costruire un atteggiamento di vicinanza e di accoglienza. Superando quelle barriere fatte di stigma e pregiudizi che “cancellano” la persona lasciando solo la sua malattia. (I. Se.).

MODALITÀ DI TRASMISSIONE DELL’ HIV

D. Come si trasmette l’Infezione da HIV?
R. L’infezione da HIV si trasmette attraverso:
– Contatto sessuale: rapporti vaginali, anali, oro-genitali praticati e contatto diretto tra genitali in presenza di secrezioni, non protetti dal preservativo. Tale trasmissione avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti (secrezioni vaginali, liquido pre-coitale, sperma, sangue) e mucose anche integre, durante i rapporti sessuali. Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono far aumentare il rischio di contagio.
Il coito interrotto non protegge dall’HIV, così come l’uso della pillola anticoncezionale, del diaframma, dell’anello vaginale e della spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio.
– Contatto con sangue infetto: scambio di siringhe, trasfusioni di sangue o di prodotti di sangue infetti e/o trapianti di organi infetti, utilizzo di strumenti infetti. Contatto diretto tra ferite cutanee, profonde, aperte e sanguinanti, schizzi di sangue o di altri liquidi biologici sulle membrane/mucose (come gli occhi).
– Trasmissione verticale: da madre sieropositiva a figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno.

D. Le pratiche di petting possono trasmettere l’infezione da HIV?
R. Il petting (insieme di pratiche ed effusioni di natura sessuale quali baci, carezze, masturbazione reciproca, sfregamento esterno dei genitali, che non comportano un rapporto penetrativo o orogenitale) non viene considerato a rischio per HIV. Nel caso in cui lo sfregamento, prolungato e continuativo tra i genitali (heavy petting) comporti il contatto diretto tra le mucose e le secrezioni genitali si può considerare un possibile rischio, sia pure molto basso, per l’HIV e le altre IST.

D. Quali liquidi biologici trasmettono il virus?
R. I liquidi biologici che trasmettono l’infezione da HIV sono: sperma, liquido pre-coitale, secrezioni vaginali, sangue, latte materno.

D. Perché si considerano a maggiore rischio di infezione da HIV i rapporti sessuali di tipo anale?
R. I rapporti anali sono a maggior rischio in quanto la mucosa anale è molto fragile ed in tale pratica si
possono creare delle ferite/microlesioni che potrebbero aumentare la possibilità del passaggio del virus.

D. Sono a rischio di infezione da HIV coloro che assumono sostanze per via endovenosa?
R. Sì, sono a rischio solo se scambiano siringhe e oggetti per la preparazione della sostanza con persone
sieropositive.

D I rapporti sessuali con più partner aumentano i rischi di infezione da HIV?
R. No, se nei rapporti sessuali si usa correttamente il preservativo. Il preservativo, infatti, usato correttamente, è il mezzo più sicuro per la prevenzione dell’infezione da HIV. Usare correttamente il preservativo significa indossarlo, sin dall’inizio, per tutta la durata e fino al termine del rapporto senza che si rompa o che si sfili.

D. Le/i prostitute/i possono trasmettere l’infezione da HIV?
R. No, se nei rapporti sessuali penetrativi (anali, vaginali, oro-genitali praticati) usano il preservativo sempre e in modo corretto.
Le persone con HIV che si prostituiscono rischiano di trasmettere l’infezione al cliente o al partner solo nel caso in cui non venga usato il preservativo sempre e in modo corretto.
Invece, nel caso in cui il cliente sieropositivo durante il rapporto sessuale non usi il preservativo, è la/il prostituta/o che corre il rischio di contrarre l’infezione da HIV.

D. Le persone contagiate per via ematica possono trasmettere il virus durante i rapporti sessuali?
R. Sì, se non usano sempre e correttamente il preservativo. Usare correttamente il preservativo significa
indossarlo, sin dall’inizio, per tutta la durata e fino al termine del rapporto senza che si rompa o che si sfili.

D. Che cosa rischiano le persone sieropositive e i loro partner continuando a praticare comportamenti a rischio?
R. Le persone sieropositive che scambino siringhe (nel caso di uso di sostanze per via endovenosa) o continuino ad avere rapporti non protetti da preservativo, rischiano di infettare altre persone, di reinfettarsi e di essere esposti ad altre infezioni a trasmissione sessuale.

D. In una coppia se entrambi i partner sono sieropositivi, è utile proteggere tutti i rapporti sessuali con il preservativo?
R. Sì, sempre, poiché c’è il rischio di continue reinfezioni tra i partner e la possibilità di sviluppare resistenza ai farmaci dovute alle possibili mutazioni del virus. Inoltre, c’è il rischio di trasmissione di altre infezioni sessualmente trasmesse.

D. I rapporti sessuali con una persona sieropositiva sono a rischio?
R. No, se nei rapporti sessuali penetrativi (anali, vaginali, oro-genitali praticati) viene usato il preservativo sempre e in modo corretto.

D. I bambini come possono contrarre l’infezione da HIV?
R. I bambini possono contrarre l’infezione da HIV dalla madre sieropositiva durante la gravidanza, al momento del parto e durante l’allattamento. Per questo motivo, attualmente, le donne sieropositive in gravidanza assumono terapia antiretrovirale, partoriscono tramite parto elettivo cesareo ed evitano l’allattamento al seno a favore dell’allattamento artificiale. Viene, inoltre, somministrata la terapia antiretrovirale anche al bambino. In questo modo si riduce, notevolmente, il rischio di contagio per il bambino.

D. La persona con HIV mostra segni/sintomi deM’infezione?
R. No, non sempre in quanto lo stato di infezione può mantenersi a lungo senza alcun sintomo.

D. Il rapporto oro-genitale è a rischio per l’HIV?
R. È a rischio solo per la persona che mette la propria bocca (rapporti oro-genitali praticati) a contatto con
i genitali di un partner sieropositivo. Tuttavia, potrebbe risultare a rischio anche per chi subisce il
rapporto (persona che mette i propri genitali a contatto con la bocca dell’altro) se il partner ha ferite aperte e sanguinanti in bocca, tanto da lasciare tracce copiose ed abbondanti di sangue sui genitali del partner.

