Tomba di un omosessuale troppo appariscente, è polemica in Brianza

Sta facendo parecchio discutere quanto accaduto nelle scorse settimane nel nostro paese ed esattamente a Como. A Mariano Comense pare abbia fatto discutere la tomba che un uomo Corrado Spanger ha voluto dedicare al suo compagno morto dopo 36 anni di amore. La tomba in questione sarebbe molto colorata e fosforescente con colori che vanno dal blu elettrico al giallo e anche molto particolare sia per dimensioni che per forma e foto.

Si tratterebbe della tomba dove riposa Carlo Annoni,  un infermiere di 61 anni morto nello scorso mese di aprile è una tomba bizzarra voluta fortemente da Corrado Spanger ovvero il suo compagno da circa 36 anni. Questa tomba particolare e bizzarra fare abbia catturato l’attenzione di Forza Italia che ha fatto sapere nelle scorse ore di avere pronta una mozione a doc da presentare in consiglio comunale. I due si erano sposati a Londra quando ancora nel nostro paese era vietato e poi nel suo comune quando le unioni civili sono diventate leggi nel nostro paese.

La tomba in questione pare sia stata anche la più visitata del Camposanto ed è sita nel comune di Brianza comasca, una cittadina di 25000 abitanti. Proprio nelle ultime settimane sembra che però la situazione stia degenerando proprio perché il capogruppo in comune di Forza Italia Andrea Ballabio ha preannunciato una mozione in consiglio comunale dichiarando: “Nessuna discriminazione di genere, ma quella tomba è un pugno in un occhio, quasi un insulto verso gli atri defunti e i loro cari che vanno al cimitero”.

“Comunque il vero problema è che sia stato dato l’ok ad un progetto così, c’è stata una falla nei controlli comunali e nel regolamento cimiteriale. Per questo nella mia mozione chiederò che in futuro le tombe rispettino certi canoni di forme e colori, sperando che chi ha voluto quella ci ripensi e magari la modifichi un po’: vogliono l’uguaglianza, essere trattati come tutti, quindi si comportino come gli altri”, ha concluso Ballabio. Forza Italia dunque ha intenzione di presentare una mozione per stabilire un piano di colori ad impedire la presenza di tinte troppo vistose.

Spencer ha comunque voluto ricordare il compagno in questo modo, ovvero il modo esuberante ed eccentrico. Lo stesso ha raccontato che negli ultimi mesi di vita i due avrebbero parlato molto della morte e gli è stato spiegato nei minimi particolari come voleva la sua tomba e pare che Carlo fosse desideroso di avere un Sepolcro che trasmettesse un messaggio molto forte, Gioioso e che facesse comprendere soprattutto che l’amore gay non ha nulla di male. Ai consiglieri del partito di centro-destra che non siano proprio piaciuti i colori scelti ritenuti davvero eccessivi, ma c’è chi ipotizza che la polemica sia sorta perché i protagonisti sono due omosessuali.

La morte, si sa, è l’unica certezza di quel peregrinare inconsulto che chiamiamo vita, insieme alle tasse. Ma se queste ultime incarnano, almeno con l’entità che hanno alle nostre latitudini, la tragedia nella sua dimensione quotidiana, la morte scomoda la tragedia definitiva, metafisica. Il guasto irreparabile all’interno dell’umano: il suo essere a tempo. Come tale, andrebbe affrontata con un minimo sindacale di serietà. Che a Mariano Comense, Brianza profonda nel senso migliore, terra di Pil e di laboriosità sbrigativa, in genere immune da bizantinismi vezzosi, sta venendo meno.

La vicenda coinvolge la tomba di Carlo Annoni, infermiere 61enne scomparso ad aprile. Omosessuale fiero e dichiarato, «pioniere delle lotte per i diritti gay», vergano i giornali, anche se l’espressione precotta puzza di elogio funebre non richiesto, negli ultimi 36 anni felice compagno di vita di Corrado Spanger. Il quale ha esaudito l’ultimo desiderio di Carlo, che riguardava il suo sepolcro.

