Torino: Insegnante privato abusava di una ragazzina di 13 anni ripetutamente

I fatti sarebbero avvenuti a Torino nel 2015, ma gli abusi sono stati nascosti e anzi insabbiati dalla comunità religiosa iraniana Bahà’i di cui sia l’accusata che la vittima facevano parte. La giovane avrebbe denunciato in più occasioni la vicenda, per cercare di rimediare le sarebbero stati offerti dei soldi. Diverse persone devono ora rispondere di questa vicenda, con accuse che vanno dallo stupro al favoreggiamento, passando per l’omessa denuncia.

Ancora una storia di violenza sessuale nel nostro paese ed esattamente a Torino dove un uomo, un saggio anziano maestro iraniano della comunità Bahà’ì di Torino avrebbe abusato di una ragazzina di 13 anni. L’uomo avrebbe dovuto darle ripetizioni invece è finito per abusare di lei più volte e per mesi nel corso del 2015. E’ questo sostanzialmente quanto accaduto a Torino e venuto alla luce una volta concluse le indagini condotte dalla squadra mobile della polizia nei confronti dell’anziano insegnante, il quale dovrà comparire davanti ai giudici il prossimo 18 aprile. La vicenda sarebbe venuta alla luce soltanto adesso perché tenuta all’oscuro dalla famiglia, in quanto avvenuta nell’ambito di una comunità Torinese dei Bahà’ì, una religione abramitica monoteistica nata in Persia.

In attesa del 18 aprile all’interno della comunità e comunque caccia al traditore; secondo alcune indiscrezioni sembra che all’interno della comunità alcuni membri sapevano di questi abusi ma il loro obiettivo era quello di preservare il carattere dell’unità del sistema. Secondo quanto emerso dalle indagini, sembra che gli abusi siano iniziati quando uno degli anziani saggi della comunità avrebbe convinto i genitori della 13enne, che a scuola aveva pessimi voti, a portarla nei locali della comunità a Torino la domenica mattina per alcune presunte ripetizioni; purtroppo la ragazzina in quella stanza veniva ripetutamente al stuprata e secondo quanto riferito dal Gup, Maria Francesca Abenavoli si tratterebbe di abusi sessuali gravi e violenti attuati con violenza e minaccia aggravata dall’abuso della sua figura che rappresenta l’autorità e per questo motivo avrebbe ordinato per l’uomo il carcere dal mese di maggio del 2016.

A finire nei guai è stato anche il custode dei locali con l’accusa di favoreggiamento; la tredicenne avrebbe confidato a lui ed a sua moglie tutto ciò che accadeva all’interno della stanza e loro avrebbero cercato di convincerla a non denunciare, per questo motivo come già abbiamo anticipato, i due coniugi sono finiti agli arresti domiciliari.”I fatti venivano gestiti all’interno della comunità senza che nessuno presentasse denuncia per l’accaduto all’interno della comunità si intessevano delle trattative volte ad una riappacificazione tra le due famiglie anche tramite un ristoro in denaro, al quale le vittime si mostravano molto interessate”, ha dichiarato il Gup. 

L’uomo che avrebbe abusato ripetutamente della tredicenne dopo la denuncia e le indagini, pare avesse ha messo di fronte alla comunità quanto compiuto e si era recato spontaneamente l‘autorità giudiziaria, finendo in carcere nel 2016 e dallo scorso mese di luglio agli arresti domiciliari; l’uomo dovrà difendersi anche dall’accusa di aver intavolato una trattativa con la persona offesa per risarcire il danno ed evitare di screditare la comunità religiosa. Deve rispondere di omessa denuncia anche la psicologa che la comunità aveva messo a disposizione della famiglia in un primo momento. Anche lei, infatti, non aveva denunciato le violenze pur essendone venuta a conoscenza.

“Si parla di abuso sessuale quando un bambino/a è coinvolto in attività sessuali che non può comprendere, per le quali è psicologicamente impreparato e per le quali non può dare il proprio consenso e/o che violano le leggi o i tabù sociali. Le attività sessuali possono includere tutte le forme di contatto oro-genitale, genitale o anale con il minore, o abusi senza contatto diretto quali l’esibizionismo, il voyeurismo o il coinvolgimento del bambino/a nella produzione di materiale pornografico. L’abuso sessuale include uno spettro di attività che va dallo stupro all’abuso sessuale meno intrusivo”.

La rilevazione, la diagnosi, la presa in carico e il trattamento dell’abuso sessuale dei bambini costituiscono problemi complessi in cui si intrecciano aspetti medici, psicologici, sociali e giuridici. La valutazione medica di un bambino/a vittima di un sospetto abuso sessuale rappresenta solo un aspetto, molto spesso non dirimente, di un’approfondita valutazione che ne comprende altri, psicologici e sociali. Ne consegue che la diagnosi di abuso sessuale deve essere sempre una diagnosi multidisciplinare. Una diagnosi basata unicamente sui segni fisici o sui reperti laboratoristici è raramente possibile: nella letteratura internazionale è riportato che più del 90% dei minori vittime di abuso sessuale accertato presenta reperti genitali e/o anali normali o non specifici.