D. Quando il contatto con il sangue può rappresentare un rischio?
R. Quando si presenta un contatto diretto e profondo tra due ferite aperte e sanguinanti o a seguito di
un’immissione in vena di sangue infetto (ad esempio scambio di siringhe). Quantità rilevanti di sangue negli occhi o sulle mucose possono determinare un potenziale rischio di contagio per gli operatori sanitari. Quando, invece, il contatto è con la pelle integra non vi è alcun rischio di contrarre l’infezione da HIV.

INFORMAZIONI SUL TEST

D. Quali accertamenti diagnostici devono essere eseguiti per rilevare l’infezione da HIV?
R. L’infezione da HIV viene rilevata con test di primo livello, tra i quali: test che identificano gli anticorpi anti-HIV (EIA, ELISA e similari), test combinati (COMBO Test – identificano non solo gli anticorpi ma anche l’Antigene p24) e metodi di biologia molecolare (PCR, NAT, che identificano il genoma del virus). I test che identificano gli anticorpi vengono poi confermati con test di secondo livello (Western Blot)

D. È possibile sottoporsi ad esami e controlli mantenendo l’anonimato?
R. Sì, in alcuni Centri Diagnostico-Clinici è possibile mantenere l’anonimato (completa assenza dei dati della persona/utente – non viene richiesto alcun documento); in altri, invece, il test è strettamente confidenziale (la persona/utente fornisce i propri dati solo all’operatore che effettua il test, il quale li conserva e li tratta in modo riservato – Decreto Legislativo 30/06/2003 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 174 del 29/07/2003, Suppl. Ordinario n.123).
La Legge n. 135 dell’8 giugno 1990 sancisce che gli operatori sanitari qualora, “nell’esercizio della loro professione, vengano a conoscenza di un caso di AIDS ovvero di un caso di infezione da HIV sono tenuti a prestare la necessaria assistenza, adottando tutte le misure occorrenti per la tutela della riservatezza della persona assistita”.
Inoltre, tale normativa stabilisce che “nessuno possa essere sottoposto, senza il suo consenso, ad analisi tendenti ad accertare l’infezione da HIV se non per motivi di necessità clinica nel suo interesse”.

Sono consentite analisi di accertamento di infezione da HIV, “nell’ambito di programmi epidemiologici, soltanto quando i campioni di sangue da analizzare siano stati resi anonimi con assoluta impossibilità di pervenire all’identificazione delle persone interessate (art. 5, comma 3).
“La comunicazione dei risultati di accertamenti diagnostici diretti o indiretti per infezione da HIV può essere data esclusivamente alla persona alla quale tali esami sono riferiti o ai suoi tutori legali” (art. 5 comma 4), opportunamente delegati.
In ogni caso, fornire i propri dati all’operatore, prima del prelievo per il test HIV, ha il solo fine di tutelare la persona affinché il risultato possa essere consegnato solo a lei.

D. Nelle strutture pubbliche il test è sempre gratuito?
R. Nelle strutture pubbliche, il test è gratuito, come specificato dal Decreto Ministeriale del 1° Febbraio 1991, che individua le malattie che danno diritto all’esenzione dal ticket. Il Ministero della Salute ha attivato nel 2008, in accordo con le Regioni e Province Autonome, il Sistema Nazionale di Sorveglianza delle Nuove Diagnosi di Infezioni da HIV che potrà consentire tra l’altro, di fare il punto sulla corretta applicazione delle norme che garantiscono gratuità e anonimato del test da parte delle Aziende Sanitarie Locali.
Le persone straniere, anche se prive del permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano.

D. Quando è opportuno effettuare il test HIV?
R. Il test deve essere eseguito dopo 40 giorni (periodo finestra) dall’ultimo comportamento a rischio in caso di un test di IV generazione (test combinato anticorpi antiHIV e antigene P24). Nel caso di un test di III generazione (solo anticorpi antiHIV) il periodo finestra rimane 90 giorni.
È opportuno fare sempre riferimento alla valutazione del medico che ha prescritto l’esame o alle indicazioni fornite dal medico, che la persona incontra nel Centro Diagnostico-Clinico.

D. Le Società Assicurative possono richiedere ai propri clienti l’effettuazione del test HIV?
R. In Italia (ma anche in altri Paesi) le Assicurazioni del “ramo vita” sono ancora precluse a chi risulti essere sieropositivo.
Chi desidera, oggi in Italia come anche in altri Paesi, stipulare un’Assicurazione sulla vita deve sottoporsi ad accertamenti medici volti a fotografare lo stato di salute e a rilevare la presenza di eventuali patologie, che possono influire sul calcolo del rischio. Calcolo che l’Impresa Assicurativa deve compiere al fine di elaborare uno schema di polizza e fissare l’ammontare dei premi. La sieropositività, in questo senso, costituisce un elemento di rilievo nella valutazione delle prospettive di vita di un soggetto.
In numerosi Paesi europei, in seguito all’introduzione della HAART ed al conseguente drastico crollo del tasso di mortalità tra le persone con HIV, l’Industria Assicurativa ha aperto le porte alle persone HIV+, quando risultino aderenti alla terapia e in buone condizioni generali, elaborando polizze che tengono conto del maggior rischio connesso all’infezione.

D. Le Banche possono richiedere ai propri clienti l’effettuazione del test HIV nel momento in cui viene avanzata richiesta di finanziamento?
R. Alcune Banche nel momento in cui predispongono la documentazione per erogare un finanziamento/prestito, potrebbero richiedere al cliente di stipulare una polizza assicurativa che preveda l’esecuzione di vari accertamenti medici incluso il test HIV. È sempre possibile rifiutarsi di eseguire il test, ma ciò potrebbe influire sulla decisione dell’Impresa Assicurativa di concludere una polizza con il potenziale cliente che non accetta di sottoporsi all’accertamento. Questo produce l’effetto di escludere dall’accesso al finanziamento coloro che rifiutino di fare il test o che risultino positivi allo stesso

D. In quali casi può essere richiesto il test HIV per accedere a selezioni concorsuali?
R. Mai. La Legge 5 giugno 1990 n.135 fissa alcuni principi cardine in materia di trattamento dei dati
sanitari connessi all’accertamento dell’infezione da HIV, nonché di accesso e mantenimento del posto di lavoro. L’ampia tutela offerta dalla Legge è stata, in parte, ridimensionata da una sentenza della Corte Costituzionale (sentenza n. 218 del 1994) che ha parzialmente modificato l’art.5 della Legge 135 con riferimento alla possibilità di procedere ad un accertamento dell’infezione da HIV nel caso di attività che comportino rischi per terzi. Si tratta di casi eccezionali nell’ambito delle professioni sanitarie o di sicurezza da valutare volta per volta e che comunque non indicano una inidoneità assoluta alla professione