Non si parla d’altro in questi giorni, a Mariano e dintorni: più grande della media, ipercolorato, addirittura fosforescente, con due ingombranti bassorilievi in oro e blu psichedelico, e tantissime foto. Non un invito alla riflessione appartata e composta sul mistero della vita, possiamo affermare con espressione che non rientrerà nel vocabolario obbligatoriamente gayfriendly del politicamente corretto, ma che appare come un esercizio di cronaca a chiunque guardi la foto della suddetta tomba senza lente ideologica. Forse fuori luogo, «eccentrica» per chi vuol vivere d’eufemismi, sembra un pezzo di Woodstockinserito a forza nello spartito del coro parrocchiale, e senza dubbio pone interrogativi anche a chi credente non è, ma pensa che il cimitero sia il luogo della consolazione e della memoria, piuttosto che della rivendicazione esibita. Perché, racconta sempre Corrado, il compagno aveva instito sui dettagli della costruzione, i quali dovevano trasmettere «che l’amore gay, se vissuto con intensità e in modo totalizzante, come il nostro, regala una vita a colori».

E davvero si fatica a capire quest’ossessione arcobaleno che attanaglia il mondo gay sempre e comunque, quest’ansia di differenziarsi anche di fronte alla livella che tutto pareggia e uniforma. È il vecchio vizio di sindacalizzare la questione omo, detestato da parecchi omosessuali liberi e refrattari a farsi definire attraverso i loro gusti in camera da letto, che ora pretende di sindacalizzare anche la morte, la quale deve apparire perfino cromaticamente diversa, se nel suo mietere quotidiano si abbatte su un uomo gay.

Tuttavia, peggio di questi istinti da Arcigay in mobilitazione permanente riesce a fare la locale Forza Italia, ed è un primato sconsolante. Essì, perché secondo il distaccamento di Mariano di quello che una volta si definiva partito liberale di massa, la tomba «è di cattivo gusto e troppo vistosa» e dunque merita la presentazione di una mozione in Consiglio comunale (priorità politica sgangherata, in un territorio disseminato di capannoni schiacciati dalla morsa burocratico-fiscale). Addirittura, la mozione sarebbe tesa a «stabilire un piano dei colori che impedisca la presenza di tinte troppo vistose nel cimitero di Mariano», e dalla commedia precipitiamo direttamente nel grottesco a fosche tinte sovietiche. Un piano quinquennale dei colori, una regolamentazione delle modalità corrette su come andarsene, il dirigismo dell’ineffabile? Questo, ci stanno proponendo i forzisti maria- nesi, in una furia prescrittiva che starebbe bene a sinistra di Bersani? Via, non è obbligatorio combattere una scelta estetica kitsch con un’iniziativa politica trash.Forse, a Mariano dovrebbero recuperare un po’ di senso del limite, soprattutto di quello invalicabile, la morte.

L’analisi che proponiamo prende spunto dal Progetto Europeo Citizens in Diversity: A Four-Nation Study on Homophobia and Fundamental Rights finanziato dal Fundamental Rights and Citizenship Programme dell’Unione Europea per il periodo Gennaio 2010 – Giugno 2011. Il Progetto è diretto dal Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Padova e vede la collaborazione di equipe di sociologi e giuristi italiani, inglesi, sloveni ed ungheresi.

Il nostro intervento si focalizzerà sull’attività del team sociologico italiano e sulle interviste individuali e collettive a giovani, donne e uomini di diversi orientamenti sessuali finora raccolte sui temi della definizione dei concetti di omofobia e dell’esperienza quotidiana della violenza e della discriminazione ai danni di persone omosessuali.