I segni anali e/o genitali devono essere interpretati alla luce della storia, dell’età del bambino/a e della diagnosi differenziale. Sono pochi, peraltro, i segni diagnostici per trauma o contatto sessuale. In presenza di un racconto che orienta per l’esistenza di abuso sessuale, il mancato rilievo di segni anali e/o genitali non esclude la possibilità che il bambino/a sia vittima di abuso sessuale. In questi casi è sempre necessario effettuare una segnalazione al Servizio Sociale competente (rete dei servizi). La possibilità di una valutazione medica dovrebbe essere presa in considerazione nelle seguenti circostanze: • quando un bambino/a o un adulto raccontano una storia di abuso sessuale; • quando si riscontrano lesioni che possano essere correlate con un sospetto abuso sessuale; • quando si diagnostica una malattia sessualmente trasmissibile in un soggetto prepubere; • quando si effettua una diagnosi di maltrattamento fisico, maltrattamento psicologico o trascuratezza grave; • quando si rileva un disturbo comportamentale in presenza di una storia di sospetto abuso sessuale; • quando il soggetto è fratello o sorella di una vittima di abuso sessuale. In tutti i casi è necessario che il professionista adotti una metodologia in due fasi: • effettui un’attenta osservazione delle eventuali lesioni e le descriva dettagliatamente; • consideri le ipotesi diagnostiche relative alle lesioni osservate (diagnosi differenziale). La specificità del segno rilevato (vedi sezioni 2 e 3) va definita in base alla coerenza con gli elementi anamnestici raccolti (valore predittivo). Si ricorda che il coinvolgimento di minori in attività sessuale configura ipotesi di reato che, nella maggioranza dei casi, è perseguibile d’ufficio.

La visita medica Una valutazione dei segni di abuso può avvenire in diversi contesti: • una visita medica effettuata per altri motivi in cui emergano segni fisici sospetti; • una visita medica effettuata sulla base di un sospetto di abuso sessuale da parte di un genitore; • una visita medica richiesta dai Servizi; • una visita medica richiesta dall’autorità giudiziaria. Nei primi due casi la visita medica deve essere seguita dall’attivazione dei Servizi e/o dalla segnalazione alla Procura della Repubblica e/o alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni. Gli obiettivi della valutazione clinica sono: • individuare quadri clinici e/o lesioni genitali ed extragenitali di natura traumatica o infettiva che necessitino o no di trattamento; • rassicurare, quando possibile, il bambino/a sul suo stato di salute fisica. Tale aspetto, insieme ad un’adeguata valutazione dei bisogni psicologici e sociali, è importante al fine di contribuire al percorso di recupero della vittima; • raccogliere i reperti di interesse medico legale (vedi sezione 5, “Repertazione e conservazione del materiale”). Entro quali tempi va condotto l’esame Nella maggioranza dei casi le lesioni anali e genitali non sono più evidenziabili a breve distanza di tempo da quando sono state provocate.

In due circostanze la visita va effettuata nell’immediato: º nelle situazioni di urgenza/emergenza clinica che necessitino di interventi sanitari non differibili; º nei casi in cui i dati anamnestici indichino la possibilità di poter rilevare lesioni e/o recuperare tracce biologiche. Negli altri casi la visita può essere programmata nei tempi e con le modalità più congrue per il bambino/a, ma comunque il prima possibile e da personale esperto. Competenze del professionista che effettua la visita È improbabile che tutti i professionisti coinvolti nelle cure del bambino/a possiedano le competenze professionali ed emotive necessarie a garantire un adeguato percorso diagnostico assistenziale per le vittime di abuso sessuale. I rischi derivanti da un’errata diagnosi di abuso sessuale (falsi negativi e falsi positivi) fanno sì che si debba garantire che la valutazione sia condotta da professionisti con specifiche competenze e inseriti in un’organizzazione che possa prevedere un secondo parere. I professionisti che effettuano la valutazione dei casi di sospetto abuso sessuale devono possedere le seguenti competenze: º abilità comunicative per relazionarsi con il bambino/a sospetta vittima di abuso sessuale e con gli adulti che si occupano di lui/lei; º abilità tecniche: saper effettuare un esame obiettivo generale e dell’apparato ano-genitale e saperlo documentare; conoscere le diagnosi differenziali dei segni fisici associati all’abuso; saper redigere una relazione contenente la descrizione e l’interpretazione dei reperti clinici; º attitudine al lavoro interdisciplinare: saper lavorare in modo integrato con professionisti di altre aree.