D. In quali casi può essere richiesto il test HIV per effettuare alcune attività lavorative?
R. Le categorie di professionisti rispetto alle quali la Corte Costituzionale ha previsto una maggiore discrezionalità nel valutare i rischi di trasmissione professionale dell’infezione sono quelli che fanno capo all’area sanitaria e a quella delle forze di pubblica sicurezza. Rispetto a queste categorie, la Corte Costituzionale (sentenza n. 218 del 1994) ha ammesso l’esistenza di una più ampia discrezionalità del datore di lavoro nel disporre gli accertamenti, specificando, tuttavia, che il rischio di trasmissione in ambito professionale deve essere valutato caso per caso, non potendosi mai trattare di esami di massa o per specifici gruppi di persone e chiarendo che, in ogni caso, debbono essere adottate tutte le misure atte ad escludere che il lavoratore possa essere emarginato e/o discriminato sul posto di lavoro.

Un minore di 18 anni può eseguire il test HIV senza il consenso dei genitori o di chi eserciti la tutela?
R. Allo stato attuale, l’ordinamento non consente al minore di accedere al test senza il consenso dei soggetti esercenti la potestà o l’autorizzazione del giudice tutelare appositamente nominato. È molto discussa l’opportunità di permettere ai così detti “grandi minori” (16 – 17 anni) di eseguire il test senza il consenso dei genitori. Tali proposte di modifica delle norme vigenti sono volte a consentire l’accesso al test al “grande minore”, qualora dal colloquio preliminare emerga che ci siano stati comportamenti a rischio. Nel caso di esito positivo del test HIV è indispensabile prevedere un percorso di accompagnamento del minore alla comunicazione del risultato ai soggetti esercenti la potestà genitoriale.

TEST HIV IN GRAVIDANZA E DURANTE L’ALLATTAMENTO

D. Tutte le donne in gravidanza devono sottoporsi al test HIV?
R. Il test HIV in gravidanza come in qualsiasi altra situazione non è obbligatorio. Tuttavia questo test è indicato tra gli esami diagnostici proposti alla donna che sta programmando una gravidanza o che è già in gravidanza.

D. In quale momento la donna in gravidanza dovrebbe eseguire il test HIV?
R. La donna dovrebbe eseguire il test HIV, come altri test per altre malattie infettive trasmissibili al neonato o in grado di provocare malformazioni, prima della gravidanza, nell’ambito di un counselling preconcezionale completo che comprenda informazioni anche su altri fattori che in epoca periconcezionale possono influenzare la salute feto-neonatale (farmaci, fumo, sostanze, alcool, supplementi vitaminici e minerali raccomandati ecc.). In gravidanza il test HIV deve essere offerto all’inizio della gravidanza insieme ad altri test prescritti alla prima visita (rosolia e toxoplasmosi).
Alcune Linee Guida raccomandano di offrire nuovamente il test HIV al terzo trimestre per le donne con un primo test negativo, indipendentemente dalla avvenuta insorgenza di nuove situazioni di rischio. Per altre Linee Guida la ripetizione del test è raccomandata solo se esiste un rischio di sieroconversione per partner sieropositivo, sospetto clinico di infezione acuta o altre situazioni di rischio.

D. Viene indicato un test HIV anche per il partner?
R: In occasione della gravidanza o del counselling preconcezionale va incoraggiato lo svolgimento di un
test simultaneo nel partner.

D. È utile che la donna durante l’allattamento al seno del suo bambino esegua un test HIV?
R. Sì, nelle donne con un test negativo in gravidanza, ma per le quali è presente un rischio o un sospetto
di nuova infezione, la ripetizione del test può permettere di identificare la nuova infezione e prevenire la trasmissione dell’infezione da madre a bambino evitando l’allattamento al seno. In donne mai testate per HIV in gravidanza e che intendano allattare al seno, il test è essenziale per diagnosticare lo stato di sieropositività e stabilire l’opportunità dell’allattamento materno. Il latte materno, infatti, rappresenta una importante via di trasmissione del virus e l’allattamento artificiale è raccomandato come misura preventiva contro la trasmissione dell’HIV da madre a neonato.

ASPETTI LEGISLATIVI
D. È possibile denunciare un partner HIV+ che ha tenuto nascosto il proprio stato di sieropositività, trasmettendo in tal modo il virus?
R. La persona con HIV che, consapevole del proprio stato sierologico, contagi il partner può essere riconosciuto responsabile del reato di lesioni aggravate di cui agli artt. 582-583 del Codice Penale.

E’ necessario però che si accerti la volontà di compiere il reato, il dolo, almeno nella forma del così detto dolo eventuale, cioè dell’accettazione del rischio che il proprio comportamento (ad esempio il rifiuto e/o la mancata richiesta di utilizzare il preservativo) provochi il danno alla salute del partner. Trattandosi di lesione gravissima, il reato è perseguibile anche d’ufficio e non solo su querela della persona offesa. L’iniziativa di parte richiede di effettuare una denuncia querela direttamente presso l’autorità di pubblica sicurezza o mediante un proprio legale di fiducia.
La responsabilità non sussiste qualora si assumono precauzioni volte ad escludere la trasmissione dell’infezione (uso del profilattico) e si verifichino incidenti (rottura del profilattico). Resta fermo l’obbligo di informare il partner del rischio corso nel caso di rottura del preservativo.
Va fatto presente che esistono delle procedure, partner notification e contact tracing, che consentono all’operatore sanitario, autorizzato dalla persona HIV+ interessata, di contattare il/i partner al fine di metterli al corrente del rischio corso, senza rivelare identità della persona HIV.

