Texas introduce due leggi shock anti-aborto: i medici possono mentire

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Il primo provvedimento impedisce ai genitori di fare causa ai medici se questi nascondono loro eventuali problemi di salute del nascituro. Il secondo obbliga i dottori ad assicurarsi della morte del feto prima di rimuoverlo. Lo Stato Usa è una roccaforte della destra religiosa

«Siamo ad un passo dall’eliminazione dell’aborto in Texas». L’associazione Texas Right To Life parla con orgoglio dei due testi di legge approvati ieri dal parlamento statale, entrambi ispirati alla lotta quarantennale in Usa per ricacciare nella clandestinità le interruzioni di gravidanza. Il primo dei due provvedimenti riguarda l’abolizione della pratica della dilatazione e dell’aspirazione, che viene comunemente usata negli aborti operati nel secondo trimestre di gravidanza. È un metodo che salvaguarda la salute della donna perché rende l’intervento più sicuro. Ma per i proponitori della legge è anche il modo di estrarre dall’utero un embrione ancora vivo, e va quindi proibito.

Il Texas ha già criminalizzato l’aborto dopo 20 settimane; la nuova misura lo ricaccerebbe ora entro il termine dei 90 giorni. Nella discussione che ha accompagnato il voto, è stato chiesto al repubblicano Charles Perry che l’aveva scritta (nessun rapporto con l’ex governatore Rick), se si era consultato con esperti di medicina e di ostetrica, per rendersi conto di quanto intrusiva sarebbe la soppressione del feto, e quanto rischiosa per la gestante. «No – ha risposto Perry – non era questo il mio scopo».

Il secondo testo approvato dal legislativo texano è quello di una legge che solleva il medico curante da ogni responsabilità legale quando mente alla sua paziente, e omette di comunicarle che il feto presenta delle malformazioni. Di fatto è un’autorizzazione ad occultare i risultati di un esame medico, quando la notizia potrebbe influenzare la decisione della donna ad abortire.

Le due leggi sono passate con un’ampia maggioranza di consensi, e probabilmente saranno ratificate dalla firma del governatore Greg Abbott, che si dichiara apertamente anti abortista. Difficilmente però sopravvivranno al vaglio dei tribunali, e la stessa associazione Texas Alliance for Life, altra protagonista della lotta per la criminalizzazione dell’aborto, lo ha riconosciuto, rifiutandosi di sponsorizzare l’iniziativa legislativa che ha portato al voto.

A tutt’oggi 10 milioni e mezzo di donne che vivono nello stato del sud dispongono di 18 centri attrezzati per le interruzioni di gravidanza, tutti all’esterno degli ospedali, e nelle mani di associazioni private. Su scala nazionale il problema che hanno in questo momento i repubblicani in campo sanitario è ben più vasto, e riguarda il voto che oggi alla camera dovrebbe abolire alcuni aspetti della riforma voluta da Obama, e rimpiazzarli con la disciplina disegnata dal presidente del partito Paul Ryan. La legge non aveva fino a ieri la garanzia di essere approvata per via dell’opposizione interna che rischia di farla cadere. L’intero gruppo del Freedom caucus la osteggia da posizioni conservatrici perché mantiene in vita sussidi per i meno abbienti, che i 27 deputati del gruppo vorrebbero cancellare.

Ryan non può farlo, perché la modifica taglierebbe fuori dalla copertura assicurativa milioni di cittadini più bisognosi, che si aggiungerebbero ai 14 milioni che già perderebbero le polizze, come ha segnalato la commissione bilancio. La sconfitta alla camera oggi sarebbe un disastro per la nuova amministrazione, che ha fatto della nuova legge una priorità, e che si troverebbe ad incassare un voto negativo alla prima uscita parlamentare. Donald Trump ne soffrirebbe ancora di più, perché la promessa del “Repeal and Replace” (abolizione e rimpiazzo) è stato tra gli slogan che l’hanno aiutato a conquistare la Casa Bianca. Il presidente era andato al Campidoglio martedì per convincere gli indecisi, e ne era uscito cantando vittoria. Ieri invece il leader del gruppo Mark Meadows ha comunicato alle agenzie di stampa che il consenso non c’era, e che 27 parlamentari del gruppo erano determinati a votare contro. Se il blocco resterà unito, la legge è destinata a fallire.

COME SIAMO MESSI IN ITALIA?

La legge 194, che ha introdotto nella legislazione italiana l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), compie 35 anni. La legge è stata approvata il 22 maggio 1978. Prima di allora, si stima che ci fossero tra le 350mila e le 450mila interruzioni di gravidanza all’anno, che in alcuni casi venivano registrate come aborti spontanei. Nel 2012 le Ivg sono state 106.968, un minimo storico. In Italia il tasso di medici obiettori è in aumento. Il 68 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza e in molte città non ci sono medici disposti a praticare l’interruzione di gravidanza.