L’obiettivo che ci proponiamo è di gettare luce sui sistemi di conoscenza che le narrazioni individuali e le discussioni di gruppo contribuiscono a riprodurre, concentrandoci in particolare sulla distinzione tra spazio eterosessuale e spazio della differenza lesbica e gay. Il primo emerge come spazio non problematizzato (o pensato come non problematizzabile) dell’egemonia maschile/eterosessuale, dunque come spazio pubblico i cui codici sembrano incorporati in vario modo e secondo diverse logiche – compresa quella strumentale – anche nella definizione di sé come lesbica o gay, del “proprio posto” nella società, delle strategie di resistenza e contrasto alla violenza. Lo spazio della differenza lesbica e gay, invece, assume i caratteri dello spazio privato la cui estensione va dallo spazio del desiderio (inteso come spazio intimo del soggetto) ai luoghi delle relazioni affettive e dei legami primari nella propria comunità di riferimento.
Esemplificheremo la distinzione discorsiva tra pubblico e privato considerando due temi: 1) la costruzione di un confine tra l’espressione legittima dell’omosessualità e quelle non legittimabili; 2) la rappresentazione dei legami con le famiglie di provenienza come contesto di relazioni primarie. Prima di procedere, però, è opportuno contestualizzare il nostro contributo nel quadro della ricerca psico-sociale sull’omofobia.

La ricerca psico-sociale sull’omofobia
Il concetto di omofobia, la cui definizione risale alla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, segna un importante mutamento nello studio psico-sociale dell’omosessualità nelle società Occidentali, spostando l’attenzione dalla devianza dell’individuo omosessuale alle modalità attraverso le quali il contesto sociale lo costruisce come tale.

Originariamente, il concetto si riferiva alla dimensione emozionale dell’avversione verso le persone omosessuali (the dread of being in close quarters with homosexuals). In seguito, la ricerca psicosociale ha esteso la definizione di omofobia fino a comprendere anche le dimensioni cognitive (pregiudizi e stereotipi anti-omosessuali) e comportamentali del fenomeno, ma al tempo stesso ha fatto emergere una serie di aspetti critici, tra i quali:

a) l’indeterminatezza progressivamente guadagnata dalla definizione scientifica di omofobia (ad esempio: l’avversione riguarda l’aspetto morale della sessualità omosessuale oppure i codici culturali e le formazioni sociali promosse dalle comunità LGBT? E ancora: l’omofobia va intesa solo come l’aspetto irrazionale dell’avversione anti-omosessuale?);
b) la difficoltà a mettere a fuoco le connessioni tra le diverse dimensioni del concetto, ovvero quella emotiva/irrazionale, cognitiva e comportamentale.
Per un verso, i problemi legati al concetto di omofobia derivano dalla diffusione del termine al di fuori della comunità scientifica (soprattutto in seguito alle mobilitazioni delle organizzazioni gay e lesbiche) ed all’eterogeneità dei fenomeni ai quali è stato associato. Per altro verso, un ruolo rilevante va assegnato allo sviluppo di una riflessione sociologica su questi temi.
Partendo dal conflitto sociale innescato dalla voce pubblica delle organizzazioni gay e lesbiche, lo sguardo sociologico ha reso più complesso l’ordine dei problemi interpretativi riferibili alla definizione scientifica di omofobia. I punti principali della critica sociologica sono esplicitati nelle parole di Valerie Jenness e Kendal Broad: homophobia is only implicitly concerned with institutionalized heterosexism, and not at all concerned with patriarchy.

Jenness e Broad denunciano in primo luogo l’approccio decisamente individualizzante del concetto di omofobia (homophobia is only implicitly concerned with institutionalized heterosexism) che limita il focus dell’attenzione alla misurazione dell’omofobia tra la popolazione e all’individuazione delle variabili socio-demografiche che la favoriscono. Si tratta di un approccio che in parte deriva dallo specifico contesto disciplinare di riferimento, ma che può anche essere messo in relazione con la tendenza all’individualizzazione che caratterizzava il contesto più generale degli studi dell’epoca – la fine degli anni Cinquanta del secolo scorso – sulle relazioni razziali negli USA. In secondo luogo, gli stessi autori segnalano come il concetto di omofobia sia stato formalizzato ed indagato indipendentemente dalle strutture di potere responsabili dell’organizzazione sociale delle relazioni tra uomini e donne, e dunque indipendentemente dall’intersezione tra l’orientamento sessuale e le altre strutture (come il genere, ma anche la classe e la differenza etnica) della disuguaglianza sociale.