D. I coniugi che intendano rendersi disponibili all’adozione devono necessariamente eseguire il test HIV?
R. Non esiste alcun preciso obbligo di sottoporsi al test dell’HIV per chi intraprenda un percorso di adozione (nazionale o internazionale), ma tale esame è di norma richiesto dai Tribunali dei Minori tra gli accertamenti sanitari finalizzati alla valutazione della idoneità psico-fisica dei potenziali futuri genitori adottivi.
Posto dunque che è sempre legittimo rifiutarsi di eseguite il test, tale diniego potrebbe in qualche misura condizionare la valutazione di idoneità.
Su tale questione può essere utile citare una decisione del Garante della Privacy del luglio 1999. Nella risposta ad un quesito rivoltogli da un Assessorato alla Sanità, il Garante per la protezione dei dati personali, in data 18 luglio 1999, ha fornito alcuni chiarimenti circa la compatibilità tra la Legge n. 135 del 1990 in materia di AIDS e la Legge n. 675 del 1996 in tema di riservatezza con specifico riguardo alla Legge n. 184 del 1983 sulle adozioni.
Il Garante ha risposto che i medici che effettuano analisi circa le infezioni da HIV, per conto dell’Autorità Giudiziaria, non possono poi comunicare i risultati a soggetti diversi dagli interessati, e ciò ai sensi dell’art. 5, commi 1 e 4 della Legge n. 135 del 1990.

La soluzione che il Garante propone è quella che prevede che ciascuno dei coniugi coinvolti nell’adozione, informato dal medico sulle proprie condizioni di salute, provveda personalmente a presentare la documentazione ai giudici.
Tuttavia, la delicatezza della questione sollevata ha fatto nascere l’esigenza di approntare soluzioni atte a conciliare il regolare svolgimento delle procedure necessarie alle adozioni con la salvaguardia della dignità delle persone interessate.
Pertanto, il medico che compia questo tipo di accertamenti dovrebbe preparare una relazione, da cui emerga un giudizio complessivo circa la sussistenza di eventuali condizioni patologiche o di rischio, che possano minacciare l’interesse del minore, senza però rendere conoscibili o espliciti i risultati degli accertamenti diagnostici specifici.
Ciò premesso, occorre ricordare che gli esiti di una valutazione di idoneità nel corso della quale emerga che un candidato genitore (o entrambi) sia sieropositivo, non è affatto scontata: vi sono casi in cui i Tribunali hanno decretato l’idoneità di coppie con partner HIV+, con epatite o affetto da handicap motorio o sensoriale.
In caso di adozione internazionale, oltre ai normali accertamenti condotti in Italia per verificare l’idoneità psico-fisica dei futuri genitori adottivi (accertamenti che dovranno essere seguiti da un apposito giudizio di idoneità del Tribunale), occorrerà tenere in considerazione i requisiti sanitari che il Paese di provenienza dell’adottato potrebbe richiedere come condizione per l’accesso della coppia all’adozione.
Tali requisiti potranno essere di diverso tipo a seconda del Paese considerato. In caso di coppia con partner HIV+, occorrerà dunque accertarsi presso l’Ente intermediario incaricato di seguire la procedura che tale condizione non precluda alla coppia la possibilità di ottenere l’approvazione delle autorità locali competenti, eventualmente orientando la propria scelta verso Paesi che non considerino la sieropositività una pregiudiziale assoluta.

ASPETTI PSICO-SOCIALI

D. L’infezione da HIV può costituire motivo di discriminazione?
R. No, perché la legislazione italiana tutela la persona sieropositiva da discriminazioni di carattere sociale, sanitario, lavorativo ecc.
“L’accertata infezione da HIV non può costituire motivo di discriminazione, in particolare per l’iscrizione alla scuola, per lo svolgimento di attività sportive, per l’accesso o il mantenimento di posti di lavoro”, come recita l’articolo 5, comma 5 della Legge n. 135 dell’8 giugno 1990.
Nota: La Corte Costituzionale, con sentenza 23 maggio-2 giugno 1994, n. 218 (Gazz. Uff. 8 giugno 1994, n. 24 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, terzo e quinto comma, nella parte in cui non prevede accertamenti sanitari dell’assenza di sieropositività all’infezione da HIV come condizione per l’espletamento di attività che comportano rischi per la salute di terzi.

D. Una persona HIV positiva o malata di AIDS può essere licenziata per tale motivo?
R. No, assolutamente, come indica l’articolo 5, comma 5 della Legge n. 135 dell’8 giugno 1990.

D. Un operatore sanitario, che lavori aM’interno del Servizio Sanitario Nazionale, può rifiutarsi di assistere una persona sieropositiva o malata di AIDS?
R. No, perché alla persona sieropositiva o malata di AIDS, deve essere offerta tutta l’assistenza e le cure necessarie come per qualsiasi altra persona residente sul territorio italiano.
“Gli operatori sanitari che, nell’esercizio della loro professione, vengono a conoscenza di un caso di infezione da HIV sono tenuti a prestare la necessaria assistenza adottando tutte le misure occorrenti per la tutela della riservatezza della persona assistita” (art. 5, comma 1 della Legge n. 135 dell’8 giugno 1990).

PREVENZIONE

D. Come si possono eliminare i rischi di contrarre l’infezione da HIV mediante i rapporti sessuali?
R. L’uso corretto del preservativo può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto
sessuale con ciascun partner.
Per un uso corretto del preservativo è importante leggere la data di scadenza e le istruzioni sulla confezione, indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale, usarlo solo una volta, srotolarlo sul pene in erezione, eliminare l’aria dal serbatoio, facendo attenzione a non danneggiarlo con unghie o anelli, conservarlo con cura lontano da fonti di calore (cruscotto dell’auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle tasche, nel portafoglio). Non vanno usati lubrificanti oleosi (vaselina) perché potrebbero alterare la struttura del preservativo e provocarne la rottura.

D. Il preservativo elimina il rischio di contagio?
R. Sì, se indossato fin dall’inizio del rapporto, per tutta la durata e se non si rompe. Per un utilizzo corretto seguire le istruzioni riportate nella confezione.

D. Il preservativo deve essere usato anche per un solo rapporto sessuale?
R. Sì, perché ci si può infettare anche con un solo rapporto sessuale.

D. I rapporti sessuali con una persona sieropositiva devono essere protetti in modo specifico?
R. No, è sufficiente utilizzare il preservativo, in tutti i rapporti sessuali penetrativi dall’inizio alla fine.