Un estratto del libro A. La verità vi prego sull’aborto di Chiara Lalli, (Fandango, 2013). Dal capitolo 194. La legge italiana non ha una mascotte. Non ha un nome che rimanda a una donna, ma un numero e una data: 22 maggio 1978. Non stabilisce un diritto positivo assoluto di interrompere la gravidanza, ma delinea le circostanze in cui una donna può chiedere di abortire: “La donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Difficile contestare la percezione soggettiva di un pericolo tanto ambiguo come quello disegnato dall’articolo 4, risultato di un equilibrio molto fragile e di scontri feroci. Fino agli anni Settanta la parola aborto non veniva pronunciata in televisione o alla radio e si usavano nomi in codice per indicare le donne che abortivano e magari morivano e chi procurava illegalmente gli aborti: fabbricanti di angeli, morti “sospette”, la “questione”.

Nel giugno 1973 Gigliola Pierobon è processata per il reato di aborto. Sono molte le donne che muoiono e che corrono molti rischi cercando un modo per abortire ed è sempre più difficile contenere la rabbia. Dopo decenni di silenzio, ipocrisia e alcune proposte di legge, il 22 maggio 1978 la 194 elimina l’articolo del codice penale che considerava l’aborto come un delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe – l’ossessione per l’embrione è una conquista recente. Ma la depenalizzazione come male minore rispetto agli aborti clandestini segna a fuoco la legge, condannandola a stare sulla difensiva, e fondandola su una difettosa concessione e sul conflitto insanabile tra la donna e l’embrione. Non solo: “La legalizzazione dell’aborto non ha mutato di un tratto la rappresentazione culturale dell’aborto rispetto al modo in cui l’ordinamento l’aveva ereditata dal fascismo”, scrive Silvia Niccolai in un commento sulla 194 a confronto con la legge 40. E se non cambia il giudizio morale, la legge verrà schiacciata – come sta succedendo – da un macigno di dolore necessario, di condanna e di vergogna.

La tutela della stirpe cara al Codice Rocco rimane come un’ombra, perché la legge 194 non ha abbastanza luce per farla scomparire. La concessione insomma è limitata: “Aboliamo il divieto penale di aborto ma ricordiamoci che dobbiamo regolamentare la decisione di interrompere la gravidanza, non possiamo lasciarla stare dove altrimenti starebbe (nel privato, che nel linguaggio dell’epoca, con riferimento all’aborto, era sinonimo di clandestinità). Per regolamentarlo, dobbiamo individuare un punto temporale (inesaurita questione!), condizioni entro le quali l’aborto è legalizzato, e procedure per accertare queste due cose”.

È significativo che l’aborto possa essere eseguito solo in ospedale, in quello spazio pubblico in cui il controllo possa essere esercitato facilmente, in cui tutti sanno che una donna è incinta e vuole abortire. O meglio, che una donna è incinta e proseguire la gravidanza sarebbe una circostanza pericolosa. Il quadro di riferimento è ancora quello conservatore. In questo sfondo la tradizionale proibizione assoluta (“non devi abortire”) è indebolita solo da una fragile eccezione (“puoi farlo se sei in pericolo”), che non scalfisce la condanna morale e la considerazione dell’aborto come innaturale. Il divieto assoluto ha solo mutato aspetto, si serve anche di termini e concetti tecnici e scientifici per mascherarsi meglio, come un camaleonte in agguato.

I diritti e le tecnologie vengono trasformati in strumenti oppressivi, lasciando intatta la forma liberale. “Il contesto attuale può apparire in effetti molto felice per i nuovi conservatori, perché offre loro il terreno congeniale per difendere i diritti dell’embrione-persona e per deformare (come è caratteristico di quei conservatori che utilizzano in modo strumentale il linguaggio liberale) la responsabilità individuale e sociale verso i nascituri come modi di smontare lo spazio della libertà delle donne.” La legge 194 è una legge che nel corso degli anni è stata aggredita e corrosa soprattutto da uno dei suoi articoli, quello che prevede la possibilità per gli operatori sanitari di sollevare obiezione di coscienza ed essere così esonerati dalle procedure abortive. Non era un destino certo, come non è certo che da una pistola carica partirà un colpo mortale. E probabilmente non sarebbe stato possibile escludere la clausola di coscienza allora, cioè quando la legge è stata approvata e i ginecologi avevano scelto di fare i ginecologi in sua assenza. Tuttavia oggi le percentuali dell’obiezione di coscienza sono gli strumenti più potenti di dissuasione.

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