Come effettuare l’accoglienza È frequente che la prima valutazione di un sospetto abuso sessuale non sia programmabile e che quindi avvenga in un contesto non ottimale. La cura del contesto è fondamentale per evitare di determinare un ulteriore trauma nel bambino/a, aumentandone l’ansia e rendendo più difficile la sua collaborazione. Un particolare aspetto è quello relativo alla presenza di una persona adulta accanto al bambino/a. Si tratta di comprendere se tale presenza sia desiderata dal bambino/a e lo/la tranquillizzi rispetto alla visita o quanto essa possa viceversa limitarne la possibilità di racconto spontaneo.

La conduzione della visita comporta un importante coinvolgimento emotivo dei professionisti; la mancata acquisizione di abilità tali da evitare che queste emozioni si riflettano nella relazione con il bambino/a e gli adulti che lo/ la accompagnano può determinare significative ripercussioni negative sulla conduzione della visita stessa. Si raccomanda di: º assicurare un ambiente adatto (quiete e riservatezza); º limitare il numero dei professionisti, delle procedure e degli spostamenti a quelli strettamente necessari. È opportuno garantire la presenza di un secondo professionista (medico o non medico) per un supporto sia a chi effettua la visita che al bambino/a; º avere adeguato tempo a disposizione: può essere necessario più di un incontro per ottenere l’adesione e la fiducia del bambino/a e/o valutare l’evoluzione dei segni; º effettuare la visita in presenza di un adulto, di cui il bambino/a ha fiducia, se non diversamente desiderato dal bambino/a; º offrire spiegazioni sulla modalità della visita ed ottenere il consenso del minore; º non utilizzare mai forza, coercizione e/o inganno, riprogrammando eventualmente la visita.

Come raccogliere l’anamnesi La raccolta anamnestica deve costituire la guida per il successivo esame clinico. In ogni caso, è necessario correlare sempre i dati clinici con quelli anamnestici per valutarne la congruenza e, in caso di incongruenza, programmare approfondimenti ulteriori. Va ricordato che, nella quasi totalità dei casi, la valutazione medica è solo una parte di un più articolato percorso diagnostico che implica interventi multidisciplinari. Si raccomanda di: º non porre domande dirette sul fatto, ma raccogliere l’eventuale racconto spontaneo del bambino/a riportando fedelmente le sue parole (anche nel caso sia l’adulto a riportare il racconto del bambino/a, è opportuno farsi ripetere la terminologia utilizzata dal minore); º evitare, se possibile, che il racconto dell’accompagnatore avvenga in presenza del bambino/a; º ridurre quanto più possibile la necessità che il bambino/a ripeta il racconto (e i suoi dettagli); º valutare la congruenza tra dinamica, tempi riportati e lesioni osservate;

Porre attenzione, nella raccolta dell’anamnesi, alle alterazioni/regressioni dello sviluppo neurocomportamentale, alla comparsa di sintomi comportamentali e alla documentazione di precedenti ricoveri. Come condurre l’esame obiettivo generale La visita medica deve interessare tutto il corpo del bambino/a. I bambini vittime di abuso sessuale possono essere anche vittime di altre forme di maltrattamento e/o presentare segni indiretti degli stessi (ad esempio: ritardo di accrescimento). È importante, inoltre, considerare la necessità di restituire al bambino/a il concetto di interezza/integrità corporea che una visita circoscritta alla sola regione genito-anale potrebbe precludere. Si raccomanda di: º effettuare un esame obiettivo generale all’interno del quale si procederà all’esame dell’area genito-anale; º esaminare tutto il corpo del bambino/a prestando molta attenzione a ricoprire le parti del corpo già sottoposte a controllo man mano che si procede nella visita; º descrivere eventuali lesioni o esiti (su tutto il corpo) specificando: sede, dimensioni e caratteri generali (morfologia, colore, aspetto dei margini, presenza di fenomeni riparativi…); º esaminare attentamente l’orofaringe alla ricerca di eventuali lesioni (sono frequenti tra gli atti abusanti i contatti oro-genitali); º valutare la presenza di segni di trascuratezza (capelli, denti, igiene); º disegnare la lesione su uno schema corporeo e valutare l’opportunità di documentare fotograficamente le lesioni o i loro esiti; º registrare peso, altezza (centili di crescita) e stadiazione di Tanner; º osservare l’atteggiamento del bambino/a (stato emotivo, livello di cooperazione e risposte comportamentali) durante la visita anche al fine di adattare la conduzione della stessa. Nella relazione devono essere descritti i comportamenti del bambino/a (piange, si rifiuta, è molto tranquillo/a…) evitando ogni forma di interpretazione o giudizio soggettivo. L’utilizzo di tecniche anestesiologiche è raramente indicato e deve essere applicato esclusivamente quando i benefici clinici superino chiaramente i rischi potenziali (ad esempio: necessità di ricorso a esame intravaginale o anale per presenza di corpi estranei, lesioni intravaginali o intraanali che necessitino di riparazione chirurgica, o in presenza di sanguinamento senza evidenziazione della sede d’origine).

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