D. Si può contrarre, oggi, l’infezione da HIV mediante una trasfusione di sangue?
R. È estremamente improbabile poiché a partire dal 1987, le unità di sangue sono sottoposte a screening obbligatorio con la conseguente eliminazione di quelle risultate positive all’HIV. Il minor ricorso a trasfusioni “inutili”, l’utilizzo dell’autotrasfusione, il trattamento con calore degli emoderivati e la selezione dei donatori con l’esclusione di quelli con comportamenti a rischio, hanno, di fatto, eliminato il pericolo di contagio attraverso questa modalità.

D. Le persone che hanno comportamenti a rischio possono donare il sangue?
R. No, perché potrebbero aver contratto l’infezione da HIV e, quindi, donare sangue infetto.

D. Esiste un preservativo femminile, che possa essere indossato dalla donna?
R. Sì esiste, anche se ancora è poco conosciuto e non è disponibile in tutte le regioni italiane. In alcune regioni il preservativo femminile può essere acquistato nelle farmacie comunali. È sempre, comunque, possibile ordinare in farmacia i preservativi femminili.
È uno strumento di prevenzione costituito da un tubo in poliuretano, già lubrificato, con alle estremità due anelli flessibili. Uno dei due anelli è chiuso ermeticamente ed è quello che viene inserito in vagina, l’altro anello rimane fuori dal corpo della donna.

D. Le persone sieropositive possono avere figli?
R. Sì. Nel caso si tratti della donna ad aver contratto l’infezione da HIV, è possibile diminuire marcatamente il rischio di trasmissione al figlio mediante l’assunzione, nel corso della gravidanza e al momento del parto, di terapia antiretrovirale combinata HAART in grado di mantenere stabilmente bassi i livelli di virus nel sangue. Nel caso la terapia non dovesse risultare efficace o nel caso l’infezione da HIV venga diagnosticata solo al momento del parto, è raccomandato il parto cesareo. Successivamente alla nascita è inoltre raccomandata la profilassi terapeutica anche al bambino e l’allattamento artificiale. (Linee Guida Italiane sull’utilizzo dei farmaci antiretrovirali e sulla gestione diagnostico-clinica delle persone con infezione da HIV-1 – anno 2016 a cura del Ministero della Salute e della Società Italiana di malattie Infettive).
Nel caso, invece, sia il partner maschile ad aver contratto l’infezione da HIV può essere fatto ricorso alla metodologia del lavaggio dello sperma (sperm washing) nell’ambito di pratiche di procreazione medica assistita. Tra l’altro, tale metodica riduce la possibilità di super-infezione quando i partner sono entrambi HIV positivi (Commissione Nazionale per la Lotta contro AIDS, “ Aggiornamento delle conoscenze sulla terapia dell’infezione da HIV, 2012).

ASSISTENZA

D. È possibile l’accesso alle cure ospedaliere, alla terapia antiretrovirale e alle strutture di accoglienza per persone straniere con o senza permesso di soggiorno?
R: La Legge prevede per le persone straniere (anche senza permesso di soggiorno) l’accesso alle cure
ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali ancorché continuative cfr. Legge 6/03/98 n°40 e Decreto legislativo Luglio 98 n° 286 artt. 34 e 35.
“Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici e privati accreditati, le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia e infortunio; sono altresì a loro estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. In particolare, sono garantiti: la tutela sociale della gravidanza e della maternità; la tutela della salute del minore; le vaccinazioni; gli interventi di profilassi internazionale; la profilassi; la diagnosi e la cura delle malattie infettive.”
A favore delle persone straniere tossicodipendenti si applicano le disposizioni previste dal DPR 309/90, compreso l’inserimento in Comunità.
Queste prestazioni sono erogate senza oneri a carico dei richiedenti privi di risorse economiche sufficienti, fatte salve le quote di partecipazione alla spesa a parità con i cittadini italiani. Le cure sono gratuite per gli stranieri indigenti e sono a carico dell’Azienda Sanitaria Locale (ASL) competente per il

luogo in cui le prestazioni sono state erogate (art.43, comma 3 del regolamento di attuazione). A tal fine fa fede una autodichiarazione dello stato di indigenza da parte della persona interessata.
L’accesso alle strutture sanitarie da parte della persona straniera non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto.
Il termine “cura” va inteso come assistenza medica e farmaceutica, anche per coloro che sono sieropositivi o malati di AIDS.
L’assistenza in Strutture Residenziali protette, come le Case Alloggio, è stato da alcune Regioni interpretato all’interno del dettato di Legge che recita “cure ancorché continuative” come condizione per rendere efficaci la cura delle malattie infettive e la tutela della saluta individuale e collettiva.
Le persone straniere, in possesso del permesso di soggiorno, detenute compresi coloro i quali siano in semilibertà o usufruiscano di forme alternative di pena, sono iscritti al SSN.
Per le persone straniere non in regola è possibile accedere alla cure attraverso il codice STP (Straniero Temporaneamente Presente); per i cittadini comunitari non in possesso di tessera TEAM (Tessera Europea di Assicurazione di Malattia ) l’accesso alle prestazioni è normato in modo differente nelle diverse Regioni.

D. Quali sono le possibilità di assistenza a domicilio per le persone con HIV/AIDS?
R L’assistenza domiciliare per le persone con HIV/AIDS, gratuita, è prevista dalla L.135/90 art.1 e 2 e dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Può essere attuata direttamente dai Reparti di Malattie infettive o dalle ASL a seconda del modello assistenziale stabilito da ciascuna Regione.