La critica sociologica al concetto di omofobia si è manifestata attraverso la proposta di concetti alternativi (ad esempio: heterosexism, homonegativity, homophobic-related violence, heterosexed violence) in grado di evidenziare il carattere istituzionalizzato dell’omofobia e la sua capacità di agire come principio organizzatore delle relazioni e delle strutture sociali. Da ciò, le direzioni di ricerca sociologica hanno seguito vie distinte da quelle degli studi psico-sociali.

Relativamente al tema, le nostre riflessioni si ispirano a due tradizioni di ricerca: quella femminista sulla violenza di genere e l’approccio critico dei Queer Studies. Si tratta di due approcci molto diversi tra loro, ma che convergono nel prediligere l’analisi dei modi con cui la rappresentazione discorsiva della violenza (nel nostro caso, di quella ai danni di lesbiche e gay) costruisce confini simbolici che separano e gerarchizzano le relazioni tra diversi gruppi sociali definiti in base al sesso, all’orientamento sessuale, alla diversità culturale. L’omofobia è quindi indagata come un discorso che produce i criteri della sua intelligibilità e i caratteri delle soggettività che ne sono implicate. Da questo punto di vista, la nostra analisi si concentra sugli effetti di costruzione sociale innescati dalle narrazioni e dalle discussioni sui temi della violenza e della discriminazione ai danni di lesbiche e gay.

La distinzione tra pubblico e privato: la normalizzazione delle identità gay e lesbiche.
Le narrazioni dell’esperienza della discriminazione e della violenza da parte di lesbiche e gay, così come le discussioni e i punti di vista delle persone eterosessuali, si basano sostanzialmente sulla medesima struttura di plausibilità: la distinzione tra uno spazio pubblico egemonizzato dai codici simbolici dell’eterosessualità e diversi spazi privati dove la differenza culturale gay e lesbica emerge coma tale.

Tale struttura orienta il discorso sull’omofobia verso la distinzione tra due tipologie di avversione anti-omosessuale, le quali si basano sulla costruzione di un confine tra “omosessuali accettabili” e “omosessuali trasgressivi”. Si tratta di una distinzione che, seppure con accenti differenti, è presente nei discorsi delle persone eterosessuali così come in quelli delle lesbiche e dei gay che abbiamo coinvolto nella ricerca.

In una prima accezione, l’omofobia viene rappresentata come un sistema di conoscenza non legittimabile perché non tiene conto della pluralizzazione delle forme sociali della sessualità conseguente all’emersione delle identità gay e lesbiche. L’idea di arretratezza culturale che qualifica i soggetti o i gruppi in questo senso omofobi poggia sull’ipotesi della normalità dei soggetti che ne sono il bersaglio. Tale “normalità” consiste nell’espressione sociale dell’orientamento omosessuale – unico spazio di differenza riconosciuto – secondo codici gender conventional.
In una seconda accezione, l’omofobia viene definita come una strategia culturale di opposizione contro la presenza trasgressiva delle persone omosessuali nello spazio pubblico. L’idea della trasgressione viene declinata principalmente sulle espressioni della sessualità che non rispettano la corrispondenza tra sesso biologico e genere (ad esempio: l’effeminatezza dei gay e la mascolinità delle lesbiche). L’aspetto interessante è che nei discorsi in cui questa seconda accezione emerge l’indice non è più puntato contro le cerchie sociali dove l’omofobia è più diffusa, ma contro le scelte espressive e di visibilità delle persone gay e lesbiche che la subiscono.

One comment

  1. Ma perché la gente non si fa gli affari propri? E quell’altro non ha niente di più importante su cui fare interrogazioni che su un fatto ed un sentimento personale che non offende nessuno?
    Chi non la vuol guardare si gira dall’altra parte.

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