D. Nel caso in cui la persona sieropositiva o malata di AIDS non possa essere assistita a domicilio è possibile l’accoglienza “presso idonee Residenze collettive o Case Alloggio”?
R. Sì, è prevista l’accoglienza presso Case Alloggio, che sono distribuite su quasi tutto il territorio nazionale. Tali strutture sono di regola convenzionate con il Servizio Sanitario e le modalità di accesso variano da regione a regione.
In alcune regioni è possibile anche un’accoglienza solo diurna, sostitutiva o integrativa rispetto all’assistenza erogata a domicilio (www.cicanazionale.it).
“In Italia le prime case alloggio per persone affette da HIV sono state costituite nel 1989. L’attuale modello, previsto dalla Legge 5 giugno 1990, n. 135, e dai successivi decreti di attuazione, assicura a coloro che non dispongono di una casa o di un nucleo familiare l’accoglienza in una Struttura abitativa, sostegno e assistenza socio-sanitaria. L’obiettivo è stato quello di creare un modello di assistenza che tenesse conto sia dei bisogni di salute, sia dei problemi di carattere sociale delle persone malate. Le Case Alloggio, nel corso del tempo, hanno accolto in un ambiente familiare persone sieropositive e in AIDS, riducendo l’ospedalizzazione a vantaggio di un’assistenza personalizzata che assicuri un sostegno, sia sul piano terapeutico, che su quello psicologico. Le Case Alloggio accolgono le persone ospitate senza discriminazioni riguardo a differenze di genere, di estrazione sociale, di cultura, di razza e di gravità della patologia, nel rispetto dei bisogni e della dignità di ognuno. Promuovono il lavoro di rete con tutte le strutture sanitarie (reparti ospedalieri, day hospital, ambulatori, ecc.) e sociali di riferimento, creando un sistema di solidarietà tra gli ospiti e le persone che se ne prendono cura. Inoltre, anche attraverso l’azione del volontariato, associato e non, in stretta collaborazione con i servizi pubblici, le Case Alloggio promuovono l’integrazione delle persone con HIV/AIDS con il territorio d’appartenenza.
Le Case Alloggio sono state individuate dal legislatore anche come luoghi alternativi alla carcerazione per quei soggetti che si trovano in condizioni di incompatibilità con il regime carcerario” (Fonte: Ministero della Salute – Manuale di informazioni pro-positive).

DISINFORMAZIONE

D. L’HIV può penetrare attraverso la pelle integra?
R. No, perché la pelle è, per il nostro organismo, una protezione e una barriera non accessibile all’HIV.

D. È pericoloso vivere nello stesso ambiente di una persona sieropositiva o di un malato di AIDS?
R. No, perché la condivisione di ambienti di vita, il contatto sociale ordinario, lo scambio di vestiti, la stretta di mano e la condivisione di alimenti e servizi igienici non comportano alcun rischio di contagio.

D. L’infezione da HIV può trasmettersi attraverso il bacio “profondo”?
R. No, salvo il caso in cui la persona sieropositiva abbia lesioni e sanguinamenti evidenti delle mucose orali. In tal caso, il contatto durante il bacio non è più solo con la saliva, ma anche con il sangue.

D. Si può contrarre l’infezione bevendo dallo stesso bicchiere o mangiando nello stesso piatto di persone sieropositive?
R. No, perché la saliva non trasmette questo virus e, nel caso di presenza di sangue, il virus si inattiva rapidamente all’aria aperta e nel sistema digerente.

D. Le lacrime, la saliva, l’urina, le feci, il vomito, le secrezioni nasali e il sudore sono in grado di trasmettere l’infezione da HIV?
R. No, le lacrime, il sudore, la saliva, ma anche l’urina, le feci, il vomito e le secrezioni nasali non trasmettono l’infezione da HIV.

D. Si può contrarre l’infezione da HIV usando il rasoio o lo spazzolino da denti di persone sieropositive?
R. No, perché l’infezione da HIV si trasmette solo attraverso un contatto “diretto” con il sangue infetto. Tuttavia, è buona norma igienica, non usare strumenti personali in comune, indipendentemente, dalla conoscenza dello stato di sieropositività dell’altro.

D. Si può trasmettere l’infezione da HIV attraverso gli strumenti usati dal dentista?
R. No, in quanto il dentista deve utilizzare strumenti sterilizzati oppure strumenti usa e getta (monouso).

D. Gli insetti e gli animali domestici possono trasmettere l’infezione da HIV?
R. No, perché non è possibile la trasmissione uomo/animale e viceversa. Questo virus si replica infatti solo nell’uomo e si può trasmettere solo da un essere umano sieropositivo ad un altro.

D. Un bambino sieropositivo può contagiare un altro bambino sano?
R. No, nessun bambino si è mai contagiato nei contatti sociali con un bambino sieropositivo. Anzi è il bambino sieropositivo, che avendo un sistema immunitario compromesso, rischia di contrarre più facilmente le tipiche patologie infettive dell’infanzia.

D. Quali sono le precauzioni specifiche che il personale scolastico può adottare in caso di sanguinamento da parte di un bambino sieropositivo?
R. La precauzione da usare, come in tutte le situazioni di contatto con sangue di altre persone, è l’uso di guanti per effettuare la medicazione di ferite.

D. Sì può trasmettere l’infezione da HIV attraverso asciugamani, lenzuola e sedili del water?
R. No, perché la condivisione di questi oggetti non comporta alcun rischio di contagio.

D. Sì può trasmettere l’infezione da HIV attraverso morsi, graffi, colpi di tosse?
R. No, in tal modo non si trasmette l’HIV.

D. L’HIV si trasmette frequentando palestre, piscine, docce, saune, gabinetti, scuole, asili, luoghi di lavoro, ristoranti, bar, cinema, locali pubblici e mezzi di trasporto?
R. No, non ci si può infettare in questo modo.

D. L’HIV si può trasmettere attraverso punture accidentali di aghi o siringhe abbandonate per strada?
R. No, non si può trasmettere in questo modo, in quanto il virus fuori dal corpo umano, esposto alle normali condizioni ambientali, perde la capacità infettante in brevissimo tempo.
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D. Il medico nell’esercizio della sua professione, qualora certifichi lo stato di salute di una persona con HIV per l’accesso ad attività sportive, è tenuto a comunicare all’allenatore o al responsabile dell’attività sportiva lo stato di sieropositività del proprio assistito?
R. No, in quanto il medico risponde ad un codice deontologico che tutela la riservatezza dei suoi assistiti. Inoltre la Legge 135 del 1990 vieta a chiunque di comunicare a terzi la diagnosi di sieropositività.
Infine, non esistono controindicazioni all’esercizio di attività sportiva non agonistica.

INFORMAZIONI SUL VIRUS E SULLA DIFFUSIONE DELL’INFEZIONE DA HIV IN ITALIA E NEL MONDO 62
D. Qual è la causa dell’infezione da HIV?
R. La causa dell’infezione da HIV è un virus che dal 1986 è stato denominato Virus dell’Immunodeficienza Umana (Human Immunodeficiency Virus – HIV). Sono stati identificati due tipi principali di HIV, denominati HIV-1 e HIV-2, che sembrano avere caratteristiche patologiche e cliniche simili.
In merito all’origine dell’HIV, ci sono diverse ipotesi, ma nessuna è stata avvalorata in modo scientifico.

D. Quanti sieropositivi ci sono nel mondo?
R. Le stime aggiornate annualmente sul numero delle persone HIV+ vengono pubblicate sul sito http://www.unaids.org/)

D. Quanti casi di AIDS ci sono in Italia?
R. I casi di AIDS, aggiornati annualmente, notificati in Italia sono reperibili sul sito http://www.iss.it/ccoa/ )

D. Quanti sieropositivi ci sono in Italia?
R. Le nuove diagnosi di infezione da HIV sono pubblicate annualmente sul sito http://www.iss.it/ccoa/

ALTRE INFEZIONI SESSUALMENTE TRASMESSE (IST)

D. Quali sono le Infezioni Sessualmente Trasmesse?
R. Attualmente si conoscono circa trenta quadri clinici diversi di Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST), provocati da oltre 20 agenti infettivi.
Si ricorda che le IST:
– sono molto spesso asintomatiche;
– favoriscono l’acquisizione e la trasmissione dell’HIV;
– possono comportare gravi complicanze (in caso di mancata o errata diagnosi e terapia), quali sterilità, gravidanza ectopica, parto pretermine, aborto, danni al feto e al neonato, tumori;
– le IST batteriche e da protozoi si curano efficacemente con gli antimicrobici, mentre per le IST virali (herpes genitale e condilomi acuminati) sono disponibili terapie antivirali e un nuovo vaccino anti-Papillomavirus.
Ulteriori informazioni possono essere reperite ai link: http://www.iss.it/ccoa/
http://www.uniticontrolaids.it/

INFORMAZIONI SUI FARMACI E SULLE TERAPIE
D. Quali farmaci attualmente sono utilizzati per il trattamento delle persone con HIV e con AIDS?
R. Oggi vengono utilizzate terapie combinate definite Highly Active Antiretroviral Therapy (HAART), che
consistono nell’associazione di più farmaci a diverso meccanismo di azione e permettono un abbassamento stabile nel tempo della carica virale. Ciò consente alla persona con HIV di avere una migliore qualità di vita e una maggiore prospettiva di vita.
Questo schema di trattamento, introdotto in Italia a partire dal 1996, deve essere mirato per ogni singola persona con HIV sulla base del decorso dell’infezione e della valutazione del medico infettivologo e può essere soggetto a variazione nel tempo in conseguenza della comparsa di eventuali effetti collaterali o dell’insorgenza di resistenza a uno o più farmaci della combinazione. Le modalità di gestione della terapia antiretrovirale sono oggetto di valutazione e revisione periodica da parte del Ministero della Salute e delle altre Istituzioni Sanitarie (Linee Guida Italiane sull’utilizzo dei farmaci antiretrovirali e sulla gestione diagnostico-clinica delle persone con infezione da HIV-1 – anno 2016 – a cura del Ministero della Salute e della Società Italiana di malattie Infettive).

D. In cosa consiste la profilassi post-esposizione (PPE)?
R. La profilassi post-esposizione consiste nell’utilizzo di farmaci antiretrovirali a scopo di profilassi dopo un comportamento o di un evento potenzialmente a rischio infettivo per HIV. Si tratta di una procedura consolidata nella prevenzione del rischio di trasmissione occupazionale da HIV in ambiente sanitario o comunque lavorativo a seguito di esposizione accidentale a sangue o liquidi biologici di persone con infezione nota o non caratterizzata. Sempre più diffuso è oggi il ricorso alla PPE nel caso di comportamento a rischio infettivo, quali rapporti sessuali non protetti e lo scambio di ago e/siringhe. “Sebbene la prevenzione primaria attraverso una riduzione dei comportamenti a rischio costituisca la prima linea di difesa contro l’infezione da HIV, la PPE è considerata un’importante opportunità quando gli sforzi preventivi abbiano fallito o non fossero attuabili, come durante una violenza sessuale”. (Commissione Nazionale per la Lotta contro AIDS, “ Aggiornamento delle conoscenze sulla terapia dell’infezione da HIV”, 2012).
La PPE deve essere prescritta da un medico competente sulla base di un concreto rischio infettivo in seguito all’esposizione, nel corso di rapporti sessuali o scambio di aghi/siringhe, a liquidi biologici (sangue o secrezioni genitali) di persone con infezione accertata o altamente sospetta da HIV. La PPE è efficace se cominciata entro le 48/72 ore dall’evento a rischio infettivo e deve essere portata avanti in maniera continuativa per un periodo di qualche settimana sotto la supervisione del medico competente in quanto può potenzialmente determinare rilevanti effetti collaterali.
D. Che cosa è la profilassi pre-esposizione (PrEP) e quali sono le conoscenze attuali su questo tipo di intervento?
R. La profilassi pre-esposizione (PrEP) indica un intervento farmacologico attuato prima di una possibile esposizione all’HIV (essenzialmente sessuale) allo scopo di prevenire il contagio. Si basa su farmaci anti-HIV assunti per via orale (compresse) o applicati localmente (in forma di gel) sulle mucose genitali.
Alcuni studi clinici su larga scala hanno indicato che la PrEP, praticata in maniera continuativa o in occasione di rapporti sessuali, è in grado di determinare una significativa riduzione della probabilità di infezione con HIV. Sulla base di queste evidenze, le Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e recentemente (2016) anche quelle del Ministero della Salute, indicano che la PrEP può costituire, in associazione con altre misure, un intervento valido di prevenzione dell’infezione da HIV in determinate circostanze e fasce di popolazione. Allo stato attuale, è stata autorizzato, a livello Europeo, l’uso della combinazione dei farmaci Tenofovir + Emtricitabina (TDF+FTC) a scopo preventivo. La PrEP può determinare nel tempo rilevanti effetti collaterali e deve essere prescritta da un medico competente sulla base della valutazione del rischio infettivo associato ai comportamenti sessuali in relazione ad altre potenziali misure di prevenzione. E’ necessario tenere in considerazione che la PrEP non ha nessuna efficacia sulla prevenzione delle altre infezioni a trasmissione sessuale.

D. Che cos’è la TasP?
R. Per TasP, acronimo di “Treatment as Prevention” (Trattamento come prevenzione), si intende la strategia di prevenzione globale dell’infezione da HIV basata sulla somministrazione della terapia combinata antiretrovirale HAART alle persone che vivono con l’HIV. L’assunzione regolare del trattamento HAART determina, infatti, una notevole riduzione della carica virale circolante (RNA- Viremia) sino a livelli non dosabili nel sangue.
Nel caso il virus non sia rintracciabile nel sangue (assenza di viremia), risulta significativamente più bassa la probabilità di trasmettere l’infezione virale, particolarmente nel corso dei rapporti sessuali non protetti. L’efficacia preventiva della strategia TasP è stata confermata da studi multicentrici su larga scala (HPTN 052, Studio Partner) che hanno coinvolto centinaia di persone HIV-positive ed i relativi partner sessuali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato la TasP come una delle strategie indispensabili per limitare la diffusione dell’infezione di HIV a livello globale, sottolineando la necessità di implementarla nei Paesi nei quali solo una parte della popolazione ha tuttora accesso alla terapia HAART.

D. In che misura gli studi sulla profilassi pre-esposizione sono applicabili all’attuale pratica clinica?
R. Sulla base delle evidenze di studi clinici su larga scala sull’efficacia della PrEP, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ed il Ministero della Salute hanno pubblicato specifiche Linee Guida le quali indicano che la PrEP può costituire, in associazione con altre misure, un intervento valido di prevenzione dell’infezione da HIV in determinate circostanze e fasce di popolazione. La prescrizione e il monitoraggio della PrEP devono essere effettuate da un medico competente sulla base dei comportamenti individuali riferiti dalla persona.

D. Quali sono le cause della lipodistrofia?
R. La lipodistrofia è una sindrome caratterizzata da accumuli adiposi a livello addominale e del dorso (gobba di bufalo) e/o con assottigliamento del grasso sottocutaneo del volto, dei glutei e degli arti (fat wasting), e spesso associata a ipertriglicerimia, ipercolesterolemia, diabete, che si può manifestare nelle persone con l’infezione da HIV in trattamento con farmaci antiretrovirali. Tale sindrome, generalmente causata dagli effetti collaterali di determinate classi di farmaci contestualmente ad una alimentazione e stili di vita non adeguati, può determinare effetti visibili sul corpo e pregiudicare marcatamente la sostenibilità della terapia antiretrovirale a lungo termine. Oggi, grazie all’evoluzione farmacologica ed alla messa a punto di farmaci a differente meccanismo di azione, la lipodistrofia viene riscontrata con sempre minore frequenza e, nella maggioranza dei casi, le terapie attuali risultano generalmente adeguatamente sostenibili nel tempo con conseguenze assai limitate sull’aspetto fisico. Non esiste al momento attuale una terapia farmacologica completamente efficace contro la lipodistrofia e spesso risultano necessari interventi di chirurgia plastica.

INFORMAZIONI SULLA RICERCA SCIENTIFICA

D. A che punto è la ricerca scientifica?
R. Attualmente la ricerca è orientata a sperimentare nuovi farmaci, nonché vaccini preventivi e terapeutici.

D. Che cos’è un vaccino?
R. Un vaccino è un farmaco che stimola il sistema immunitario a rispondere in maniera specifica contro un particolare agente estraneo. I vaccini sono stati concepiti soprattutto per la prevenzione ed il trattamento delle malattie infettive. La somministrazione di un vaccino induce, infatti, da parte dell’organismo, una risposta immunitaria che determina la protezione della persona vaccinata nei confronti di un microrganismo (batterio o virus), responsabile di una o più malattie (nel caso dei vaccini combinati).
I vaccini possono essere costituiti da batteri o virus interi inattivati (uccisi) oppure da loro frammenti. Questi vaccini stimolano la risposta anticorpale, ma non possono causare la malattia infettiva.
Esistono vaccini costituiti da microrganismi vivi, ma attenuati, che possono indurre una forma leggera
ed asintomatica della malattia ed un’efficace stimolazione deN’immunità specifica contro l’agente infettante.
L’importanza dei programmi generali di vaccinazione consiste nel fatto di non produrre solo effetti sulla persona che riceve il vaccino, ma anche su tutta la popolazione in quanto riducono la circolazione e la trasmissione dell’agente responsabile di una specifica malattia.

D. Che cosa è un vaccino preventivo?
R. Un vaccino viene definito preventivo quando ha lo scopo di prevenire un’infezione o una malattia in u n individuo sano.

D. Che cosa è un vaccino terapeutico?
R. Viene definito terapeutico un vaccino somministrato ad una persona già infetta o malata. Esso ha lo scopo di indurre o potenziare la risposta immunitaria specifica per controllare l’evoluzione di un’infezione o di una malattia. Un vaccino terapeutico potenzialmente si configura come un’ulteriore arma per controllare l’evoluzione di una malattia.

D. Che cos’è un trial clinico?
R. Trial è una parola inglese che significa “prova”. In italiano si parla di “studio clinico”. I trial clinici vengono effettuati per capire se un nuovo trattamento (somministrazione di un farmaco o vaccino) è applicabile agli esseri umani, se può essere nocivo, se ha o meno effetti collaterali, se è efficace e in quale misura lo è nel contrastare la malattia o prevenire l’infezione e quali sono i dosaggi più opportuni. Quando si sperimenta un nuovo trattamento devono essere superate tre tappe consecutive, definite convenzionalmente fasi I, II e III.
Generalmente ogni nuova sostanza in procinto di essere sperimentata sull’uomo è stata prima sottoposta ad un lungo periodo di studio in laboratorio. Successivamente la sostanza viene sperimentata su animali di laboratorio (topo, ratto, coniglio, scimmia). Tale fase viene detta sperimentazione preclinica. Se gli studi effettuati sugli animali dimostrano che la sostanza non è tossica ed è efficace, viene valutata l’opportunità di avviare la fase I di sperimentazione clinica.

D. Che tipo di vaccino è quello basato sulla proteina TAT (studiato presso l’Istituto Superiore di Sanità)
R. Si tratta di un vaccino contro l’HIV basato sull’utilizzo di una proteina del virus chiamata TAT, che è indispensabile per la replicazione virale. Per maggiori informazioni è possibile consultare il Sito Internet dell’Istituto Superiore di Sanità al seguente indirizzo: http://www.iss.it/aids/.

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